Il volontariato: rischi ed opportunità

Con l’avvento della crisi economica e il seguente intensificarsi di bisogni e situazioni di sofferenza, al volontariato è stato chiesto un ulteriore lavoro di ricomposizione e produzione di ben-essere per la comunità. Ancora di più, dunque, il suo ruolo è andato legittimandosi ed espandendosi all’interno del discorso sul Welfare Locale. La sua valorizzazione è però da sottoporre ad un’indagine critica.

volontariato e welfare locale

Le opportunità della cittadinanza attiva

Da un lato si propongono almeno tre argomentazioni per sostenere la promozione della cittadinanza attiva[1].
La prima è di ordine ‘individuale’. L’antropologia dell’individuo post-moderno proposta da molti autori contemporanei ci descrive i soggetti come ‘disorientati’ e ‘fragili’ in un mare di tecnologie, informazioni, merci, spazi, lavori precari, feticismi, simulacri. Tale disorientamento sembra far da contrappeso alla società del benessere e della tecnologia entro cui viviamo, che promuove l’era del ‘nothing is impossible’ in un contesto sempre più fragile, astratto e non mediato da istituzioni e corpi intermedi che sappiano accompagnare la costruzione di biografie ‘solide’. Per di più il nostro tempo è caratterizzato da una frammentazione dei legami sociali che impoverisce il capitale relazionale a disposizione dei soggetti rendendoli più carenti di opportunità e supporto nei momenti di bisogno. A livello individuale, si ritiene che l’esperienza della cittadinanza attiva possa aiutare i soggetti a ricostruire, attraverso la prassi e la riflessione, una dimensione di ‘senso’ e ‘capacitazione’ dell’agire oltre che un tessuto di relazioni non basate esclusivamente sul consumo di merci, eventi e servizi ma su un ‘fare’ ed un ‘fare insieme’.
La seconda è di ordine ‘collettivo’. Le comunità non sono luoghi organicamente solidali e libertari dai cui legami non può che fiorire ‘bene comune’. Esse sono infatti anche luogo di conflitti, lacerazioni, clientelismi ed ingiustizie. Le comunità hanno però la capacità di apprendere il dialogare e l’auto-organizzazione. Soprattutto attraverso la creazione di spazi di inclusione, discussione, negoziazione e progettazione di definizioni ed azioni. Dopo aver individuato beni collettivi da tutelare, problemi da affrontare, risorse e soggetti latenti da includere e valorizzare, è più probabile che esse siano in grado di immaginarsi, imparare ed agire. Una cittadinanza generativa può aiutare a costituire un terreno fertile per combattere la frammentazione sociale e migliorare il ‘desiderio’ e la ‘capacità’ di progettare e agire collettivamente rendendo la società locale più connessa, solidale, capace, innovativa e resiliente.
Una terza argomentazione si muove sul piano culturale ed istituzionale. Comunità locali più interessate e capaci rispetto alla produzione di ben-essere collettivo, possono poi essere in grado di rilanciare un ‘discorso pubblico’ e un ‘movimento’ politico-culturale che, in una risalita bottom-up, potrebbe favorire nel tempo cambiamenti istituzionali e svolte nelle priorità politiche. Anche rispetto al tema del Welfare e ai suoi frequenti tagli. La costruzione di una più coerente Welfare society potrebbe così finalmente legittimare l’idea di un Welfare vissuto non come peso di cui purtroppo non si può fare a meno. Ma un Welfare che sia considerato ‘bene comune’ e un investimento sociale capace di garantire i diritti sociali che, come già sosteneva Thomas Marshall, sono diritti primi ed abilitanti per un pieno esercizio dei diritti civili e politici.

I rischi del volontariato

D’altro canto esistono degli aspetti meno positivi e trasparenti rispetto al fenomeno. Da un lato proprio perché il produrre e ri-produrre comunità non garantisce di per sé effetti positivi, potenziare il volontariato e la cittadinanza attiva non vuol dire di per sé operare per il ben-essere collettivo. Tale mondo non è infatti esonerato da chiusure ed autoreferenzialità; invidie, competizioni e scorrettezze verso altri attori; appropriazioni indebite grazie ad alleanze con potentati politici; discrezionalità degli interventi. Dall’altro lato non è un caso che il discorso sul Welfare Locale si sia sviluppato di pari passo con la crisi economica e con i tagli allo Stato Sociale. Per dirla con i più critici, c’è il rischio che la retorica e l’incentivazione dell’attivazione della solidarietà nella società civile possa esser d’aiuto per legittimare, da un lato il lavoro gratuito cui la società contemporanea fa frequente ricorso, dall’altro un’ulteriore riduzione del budget riservato alla spesa socio-assistenziale dato che la comunità ‘già se ne occupa’ e, inoltre, ‘meglio dello Stato’. Questo movimento andrebbe così a deteriorare sia il diritto ad una retribuzione in caso di lavoro sia il già fragile Welfare italiano, categoriale e sempre più discrezionale, a spese dei principi di universalità ed equità. In quest’ottica si può leggere con ambiguità la richiesta da parte delle istituzioni di ‘professionalizzare’ le competenze dei volontari e le loro organizzazioni. Uno dei rischi è che da soggetti produttori di cultura e connessioni sociali, operanti nell’emersione di temi, bisogni e risorse latenti, le OdV si trasformino in semplici erogatori di servizi[2]. Tale strumentalizzazione del volontariato rischierebbe infine un movimento regressivo a livello istituzionale e culturale poiché riaffermerebbe un ‘codice di carità’ rispetto ad un discorso di diritto. In quanto atto caritatevole e non diritto universale esigibile, l’intervento sfocerebbe in una discrezionalità che tende ad individuare ‘soggetti meritevoli’ e ‘soggetti non meritevoli’ a seconda di criteri arbitrari e raramente contestabili.

