QUALE FUTURO PER LA DEMOCRAZIA? *

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1 – Da qualche anno in occasione della ricorrenza della fondazione della Casa della Cultura proponiamo un incontro per evidenziare e approfondire i nodi su cui si sta concentrando la nostra riflessione. Due anni fa abbiamo ragionato sulle implicazioni degli sviluppi impetuosi della scienza e della tecnica: “Il futuro dietro l’angolo”, abbiamo proposto. Lo scorso anno abbiamo focalizzato la questione del “senso”, ovvero del dove si sta andando. Quest’anno abbiamo deciso di ragionare sul “futuro della democrazia”.

C’è stato un passaggio storico – nel decennio che è seguito alla caduta del Muro – in cui la democrazia appariva come una forma politica trionfante e indiscutibile. Si era messa in moto quella che Huntington chiamò la terza ondata della democratizzazione: i regimi dittatoriali e autoritari sembravano cedere “naturalmente” il passo alla democrazia e il sistema democratico veniva celebrato come il nostro destino certo e indiscutibile.

Oggi, a distanza di venti – trent’anni, si respira un’aria molto diversa, con tanti e difficili interrogativi che si stanno addensando. Vi sono segnali di ritorno a regimi illiberali e tanti altri di trasformazioni profonde della democrazia stessa.

2 – Cominciamo con uno sguardo fotografico, a tutto campo. Esso ci segnala in modo inoppugnabile che alla fine del secolo scorso la qualifica “democratico” è stata distribuita con qualche eccessiva generosità.

Molti paesi cui era stata attribuita la qualifica di democratici dopo la “terza ondata” ci appaiono oggi “democrazie elettorali” piuttosto che democrazie liberali. Il che significa che al diritto di voto corrisponde un pluralismo alquanto zoppicante e un sistema di garanzie – per le minoranze politiche e per l’insieme dei cittadini – che dobbiamo definire per lo meno rudimentale.

C’è poi un altro gruppo di paesi nei quali si stanno verificando veri e propri processi involutivi. Si tratta di realtà distribuite in varie parti del mondo: si va da alcuni stati dell’Est europeo – come la Polonia e l’Ungheria – ad altri di importanza cruciale nel medio Oriente come la Turchia fino a paesi dell’America Latina come il Venezuela e, per altri aspetti, il Brasile. Sembrava avessero imboccato saldamente la strada della democrazia, ma ora stanno virando verso forme neo – autoritarie. Nell’est europeo è stata coniata dagli stessi protagonisti la formula “democrazie illiberali”, di per se stessa assai eloquente. La Turchia, dopo il tentato golpe, si è immersa in una spirale di arresti, di intimidazioni e di svuotamento dei contrappesi e delle garanzie democratiche. In Sud America sta ritornando prepotente la tentazione del caudillismo: difficile spiegare altrimenti la sconcertante elezione a Presidente del Brasile di quel Bolsonaro che si autoproclama fascista e nostalgico dei gorilla militari.

Ma c’è dell’altro: vi sono segni di sofferenza del sistema democratico anche nel cuore dei paesi a più lunga e consolidata tradizione democratica. Essi si manifestano attraverso un sintomo ben preciso: il dilagare del populismo. A breve giro di termine la Brexit, l’avvento di Trump e la vittoria dei giallo – verdi in Italia squadernano dinanzi agli occhi il rischio di un’involuzione delle nostre democrazie. L’eruzione dei populismi è il sintomo di una grave crisi democratica: una crisi di rappresentanza. Ovvero, l’esplosione di una profonda insoddisfazione sociale e politica che cerca affannosamente nuove strade per imporsi sulla scena pubblica.

Nell’insieme un quadro di trasformazione e di sofferenza della democrazia sulla quale riteniamo opportuno soffermarci con la dovuta attenzione. Per mettere a fuoco un interrogativo: siamo a una crisi nella democrazia o a una crisi della democrazia?

3 – Ma quali sono i fattori che hanno reso difficile il consolidamento dei nuovi regimi democratici e che hanno messo in sofferenza anche le democrazie più consolidate? A me sembra che sia possibile individuare tre grandi nodi che si sono via via sovrapposti e intrecciati tra di loro.

Prima questione: la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta nel diciannovesimo e ventesimo secolo, era intimamente collegata allo stato nazionale. La sovranità dei cittadini si è sempre esercitata dentro i confini dello stato nazionale. Ma è indubbio che la globalizzazione, quella che si è dispiegata negli ultimi trenta – quarant’anni, quest’ultima globalizzazione, mette in sofferenza gli stati nazionali. Ho detto: questa globalizzazione, perché altre precedenti globalizzazioni hanno visto come protagonisti gli stessi stati nazionali che arrivarono a contendersi fragorosamente il dominio e il controllo del globo.

Quest’ultima globalizzazione, invece, ha generato e messo in movimento potenti forze sovranazionali. Senza ombra di dubbio è emersa come protagonista assoluta la finanza globale. Per non parlare dei giganteschi conglomerati che hanno bilanci superiori a quelli di larga parte degli stati nazionali e che sfuggono inesorabilmente al controllo e al condizionamento dei singoli paesi. Gli stati hanno visto sottrarsi molti poteri sulla regolamentazione dei mercati, sulla produzione, sulle comunicazioni mentre, per altro verso, proprio per fronteggiare questa situazione inedita, hanno ceduto altri poteri a nuovi organismi sovranazionali. Nell’un caso e nell’altro hanno visto restringersi i campi su cui esercitare la propria sovranità.

Ancora, sono emersi problemi di ordine e grandezza globale dinanzi ai quali ci si è sentiti privi di strumenti adeguati per intervenire. Si pensi ai movimenti delle popolazioni o al problema del riscaldamento globale, della minaccia del cambiamento climatico.

Qui, a me sembra, nella debolezza e nella crisi di ruolo degli stati nazionali, sta una delle ragioni principali della crisi di legittimazione che ha investito tutti i regimi politici nel mondo e che, ovviamente, si manifesta con particolare acutezza proprio nei paesi democratici, là dove i cittadini hanno i canali aperti attraverso cui fare sentire la propria voce.

Non sono mancati generosi tentativi di supplire allo svuotamento della cittadinanza nazionale proponendo e inseguendo una inedita cittadinanza globale. In effetti si è formato un embrione di opinione pubblica globale, che di tanto in tanto, su specifiche questioni, riesce a fare sentire la propria voce. Si sono formati anche soggetti che si muovono a tutto campo sulla scena globale: si pensi alla rete delle ONG e alla loro influenza su alcune rilevanti questioni. La stessa giornata di lotta odierna – con i tanti giovani che si stanno mobilitando nel mondo intero – segnala il formarsi di un movimento globale di opinione pubblica che si propone di contrastare il cambiamento climatico.

In Europa, come ben sappiamo, si è andati oltre: si è costruita ex novo istituzione continentale per dare uno sbocco alla insufficienza dello stato nazionale: l’Unione Europea è stato il tentativo più coraggioso di gettare il cuore oltre l’ostacolo, di realizzare una nuova sfera di sovranità democratica sovranazionale.

Ma in realtà né il sogno della cittadinanza globale né il progetto della cittadinanza europea sono riusciti a creare meccanismi democratici alternativi, sovranazionali, tali da mitigare e bilanciare lo svuotamento della sovranità nazionale. Si è aperto un vuoto nell’esercizio della sovranità democratica: esso ha eroso la legittimità dei regimi politici democratici dentro ogni singolo paese. In questo vuoto si è formato l’humus dei nuovi sovranismi, dentro i quali sentiamo ribollire umori inquietanti, intolleranti, xenofobi, al fondo antidemocratici.

4 – Seconda questione: gli sviluppi di questi ultimi decenni hanno spezzato il nesso, per quanto discusso e problematico, che ha legato tra di loro democrazia e uguaglianza. Antica questione su cui, da angolature assai diverse, hanno scritto cose decisive nella fase aurorale delle democrazie occidentali due giganti del pensiero come Toqueville e Marx. Il filosofo tedesco per dire che si trattava solo di uguaglianza formale, mentre l’aristocratico francese segnalava che con l’introduzione della democrazia si era messo in moto un processo inarrestabile verso l’uguaglianza.

Lasciamo pure sullo sfondo le suggestioni e implicazioni teoriche di questa discussione e stiamo ai fatti. La democrazia nel dopoguerra si è consolidata nei paesi occidentali perché ha dischiuso una stagione di inclusione sociale e ha realizzato un sistema straordinario di protezione sociale. L’ascesa del mondo del lavoro e la costruzione del welfare sono i tratti distintivi della democrazia nel dopoguerra, della democrazia dei trent’anni d’oro, della stagione segnata dalla cultura e dai valori dell’antifascismo.

La legittimazione popolare della democrazia, il suo fascino anche nel mondo popolare, è intimamente legato a questi processi sociali e politici. Durante quella stagione il sistema politico democratico ha saputo raccogliere e organizzare le domande dei cittadini, compreso quelle della parte più debole e disagiata della democrazia: la cittadinanza democratica ha trovato i suoi canali di scorrimento, ha avuto un significato vivo e pulsante. Tutto ciò ha cominciato ad essere messo in discussione dai primi anni Ottanta.

La democrazia inclusiva di questo dopoguerra ha iniziato da allora a scricchiolare. Si sono progressivamente occlusi i canali della rappresentanza democratica: pesa qui la progressiva, inarrestabile, frantumazione del lavoro: il peso politico del mondo del lavoro si è via via ridotto. A seguito dell’indebolimento del mondo del lavoro si è affievolita, spenta anche la voce della parte più disagiata della società. La solidarietà è evaporata e l’individualismo si è radicalizzato.

L’effetto complessivo ci è ben noto: le disuguaglianze hanno iniziato a ricrescere. Il tutto accompagnato da un mutamento profondo del clima culturale: l’uguaglianza sociale ha perso il carattere di valore – di idea limite – verso cui tendere. Anzi, nell’arena pubblica ha preso via via più forza un’argomentazione che legittima la disuguaglianza.

Possiamo dire che nell’insieme si è verificato uno scivolamento, potremmo dire perfino uno stravolgimento, della democrazia: essa, dopo essere stata per trenta e più anni, la forma politica nella quale ha potuto realizzarsi una progressiva ascesa delle classi subalterne, si è trasformata nella forma politica migliore per la legittimazione del potere delle classi dominanti. In altre parole, si è verificato un autentico rovesciamento della percezione sociale della democrazia. Politologi e storici come john Dunn e Tony Judt hanno sollevato per tempo la questione: oggi è impossibile prescindere da questo nodo dalle immense implicazioni.

5 – A tutto ciò dobbiamo aggiungere, dall’inizio del nuovo secolo, un processo nuovo, l’ultimo che si è delineato ma non per questo meno rilevante: il tendenziale passaggio – nel quale siamo immersi – dalla democrazia organizzata alla democrazia disintermediata.

Tocchiamo qui un nodo ancora poco riflettuto, ma di immense implicazioni: la crisi dei corpi intermedi, i partiti soprattutto, accelerato dalle applicazioni alla vita pubblica delle nuove tecnologie dell’informazione. Qualche problema stava già emergendo ai tempi della crescita esplosiva del sistema mediatico: l’overload informativo, la sovrabbondanza del sistema dell’informazione, stava iniziando a deformare lo spazio pubblico. Ma negli ultimi anni è accaduto qualcosa che va ben oltre: la Rete prima, e poi i social, stanno letteralmente trasformando la vita pubblica.

C’è già un’ampia letteratura sul “direttismo”, sul fascino della semplificazione, sul trionfo delle emozioni a scapito delle argomentazioni. A tutto ciò bisogna aggiungere la tendenza ultimissima, quella legata all’esplosione dei social, ovvero il peso crescente della gestione dei big data, della profilazione degli utenti della Rete tramite algoritmi, l’uso del fake e il ricorso crescente ai bot per inchiodare i frequentatori dei social nelle loro echo – chambers.

