Giacomo Giossi  
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COSTRUIRE MURI CI PORTERÀ ALLA TRAGEDIA GLOBALE


Intervista a Wlodek Goldkorn



Giacomo Giossi


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Il libro di Wlodek Goldkorn, Il bambino nella neve (Feltrinelli) è in realtà una valigia che contiene altre valigie ognuna delle quali è necessaria ad un viaggio e da cui nessun viaggio può essere escluso. Un percorso biografico denso, emotivamente forte e dal ritmo serrato in cui il tempo presente non è quello dell’attualità, ma quello della contemporaneità. Una narrazione in cui la memoria dolorosa, intima e privata si fa carico di costruire un senso condiviso, di aprire ad una relazione vitale con il proprio presente e quindi con un futuro ignoto, ma che necessiterà del racconto di ciò che è stato, di quello che è accaduto. Wlodeck Goldkorn attraversa nella propria vita l’Europa e le sue contraddizioni politiche e sociale, la sua esistenza e quella della sua famiglia vengono calpestate dalla tragedia, dal vuoto della Shoah.

Il bambino nella neve, non è un saggio, ma non è nemmeno una testimonianza, è il tentativo riuscito di raccontare nel solco di Primo Levi un’esistenza travolta, ma non del tutto dalla Storia. Un’esistenza dolorosa come è sempre la vita, ma non per questo priva di gioie e di speranze come quelle che nascono e vivono insieme alla comparsa degli amati nipotini.

Attraversano le pagine del libro le fotografie esatte e asciutte di Neige De Benedetti che riportano al lettore il significato più profondo di un testo necessario a questi nostri confusi più che complessi tempi. Un libro che fa di una vita mille altre vite possibili ancora tutte da vivere. Il bambino nella neve attraversa la tragedia e il dolore, la storia e i confini con il passo leggero di una doppia narrazione fatta di parole e di immagini. Un doppio testo che s’intreccia e si scioglie come certi abbracci al di là della tragedia: la vita secondo Goldkorn.

Abbiamo incontrato Wlodek Goldkorn a pochi giorni dall’uscita del suo volume

 

Le memoria intima con il suo carico inevitabile di dolore e di tragedia può essere trasmessa e trasformarsi in memoria collettiva?

Dipende da cosa intendiamo come memoria collettiva. Io penso che un’esperienza come quella della Shoah debba essere vissuta in qualche modo empaticamente e non solo come materia di ricerca storica. Quando dico empiricamente non intendo assolutamente come identificazione – sono contro l’identificazione – ma che deve avere un’elaborazione artistica in modo che attraverso l’immaginario questa atrocità possa essere vissuta empaticamente. Questo vale ad esempio per molta parte della storia: dalle crociate, fino al genocidio armeno che per noi è in fondo rappresentato da I quaranta giorni del MussaDagh di Franz Werfel o anche dai libri molto belli di Antonia Arslan.

Senza alcun dubbio Se questo un uomo non è solo testimonianza, è anche testimonianza, ma è principalmente un’opera artistica. Primo Levi è stato uno dei più grandi scrittori del Novecento in assoluto. Pensiamo soltanto alla sua lingua manzoniana, quindi all’italiano più bello che esiste e che possa essere immaginato. Se invece intendiamo la memoria collettiva dal punto di vista storico non saprei, non me ne intendo, è affare degli storici. Diciamo che non credo molto nella memoria collettiva, ma credo molto nei simboli che uniscono. Il 25 aprile è un dato fondante della democrazia e della Repubblica Italiana così il primo maggio per il movimento dei lavoratori. E onestamente da questo punto di vista non credo proprio che la Shoah possa essere fondante di alcunché.

Cosa significa per lei “stare a casa”? Quando ha percepito pienamente la sensazione di trovarsi a casa? Lei ha un sentimento di patria?

La casa è la mia casa. È molto semplice: la mia casa è dove abito. Per quanto riguarda il concetto di patria un giorno ho chiesto a Mark Edelman cosa era per lui la patria e mi ha risposto: “l’albero nel giardino di casa mia e i miei amici”. È una risposta abbastanza cinica in fondo. Dire che la mia patria è il mondo intero come si cantava una volta però non me la sento, perché non è vero. Dire che è il luogo in cui sono nato anche questo non è vero. La patria è sostanzialmente un concetto che non mi piace. Credo però nei modi di vita che non sono i valori. Perché per i valori si commettono dei crimini, perché i valori si vogliono imporre. I modi di vita no, non si impongono.

Io penso ad esempio che gli inglesi abbiano resistito a Hitler perché volevano continuare a vivere come vivevano in quel momento: volevano il loro bobby disarmato che aiuta la vecchina ad attraversare la strada. Dopodiché in totale contraddizione nelle colonie imponevano i loro valori, il fardello dell’uomo bianco.

La mia casa è dunque dove sto bene e dove posso avere il mio modo di vita più o meno in sicurezza. In quasi tutte le lingue che io conosco la patria è femminile, ossia il corpo femminile che non deve essere violato dallo straniero e questo è un concetto che proprio non mi piace. Moltissime allegorie del patriottismo e della patria si definiscono nella donna violata dallo straniero. E tutto questo semplicemente non mi piace.

Quale è il suo rapporto con il confine? Con il concetto e anche la sua forma viste anche le “ricadute” che la contemporaneità ci pone davanti agli occhi?

Quando ero ragazzo mi affascinavano moltissimo i confini, mi piacevano, ma mi metteva anche una certa ansia attraversarli. Io sono cresciuto in un mondo pieno di confini. Il fatto che non ci fossero più i confini in Europa era una cosa bellissima, soprattuto per i giovani. Andare a Parigi era come andare a casa propria. Credo che I confini non possano essere aboliti, ma di certo possono essere permeabili.

L’assurda costruzione dei muri mi angoscia, anche perché nessun muro ha mai protetto chi cerca di chiudersi all’interno. Alla fine si finisce per essere travolti e si favorisce solo l’incomunicabilità. Di per sé non ci sarebbe nulla di male nel chiudersi al proprio interno se non che si perde totalmente il rapporto con il mondo: come una famiglia che non esce più di casa e che non vuole più ricevere ospiti. Così ci si destina solo a morire male.

Anche dal punto di vista razionale è una totale follia costruire i muri, costa più costruirli che investire nell’accoglienza, non dico di tutti, ma di certo nell’aprirsi per lo meno nei confronti di chi arriva. Non si potranno accogliere tutti, in fondo non è mai successo nella storia, ma costruire muri non ha proprio alcun senso.

Come dice Bauman, è un mondo folle dove il capitale può spostarsi con un clic del computer mentre l’umanità è divisa in due tra coloro che possono viaggiare e chi invece può farlo solo clandestinamente e pagando somme ingenti. Non si tratta solo di etica, ma semplicemente del fatto che un mondo così non può sopravvivere, non dico che sia inevitabile, ma così può solo facilmente cadere in un conflitto globale.

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10 Marzo 2017

 

 

 

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