Un giudizio di valore sul volontariato

Come far sì che il volontariato non sia strumentalizzato rispetto ai vuoti del Welfare e che non riproduca il paradigma dell’intervento discrezionale e caritatevole? Condivido con diversi studiosi dell’ambito che troppo spesso le OdV sono portate ad un ‘fare senza pensiero’, ad un agire rispetto ad evidenze, richieste ed emergenze che non permette di dare tempo e dimensione a processi di riflessività individuale e collettiva. Questo modo di operare, non sperimentale e dunque non esperienziale, è intriso di processi di routinizzazione che porta a leggere i problemi in maniera unidimensionale e ad attivare risposte automatiche. Potrebbe dunque essere un deficit di riflessività quello che, aldilà degli intenti e della vision dichiarata, rischia di condurre il volontariato a produrre e riprodurre la propria azione in maniera automatica e discrezionale subendo più facilmente l’influenza altrui sino alla strumentalizzazione.
E’ dunque l’attivazione di processi riflessivi a poter aiutare il volontariato ad allontanare le derive rischiose e a valorizzare le opportunità di trasformarsi in risorsa collettiva. La parola ‘riflessione’ deriva dal latino ‘re’, ‘indietro’, e da flèctere che indica il ‘piegare’. Se l’agire quotidiano è un ‘piegare’ la realtà e un ‘piegarsi’ nella realtà in base ad una pragmatica e ad abitudini, la ri-flessione è invece un rimandare indietro il pensiero a qualcosa. La riflessione è un riconsiderare l’esperienza alla luce di un sapere e un sentire critico che sappia proporre slittamenti nello sguardo delle cose e nei comportamenti quotidiani. Per le organizzazioni, riflettere per produrre cambiamenti è un tema complesso poiché implica fattori emotivi e relazionali oltre che cognitivi. Ad ogni modo, riflettere necessita di un processo collettivo partecipato in cui siano dati spazio, tempo e strumenti ai singoli e al gruppo per ri-conoscersi, ri-discutere, ri-formulare, ri-organizzare, ri-operare. I processi di riflessività possono articolarsi in tre dimensioni fondamentali.
Un primo piano riguarda la vision e il ‘senso’ dell’agire ed ha a che fare con domande quali ‘perché siamo insieme?’, ‘per quali fini agiamo?’. Nessuna organizzazione ha una risposta definitiva per queste domande in quanto si intrecciano al senso degli individui che vi partecipano, al contesto socio-culturale in cui si è dinamicamente inseriti, al contesto politico-culturale che ci si rappresenta e in cui si vuol prendere posizione. Una vision sufficientemente chiara e condivisa aiuta la produzione di frames e ‘discorsi’ entro cui attivare processi di riconoscimento. Potremmo dire che le questioni sul ‘senso’ sono inesauribili ed al tempo stesso necessarie alla motivazione degli attori, rendendo il gruppo coeso, e all’identità dell’organizzazione, rendendola riconoscibile.
Il secondo riguarda le azioni. La visione, le finalità e il senso preservano un carattere astratto, retorico e formale se non sono accompagnate da azioni che siano in grado di ‘agire’ una vision. Riflettere sulla propria operatività vuol dire interrogarsi sul ‘ciò che si fa’ e non accontentarsi di risposte incorporate a problemi già definiti. Agire riflessivamente significa attivare dispositivi, motivazioni, competenze individuali e collettive per sollecitare domande a partire dalle azioni messe in campo e re-interrogare le domande per produrre nuove modalità operative. Attivare processi dinamici e dialettici tra l’agire e il pensare rende il terreno fertile per produrre azioni innovative.
Un terzo piano riguarda i modelli organizzativi e pone la domanda del ‘come’ si strutturano e producono le azioni. La terza riflessività riguarda dunque quell’insieme di dispositivi organizzativi, prassi e tipo di relazioni con cui si programmano, realizzano le varie attività e si genera o deteriora capitale sociale. Tale questione pone il focus sulla distribuzione del potere e sui processi partecipativi riguardanti sia l’in-group che le relazioni con l’esterno. In quali modi vengono agite la leadership, i processi decisionali, la possibilità di esprimere la voice all’interno del gruppo? Quale intensità e qualità di relazioni si ha invece con altri soggetti esterni? Attivare processi riflessivi di discussione e ridefinizione dei modelli organizzativi è un tema delicato che rischia di generare conflitti e rotture ma ha anche la capacità di rendere le organizzazioni più generative e aperte.

Resta dunque il quesito aperto di chi possa oggi aiutare il volontariato espandendone la riflessività e la capacità di essere risorsa collettiva per i territori.

 

[1] Preferisco al volontariato in OdV, la cittadinanza attiva. Quest’ultima è infatti molto più ampia e ha a che fare con l’attivazione e la responsabilizzazione dei soggetti rispetto al contesto socio-culturale e politico che gli circonda. Il volontariato in OdV potrebbe infatti esaurirsi anche solo nella prestazione gratuita rispetto ad un tema o azione specifico.

[2] L’‘arruolamento’ di volontari sarebbe così finalizzato a fini erogativi più che allo scopo di costruire una comunità politica.

Innovazione Sociale: il caso ExFadda a San Vito dei Normanni

goccia

Ho appena concluso una ricerca su un caso di Innovazione Sociale pugliese: l’ExFadda di San Vito dei Normanni in provincia di Brindisi. Di seguito vi riporto un mio articolo conclusivo. Per chi volesse invece leggere la ricerca integrale può scrivermi.

Potremmo definire ExFadda come un “movimento sociale” locale che è riuscito nel tempo a legittimarsi come “piattaforma” per soggetti interessati a tematiche locali quali l’esclusione sociale, la povertà di eventi socio-culturali, la carenza di lavoro e la conseguente migrazione, la mancanza di verde pubblico, il riconoscimento e la tutela dei beni e servizi comuni. Nel complesso, l’attenzione è rivolta al tema della qualità della vita nel territorio.