I soggetti che guidano e strutturano la discussione sulla Rete si stanno disincarnando: la discussione è suscitata e diretta da strumentazioni tecniche che agiscono e colpiscono automaticamente, sprigionando anche un’inaudita carica di aggressività e di violenza nel confronto pubblico. L’utopia che aveva accompagnato l’ascesa della Rete, l’autoproduzione di massa delle notizie e dei commenti, si sta trasformando nel suo esatto contrario, in un’autentica distopia. Sto accennando a fenomeni ancora poco conosciuti ma con i quali ormai dobbiamo confrontarci giorno per giorno: si pensi al sistema di comunicazione del ministro degli Interni, e all’algoritmo, detto “La Bestia”, con cui gestisce la sua presenza sulla Rete e con cui scatena le sue campagne.

Sono mutamenti profondi, radicali, rapidissimi, che sollevano domande inquietanti. In questa situazione dove e come si forma l’opinione pubblica? Dove è finita quell’opinione pubblica ben informata che avrebbe dovuto formarsi con il dibattito razionale suscitato e gestito dai corpi intermedi di cui ragionava all’incirca quarant’anni fa Jurgen Habermas?

È dentro queste dinamiche che la semplificazione populista e il leaderismo populista trovano il terreno di coltura ideale.

6 – Ho indicato alcuni cambiamenti profondissimi che stanno investendo la democrazia. Essa sta cambiando, anzi è cambiata profondamente. Questi processi, come ben sappiamo, generano mutamento, stravolgimento, crisi.

Il problema, per riprendere la domanda da cui siamo partiti, è se questi mutamenti profondi hanno generato una crisi della democrazia oppure una crisi nella democrazia. Ovvero, se la democrazia riesce ad avere gli anticorpi per evitare processi degenerativi.

Per evitare che lo sbocco di questa crisi sia lo sfarinamento dei corpi intermedi, il prevalere, in un’opinione pubblica scomposta e frantumata, dominata da passioni ed emozioni incontrollate, nel segno della paura, della rabbia, dallo spirito di rivalsa e di ritorsione, con cittadini pronti a identificarsi con, e a consegnarsi nelle mani di leader autoritari. Si tratta di uno scenario inquietante, ma tutt’altro che irreale, uno scenario cui il “popolo” ( il cittadino dimenticato, la parti più disagiate della popolazione) tornerebbe in primo piano ma in un contesto di valori e di politiche autoritario e reazionario.

Nel qual caso resterebbe, probabilmente – (probabilmente non significa sicuramente!) – l’involucro democratico, ovvero il ricorso periodico al voto dei cittadini, ma con garanzie liberali indebolite e senza più quella crescita civile e sociale che è stata il motivo più profondo di fascino, di attrazione e di legittimazione delle nostre democrazie.

7 – Insomma, mi sembra opportuno riflettere seriamente sul fatto che questa crisi possa avere sbocchi anche molto inquietanti. La minaccia populista, il sintomo di questa crisi, deve essere presa molto sul serio: il “momento populista” può essere di non breve durata e può avere sbocchi anche molto sgradevoli.

Si tratta di pensare a come costruire uno sbocco positivo a questa crisi. Ma per questo bisogna avere il coraggio di andare alla radice dei problemi. Per altro a me sembra evidente che i nodi accennati – la visione acritica della globalizzazione, la torsione neoliberale della democrazia, l’ingenua fiducia nella Rete – toccano direttamente il nostro mondo culturale e politico di riferimento: un po’ tutti noi, noi inteso come il mondo della sinistra nel suo insieme, siamo spinti – a me sembra – a una coraggiosa e profonda azione di ripensamento. Se vogliamo, ovviamente, non lasciarci travolgere dai segnali inquietanti di crisi democratica che si sono addensati.

*Milano, 15 marzo 2019, in occasione del 73° della Casa della Cultura

INTERVENTO ALLA TAVOLA ROTONDA: EUROPEISMO DELLE IDENTITÀ E DELLE DIFFERENZE

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Forum Europeo di Psicoanalisi
Amore e odio per l’Europa – Forum di Milano
Sabato 16 febbraio 2019, presso l’Aula Magna
dell’Università Statale DI Milano

A conclusione del convegno: Amore e odio per l’Europa, convocato presso l’aula magna dell’Università statale dall’associazione internazionale dei lacaniani – milleriani il 16 febbraio 2019

 

1 – Il titolo del convegno – Amore e odio per l’Europa – esprime magnificamente le passioni estreme che si stanno condensando in Europa e che, fra l’altro, danno un sapore inedito all’ormai prossimo rinnovo del Parlamento Europeo.

Queste due passioni estreme sembrano coesistere, anche se di questi tempi vi è una tendenza prevalente: dall’amore per l’Europa si è passati al disagio, all’insofferenza, perfino all’odio. Questo slittamento nell’umore pubblico si tocca con mano soprattutto in Italia, fino a pochi anni fa il paese con i più radicati sentimenti europeisti (l’Europa era vista come l’estrema ancora di salvezza rispetto alle incertezze delle classi dirigenti italiane), oggi governato da due formazioni populiste che nella campagna elettorale hanno esasperato i toni antieuropeisti, sia come polemica contro la casta europea sia come rivendicazione sovranista.

 

2 – Altre volte nella storia dell’Europa moderna gli umori sono cambiati bruscamente. All’Europa illuminista è subentrata, dopo le guerre napoleoniche, l’Europa romantica nella quale si sono costruite e assestate le principali nazionalità europee.

Verso la fine dell’Ottocento l’Europa sembrava avere imboccato una nuova era di pace, la Belle Epoque per l’appunto. Un momento storico affascinante, ma che si rivelò fragile ed effimero: quei quarantacinque anni di pace furono possibili perché le tensioni intraeuropee erano scaricate nella conquista imperiale del mondo. Quando, conquistato il mondo intero, si dovette decidere quali fossero le potenze dominanti in Europa si precipitò nella moderna “guerra dei trent’anni”, in quei due terribili conflitti globali nati proprio qui, nel cuore del nostro continente.

Dopo la seconda guerra l’Europa sembrò avere appreso la lezione: le frontiere vennero gradualmente abolite, vennero inventate – primi nel mondo- istituzioni nuove, sovranazionali. Dal Mercato Comune alla CEE fino all’Unione Europea, cui aderivano, prima della Brexit, ben vent’otto paesi. Oggi sembra un sogno sfocato: la più coraggiosa innovazione politica del dopoguerra ora sta scricchiolando in modo inquietante.

 

3 – Perché questo rigetto? Molti sostengono che si tratta delle conseguenze della “grande crisi economica”, di quella crisi a doppia tornata, che in Europa ha colpito prima nel 2008 e poi nel 2011. Questione serissima: l’Italia non ha ancora recuperato i livelli economici precedenti alla crisi. Per di più la gestione europea della crisi è stata quanto meno discutibile: è indubbio che nel 2011 la Germania (e i paesi ad essa più strettamente collegati) hanno imposto una “austerità” che sarebbe stato saggio evitare. Aggiungiamo che da troppo tempo una parte troppo grande di cittadini non migliora la propria condizione: molti anzi, soprattutto i più giovani, avvertono uno slittamento all’indietro delle proprie condizioni di vita.

Eppure questa spiegazione non è esaustiva. Gli scricchiolii non nascono solo nei paesi economici in sofferenza: si avvertono anche in paesi in pieno boom (si pensi alla Polonia) e anche altri che hanno saputo reagire prontamente al doppio colpo del 2008 e del 2011.

Per di più sintomi del tutto analoghi a quelli che scuotono l’Europa stanno dilagando in paesi non europei. La presidenza americana di Trump, il fatto politico più sconcertante dei nostri tempi, ci esonera da quell’osservazione che tante volte nel passato è uscita dalla nostra bocca: “queste cose in America non succedono”. Succedono anche in America, purtroppo, perfino di peggio. Per non parlare poi di una vicenda scioccante come quella del Brasile: un grande paese che elegge Presidente un nostalgico dei “gorilla”, un uomo che in campagna elettorale ha rivendicato il diritto non solo a torturare ma anche a uccidere gli avversari.

 

4 – Cosa sta accadendo? Di certo qualcosa di maledettamente serio.

L’ipotesi interpretativa che vorrei proporvi è che negli ultimi trent’anni la globalizzazione, lo sviluppo impetuoso della scienza e della tecnica e l’ideologia neoliberale – i tre processi dominanti degli ultimi decenni – hanno impresso un’accelerazione vertiginosa ai cambiamenti, hanno determinato “una nuova grande trasformazione”. Ma il tutto è avvenuto senza alcuna cabina di regia, al traino di una crescita tumultuosa dei mezzi che ha reso evanescente, perfino cancellato, ogni finalità.

Nell’insieme si è innescato un cocktail micidiale di cambiamenti che oggi a tante, troppe persone sembra sfuggito a ogni controllo. Il lavoro, la comunicazione, lo spazio fisico, la vita delle persone hanno iniziato a cambiare a ritmi vertiginosi; l’innovazione è diventata inarrestabile anzi: ognuno è sollecitato a immergersi e a portare il proprio contributo all’innovazione continua. Ci sente scagliati dentro un vortice di cambiamento, gettati nel futuro, ma un futuro che appare indecifrabile: un “futuro addosso”, come ho titolato il mio ultimo lavoro.

Il futuro incombente genera nostalgia: un sentimento oggi diffusissimo. Retrotopia, ha scritto Baumann in un suo libretto postumo. Siamo in tempi di nostalgia, ovvero in tempi neoromantici. In estrema sintesi: è esplosa la percezione del tempo e dello spazio. Ecco perché torna, prepotente, il tema dell’identità, la questione che avete giustamente proposto per questa tavola rotonda finale.

 

5 – Ragioniamo attentamente. Il sogno universalistico dell’Europa unita, delle frontiere aperte, di diritti uguali per tutti sembra in ritirata. In tutti i paesi ci si confronta con un’opinione pubblica incerta, inquieta, che cova sentimenti di rabbia e rancore che possono esplodere in ogni momento: si pensi ai “gilets jaunes”.

È in questo contesto generale che sta emergendo e dilagando il richiamo a identità particolari, alle identità nazionali innanzitutto – ecco il ritorno dei nazionalismi, detti sovranismi in polemica con il potere sovranazionale dell’Europa -, alle identità subnazionali (la Catalogna e, contrapposto ad essa, la rabbiosa risposta del voto andaluso), oppure alle comunità etiche (in Italia: la “comunità degli onesti” contrapposta alla casta, alle élites tradizionali).

Da dove viene tutto ciò? Capirlo non è facile: probabilmente è opportuno innovare con coraggio le stesse categorie interpretative. A me sembra che le persone si sentano immerse in processi che stanno scuotendo la loro vita quotidiana, che alterano e compromettono le relazioni con gli altri, che percepiscono come una minaccia.

Tre fenomeni, soprattutto, mi sembrano decisivi: la disintermediazione, la solitudine involontaria, lo spaesamento. La disintermediazione è il fenomeno tipico dei nostri tempi: sospinta dal digitale, essa diffonde l’illusione dell’onnipotenza dell’individuo mentre, in realtà, smontando i tessuti organizzati della società, ne accentua la fragilità e l’esposizione al rischio. La solitudine involontaria, antica questione segnalata dai filosofi morali come il peggiore castigo per gli esseri umani, si sta diffondendo in profondità, erodendo il tradizionale tessuto della solidarietà sociale. Terzo, non meno importante: lo spaesamento, ovvero la difficoltà di orientarsi in una mole crescente di stimoli e di informazioni cui non corrispondono adeguati strumenti di decodifica.