ExFadda si mostra consapevole del fatto che l’autonomia personale può essere trovata soltanto nella collezione di relazioni sociali che ha una persona e che progetti personali di sviluppo autodiretti presuppongono reti che li sostengono. A tal fine prova a creare le “condizioni intorno” entro cui promuovere l’attivazione e la voice delle persone. Si può sostenere che ExFadda è in grado di “capacitare” i soggetti ampliandone in maniera effettiva la libertà di scegliere, agire ed immaginare in un contesto che fa interdipendere fattori individuali, sociali, culturali, economici, spaziali ed istituzionali. Riprendendo Argyris & Schon, parte di questa “capacitazione” è sicuramente dovuta al fatto che ExFadda, come organizzazione, favorisce l’apprendimento sia nelle modalità operative, sia nella generazione di modi di conoscere e fare alternativi, sia nell’apprendere ad apprendere.

La chiave del suo consenso sta, da un lato nella capacità di far emergere con forza questi temi nel discorso pubblico locale, dall’altro nella continua “pratica dell’obiettivo” con cui ha mostrato che le cose si possono realizzare se lo si desidera insieme. Attraverso una vivace commistione di riflessione teorica e pratica sul campo, ExFadda ha così innescato un variegato processo di scambio e “riflessività sociale” che ha investito gli attori coinvolti ma anche parte del territorio. Ciò è stato possibile combinando interessi parziali e separati, creando delle equivalenze fra differenti soggetti con l’obiettivo di far emergere un interesse comune e, insieme, di praticarlo. ExFadda ha inoltre lottato soprattutto per “nominare il mondo altrimenti” sfidando il “senso comune” e mutando, ad esempio, il discorso sui “giovani” da “problema” a “risorsa”, San Vito da paese “sconosciuto” a “realtà interessante”, il discorso sull’“innovazione” da “tecnologica” a “sociale”.

“Innovazione sociale” è un concetto diventato ormai di moda negli ultimi anni. Come per tutti i concetti mainstream, ai fini di non smarrirne il potenziale generativo, occorre farne una critica. Seguendo una certa corrente di studi, si dà innovazione sociale solo a quattro condizioni: se si soddisfa bisogni privi di risposte o alienati; se si “capacita” attori esclusi migliorando le relazioni di individui e gruppi nei territori in cui sono incorporati; se si allarga la partecipazione in governance democratiche; se gli attori riconoscono riflessivamente e rendono pubbliche le discontinuità prodotte dalla propria azione.

Nella mia ricerca si sostiene che ExFadda, ad oggi, soddisfa tutte e quattro le condizioni. L’innovazione, come l’amore, va però alimentata giorno per giorno. Se per gli spazi interni, ormai saturi di progetti, la partita si gioca sulla questione del “come si innova in un ambiente stabile”, è per l’esterno che ExFadda deve correre la maratona più importante. Da un lato attraverso una maggior appropriazione dei giardini, dall’altro aprendo la sfida verso le città e gli enti locali. Esportare il suo modello e, insieme a nuovi attori, innescare processi comuni di riflessività e pratica per provare a cambiare la politica del sistema territoriale entro cui ha preso vita. ExFadda è oggi alle prese con un decisivo ma difficile rito di passaggio che potrebbe portarla a diventare uno tra i più interessanti casi di innovazione sociale italiana.

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Riflessione sulle coincidenze

“Io credo che le uniche cose sicure in questo mondo siano le coincidenze”
Leonardo Sciascia

“Spesso il destino fa di tutto per dirci qualcosa che non siamo pronti a sentirci dire”
Anonimo

“Le  coincidenze, alle volte, sono solo piccoli segnali luminosi. Esse, lampeggiano come stelle nel cielo bruno, il loro compito è farci notare quanto ci sia oltre quello che sfugge al nostro sguardo disattento”
Carmen Pistoia

Le coincidenze. “Coincidere”, dal latino “cum” e “in-cìdere”. “In-cìdere” a sua volta deriva da “in-cadere”. Le coincidenze possono dunque essere intese come un “cadere insieme” di cose, “corpi”. Corpi di tutti i generi, in movimento. Che incrociandosi generano “eventi”. Polvere di stelle, pianeti, raggi di sole, sabbie, vento, foglie, stomaci, polpacci, parole, stati di “sentire”. Frutto di un “accadere insieme” che succede. E “ci succede”. Nel mondo e nell’esistenza che scorre non c’è propriamente libertà. L'”accadere” della vita crea infatti continui eventi. Coincidenze per l’appunto. Nell’universo, nella natura, nella vita dell’uomo (o meglio nell’uomo in quanto “essere-gettato-nel-mondo” come dice Heidegger). Una foresta di “incontri”. Incroci di corpi. Generativi di scambi e simboli. Simboli a cui, volenti o nolenti, si deve tracciare un “senso”. Un senso dai significati nomadi o stabili… ma un senso che “pesa” sulla nostra capacità di “esserci” e vivere la nostra vita emotiva, cognitiva, sociale. E’ dagli incontri-incroci e dalla seguente produzione di senso che nascono le più assurde follie e fragilità umane. Così come le più lungimiranti e le più degne. Così pure il nostro comune e quotidiano dire “toh! Che coincidenza” in risposta all’accadere di eventi caricati e letti simbolicamente.

C’è però un’altra etimologia che è affine alle coincidenze. “Incìdere” nel senso di “tagliare”, “mozzare”. Le coincidenze “tagliano”. Perchè ogni accadere, ogni evento, determina un solo contesto-realtà. Circoscrive col coltello un’area, definisce un effettivo “stato di relazioni” allentandolo da tutto il resto delle infinite possibilità in potenza che vi potevano agire precedentemente. “Mozzare” ha invece il senso del molesto. Dell’imprevisto che separa. Non tutti gli incontri nell’universo sono infatti generativo-positivi. Persino i pianeti possono esplodere e gli universi collassare. Così come, tra noi animali, “si fa” e spesso “ci si fa” del male. Ci sarà forse un disegno superiore, un qualche ordine di cose che grazie a questo sacrificio diverrà forse più sano-giusto-vero-capace. Ma, da umani, si fa fatica a pensarlo ed accettarlo.

“Incìdere” ha però anche un altro significato. Quello di “intagliare”, “scolpire”. Le cose che accadono, e le coincidenze che esse generano, sanno infatti essere anche artigiane, artiste. Laddove l’incontro, il “co-incìdere” di cose e soggetti, genera bellezza e grazia. E la vita della natura sorride. Ci sorride. Ti sorride.

Oh umano, per lo spazio di libertà che ti è dato, insegui e coltiva quelle coincidenze artigiane. Per quello spazio che invece non t’è dato, impara a riconoscere ed annusare i limiti che le coincidenze della vita hanno nel tempo levigato. Alla fine della sua poesia “Crepa mattutina”, Alvaro Mutis ci parla dei nostri limiti, della nostra “miseria”, e dice:

“intreccia con lei la vera,
la sola materia duratura,
del tuo episodio sulla terra.”

 

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Con le diseguaglianze si perde. Tutti insieme.

Da una Sociologia Critica ad una sociologia del presente

Il 17 Febbraio 2016, presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Milano Bicocca, si è tenuta una conferenza dal nome “Diseguaglianza e Diseguaglianze”. I relatori al microfono erano quattro professori: tre di Sociologia e uno di Economia. Al termine di questo incontro ero, letteralmente, allibito.

A parte alcuni flebili accenni sul tipo di disuguaglianze oggi crescenti e al perché tale fenomeno può nuocere alla nostra società, la maggior parte dei discorsi si sono mossi in direzione contraria. Esattamente verso la legittimazione di tale fenomeno. Tale giustificazione era argomentata in diversi modi. Gli statistici, ad esempio, sostenevano che negli attuali studi quantitativi le variabili di provenienza familiare, genere e titolo di studi non erano in grado di spiegare più del 30% dei dati sul reddito e per questo motivo avvaloravano i loro recenti studi volti a spiegare le cause della diseguaglianza nei fattori genetici. Un altro leit motiv si rifaceva al fatto che, dato che gli individui non sono uguali e né lo vogliono essere (oggi più che mai), pare strano che ancora emergano voci che chiedano egualitarismo. A chiudere poi il cerchio sulle possibilità del Pubblico di invertire tale rotta erano di nuovo gli statistici a fornire una risposta. Le analisi statistiche ed econometriche sulle politiche pubbliche in ambito sociale ed educativo mostrerebbero infatti che gli impatti sarebbero vicini allo zero. Motivo per cui, se il Pubblico è impotente ed inetto, meglio lasciare il campo alle libertà del mercato che, grazie a minori vincoli fiscali, meglio favoriranno lavoro, merito e dunque mobilità sociale.

Tali argomentazioni, in pieno stile neo-liberale, non mi stupiscono affatto. Ciò che però mi sbalordisce è che tale conferenza non avveniva in stanze di facoltà economiche o in salotti politici bensì in uno dei più prestigiosi luoghi della sociologia milanese. Questa conferenza mette bene in evidenza il fatto che anche la Sociologia, uno degli storici, critici e pochi baluardi dell’università sul fronte anti-diseguaglianze, si sta lasciando inglobare dal clima culturale dominante. Appiattendosi così nel presente materiale e culturale. Proprio nel periodo storico in cui tale questione assume dimensioni mai raggiunte in precedenza.

Dai sofismi ai contesti socio-culturali

A partire dagli anni ’80, i paesi post-industriali dell’Europa Occidentale vivono un difficile contesto economico, demografico, socio-culturale ed istituzionale. La crisi economica del 2008 ha poi esasperato tale contesto. Mentre da un lato i tagli al welfare, l’aumento della disoccupazione, la deregolamentazione e la precarizzazione del lavoro hanno irrigidito la mobilità sociale e alimentato le disuguaglianze, dall’altro, si assiste ad un processo di de-colletivizzazione degli individui rispetto a “collettivi” un tempo maggiormente densi: la famiglia, la chiesa, la fabbrica, il partito, il sindacato. A sostituzione di questi collettivi che potremmo definire “politici” in quanto capaci di tenere insieme “vocazione alla progettualità” e una rete di relazioni duratura con medio/alta densità di supporto, si assiste al proliferare di “tribù”[1] a scopo per lo più ricreativo con minore densità di progetto/supporto. E’ questo l’esito di soggettività sempre più impregnate da processi di individualizzazione, narcisismo e dall’appiattimento del tempo di vita nel presente.
Dal lato demografico, sono i processi di progressivo invecchiamento e di procrastinazione dell’entrata in vita adulta[2] a rivelare nuovi e pressanti rischi di dipendenza per giovani ed anziani ma anche per le donne in quanto soggetti “curanti” privilegiati.

Tali processi indeboliscono le protezioni e le proprietà[3] sociali degli individui destrutturandone i dispositivi di emancipazione. All’interno di comunità atomizzate, i soggetti fragili faticano ad agire diritti sociali e politici per una piena partecipazione alla vita sociale. In un circolo vizioso, la scarsa partecipazione contribuisce poi ad alimentare la crisi socio-culturale ed istituzionale che, a sua volta, riduce le opportunità di critica ed attivazione per superare l’impasse odierno. Tali processi hanno infatti contribuito a rafforzare una scarsa cultura politica ed uno scorretto framing della situazione che è invece dominato da un mantra discorsivo neo-liberale. Tale discorso preme, in un contesto competitivo di mercato, sulla capacità, consapevolezza ed autonomia degli attori di selezionare e portare a compimento piani di azione tra opzioni possibili. Ciò che è celato sono le condizioni strumentali e socio-culturali dell’ambiente entro cui queste scelte diventano concretamente, e non solo retoricamente, percorribili.