Di tutto questo ci ha parlato due, tre anni fa Ken Loach in un film bellissimo, premiato con la Palma d’oro a Cannes, “Io Daniel Blake”. Il film parlava di un falegname di mezza età, Daniel Blake, che non riusciva più a orientarsi in un mondo dove tutto stava cambiando con tanta rapidità. La sua professionalità, le sue competenze improvvisamente erano svalutate: il mondo circostante si era fatto ostile, respingente. Ciò che prima era lineare e afferrabile si era fatto complicato e ambiguo: per ovviare alla disoccupazione viene indirizzato ai centri per l’impiego, strutture burocratiche che si rivelano per lui una trappola mortale.

Per tante persone la realtà quotidiana comincia ad assumere una dimensione ambigua, sfuggente, perfino minacciosa. Di certo non è la prima volta che accade. Pensiamo al modo come si è evoluta la percezione dello straniero tra gli antichi. Lo straniero veniva chiamato hostis, l’ospite, ma a un certo punto questa stessa parola assunse anche un significato diverso, l’ospite belligerante. Un passo ancora e l’hostis divenne il nemico. Lo straniero divenne a un tempo ospite e nemico. Questa ambiguità si produsse molti millenni fa, ma qualcosa del genere si sta riproducendo anche sotto i nostri occhi.

Freud nel 1919 introdusse un concetto che a me sembra meriti di essere richiamato, l’unheimlich, il perturbante. Qualcosa che ci è noto e familiare, ma che nel contempo suscita inquietudine, paura, perfino spavento. Mi chiedo se quello che sta accadendo attorno a noi (la disintermediazione, la solitudine involontaria, lo spaesamento) non stia trasformando la realtà quotidiana, ciò che ci è noto e familiare, in qualcosa di fastidioso, urtante, minaccioso. Come se il perturbante, l’unheimlich, fosse entrato prepotentemente nelle nostre vite.

 

6 – La spinta identitaria, ovvero la ricerca di protezione e di scurezza attraverso identità nettamente definite, viene cavalcata dai movimenti e dalle formazioni populiste. I populismi sono tanti e diversi tra di loro (ne ho classificati sei: i nazional – populismi, i populismi identitari, i populismi patrimoniali, i populismi dell’antipolitica, i populismi mediatici e quelli per contagio), ma vi sono tratti ben precisi che li accomunano. Uno soprattutto merita di essere richiamato, perché fra tutti il più pericoloso: i populismi, tutti, senza eccezione alcuna, si affermano sulla base dell’identificazione con un leader supremo, incontrastato.

Una folla di uomini soli, privi di solidi ancoraggi sociali e politici, senza più corpi intermedi cui appoggiarsi, tende a consegnarsi nelle mani di leader autoritari, venditori di parole d’ordine semplici e urlate, ripetute con imperterrita insistenza a dispetto di ogni argomentazione razionale.

Il fenomeno è stato individuato a suo tempo, nel 1921 (attenzione alle date!) da Sigmund Freud in un saggio (“Psicologia delle masse e analisi dell’io”) che di questi tempi mi capita di citare in continuazione. Si tratta del fenomeno più inquietante di questa stagione populista, perché esso può innescare pericolose derive autoritarie.

 

7– Non sarà semplice contrastare queste spinte identitarie e le connesse pulsioni populiste. Gli scricchiolii dell’Unione Europea stavolta sono maledettamente seri.

Ci attende una battaglia difficile e complessa. Per correggere alcune storture dell’Unione Europea stessa: l’accento negli anni passati è stato messo troppo sulla costruzione del mercato europeo. Serve mettere in circolo un’altra idea di Europa: un’Europa sociale e solidale, più attenta alle disuguaglianze sociali e territoriali, un’Europa più democratica perché più permeabile e sensibile all’inquietudine e al disagio sociale.

Ma a monte vi è un’altra questione, proprio quella proposta nel titolo stesso di questa tavola rotonda, ovvero “identità e differenze”. Bisogna trovare la forza di rimettere in circolo l’idea di un’Europa animata e sorretta da valori universalistici nella quale possa sopirsi il cozzo tra identità chiuse, in urto rancoroso e rabbiose le une con le altre; un’Europa nelle quali le differenze siano rispettate e valorizzate come un punto di forza; quell’Europa che per prima ha tentato di fare vivere l’“universalismo delle differenze”.

Un’Europa aperta, inclusiva, rassicurante: il luogo migliore per fare vivere quell’idea di humanitas che è stata pensata proprio qui, nel nostro continente. L’umanesimo è il vero orizzonte europeo. Il cuore della nostra battaglia culturale è un “nuovo umanesimo”, o meglio in simili frangenti preferirei parlare di un “umanesimo tragico”, un umanesimo consapevole delle tremende contraddizioni, dell’asprezza dello scontro che lo attende.

 

 

UNA BELLA SERATA ALLO IULM: LA QUESTIONE DEL “FARMACO POPULISTA” INTERESSA ANCHE I GIOVANI

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Venerdì 16 novembre allo IULM ho avuto la prima occasione pubblica per discutere de “Il futuro addosso”. In una bella sala, con all’incirca 150 ragazzi, in prevalenza studenti dell’ultimo anno del liceo, si è discusso seriamente di populismi. Il titolo dell’incontro – “Perché (non) siamo popolo” – aiutava a inquadrare la discussione: costringeva a pensare. L’uso del termine “popolo” è generalmente scontato: il titolo spingeva i partecipanti a interrogarsi sul senso stesso della parola.

La grecista Martina Treu ha aperto la discussione invitando a ragionare sulla demagogia: il suo autore del cuore, Aristofane, ha scritto cose memorabili sulla questione. Paolo Giovannetti ha riproposto dal canto suo l’antica, e sempre pungente, questione della non popolarità della letteratura italiana: alcune testi di Manzoni, Verga e Jahier hanno aiutato a inquadrare la discussione. Lo storico De Giuseppe ha poi ripercorso alcune tappe del populismo novecentesco.

A quel punto il terreno era ben predisposto per ragionare sui populismi contemporanei. Il mio intervento ha ruotato attorno alla questione delle trasformazioni della democrazia contemporanea: dalla democrazia delegata alla democrazia disintermediata. I ragazzi hanno ascoltato attentamente, alcuni sono intervenuti. Alla fine vi sono state richieste di andare anche nelle loro scuole a discutere.

Insomma, la questione del “farmaco populista” sembra proprio interessare anche i più giovani.

UN DIBATTITO SUL NAZIONAL-POPULISMO POLACCO

 

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Cronaca di un dibattito imprevisto, ma a suo modo interessante e denso di insegnamenti. Alcuni docenti milanesi avevano proposto alla Casa della Cultura un dibattito con un professore polacco di scienze politiche, con una buona padronanza della lingua italiana. La proposta non è caduta nel vuoto: poteva essere una buona occasione per capire cosa davvero sta accadendo in Polonia. E in effetti venerdì 9 febbraio in Casa della Cultura si è svolto un dibattito che si è rivelato di indubbio interesse, ma per ragioni alquanto diverse da quelle che si potevano inizialmente ipotizzare.

È bastato ascoltare le prime battute dell’ospite della serata, il professore Stefan Bielanski, per comprendere che si aveva a che fare con un sostenitore del Pis, ovvero del partito populista di destra guidato da Jaroslaw Kaczynski. Che aveva una e una sola preoccupazione: dimostrare che il governo e il partito di maggioranza in Polonia non hanno nulla a che fare con il nazional – populismo, che sono solo una variante del conservatorismo europeo, avvicinabile tutt’al più al partito democristiano bavarese, alla CSU. Ma per avvalorare la sua tesi, ecco il punto davvero interessante, il professore ha fatto ricorso a tutte le principali categorie del pensiero e della narrazione populista!

Prima questione: la controversa modifica costituzionale relativa all’ordinamento giudiziario che ha fatto inalberare l’Unione Europea fino al punto da minacciare il ricorso all’articolo 7. Bielanski ha difeso con determinazione questa scelta perché la volontà del popolo è superiore alle norme costituzionali: se il popolo appoggia a maggioranza il controllo dell’esecutivo sulla magistratura è giusto che esso venga stabilito per legge. Quanto poi alle minacce dell’UE esse sono poco più che rumore mediatico: tutti sanno che l’eventuale ricorso all’articolo 7 sarà sicuramente bloccato da un veto dell’Ungheria di Orban.

Seconda questione: l’immigrazione. La Polonia ha una sua immigrazione, quella ucraina, e non intende andare oltre quella. A metà secolo sarà l’unico paese europeo senza cittadini praticanti la religione islamica: un fatto unico ed esemplare, argomenta Bielansky, che tutt’al più può suscitare invidia, ma di certo non riprovazione. E poi che senso ha l’insistenza dell’Italia per far arrivare in Polonia 6.000 profughi? È certo che non resterebbero in Polonia neppure un giorno: scapperebbero subito in Germania. Per trattenerli saremmo costretti a istituire un lager (sic!).

Terza questione: la legge sulla Shoah appena approvata che nega ogni responsabilità polacca nella persecuzione ebraica durante la seconda guerra mondiale. Essa nasce, dice il professore, come reazione alla stampa occidentale che ha ingiustamente attribuito questa responsabilità al popolo polacco. Sono le accuse della stampa che hanno provocato e reso inevitabile questa reazione da parte del Parlamento e del popolo polacco.

Infine, a dibattito ormai concluso, Bielansky ha motivato la vittoria di Trump in America come imprevedibile ma salutare ribellione contro le èlites, proprio come accade in Polonia dove, alla fin fine, è in corso una rivolta dell’opinione pubblica contro le élites dell’Unione Europea.

In poche parole, il professore polacco voleva evitare la qualifica populista in quanto, secondo lui, essa risuona come ingiustamente denigratoria, ma sulla giustizia ha usato gli stessi argomenti di Berlusconi, sull’immigrazione ha parlato come Salvini, sulla stampa ha fatto proprie le tesi di Trump. E, infine, ha riproposto la tesi classica populista della rivolta della gente semplice contro le élites.

Il populismo, ecco la vera questione, la mentalità populista, il modo di fare politica populista, sono penetrati in profondità negli orientamenti e nella cultura diffusa. I cliché populisti vengono usati anche da chi si affanna a negarli. Sarà bene che tutti comincino a rendersene conto. Anche quei docenti universitari che, a quanto sembra, interagiscono con un po’ troppa leggerezza e sufficienza con quanto sta accadendo.

La Casa della Cultura imprenditore culturale per necessità e per scelta

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1 – In tanti, ancora oggi, pensano che la Casa della Cultura di Milano sia un ente finanziato dal Comune o da qualche altra istituzione pubblica. Chi scrive se lo sente spesso ripetere, come si trattasse di cosa scontata: grande è la sorpresa quando viene risposto che il centro culturale milanese è un’associazione che vive di autofinanziamento. Anche gli interlocutori provenienti da altri paesi danno per scontato un qualche ombrello protettivo pubblico sulla Casa della Cultura: indimenticabile l’imbarazzo di un noto studioso dell’Europa del Nord che, per rispondere a un nostro invito, aveva acquistato un costosissimo biglietto d’aereo per Milano – di quelli che si prendono in aeroporto all’ultimo momento! – con la tranquilla e ostentata sicurezza di chi pensava che il rimborso sarebbe stato pagato da un ente pubblico.

Questa diffusa convinzione è alimentata da molti e diversi “pre – giudizi”. Nei paesi del Nord Europa, ad esempio, vi è una robustissima pratica di sostegno pubblico all’attività culturale. A Berlino, a pochi passi dal Parlamento, per portare un esempio che ha qualche attinenza con il nostro discorso, ci si imbatte nell’imponente “Casa delle culture”, una realtà grandiosa che può vivere solo con un generoso sostegno pubblico: le sue stesse dimensioni evidenziano in modo lampante da dove origina il fraintendimento di tanti nostri gentili ospiti europei. Anche in Italia, ovviamente, vi è stata e vi è una pratica diffusa di sostegno e di sovvenzionamento dell’attività culturale. A ben riflettere anche la celebre affermazione sfuggita dalla bocca di un ministro dell’economia, “Con la cultura non si mangia”, svela quanto sia radicata la convinzione che senza generose sovvenzioni pubbliche sia impossibile fare una buona attività culturale. Il ritorno economico delle iniziative culturali, si pensa, è inadeguato per sorreggerle. Se questo vale per l’intrattenimento culturale di qualità, a maggior ragione – se ne deduce – deve valere per un centro culturale che ha come sua finalità la promozione del dibattito pubblico!

Ad alimentare ulteriormente questa confusione sta anche il fatto che la Casa della Cultura è percepita come un’istituzione. La durata nel tempo e la qualità della sua programmazione hanno radicato questo centro culturale nella realtà milanese: da oltre settant’anni l’associazione operante in via Borgogna è un’articolazione viva e pulsante della città. Essa è diventata un patrimonio di Milano, qualcosa che contribuisce a definirne l’immagine di città aperta e culturalmente ricca e stimolante.

2 – Eppure, nonostante tutte queste convinzioni diffuse, la Casa della Cultura di Milano è un’associazione che si autofinanzia. Ad essa si può guardare oggi anche come a un caso di imprenditoria culturale collettiva. Non è sempre stato così: lo è diventata dopo un lungo percorso, un po’ per necessità ma un po’ anche per scelta.

Il primo progetto di questo centro culturale risale alla stagione della Resistenza quando, in alcuni incontri nella clandestinità, Antonio Banfi, Elio Vittorini ed Eugenio Curiel cominciarono a ragionare di un’associazione che si proponesse dopo la guerra come punto di incontro dell’alta cultura progressista milanese ed italiana.

Gli inizi, nell’immediato dopoguerra, nel marzo del ’46, furono sfolgoranti: tutta la Milano colta accorreva ai dibattiti che si succedevano a ritmo incalzante nelle tre sale collocate subito dietro la Scala. Gli incontri si svolgevano in via dei Filodrammatici, in una sede prestigiosa, nell’ex club dei Nobili requisito dai partigiani durante i giorni della Resistenza. Quella stagione durò poco: cambiato il clima politico generale, quando al “vento del Nord” subentrò la grande gelata della guerra fredda, l’azienda proprietaria dello stabile, la Breda, rivendicò la sua proprietà e lo stesso ministro degli Interni, Mario Scelba, intervenne per sciogliere rapidamente la questione.

Anche il clima culturale era profondamente cambiato: passioni e entusiasmi in un breve volgere di tempo lasciarono il posto a una stagione di aspre contrapposizioni ideali e culturali. La Casa della Cultura visse una crisi che ne mise in dubbio la stessa esistenza. Riprese la sua attività nel 1951, in uno scantinato presso piazza San Babila. Ebbe anche la forza di ripensarsi e di reinventarsi, un po’ come laboratorio di idee e un po’ come fiore all’occhiello di una sinistra che, tramite di essa, voleva esibire apertura e spregiudicatezza culturale. Dalle ripide scale di via Borgogna cominciarono a scendere i più autorevoli intellettuali italiani ed europei, da Sartre a Brecht, da Moravia e Pasolini a tanti illustri filosofi, storici, psicanalisti, artisti: è in quella stagione che si forma e si fissa l’immagine della Casa della Cultura.

Il tutto, sempre, all’insegna della più rigorosa sobrietà. “Pochi soldi e grandi idee” scrisse Rossana Rossanda, la giovane e brillante segretaria che per tredici anni animò e diresse il centro di via Borgogna. La sede della ripartenza, in via Borgogna 3, era proprio uno scantinato: esso era stato donato dalla famiglia di Eugenio Curiel, in memoria del giovane intellettuale e leader politico assassinato poco prima della Liberazione. Rossanda, quando narra dei primi tempi in via Borgogna, ricorda i tubi degli scarichi che attraversavano la sala e i topi che non mancavano di affacciarsi durante le riunioni. Quella cantina, povera e spoglia, divenne ben presto lo “scantinato più famoso di Milano”: austero ed essenziale, anche se ingentilito dalla generosità con cui famosi architetti ne avevano progettato gli interni e gli arredamenti.

Quell’imprinting sobrio ed anche po’ austero restò anche nei decenni successivi. Con quello standard, fatto di grande qualità e di poche risorse, la Casa della Cultura riuscì a stabilizzarsi nei decenni successivi. Quella sua sobria esistenza era allora garantita dal fatto di avere alla spalle un grande partito di riferimento, il PCI, che era il garante ultimo del funzionamento del centro culturale di via Borgogna. I comunisti non interferivano con la programmazione culturale, ma garantivano di fatto la continuità del centro e la copertura dei suoi bisogni essenziali di funzionamento. Il responsabile della conduzione della sede – Rossana Rossanda, ma anche chi ne prese il posto nei vent’anni successivi – era un funzionario di partito. Ed era sempre il partito a garantire la rete politica essenziale per reperire i finanziamenti: pochi, ma certi.

3 – La crisi dei partiti cambiò e travolse questo equilibrio. Si è trattato, come è noto, di una crisi con un lungo svolgimento: maturata nei tardi anni Ottanta, esplosa nella primavera del ’92, ai tempi di “Mani pulite”, essa si è trascinata per molti anni fino ad arrivare alla attuale letterale evanescenza dei partiti. Ed è del tutto evidente che partiti leggeri, senza radicamento di massa, finalizzati praticamente solo al confronto elettorale nel quale concentrano tutte le risorse, non siano più in grado di esprimere una politica culturale e neppure di mantenere un rapporto dialettico, ma vivo con centri culturali.

In poco tempo, dopo la crisi del ’92, vi fu un’autentica moria di centri culturali che animavano e davano un tocco particolare alla vita pubblica milanese. L’implosione del PSI, ad esempio, portò in tempi brevissimi al crollo e alla liquidazione di un centro culturale come il Turati che negli anni Ottanta aveva raggiunto riconoscimento e prestigio in città. Altri sono scomparsi oppure si sono progressivamente spenti, trasformandosi in un pallido ricordo di quello che furono in passate stagioni.

La Casa della Cultura, unico fra i centri del dibattito pubblico esistenti nella Milano degli anni Ottanta, seppe resistere, ma per questo dovette, ancora una volta, trasformarsi e ripensarsi profondamente. L’innovazione ha riguardato le modalità organizzative e l’impianto stesso della programmazione culturale: di fatto vi è stato bisogno di rimettere a fuoco le motivazioni stesse, in gergo aziendale la mission, del centro culturale.

Come è ovvio, questo passaggio ha scosso e rimesso in discussione tutto il funzionamento della Casa della Cultura. L’ombrello protettivo del partito di riferimento si è dissolto: si sono dovute reinventare le condizioni per la sopravvivenza quotidiana dell’associazione. Pezzo dopo pezzo il vecchio impianto si è squagliato: la rete protettiva che garantiva le risorse progressivamente si è diradata e indebolita, il segretario/direttore non poteva più essere un funzionario di partito, il mantenimento stesso della sede non poggiava più sulla garanzia del partito. Tutto questo è precipitato nella primavera del 2013, quando un evento traumatico, il crollo del soffitto nella sala delle conferenze, rimise in discussione la possibilità stessa di continuare l’attività della Casa della Cultura. In quel frangente il partito – in quel momento il Partito Democratico, ultimo nella lunga catena delle trasformazioni successive del PCI – si defilò da ogni responsabilità: l’unica opzione che mise in campo, in perfetta coerenza con il disinteresse per la cultura politica che sembra ormai caratterizzare tutto il sistema dei partiti italiani, fu la monetizzazione del valore dello stabile, ovvero la sua vendita. Il che avrebbe voluto dire l’interruzione della storia della Casa della Cultura e la sua chiusura.

È in quel frangente decisivo che la Casa della Cultura è stata costretta a contare solo sulle proprie forze, ad imboccare la strada della sua completa autonomia. La sede è stata rimessa a nuovo con un appello diretto alla città, con un’operazione di crowdfunding. La domanda di sostegno è stata rivolta a tutti coloro che erano interessati a dare continuità all’attività della Casa della Cultura: la risposta è stata straordinaria. In quel frangente fu chiaro che la Casa della Cultura aveva in se stessa le energie e le risorse per continuare la sua storia. Esattamente da quel momento si può parlare del centro culturale di via Borgogna come di qualcosa che è assimilabile a un imprenditore culturale. Dissoltisi i vecchi legami, la Casa della Cultura si è ridefinita nei fatti come un soggetto di imprenditoria culturale collettiva: imprenditoria no profit, ma che pur sempre per svolgere la sua attività deve contare solo sulle proprie forze.

4 – La scelta dell’autonomia è stata preparata da un ripensamento profondo dell’attività e della programmazione della Casa della Cultura. Da un certo momento essa ha dovuto prendere atto di non essere più il “naturale” referente degli intellettuali e del pubblico colto di una ben precisa area politico – culturale. Per i primi tre decenni e più del dopoguerra era stato chiaro a tutti che in via Borgogna si confrontavano vivacemente e liberamente le varie anime della sinistra laica e progressista e che il nucleo portante di quella complessa interazione era rappresentato dal mondo culturale, a quel tempo assai esteso e vivace, gravitante attorno al Partito Comunista. Poi, dalla seconda metà degli anni Ottanta, quell’area politico – culturale era andata sfrangiandosi sempre di più, fino a dissolversi. Accadde così che tra gli anni Novanta e i primi anni del nuovo secolo si evidenziò per la Casa della Cultura il problema di conquistare – potremmo dire: di inventare – un pubblico nuovo. Esso sarebbe stato, da allora in avanti, inesorabilmente molto più disomogeneo: la curva gaussiana relativa alla distribuzione originaria del pubblico, seppure già dotata di una sua dinamica, veniva aprendosi e sparpagliandosi sempre di più.

Si trattava di incontrare il pubblico colto che gravita naturalmente in un’istituzione collocata al centro della città, ma anche i pubblici delle periferie. Vi era, poi, il pubblico dei giovani, dove si toccava con mano una soluzione di continuità con la domanda culturale delle generazioni precedenti. Vi erano i tanti che concentrano le proprie energie nella ricerca di senso, ma anche coloro che sono catturati nel vortice dell’innovazione tecnologica. Insomma, questa realtà complessa, articolata, che si configurava sempre più come società degli individui, senza baricentro sociale e culturale, costringeva ad ampliare la proposta e l’offerta culturale per raggiungere persone dagli interessi così diversi.

Per intercettare e fidelizzare questi nuovi pubblici serviva uno sforzo enorme per ridefinire la proposta culturale, per reinventare il ruolo e lo spazio del centro di via Borgogna nella vita pubblica, per riconfermarli giorno per giorno, per di più in un ambiente come quello milanese saturo di proposte culturali. I cittadini milanesi, come è noto, affollano le mille offerte di intrattenimento culturale proposte dalle più svariate agenzie. La Casa della Cultura, in questo panorama complesso e affollato, doveva riuscire a definire con chiarezza l’area cui rivolgersi, lo spazio da occupare.

Servivano le idee, ma anche il coraggio e la fantasia per costruire questo nuovo progetto culturale. Bisognava anche capire da dove partire e quali fossero le risorse da valorizzare maggiormente. Ben presto fu chiaro che quel nome, Casa della Cultura, che per i milanesi colti è dal dopoguerra sinonimo di serietà, di rigore, di ricerca aperta e coraggiosa, costituiva di fatto una sorta di brand – continuiamo ad usare i linguaggio aziendale – di particolare prestigio. Si trattava di estrarre da quel brand tutto il valore possibile, ma per questo bisognava afferrare con chiarezza, mettere a fuoco cosa avesse impresso nell’esperienza della Casa della Cultura un quid in più.