Quali questioni oggi?

In Italia le disuguaglianze tendono oggi a muoversi su sette traiettorie principali:

1) l’endemica disuguaglianza di reddito, infrastrutture, servizi e Welfare[4] tra aree regionali ma anche provinciali;
2) l’accumulazione di capitali in un contesto di bassa crescita, pochi figli[5] e ridotte tasse di successione, tassazione agevolata per redditi alti, alti livelli di mobilità di capitali e finanziarizzazione, sembra far tornare quotidiana una questione che si credeva ormai abbandonata: quella di “classe”;
3) una “questione generazionale” sempre più scottante a causa di contesti socio-economici e tutele del lavoro asimmetriche nei salti tra generazioni. Un ruolo lo gioca anche la riduzione di investimenti pubblici in opere e personale. La nostra sarà una generazione che vivrà condizioni economiche peggiori rispetto ai nostri nonni e genitori;
4) la crisi demografica favorisce nuove dipendenze e impone nuovi carichi di lavoro per le donne limitando di fatto l’accesso alla “vita pubblica” e allontanando sempre più gli obiettivi occupazionali siglati nel trattato di Lisbona;
5) l’aumento dei flussi migratori in un mercato del lavoro fragile e in assenza di ammortizzatori sociali produce oggi una “questione etnica” che genera separazione e razzismi;
6) con il crescere dei processi di soggettivazione cresce anche la questione LGBT[6]. Mentre il coming out è divenuto fenomeno più frequente, limitato è ancora il riconoscimento dei diritti e la concreta performatività delle opportunità sociali per chi ha un orientamento sessuale differente dall’eterosessualità;
7) la crescita delle aree metropolitane e la chiusura di molte aree industriali[7] ha disgregato il tessuto urbano e accresciuto processi di “periferizzazione diffusa”[8] inaugurando la “questione urbana”[9].

Tali questioni, poste raramente dagli analisti in termini chiari, rendono visibile una profonda, diffusa ed al tempo stesso eterogenea “sofferenza urbana” di tipo economico, culturale e sociale. Essa tende inoltre oggi ad assumere una configurazione anche “spaziale” attraverso processi di separazione nelle città[10]. Questi temi, a seconda del riconoscimento politico attribuito ai vari disagi, acquistano nel discorso e nelle prassi pubbliche un certo grado di visibilità che può spaziare, agli estremi, dalla retorica dell’emergenza sino alla totale rimozione. Quasi mai essi sono però affrontati in modo complessivo con energici discorsi e politiche di medio-lungo termine.

Note conclusive

Non è mia intenzione mettere in dubbio il fatto che le variabili genetiche possano influenzare il reddito delle persone né che i soggetti abbiano differenti stili di vita, bisogni ed aspettative o che alcune politiche pubbliche possano essere inefficaci per risolvere i problemi delle diseguaglianze. Quello che a me lascia allibito è che piuttosto che far emergere problematiche, sofferenze ed ipotizzare soluzioni, si dedichino fondi, ricerche e discorsi per legittimare le disuguaglianze. Persino quelle per cui le politiche e le regolamentazioni pubbliche potrebbero, con tutta probabilità, incidere positivamente così come già accaduto più e più volte.

Perché si tenta di rimuovere il problema oggi? Perché se ne parla così poco?

Bourdieu, nelle sue lunghe ricerche sul tema, tracciava una regolarità che sempre ritornava evidente. Chi è ricco e si avvantaggia di tale condizione diseguale tende molto spesso a sottodimensionare il fenomeno, a legittimarlo e a parlarne raramente in termini emergenziali. Probabilmente di disuguaglianza si discute così poco perché nei luoghi di produzione della cosiddetta “opinione pubblica” è carente la rappresentanza dei molti precari, poveri ed esclusi. Essi vivono oggi sicuramente una grossa difficoltà a rendersi “soggetto collettivo” riconoscibile e conflittuale.

Quali mali generano le diseguaglianze? Perché preoccuparsene? Due risposte.

La prima è la questione dell’esclusione. Disuguaglianze eccessive generano, anche in paesi ricchi, problemi quali l’avere un lavoro regolare, l’accesso all’abitazione, la possibilità di avere figli, la carenza di un riconoscimento sociale fondato su di un “ruolo” ed insieme l’incapacità di “aspirare” ad una condizione diversa. L’assenza di queste opportunità conduce più facilmente a precarietà emozionale e relazionale. In queste condizioni è più facile soffrire. Così come è più facile ritrovarsi in percorsi di esclusione.

La seconda ha a che fare con la coesione sociale. Una società economicamente diseguale produce bisogni socio-culturali fortemente differenziati. Bisogni di sicurezza, abitazioni, quartieri, ospedali, scuole, luoghi di lavoro e consumo adeguati alle proprie condizioni socio-economiche. Questo alimenta la crisi dei beni, spazi e servizi pubblici universali aprendo lo spazio ad una costellazione di luoghi privati differenziati. Ciò genera e riproduce separazioni, muri, esclusioni che incidono pesantemente sulla coesione sociale e sull’idea di “agire in comunità”.

Libertà e partecipazione

La questione delle disuguaglianze non è nuova ed è l’articolo 3 della nostra costituzione a ricordarcelo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […]. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Citando un noto cantautore italiano, sostengo che “libertà è partecipazione”. Ma per meglio partecipare occorre libertà. E per rendere possibile la libertà si devono costruire condizioni di dignità e socialità.

Con le diseguaglianze si perde. Tutti insieme.

 

Note a piè di pagina

[1] Rispetto al tempo una volta dedicato ai collettivi sopra citati, oggi sono molto più frequentate le tribù del consumo, quelle sportive, musicali, associative di vario genere, le tribù mediali (si pensi alle comunità virtuali) etc.
[2] Tale procrastinazione è multifattoriale ma sicuramente una parte deriva dall’alta disoccupazione giovanile e dalla feroce precarizzazione del mercato del lavoro.
[3] Al pari del capitale economico, i beni comuni, il welfare e i diritti del lavoro costituiscono infatti un certo tipo di “proprietà” a disposizione degli individui.
[4] In questo caso è il passaggio dal Welfare State al Welfare Locale che sta producendo “sistemi locali di Welfare” fortemente differenziati e diseguali.
[5] La carenza di figli aumenta infatti l’impatto dell’eredità genitoriale.
[6] Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender.
[7] Tale processo ha lasciato molti quartieri operai nati intorno alle aree industriali senza verde pubblico, privi di servizi e assenti di una qualsiasi progettazione urbanistica attenta ai bisogni del vivere quotidiano.
[8] Oggi sono anche i “centri” delle città a poter diventare degradati e “periferici”.
[9] Vivere ad esempio in quartieri disagiati, dover impiegare alcune ore al giorno per raggiungere i luoghi di lavoro o i servizi pubblici e privati, genera un nuovo tipo di diseguaglianza “spaziale”.
[10] Ne sono un esempio i quartieri disagiati e fenomeni che si avvicinano alle gated communities statunitensi oppure le nette separazioni tra luoghi di incontro e consumo per fasce diverse di popolazione.

Contro il futuro negato. Per una Narrativa europea

Uno sguardo presente e futuro sulla UE

L’interesse di questo articolo è delineare e insieme superare l’impasse che oggi caratterizza il dibattito sull’Unione Europea. Dallo scoppiare della crisi economica sino ai nostri giorni viviamo infatti una triplice polarizzazione del “discorso” sulla UE le cui voci sono incapaci di costruire un progetto oltre il presente.
Da un lato un apparato europeo che usa un linguaggio tecnico, burocratico, contabile ed è incapace di rispondere alla sfide odierne. Dall’altro un duplice discorso di pesante condanna. Mentre i nazionalismi e i populismi rivendicano una ri-nazionalizzazione delle questioni economiche e politiche, nel dibattito accademico sempre più la UE è identificata come “mostro” (Piketty), “post-democrazia” (Colin Crouch), “tecnocrazia” (Habermas), “dittatura finanziaria” (Gallino).
Tale polarizzazione, dovuta ad una forbice sempre più ampia tra critiche, aspettative e la scarsa volontà nonché incapacità dell’istituzione europea di risponderne, è accompagnata ed alimentata da una diffusa sfiducia popolare verso la UE come ben documenta l’Eurobarometro[1].

Una prima domanda è quindi incombente: se la UE è incapace di favorire coesione oltre che prosperità economica e sociale, non è forse necessario un passo indietro? Tale quesito può essere così riformulato: se la UE non funziona, lasciamo almeno che sia lo Stato con sovranità integra a funzionare. Rispondere a questa istanza unisce insieme questioni scientifiche a giudizi di valore. Ricollegandomi ad una vasta produzione sul tema ritengo che una istituzione sovranazionale europea sia oggi necessaria. I fenomeni di globalizzazione economica, culturale, demografica ed ecologica impongono, ormai da decenni, problemi ed opportunità di scala mondiale mentre le nazioni appaiono strutturalmente sempre più impotenti nel regolare e indirizzare risposte efficaci. Specie da quando, nella geopolitica mondiale, l’Europa ha perso terreno a fronte di una crescita dei BRICST[2] ma non solo. I giudizi di valore riguardano invece l’opportunità di poter costruire una grande comunità politica, cosmopolita che possa favorire coesione, prosperità e insieme apportare valore aggiunto ai tentativi di affrontare le criticità delle questioni globali. Come? Ad esempio grazie alle sue dense tradizioni culturali, democratiche, del diritto e del suo saper fare “discorsi su di sé”, ovvero la sua componente critica ed illuminista. Tali tradizioni hanno certo prodotto (e tuttora generano) limiti, aggressività, crisi. E’ per l’appunto un giudizio di valore il mio pesarle in misura positiva.

Il progetto di ricostruzione della UE potrebbe anche essere un’occasione per le nuove generazioni europee per disegnare una visione comune ed un progetto politico del futuro. Così come, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata la ricostruzione degli stati nazionali ad esser motore di rigenerazione sociale ed individuale attraverso la passione per le questioni repubblicane. C’è chi vede nella Generazione Erasmus[3] uno spiraglio di fiducia per la riconversione del pesante clima grazie al maggiore sentimento di appartenenza ad una “identità europea”. Purtroppo i numeri sono ancora bassi[4]. Al contrario, vorrei qui far emergere un quarto discorso che rema in direzione contraria rispetto ad una UE rafforzata. Chi dal 2009 è in transizione verso il mondo adulto (ammettendo i 25-30 anni) si trova oggi immerso nel pieno blackout UE. Mi riferisco alle coorti nate dal 1980-1985 e seguenti che, oltre a vivere uno stallo discorsivo ed una istituzione che non produce risultati, non hanno memoria storica “vissuta” di una UE efficace nel perseguire gli obiettivi come lo era stata fino agli anni ’90. Tali coorti vivono inoltre in pieno il peggioramento delle condizioni socio-economiche dovute al rallentamento economico e alla “svolta neoliberista” del Welfare.
Se non avverrà una rottura radicale delle attuali condizioni, tale generazione porterà in sé un discorso tutt’altro che orientato ad un rafforzamento del progetto europeo. Entriamo ora più nel dettaglio.