L’originalità della storia della Casa della Cultura non stava nell’affiancamento al Partito Comunista: tanti altri centri culturali hanno avuto in Italia questa caratteristica, ma erano naufragati senza lasciare alcuna traccia. La particolarità della Casa della Cultura, il fascino e il prestigio che hanno accompagnato la sua storia, stavano in qualcos’altro, ovvero nell’accento messo sistematicamente sul pensiero critico. Il suo più autorevole ispiratore, il filosofo Antonio Banfi, è stato in Italia l’interprete più rigoroso del razionalismo critico. Ad esso si sono ispirati i suoi grandi allievi (Paci, Preti, Cantoni, Anceschi, Formaggio ecc), i protagonisti di quella che è stata chiamata “la scuola di Milano” e che per anni ha fornito la linfa al centro culturale milanese. La Casa della Cultura assunse così un profilo diverso da quello di tanti altri centri culturali vicini al Partito Comunista. Vittorini, ad esempio, si scontrò frontalmente con Togliatti, ma continuò ad animare la vita della Casa della Cultura milanese. Oppure ancora, nel ’56, al momento delle drammatiche vicende di Budapest, via Borgogna divenne il riferimento della critica contro lo stalinismo e della protesta della cultura di sinistra. Lo stile della Casa della Cultura, la sua eterodossia, la sua ricerca sempre aperta, sempre un po’ borderline, affondano le radici in quella ispirazione e tensione critica. Da qui bisognava ripartire per ridefinire e rilanciare la proposta culturale della Casa della Cultura.

La soluzione si è così delineata rapidamente, in modo logico e naturale: il pubblico cui rivolgersi era rappresentato da coloro che cercano gli strumenti per orientarsi criticamente nel mondo, per potersi posizionare sulle grandi questioni politiche, etiche e sociali che scuotono la società. Al fondo, si trattava di reinventare l’antica suggestione di un rapporto vivo e fecondo tra la politica e la cultura cha tanta parte aveva avuto nella storia di via Borgogna. Ma, ovviamente, il tutto doveva ora verificarsi in una situazione completamente diversa dal passato. La politica ma anche le modalità stesse di organizzazione della cultura erano andate trasformandosi in profondità: restava, però, la necessità di ricostruire canali di scorrimento tra l’elaborazione culturale e la vita pubblica.

Si trattava di operare un consapevole “ritorno al futuro”, di fare vivere quell’ispirazione critica nel mondo nuovo segnato dalla globalizzazione liberista e dalla travolgente innovazione tecno – scientifica. In altre parole si trattava di pensare la Casa della Cultura come strumento per costruire un’enciclopedia critica della contemporaneità. Questo progetto, assai arduo e impegnativo, permette però di occupare uno spazio incredibilmente e drammaticamente vuoto: il pensiero critico è dolorosamente latitante in questi tempi che portano il segno opprimente del “pensiero unico”. Esso rende possibile, inoltre, dare un senso preciso all’attività del centro culturale milanese, in continuità con le motivazioni più profonde che ne hanno sorretto l’attività in più di settant’anni.

5 – Le risorse economiche per fare vivere questo progetto dovevano essere cercate lì, fra quanti interessati alla realizzazione e alla costruzione di questa enciclopedia critica della contemporaneità. A tutti loro viene chiesto un contributo per reperire le risorse necessarie. Ecco perché è lecito usare l’espressione: “imprenditore culturale collettivo”. L’accento si sposta inesorabilmente sul contributo dei soci. Il loro apporto è decisivo per consolidare l’attività del centro culturale: le loro quote di adesione e il loro contributo al crowdfundingsono i primi pilastri su cui poggia ora la Casa della Cultura. Tante e diverse sono le modalità con cui può esprimersi questo sostegno, come nel caso della generosa donazione di opere da parte di artisti, pittori e scultori, per affrontare il rifacimento della sede.

Nella programmazione crescono i corsi per cui si chiede un contributo ai frequentatori. La scelta non è fatta a cuor leggero: la Casa della Cultura si è sempre pensata come un servizio ai cittadini milanesi, come un luogo in cui tutti gli amanti della cultura e della riflessione potessero entrare liberamente. Ora comincia la ricerca di un nuovo equilibrio fra l’offerta di incontri gratuiti – ancora oggi di gran lunga maggioritari – e corsi a pagamento. La “Scuola di cultura politica”, la “Scuola di autobiografia”, il seminario annuale di filosofia, il seminario di filosofia del cinema prevedono un contributo per i frequentatori, la qual cosa, per altro, non ha danneggiato la frequentazione. Anzi, per alcuni aspetti la quota di iscrizione ai corsi rappresenta un vincolo positivo che incentiva alla partecipazione continuativa, soprattutto nel caso di cicli articolati in molti incontri.

I volontari, altra risorsa fondamentale nella Casa della Cultura, gestiscono settori interi di attività. Senza dimenticare, per altro, che tutti i relatori ai convegni potrebbero essere considerati a pieno titolo come “volontari”: partecipano tutti e sempre alle iniziative senza la richiesta di onorari, solo con il rimborso delle spese vive.

Anche finanziamenti da cittadini privati e da enti privati concorrono al funzionamento della Casa della Cultura, come supporto della sua attività generale oppure, talvolta, mirati anche al sostegno di uno specifico progetto congiunto. Ne è esempio il progetto triennale, finanziato dalla Fondazione Cariplo, di diffusione di incontri culturali nei quartieri periferici della città. Cariplo sollecita, giustamente, la diffusione dell’attività culturale di qualità nelle aree periferiche, ma per questo ha bisogno di soggetti con adeguate competenze. La Casa della Cultura ha tutte queste competenze, ma deve essere messa nelle condizioni di poterle usare anche al di fuori del suo ambiente consueto. Da qui un progetto triennale che si configura così come un vero e proprio patto siglato tra l’ente erogatore e il centro culturale.

Tutti questi tasselli, nel loro insieme, concorrono a garantire l’autosufficienza finanziaria della Casa della Cultura. Ad essa si è arrivati, come dovrebbe risultare con chiarezza da quanto scritto sopra, per necessità: l’autofinanziamento era la strada obbligata per continuare a svolgere la propria funzione in un mondo in cui il vecchio e tradizionale ombrello protettivo della politica si era ormai dissolto e aveva perso ogni significato.

A ben vedere, però, ognuno dei passaggi che hanno permesso di imboccare questa strada è stato sorretto anche da una libera e consapevole scelta, ovvero dalla convinzione che per dare solidità e respiro alla proposta culturale era gioco forza sganciarsi dall’orizzonte del giorno per giorno, dai personalismi esasperati e da quella modesta strumentalità cui sembra precipitata la dinamica politica. Un progetto culturale ha bisogno di respiro, di sguardo lungo, di obiettivi ambiziosi: i partiti oggi sembrano incapace di proporli e perfino di accettarli. Ecco perché l’autonomia e l’autofinanziamento sono oggi una scelta razionale e obbligata per garantire la ricerca e l’attività culturale, per generare e mettere in circolazione anche la stessa cultura politica.

6 – La sfida è complicata e difficile, non solo perché il reperimento delle risorse non è mai garantito a priori. Al fondo vi è qualcosa di ancora più impegnativo. Come abbiamo già accennato, si è dissolto e frantumato il pubblico tradizionale di riferimento di un centro come la Casa della Cultura: la Milano colta e progressiva, orientata tendenzialmente a sinistra, oggi si è scomposta e dispersa in mille rivoli, con gusti attenzioni e interessi anche profondamente diversi. Oggi, invece di un pubblico da conquistare, vi sono tanti diversi pubblici da raggiungere e da motivare.

Un progetto che oggi voglia animare un dibattito pubblico consapevole deve perciò spaziare dalle questioni inerenti il confronto – scontro delle culture fino a quelle dell’innovazione tecnologica e delle nuove frontiere della scienza. Insomma, deve aprirsi a tutto campo: ecco perché ci si è proposti l’obiettivo, assai impegnativo, di costruire un'”enciclopedia critica della contemporaneità”.

Eppure è opportuno, a conclusione di questo ragionamento, mettere l’accento anche su alcune straordinarie potenzialità che si stanno aprendo e che sarebbe imperdonabile non cercare di esplorare fino in fondo. Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione aprono scenari del tutto nuovi anche per chi ha come propria missione la promozione del dibattito pubblico. Vi sono mille fondati motivi per guardare con preoccupazione al dibattito che si sviluppa sui social, per sottolinearne la superficialità, l’irruenza, l’autoreferenzialità e la mancanza di riflessività. Eppure a queste considerazioni se ne possono sovrapporre anche altre: tante persone più di prima possono essere raggiunte e vi sono molte più possibilità di offrire materiali per la consultazione. Forse aveva proprio ragione Umberto Eco, nei suoi studi pionieristici sulla televisione: la tecnologia, argomentava in “Apocalittici e integrati”, può generare una cosa e il suo contrario, ciò che conta è come viene usata.

Di certo per la Casa della Cultura la tecnologia è una sfida in più, con cui sarebbe colpevole non misurarsi. Essa permette di spezzare barriere di spazio e di tempo che obiettivamente limitavano l’efficacia di un centro culturale. Le iniziative potevano, fino a poco fa, essere fruite solo dai frequentatori fisici dei dibattiti. Chi non poteva partecipare per problemi di orario o per lontananza fisica era irrimediabilmente condannato a perdere gli stimoli della discussione.

Oggi siamo nelle condizioni di fare vivere le discussioni che organizziamo in via Borgogna anche in altri tempi e in altri luoghi. Le dirette streaming e la consultazione delle registrazioni conservate nell’archivio video aprono scenari del tutto inediti: nel corso dell’ultimo anno vi sono stati oltre 100.000 contatti al canale Youtube della Casa della Cultura, in progressione accelerata rispetto ai 35.000 dell’anno precedente. I nostri messaggi promozionali scorrono anche su una piattaforma come Facebook dove i 25.000 likers ci segnalano occhi attenti, soprattutto di giovani donne! Il digitale permette anche di fare circolare testi scritti a costi infinitamente più ridotti che nel passato: il sito è ormai una vera e proprio rivista che, a sua volta, contiene un bimestrale, “viaBorgogna3”, nel quale vengono riordinate e proposte alcune delle operazioni culturali più impegnative.

Rossana Rossanda, nelle sue memorie, ha scritto: “Una volta andavamo in via Borgogna … “. Oggi dovremmo correggere e aggiungere: la sera si va in via Borgogna, oppure ci si collega in streaming, si consulta il sito, si legge la rivista bimestrale “viaBorgogna3” ecc. In via Borgogna potevano partecipare solo i cittadini di Milano e dintorni: all’offerta in rete possono accedere tutti i cittadini italofoni. Insomma, tutto è cambiato, ma forse sono ancora più di prima le ragioni per tenere saldo il nostro filo rosso: un pensiero critico capace di pensare il presente e progettare il futuro, mantenendo salde le radici nella propria storia.

Ferruccio Capelli
Direttore della Casa della Cultura

Paper consegnato per il Convegno ASSI (primo convegno italiano di storici di impresa): “Imprenditori e manager nella storia economica”, Milano, Università Bocconi, 6 – 7 ottobre 2017

IN RICORDO DI STEFANO RODOTÀ Un maestro, un interlocutore, un amico

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Stefano Rodotà ci ha lasciati, ma il suo ricordo e la sua lezione ci accompagneranno ancora per tanto tempo.

Rodotà era un giurista insigne e un uomo di grandi passioni civili. Ha scritto libri che hanno lasciato un segno profondo nel dibattito pubblico, ha animato grandi battaglie per l’espansione e per la difesa dei diritti, ha insegnato a riflettere e a reagire ai rischi involutivi che può sempre correre la democrazia.