Un focus sulla crisi

Riprendendo quanto osservato da Alberto Martinelli alla CdC, la UE è oggi ad una prova difficile se non proprio ad un vicolo cieco. Dagli anni ‘90 le critiche alla UE si muovevano principalmente sul fronte del cosiddetto “deficit democratico”[5]. Dal 2009 il management della crisi economica ha mostrato un Parlamento sostanzialmente esautorato e una Commissione ridotta al ruolo di segretariato di una governance composta da FMI, BCE e Consiglio (capeggiato dalla Germania). L’austerity, agita secondo il paradigma ordoliberista, ha creato una prima polarizzazione tra paesi nordici e paesi mediterranei ma non solo[6]. Ciò ha portato alla diffusione e crescita di numerosi partiti populisti di destra, sinistra ma anche di centro. La successiva crisi rifugiati, oltre ad inasprire i contesti interni ai vari stati, sta invece creando un’ulteriore polarizzazione ovest-est (ma anche paesi storici-recente ingresso) che favorisce i partiti xenofobi. L’ultima crisi terrorismo-sicurezza, in una crescente isteria, mina oggi le fondamenta della libertà di movimento poste a Schengen.

La cosiddetta ‘ri-nazionalizzazione’ delle questioni economiche e politiche aggrava le critiche sul deficit democratico, cristallizza la competizione tra nazioni e rivela la protratta incapacità europea di configurare risposte efficaci oltre che ristrutturazioni istituzionali. La UE è senza dubbio in crisi e non è dunque strano che politici, media ed accademici ne dibattono in termini critici. Dall’ambiente accademico provengono spesso analisi lucide, chiarificatrici ma, insieme agli altri discorsi, i toni sono aspri e con poche speranze. Le proposte per venirne fuori sono modeste, disorganiche. Un pragmatismo che strascica nel fango. O peggio, nelle sabbie mobili. Non c’è spazio per una visione di lungo termine, per un progetto. D’altronde l’ipermoderno è l’epoca del presente, del rischio e dell’incertezza. Per di più, come anche molti critici si ostinano poi a ripetere, ‘dalla UE comunque non si torna indietro. E’ anti storico’.

Qui il paradosso. Da un lato non c’è sostanzialmente speranza né progetto, dall’altro comunque non si torna indietro. L’eterno presente del discorso pubblico odierno produce quella che qui chiamo impasse dell’immaginazione[7] e dei ‘discorsi’.

Sui “discorsi” politici in tempo di crisi

Ripercorriamo qui alcuni elementi del Manifesto di Ventotene scritto nell’Agosto 1941. Dal punto di vista degli autori, il nazionalismo del XIX e XX secolo ha alimentato la competizione economica, politica e militare tra gli stati e ciò ha condotto alle guerre mondiali. Il Manifesto mostra inoltre lo slittamento da un pensiero liberale e critico ad un discorso pubblico nazionalista e dogmatico che ha impedito letture e soluzioni alternative per lungo tempo. Competizione tra nazioni e discorso pubblico dogmatico minano oggi ancora una volta l’Europa.
Nel Manifesto viene quindi evidenziato che per la salvezza delle comunità è necessario sollevare le masse e riformare l’Europa “secondo il nostro ideale di civiltà” e, durante il “periodo di crisi generale […] le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini…”.

Riprendendo le tesi del sociologo ed antropologo ungherese Szakolczai (2009), i periodi di crisi aprono situazioni di incertezza, di soglia. Situazioni di “liminalità” in cui le istituzioni, le conoscenze e i valori sono sospesi, messi sotto accusa. Persa la fede nel discorso pubblico istituzionale e nelle sue proposte di modifiche quantitative, questo intervallo apre la porta a svolte qualitative. In tali contesti si ha la diffusione di molteplici nuove narrative, più o meno coerenti ed ‘erotizzate’, che mirano a descrivere e a raggiungere queste “rivoluzioni”. I discorsi politici tra loro in competizione, per emergere, necessitano di movimentare masse per la costruzione di un corpo politico e sociale. Sfortunatamente le narrazioni politiche sono tricky, ambigue poiché fondate su equivoci “ideali di civiltà” e spesso più su emozioni che rigorosi ragionamenti. Esse sono spesso fortemente erotizzate e ben comunicano alla “pancia”. Ai desideri degli individui. Ma anche alle loro paure. Inoltre, gli attori intrappolati in una condizione liminale non sono razionali poiché la struttura cognitiva che forniva una “razionalità oggettiva” è in collasso mentre le emozioni e lo stress dovuto alla crisi previene un chiaro e distinto pensare. Il seguente disorientamento può quindi facilmente condurre a seguire e riprodurre nuovi discorsi e pratiche in una acritica “imitazione”. La diffusione dei discorsi viene oggi prodotta e riprodotta soprattutto grazie ad old e new media.

Le attuali forze populiste e nazionaliste sono riuscite a costruire una considerevole influenza politica grazie alla crisi della UE ma non di meno grazie a narrazioni alternative. Molteplici, incoerenti, vecchie. Ma suadenti. Forti. Lo stesso Manifesto è una ardente narrativa che, scritta durante un periodo liminale, ha rinforzato le condizioni culturali e politiche di emersione dell’internazionalismo post Seconda Guerra Mondiale. La sua visione non guardava però al breve periodo. Essa costituiva infatti un orizzonte ed un progetto a lungo termine, utopico, che ha però molto insegnato al progetto europeo. E tuttora racconta molto. Ciò di cui oggi c’è necessità è una visione che torni a parlarci dell’Europa del futuro.