Era un pensatore profondo e raffinato ma anche un uomo che non si sottraeva all’impegno pubblico per difendere le sue convinzioni più profonde. In tanti sicuramente ricordano il suo impegno per il No durante l’ultimo referendum costituzionale.

Rodotà era un amico della Casa della Cultura. È stato nostro ospite tante e tante volte. Ha partecipato a decine di incontri con interventi sempre lucidi e appassionati: la programmazione della nostra “Scuola di cultura politica” è stata segnata e scandita dalle sue lezioni. In ogni occasione ha dimostrato anche generosità e disponibilità nel rapporto con il pubblico.

La sue lezione culturale dovrà essere seriamente riflettuta e meditata. Gli spunti sono tantissimi: si pensi solo alla densità delle riflessioni contenute in uno dei suoi ultimi testi: “Il diritto di avere diritti”. Sicuramente, aggiungiamo, dovrà essere ripreso e sviluppato il suo sforzo sistematico per mettere alla prova il diritto con le immense trasformazioni tecno – scientifiche dei nostri tempi.

Di lui ci restano anche i ricordi di tante, intense conversazioni personali: anche così ci ha trasmesso la sua lezione di stile, di rigore e di impegno appassionato.

FARE CULTURA IN UN GARAGE

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Un garage, un gruppo di giovani appassionati di tecnologia e come sottofondo un rumore lieve ma continuo di stampanti 3D in piena attività. Non a Los Angeles o nella Silicon Valley, ma nella periferia di Milano, a due passi dalla fermata di Gorla della MM, in uno spazio di makers che hanno organizzato, nell’ambito del progetto “Rosetta”, un incontro culturale con Casa della Cultura e con cheFare.

Per la Casa della Cultura si tratta, senza ombra di dubbio, di una prima volta: in settant’anni non aveva mai partecipato a un’iniziativa culturale in un garage. Eppure questo appuntamento inedito, svoltosi ieri sera, 25 maggio, ha riservato molte interessanti sorprese e ha messo in circolazione tanti stimoli che meriteranno di essere riflettuti ed elaborati attentamente.

Innanzitutto questo incontro ci aiuta a scoprire una realtà poco conosciuta, il mondo dei “fablab” milanesi: luoghi dove è possibile costruire qualsiasi cosa con un mix di tecnologie digitali. Essi sono animati da giovani che amano la tecnologia e che partecipano a una rete internazionale di ricerca e di discussione.

Basta uno sguardo al laboratorio per afferrare il rapporto friendly che questi giovani artigiani alquanto atipici riescono a stabilire con le tecnologie digitali: esse, nelle loro mani, diventano un docile strumento per sviluppare la loro creatività.

La discussione che si svolge durante la serata apre anche una interessante finestra sulla cultura che sostiene questi gruppi: i giovani che li animano lavorano “assieme”, in uno spirito e in una dimensione comunitaria, rivendicando il diritto – dovere di “porte aperte” e di un continuo processo educativo.

In questo contesto sembra quasi naturale che la questione proposta alla discussione verta sulla disabilità e sulla città accessibile. Nella tavola rotonda organizzata nel mezzo del laboratorio, tra le stampanti che continuano a ronzare, si confrontano infatti Thomas Emmenegger, un primario psichiatra che ha fondato l’associazione Olinda, Maria Chiara Ciaccheri, impegnata nella progettazione del Museo per tutti, Carlo Riva, presidente di Làbilità e Matteo Schianchi, uno sportivo paraolimpico che ha scritto una Storia della disabilità. Lo spirito comunitario e il rapporto creativo con le tecnologie – viene argomentato – sono strumenti potenti per affrontare con spirito nuovo la difficile questione della disabilità: le storie di vita raccontate durante l’incontro hanno suffragato con qualche efficacia questa argomentazione.

Thomas Emmenegger ha chiuso brillantemente la discussione esplicitando la sua sensazione di essersi imbattuto durante la serata in un software che potrebbe essere di grande aiuto per rammendare le nostre periferie. A questa bella metafora, del tutto coerente con l’ambiente e con la discussione ospitata, potremmo aggiungere un’ulteriore considerazione: è buona cosa che la cultura raccolga gli stimoli che provengono da luoghi come questi, un mondo in cui pulsa vita e creatività giovanile.

IN RICORDO DI ALFREDO REICHLIN

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Dopo una lunga malattia, a 91 anni, Alfredo Reichlin, uno dei più autorevoli dirigenti comunisti, ci ha lasciato. Era studente liceale al Tasso di Roma quando diventa partigiano e partecipa alle azioni militari dei Gap romani. Dopo la guerra comincia l’attività giornalista all’Unità, giornale di cui diventerà direttore nel 1956: sono gli anni di un rapporto intenso con Togliatti e con Pietro Ingrao. Nel ’63 viene inviato a dirigere l’organizzazione di partito della sua regione, la Puglia. Rientra a Roma e diventa, dai primi anni Settanta, uno dei più stretti collaboratori di Berlinguer. Dopo la fine del Pci accompagna tutte le trasformazioni successive del partito, accompagnandole con interventi via via sempre più inquieti fino all’ultimo accorato articolo di pochi giorni fa in cui – come in un testamento – invita a “non lasciare la sinistra sotto le macerie”.

Con Reichlin la Casa della Cultura ha interagito molto in questi ultimi anni. Abbiamo interloquito con la rivista milanese che dirigeva, “Argomenti umani“, e abbiamo presentato i suoi due ultimi libri: “Il silenzio dei comunisti” – scritto con Miriam Mafai e con Vittorio Foa, e “Il midollo del leone“. In quest’ultima occasione all’ultimo momento aveva dovuto declinare la partecipazione per un ricovero in ospedale. Ci eravamo detti: ci vedremo alla prossima occasione. Quest’opportunità non ci sarà più.

Ricordiamo Reichlin come un politico colto: era parte di una generazione di dirigenti politici per cui era impossibile pensare alla politica senza lo studio, la ricerca, la riflessione approfondita. Era un brillante oratore: discorsi eleganti, non retorici e non urlati. Alfredo Reichlin aveva anche il dono di una scrittura scorrevole ed efficace, il che accresceva l’autorevolezza ai suoi scritti. Anche nei suoi saggi storici vi sono pagine di splendida finezza. Mentre scrivo queste note mi viene in mente come evoca una notte romana del giugno 1944, la prima notte di libertà della sua città. Quella pagina suonava all’incirca così: “In quel condominio popolare romano era l’ora della cena: ognuno mangiava a casa sua con i vetri aperti per il gran caldo. Improvvisamente da una finestra cominciano ad uscire le note di un vecchio inno sepolto per vent’anni: una voce aveva intonato l’Internazionale. Tutti gli inquilini, donne e uomini, si affacciano alla finestra e con gli occhi inumiditi dalla commozione accompagnano quel canto struggente”. La vita dell’Italia libera comincia così, con la memoria profonda che recupera e ripropone un vecchio glorioso inno interdetto per oltre vent’anni.

IL NUOVO UMANESIMO DI TZVETAN TORODOV

Todorov

Vorrei ragionare sul Todorov che ho personalmente conosciuto e sull’importanza della sua elaborazione per la nostra attività in Casa della Cultura: un autore che ha interagito e – mi sento in dovere di aggiungere – ha profondamente influenzato la nostra attività, forse più di ogni altro. Due volte nostro ospite (per discutere il film “Izkor, la memoria ostinata” di Eyal Sivan e per discutere di “Incontro delle culture”). Volevamo invitarlo anche per il nostro Settantesimo: non stava bene: avremmo dovuto risentirci. Notiamo bene, però: quando, in occasione del nostro Settantesimo, abbiamo cercato di sintetizzare la nostra proposta culturale abbiamo usato e messo in circolazione l’espressione: umanesimo illuminista, un’espressione che abbiamo ripreso di peso da uno scritto di Antonio Banfi, ma era assolutamente evidente che questa espressione poteva rimandare anche ai testi e al pensiero di Tzvetan Todorov.

Proviamo a mettere a fuoco la sua figura, innanzitutto: un bulgaro che sceglie da giovane di emigrare in Francia. Si tratta di un dato biografico che segnerà profondamente il suo percorso culturale. Dalla sua esperienza di vita sviluppa una critica serrata del “socialismo reale” che riconduce dentro la categoria del “totalitarismo” (le sue critiche radicali riguardano l’incertezza del diritto, l’insicurezza della vita dei cittadini, l’arbitrio del potere ). Fin qui nulla di originale: è il percorso di tanti. La sua particolarità sta nel fatto che non dimentica mai di sviluppare una critica altrettanto puntuale del fascismo (ecco il suo ragionamento a tutto campo sul totalitarismo come grande male del XX° secolo) e soprattutto che sa adottare uno sguardo critico anche sulle società europee e occidentali, quelle società uscite vincenti e trionfanti dallo scontro che ha segnato larga parte del secolo scorso.

Da qui un suo percorso particolare, assai originale, talmente originale da essere difficilmente definibile. Cos’è stato Todorov? Un filosofo? Non direi: nella sua produzione non vi nessuna sistematicità. Uno storico? Magari uno storico delle idee? Forse, ma neppure: non si confronta con altre teorie e neppure traccia nessuna storia delle idee. Forse avremmo potuto definirlo un “moralista”, come i “moralisti” del Seicento, ma anche questa definizione è impropria, in primis perché risulterebbe incomprensibile e soprattutto perché in Todorov non c’è nessuna traccia della patina di conservatorismo dei “moralisti”. Alla fine, per trovare un titolo per l’incontro promosso in Casa della Cultura, sono riuscito solo a definirlo: umanista. Definizione vaga, del tutto desueta, ma indiscutibile, perché al centro di tutta la sua attività sta proprio la ricerca attorno alla natura, all’attività, alla dignità degli esseri umani.

Vorrei provare a rimettere a fuoco anche quando e perché ho scoperto Todorov. Bisogna tornare indietro all’inizio di questo secolo, a un evento cruciale, l’11 settembre. Proviamo a ricordare cosa si mise in moto: esso innescò una sequenza di guerre che furono precedute e accompagnate da un autentico delirio identitario. Esso ebbe proprio qui, in Italia, a Milano, una delle sue espressioni più radicali, quando il Corriere – incredibilmente – iniziò a pubblicare le forsennate incitazioni all’odio antislamico di Oriana Fallaci. Bisognava reagire: lo facemmo immediatamente e da allora non mollammo più la presa. Ma cercammo anche qualche solido fondamento teorico con cui impostare il confronto e il dialogo con l’Altro. Fu in questo passaggio che divenne inesorabile l’incontro e l’interazione con Todorov. Nella sua opera vi era l’elaborazione contemporanea più sistematica e interessante di questa questione dirimente. E fra i suoi lavori ve ne era uno che spiccava in particolare e su cui merita che ci soffermiamo anche adesso: “La conquista dell’America“.

Forse è il suo capolavoro. Scritto in tempi non sospetti (1984) è un libro non definibile: il “suo” libro di storia, forse, ma nel contempo un libro che difficilmente è catalogabile come un saggio storico: le sue motivazioni sulle ragioni della vittoria di Cortes difficilmente reggerebbero una verifica storiografica (attribuisce la vittoria di Cortes alla superiorità nell’uso della comunicazione: gli storici hanno sempre usati altri argomenti e assai più convincenti, quali le divisioni dell’impero Atzeco, la schiacciante superiorità tecnologica degli spagnoli, l’incomprensibile titubanza di Montezuma). Eppure le argomentazioni di Todorov hanno un fascino straordinario perché danno a quel passaggio storico una profondità e una ricchezza di implicazioni che non si trovano in nessun’altro trattato storico.

Cosa fa Todorov? Egli fa della scoperta e della conquista dell’America il paradigma perfetto dell’incontro con l’altro. Quando gli europei scoprono l’America si imbattono – più che in ogni altra occasione precedente e come mai più sarebbe accaduto nei secoli successivi – nell‘altro per eccellenza. Gli europei avevano sempre avuto almeno un filo di contatto, per quanto vago ed esile, con le atre civiltà del continente euroasiatico: non parlo solo dell’Islam che – come non smette di ricordarci Massimo Campanini – alla fin fine non è altro che una variante delle civiltà mediterranee. Gli europei almeno un’idea degli indiani dell’India e dei cinesi l’hanno sempre avuta. Ma questa volta era diverso: gli indigeni americani erano davvero una realtà del tutto, totalmente, sconosciuta. L’incontro con loro fu il più sconvolgente impatto della civiltà europea con un’altra cultura. Curioso: avveniva a ridosso del fatidico 1492, quando i re cattolici cacciarono dai loro domini ebrei e moriscos. Riflettendo su quella eccezionale congiuntura storica, su quell’impatto si possono mettere a fuoco tutte le complesse problematiche dell’incontro – scontro, dell’interazione tra civiltà.

Facciamo parlare le cifre: quando Colombo tocca l’America vi erano all’incirca 80 milioni di amerindi, dopo cinquant’anni erano ridotti all’incirca a 10 milioni: il più forte ridisegna di fatto anche demograficamente il più debole.

Le dinamiche che portano gli europei alla vittoria sono altrettanto illuminanti e, osservato in questa chiave, il ragionamento di Todorov sulle ragioni della vittoria di Cortes è tutt’altro che stravagante e appare anche sorprendentemente penetrante. Dice Todorov: Cortes vince, a differenza di Colombo, perché capisce che bisogna comunicare con gli indigeni. E comunicare significa innanzitutto conoscere: Cortes cerca di conoscere. In questa ricostruzione un ruolo chiave verrebbe svolto dalla Malinche, l’indiana Maya schiava degli atzechi, che impara lo spagnolo e diventa l’interprete di Cortes con Montezuma e con gli Atzechi. La Malinche fino ad ora era stata il simbolo del tradimento: la traditrice del suo popolo, che per di più diventa l’amante di Cortes. Todorov ne ribalta l’interpretazione: essa è la chiave della superiorità comunicativa degli spagnoli. A suggellare questa superiorità accadde anche un fatto drammatico: gli dei degli Atzechi precipitarono nel silenzio: travolti dall’impatto sconvolgente con il mondo nuovo degli spagnoli essi persero la capacità di rispondere alle domande dei loro fedeli: il silenzio dei loro dei era il segno della fine dell’impero atzeco.

L’impatto con l’altro, come è noto suscitò nel mondo spagnolo e tra gli europei una enorme discussione. Todorov si sofferma in particolare sulla controversia di Valladolid: sono passati cinquant’anni dalla conquista, siamo nel 1550: si confrontano Gines De Sepulveda e Bartolomé De Las Casas. De Sepulveda sostiene l‘inferiorità degli indigeni: non gli è difficile costruire questa argomentazione. Alle spalle vi erano gli insegnamenti di Aristotele sulla “schiavitù naturale” e davanti i vantaggi per i conquistadores della riduzione in servitù – nelle encomendias – dei nativi. De Las Casas, invece, è l’amico degli indigeni: egli sostiene la loro eguaglianza. Il suo argomento ruota attorno al fatto che possono diventare ottimi cristiani e si tratta, a ben guardare, della prima moderna argomentazione per una politica assimilazionista.

La contesa, ecco il punto, ruota attorno a due possibili strategie: l’inferiorità dell’altro oppure l’esigenza della sua assimilazione. Nessuno riesce allora a concepire l’idea che l’altro è un diverso e in quanto diverso, non in quanto uguale, è altrettanto umano quanto il conquistatore e vincitore. Todorov scriveva queste cose nel 1984: una ventina di anni dopo, mentre imperversavano le teorie di Huntington sul conflitto di civiltà, esse divennero argomenti decisivi da spendere nel conflitto politico, ideale e culturale. Ed è superfluo sottolineare che esse mantengono la loro stringente attualità.

Altrettanto affascinante è in Todorov la costruzione narrativa del nuovo umanesimo, del “nuovo umanesimo europeo“, come lo definisce a un certo punto in uno dei suoi scritti più noti “La paura dei barbari”. Il tema passa attraverso tutta la sua ultima produzione, ma vorrei enuclearlo facendo ricorso a un suo testo che a me è sempre apparso particolarmente affascinante: “Memoria del male e tentazione del bene“. Il fascino sta nel titolo stesso che bisogna riuscire capire nel suo reale significato. Todorov dice che bisogna fronteggiare il male ma bisogna stare attenti anche alla “tentazione del bene” perché molto male è stato fatto proprio partendo dal presupposto di fare e imporre il bene (sono più le vittime in nome del bene – annota a un certo punto – che quelle dovute alla ferocia dei portatori di male!).

Il fascino del libro è dovuto alla risorsa narrativa cui ricorre Todorov: l’argomentazione è accompagnata da brevi biografie. In esse egli ricostruisce la figura di alcuni esemplari tesmoni del bene. Todorov ne sceglie sei: vorrei qui ricordarne almeno tre perché aiutano a capire la sua operazione di rottura degli schemi.

Cominciamo con Margarete Buber Neumann: comunista tedesca, moglie di Buber, il figlio del grande filosofo Buber, e poi di Neumann, dirigente del Partito Comunista tedesco. Dopo il 33 si deve rifugiare in Russia, me nel 38 lei e il marito vengono arrestati: il marito muore e lei, nel 40, dopo il patto Molotov – Ribbentrop, viene consegnata alle SS: passa quindi dal gulag ai lager. Dopo la guerra denuncerà, a prezzo di una rottura dolorosissima con pezzi del suo mondo, con parti della sinistra, la sua incredibile storia. Margarete troverà al forza di denunciare il gulag proprio perché passata anche dai lager!

Vassily Grossman era invece l’inviato speciale dell’Armata Rossa: il più famoso giornalista russo impegnato sul fronte. Nel dopoguerra viene sconvolto dalla campagna antiebraica scatenata da Stalin, matura una critica profonda dello stalinismo e scrive così un testo straordinario, “Vita e destino”, uno dei grandi capolavori della letteratura della seconda metà del Novecento. Questo romanzo è al tempo stesso l’epopea di Stalingrado e una critica serrata delle follie e della degenerazione dello stalinismo. Il suo capolavoro verrà pubblicato solo dopo la sua morte.

Infine, Germaine Tillon, etnologa francese che, dopo la disfatta del 1940, entra nella Resistenza: nel 1942 viene arrestata e internata nel lager di Ravensbruck. Nel 1954 va come etnologa in Algeria: da allora al sua battaglia pubblica si raddoppia, per ravvivare la memoria della Resistenza e della deportazione nel Lager e per denunciare i crimini e le aberrazioni del colonialismo francese in Algeria. Insomma, ella denuncia il male dovunque vi si imbatta.

La figura di Germaine Tillon apre a Todorov la strada per analizzare e pronunciarsi sulla guerra nel Kossovo: nel 2000, un solo anno dopo la guerra, Todorov scrive così la prima e più lucida disanima della narrazione con cui in Occidente è stata accompagnata l’avventura nel Kossovo. Chi vuole può trovare qui alcune della pagine più splendide, dense di ironia, sulla “guerra umanitaria”, sulle “bombe umanitarie” e può ricostruire come è stata costruita una potentissima copertura mediatica a un’azione priva di buon senso e di legittimità.

IL messaggio di Todorov, al fondo, è semplice: bisogna guardare la realtà “pulendosi le lenti“, un’espressione potente nella quale riassume la sua determinazione nell’andare oltre ogni pregiudizio, per esercitare sempre il pensiero critico, per andare sempre ostinatamente alla ricerca della verità.

Anche per questo i testi di Todorov sono pieni di considerazioni spiazzanti, che sfidano i luoghi comuni. Quando ad esempio parla dei palestinesi lascia cadere un’espressione straordinaria: “vittime delle vittime“, un’espressione rispettosa dell’immensa tragedia storica su cui si fonda la legittimità di Israele, ma che non si ritrae dinnanzi al trattamento insensato riservato ai palestinesi.

Oppure, ancora, nel parlare del sistema della giustizia internazionale Todorov usa un’espressione tanto semplice quanto eloquente: “essa, scrive, è l’equivalente della “giustizia del più forte“. Quanta retorica viene riposizionata e liquidata con questa espressione.

Così pure, in “La paura dei barbari”, sviluppa un ragionamento che diverrà di drammatica attualità in tragiche vicende degli ultimissimi anni. Scrive: “la libertà di espressione non è il più importante dei valori: prima di essa viene la tolleranza integrale”. Provate a rileggere la vicenda di Charlie Hebdo in questa chiave e cogliete subito l’inevitabile problematizzazione dell’impostazione dominante. (Per altro – mi permetto di ricordare – qui in Casa della Cultura abbiamo gestito quella discussione esattamente con lo spirito qui indicato da Todorov).

Concludo con un’ultima considerazione. Penso che Todorov stesso non avrebbe nulla da obiettare se il metodo di “ripulire le lenti” venisse usato anche nei confronti della sua opera. Mettiamola così: la lezione di Todorov è potente, ma vi è qualcosa che manca in essa. Nei suoi scritti non troverete una parola sulla globalizzazione liberista, sulla finanziarizzazione del mondo, sulla precarizzazione dei lavori e delle vite.

Me ne ero accorto anche nei colloqui personali. Mi capitò, l’ultima volta che cenammo assieme, di accennare con preoccupazione alla deriva autoliquidatoria della sinistra italiana: percepii subito che quel tipo di questione era molto lontana dai suoi interessi.

Potremmo dire che il suo pensiero critico, così potente e penetrante, si arrestava dinanzi ad alcune soglie. Probabilmente, questa è la mia impressione, nella vita e nel pensiero di Todorov non è mai stato rimosso il suo impatto giovanile con la realtà del socialismo reale, la lontananza abissale – sono sue parole – tra la retorica del regime e la realtà. Egli annota che questa lontananza, questo divario imperdonabile, era una fucina micidiale di nichilismo. Todorov voleva tenersi lontano da ogni rischio di questo genere.

Insomma, la sua passione civile e il suo pensiero critico si indirizzavano verso alcuni problemi e non verso altri: severo critico di ogni abuso del potere politico e statale non dedicava altrettanta attenzione agli abusi del potere economico e finanziario. Un limite, sicuramente, ma il fatto stesso che possiamo vedere questo limite ci fa risaltare ancora di più il debito che abbiamo nei suoi confronti.

Grazie a Todorov la ricerca di un nuovo, moderno umanesimo, l’impegno di fare rivivere l’antica lezione per trattare “ogni essere umano come un fine e non come mezzo“, per non permettere che i mezzi vengano anteposti ai fini, per tornare a ragionare sulle finalità di fondo attorno a cui costruire il nostro impegno pubblico, ha trovato voce e ascolto anche in questi anni. Non è tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ma di certo è molto. Per questo penso valga la pena impegnarsi per dare continuità e fare vivere la straordinaria lezione di Tzvetan Todorov.

AXEL HONNETH, L’IDEA DI SOCIALISMO. Un breve saggio che merita di essere letto

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1 – Discutiamo seriamente il libro di Axel Honneth, “L’idea di socialismo“: la scelta stessa di uscire con un libro di questo genere, con questo titolo, con questo argomento, rappresenta un fatto culturale.

Erano anni che il socialismo era scomparso dalla pubblicistica, quasi come un “residuato bellico, un sopravvissuto“. Ora è il direttore del celebre Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, l’allievo di Habermas, che ci invita a rimetterlo nell’agenda culturale e politica. Si tratta di un’occasione da non farsi scappare.