Per una nuova Narrativa

Sembra assurdo pensarlo? La maggior parte dei discorsi contro l’attuale architettura e governance europea purtroppo lo pensa. Questi discorsi, ripeto, sono spesso illuminanti. Ma frammentati e senza carattere di utopia. Senza bussola, corpo né immaginario che possa favorire l’emergere di un nuovo movimento politico e sociale che sappia generare un discorso pubblico ‘forte’. In realtà, scavando tra le riflessioni che invece portano avanti un discorso critico ma al tempo stesso ‘utopico’, c’è già del materiale interessante. Tra i molti c’è ad esempio il manifesto portato avanti da Ulrike Guérot che con forza sostiene un superamento dell’idea degli “Stati Uniti d’Europa” per la costruzione dell’Europa come una Repubblica.
Purtroppo tali discorsi alternativi sono ancora molto deboli mentre i nazionalismi e i populismi crescono. C’è inoltre da considerare che non è una regola che, durante le crisi, un sistema e il suo discorso egemone debbano collassare. La storia è piena di casi in cui i periodi liminali durano per lungo tempo[8]. Infatti un cambiamento dipende sempre dalle empiriche condizioni che permettono l’insorgere di un nuovo sistema. Come però Szakolczai fa notare, una lunga crisi conduce ad una “liminalità permanente” e questo inasprisce sempre più conflitto e incertezza.

Contro la dittatura dei ‘saperi esperti’ della tecnocrazia o dell’accademia ipercritica, contro i populismi come unica alternativa politica, rivendico per la mia generazione una narrativa europea per il futuro. Prima di esser noi, ormai stanchi e ciechi, a completarne il disfacimento. Non è necessario che le singole narrazioni siano scientificamente empiriche e pragmatiche. Occorre “osare”. Le generazioni precedenti hanno avuto le loro grandi narrazioni. Hanno osato anche loro, ma avevano uno stato da ricostruire. Oggi è l’Europa a dover essere rimessa in piedi. Sarà quindi fondamentale immaginare un percorso. Certo abbozzato, disseminato da ostacoli. Ma pur sempre una strada, e insieme una mappa. Che fornisca delle coordinate. Stimoli dibattito, movimenti le società civili, ma che al tempo stesso dia senso ed orienti nel lungo periodo. Solo così potremo porre le basi dell’Europa del domani. E sarebbe insieme una medicina contro l’appiattimento nel presente ed altri malanni dell’ipermoderno.

[1] Come nota però Roberto Tamborini riguardo il grado di soddisfazione verso l’attuale UE si deve parlare di 4 differenti europe: i paesi della “luna di miele”, i paesi per il mantenimento dello “status quo”, quelli “scontenti” della UE e gli “scontenti globali” critici verso i propri governi nazionali oltre che verso la UE.
[2] Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Turchia.
[3] Come ad esempio Tamborini e Martinelli fanno nel ciclo di seminari sull’Europa alla Casa della Cultura di Milano.
[4] Dall’anno accademico 1987/88 al 2015/16 sono 3,5 milioni gli studenti europei Erasmus. 23.377 gli italiani nel 2011/12. Il 6% rispetto al numero di laureati nello stesso anno. La media europea è del 5%. Insufficienti per poter identificare “nessi generazionali” dall’impatto cognitivo, emotivo e normativo comune che creino anche forti “discorsi” trasmissibili alle coorti di età contigue. Cfr Micheli (2009; 2011)
[5] Il Deficit Democratico ha una duplice variante: quella istituzionale e quella socio-psicologica. La prima approfondisce la carente legittimità democratica dovuta principalmente ad un debole parlamento e un forte esecutivo. I cittadini non hanno il potere di scegliere il Commissario né differenti programmi in elezioni competitive mentre la Commissione, il Consiglio e la BCE soffrono una scarsa trasparenza, specie nelle decisioni cruciali. Altre critiche (Follesdal & Hix 2006; Schmidt 2013) riguardano la presunta pareto-efficienza (Majone 1996) delle competenze UE e il sistema di “checks and balance” sostenuto da Moravcsik (2003) che dovrebbe di per sé evitare tirannie e squilibri. La critica socio-psicologica riguarda invece l’assenza di una base identitaria europea. La carenza di un demos mina la legittimità democratica in quanto non si dà sovranità politica senza “popolo”.
[6] Oltre la possibilità di un Brexit, è la Finlandia che discute l’abbandono dell’Euro.
[7] Engell (1981) sostiene che l’immaginazione fa convergere tre proprietà: essa rappresenta cose assenti; unisce l’empirico e l’ideale; dà senso estendendo le esperienze incomplete. Essa è empiricamente fondata ed ha il potere di presentare in forme ed espressioni concrete ciò che è solo conoscenza frammentata, astratta o sensazioni nebulose.
[8] Un sistema può ad esempio essere in grado di integrare in sé, più o meno parzialmente, alcune istanze critiche portate avanti da movimenti di protesta togliendo così spazio alle opposizioni. Cfr il concetto gramsciano di “rivoluzione passiva” (Ferrara 2015)

Bibliografia

FERRARA A. (2015), Il neoliberismo come “rivoluzione passiva”, in A. Ferrara (a cura di), Prospettiva Gramsci. Dialoghi tra il presente e un classico del Novecento, CaratteriMobili, Bari, pp. 63-84
FOLLESDAL A., HIX S. (2006), Why there is a Democratic Deficit in the EU: A Response to Majone and Moravcsik, JCMS, Volume 44, number 3, pp. 533-562 [http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1468-5965.2006.00650.x/pdf]
MAJONE G. (1996), Regulating Europe, London, Routledge
MICHELI G. (2009), Sempregiovani & maivecchi, FrancoAngeli, Milano
MICHELI G. (2011), Al crocevia del tempo. I condizionamenti generazionali multipli dell’azione, Cnel, Roma
MORAVCSIK A. (2003), The EU ain’t broke, PROSPECT, March [https://www.princeton.edu/~amoravcs/library/prospect.pdf]
SCHMIDT V. A. (2013), The Eurozone Crisis: A Crisis of Politics, Not Just Economics, The International Spectator, Vol 48, number 3, September 2013, 1-6
SZAKOLCZAI A. (2009), Liminality and Experience: Structuring transitory situations and transformative events, International Political Anthropology, 2 (1):141-17
ENGELL J. (1981), The Creative Imagination: Enlightenment to Romanticism, Cambridge, MA: Harvard University Press