2 – “Socialismo”: questa parola ha una storia lunga alle spalle. Honneth ne rintraccia le prime apparizioni addirittura nel XVIII secolo: sembra venisse usata in modo spregiativo contro i sostenitori del diritto naturale che volevano fondare l’ordinamento giuridico sul naturale impulso umano alla socialità e non sulla rivelazione divina. In realtà nel significato che noi conosciamo, ovvero come parola che vuole indicare una nuova forma di organizzazione sociale, appare in Francia verso il 1830, probabilmente grazie alla penna di Pierre Leroux. Era la Francia che aveva appena dietro le spalle la cesura storica della Rivoluzione francese: Honneth giustamente stabilisce un legame strettissimo tra gli ideali della rivoluzione francese e la nascita dell’idea stessa di socialismo.

Generalmente si è soliti dire che l’idea di socialismo nasce in contrapposizione a quella di individualismo che inizia ad emergere negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione francese. Honneth sposta leggermente l’accento: depura o lascia sullo sfondo questo elemento polemico e sottolinea un nesso inscindibile tra l’idea di socialismo e due valori portanti della rivoluzione francese: la libertà e la fraternità. Nella Francia postrivoluzionaria, argomenta il nostro autore, si comincia a pensare che la libertà non può essere un privilegio di qualcuno, che la libertà di ciascuno non deve essere vista come un limite, ma piuttosto come un ausilio per la libertà di tutti gli altri. Insomma, si comincia a ragionare su un’idea non individualistica di libertà, su una nuova libertà sociale: è il concetto di fraternità che permette di ripensare e tenere assieme libertà e comunità.

Questo angolo visuale permette a Honneth di recuperare e valorizzare le primissime esperienze e le primissime teorizzazioni socialiste (i sociali sti utopisti, avrebbe detto Engels): sono esperienze in cui i motivi ispiratori, le categorie più ricorrenti, sono soprattutto associazione, cooperazione, comunità. Sono queste probabilmente le pagine più belle del libro, anche perché Honneth vede proprio in questa tensione associativa, nella reinvenzione del concetto stesso di comunità, nella spinta a cooperare, l’operazione più affascinante del movimento socialista, quella che può tornare a parlare anche all’oggi, quella più densa di attualità.

3 – Vi sarebbero, però, – scrive Honneth – tre tare originarie del socialismo con cui fare i conti. I nodi che solleva sono grossi e meritano di essere discussi puntualmente.

Con la prima tara non si può che concordare: la sottovalutazione della libertà individuale. L’accento posto sulla libertà sociale fa scivolare in second’ordine la libertà della singola persona: qui stanno sicuramente le radici di tanti guai successivi. Oggi penso che siamo tutti d’accordo sull’impossibilità di pensare il socialismo senza le libertà individuali.

Più problematiche appaiono le altre due questioni: la visione della storia e il rapporto con il mondo del lavoro industriale. Oggi è un luogo comune prendersi gioco della teleologia, della visione finalistica della storia che fin dalle origini ha attraversato in varie forme il movimento socialista. Le ragioni sono evidenti: nelle nostre mani si è disfatto non solo il materialismo storico, ma anche – perfino – la fiducia illuministica nel progresso. Eppure, mi sembra che la questione meriti qualche ulteriore riflessione.

Proviamo a guardare all’indietro, a collocare storicamente il problema: davvero qualcuno pensa che i militanti socialisti avrebbero potuto affrontare gli immensi sacrifici della loro lotta senza la visione di una meta, senza la speranza di una nuova società? Penso a quegli uomini che dovevano affrontare prove tremende: licenziamenti, miseria per sé e per le proprie famiglie, arresti e deportazioni. Davvero avrebbero potuto farlo senza quella cosa, la “fede nel socialismo“, che oggi viene liquidata con tanto sufficienza?

Ma soffermiamoci sull’oggi. Abbiamo alle spalle trent’anni e più di postmoderno che ci hanno abituati a liquidare ogni visione di lungo periodo, a concentrare l’attenzione solo sul presente, a vivere il presente come unica dimensione della vita, a immergerci nel presente. Eppure la mia impressione è che il futuro, il problema del futuro, che era stato liquidato con tanta leggerezza, stia tornando prepotentemente tra noi. O meglio, la mia impressione è che il futuro in modo del tutto imprevisto abbia cominciato a rotolarci addosso.

Che cos’è l’inquietudine che ci circonda se non la sensazione nuova, inquietante che il mondo stia cambiando tumultuosamente, che il nostro ambiente di vita si stia radicalmente cambiando senza però – attenzione: qui sta il punto – senza che siamo noi a deciderlo? Siamo entrati dentro una “nuova grande trasformazione“, ma a ridisegnare il mondo sono due grandi forze impersonali: la globalizzazione e l’innovazione tecnologica e scientifica. La globalizzazione ridisegna i rapporti tra le varie parti del globo e accelera la circolazione dei cambiamenti mentre l’innovazione tecnologica e scientifica ridefinisce il nostro rapporto con la natura, i lavori, le nostre modalità di relazione, la durata stessa della nostra vita. Ogni giorno si accumulano nuove conoscenze nelle tecnologie digitali, nelle biotecnologie, nelle nanotecnologie, nella robotica, nelle neuroscienze: e ora incominciano a intuire che la loro ibridazione determinerà un vero e proprio salto di paradigma tecnologico e noi stiamo arrivando propri lì.

Ma non appena ci rendiamo di cosa sta davvero accadendo incominciamo a domandarci: dove ci stanno portando questi tumultuosi cambiamenti? C’è qualcuno che guida e orienta le scelte o dobbiamo accettare semplicemente che esse accadano automaticamente (oggi si direbbe: di default?). Dobbiamo solo prendere atto dell’inesorabilità o possiamo ragionare di fini e di valori con cui orientare questa immensa trasformazione? Sono domande cruciali dei nostri tempi ed esse ci costringono nuovamente a fare qualcosa cui ci eravamo disabituati, a non crogiolarci nel presente. Il problema dei soggetti della storia umana, dei fini e dei valori verso cui orientare il futuro sta ritornando tra di noi: sarà bene che ricominciamo ad attrezzarci teoricamente per affrontarlo. In poche parole: dobbiamo pensare al futuro anche se non siamo in grado di prevederlo. A me sembra che così si dovrebbe interpretare la proposta di “sperimentalismo storico” con cui Honneth chiude le sue considerazioni al riguardo.

Qualche riflessione merita anche la terza presunta “tara”: l’ancoraggio del socialismo al mondo del lavoro industriale. Qui temo di non concordore con Honneth: sento riecheggiare tesi antiche, il clima che fa da sottofondo alla Scuola di Francoforte, la ben nota sfiducia di Adorno e Horkheimer verso la classe operaia. A me sembra, invece, storicamente indiscutibile che l’idea di socialismo si è diffusa nel mondo ed ha avuto la forza che ha avuto proprio perché si è intrecciata profondamente con la vicenda della classe operaia. Per tante ragioni, fra queste anche per la lucidità con cui alcuni pensatori – e qui il più importante è stata sicuramente Marx – hanno intravisto il possibile ruolo sociale e politico del proletariato industriale. Per altro nel loro pensiero non c’era alcuna banalità meccanicistica: a tutti noi è ultranota la distinzione tra classe in sé e classe per sé, insomma il ruolo della battaglia delle idee, della paziente costruzione politica e ideale del movimento operaio.

Ancora una volta: lo sguardo attuale applicato troppo semplicemente al passato può trarre in inganno. Noi oggi stiamo vivendo un fenomeno doloroso, di immensa portata politica: la dissoluzione del movimento operaio, di quel soggetto potente della storia che era fatto dall’intreccio di sindacato, soggetto politico e visione ideale. Il movimento operaio si è dissolta negli ultimi trent’anni. Non per questo possiamo svalutare il ruolo che ha avuto per centocinquant’anni: esso è stato una forza sociale e politica fondamentale per oltre un secolo. Aggiungo: la crisi verticale del movimento operaio non ci autorizza a svalutare il ruolo che il lavoro può e deve svolgere anche oggi: ma su questo punto cercherò di fare almeno alla fine del ragionamento.

4 – Permettetemi però di andare oltre, di sollevare una questione più di fondo: secondo me per tornare a discutere seriamente dell’idea di socialismo bisogna fare un passo ulteriore rispetto allo stesso Honneth, bisogna che ci liberiamo di un certo irenismo che attraversa tutto il libro, bisogna guardare più in faccia la realtà. Mi spiego meglio: tutto il ragionamento di Honneth si dispiega nel cielo delle idee, in un confronto tra teorie politiche. Le sue riflessioni, secondo me, avrebbero assunto ben altra forza se fossero state inserite nella dura, cruda cronaca politica di questi tempi. Forse Honneth è stato danneggiato proprio dal fatto che ha saputo anticipare i tempi, che ha fiutato l’aria prima di eventi confermativi del suo ragionamento. Il suo libro è uscito in Germania nel 2015, probabilmente pensato e scritto nei due – tre anni precedenti. E in questi ultimissimi anni sono accadute tante cose.

Da quando Honneth ha scritto il libro è accaduto un fatto letteralmente impensabile: che si è cominciato a parlare di socialismo là dove sembrava impossibile che potesse accadere, negli Stati Uniti, durante la campagna elettorale: il candidato Bernie Sanders si è dichiarato socialista, si è presentato con una piattaforma socialista e ha conteso fino alla fine la nomination ad Hillary Clinton. La cosa ancora più incredibile era che i sondaggi continuavano a dire che, tra i due sfidanti, era Sanders quello che aveva più possibilità di battere Trump. Notate bene: stiamo parlando di qualcosa che era completamente fuori dalla logica politica fino a pochi mesi prima. E lo sorprese non sono finite: i supporters di Sanders, come sapete, erano i più giovani e chi si occupava di cose americane non poteva esserne meravigliato: personalmente avevo capito che stava accadendo qualcosa di molto importante e sorprendente quando mi sono imbattuto nella rivista “Jacobin“, una rivista di giovani americani che è senza dubbio la più interessante rivista socialista di questi tempi.

 Ma Bernie Sanders purtroppo non è la sola novità di questi tempi. Tante altre cose sono accadute in pochissimo tempo: Trump, la Brexit ispirata da Farage, i populismi che dilagano (Le Pen, in tanti altri paesi dell’Europa Occidentale, per non parlare di quello che sta accadendo in Ungheria – dove il nazionalista di destra Orban subisce la concorrenza dello Jobbit, una formazione che non nasconde nostalgie neonaziste e in Polonia dove imperversa una formazione politica che si è affermata al grido di: Dio, patria e famiglia), l’UE sottoposta a tensioni inquietanti.

C’è qualcosa che accomuna questi populismi: chiusure nazionaliste, pulsioni xenofobe, aggressività verso nemici ricercati o inventati, leadership tendenzialmente autoritarie. Ancora: a ogni piè sospinto vengono agitati la paura e il rancore. Di fatto si tratta di un’onda populista di destra che sembra attraversare tante parti del mondo (non solo occidentale: si pensi all’India, alle Filippine, al Messico di Nieto o agli ultimi sviluppi in Argentina e Brasile ). E dinanzi a tutto questo il mondo progressista è in difficoltà, come mai dal dopoguerra ad oggi. Questa afasia della sinistra è il punto più allarmante ed è proprio su questo che dobbiamo soffermarci.

Cosa sta accadendo? A me sembra che il discorso brutale, semplificato, aggressivo dei populismi accarezza paure e insicurezze diffuse, la paure e le insicurezze provocate proprio dalla globalizzazione liberista e dall’ondata di innovazioni tecnologiche. Dinanzi ai cambiamenti la destra populista dice: costruiamo barriere difensive, chiudiamoci a riccio, voltiamo lo sguardo ad un passato rassicurante. Ecco la riscoperta della nazione comunità: da sempre la nazione è la comunità più rassicurante attorno alla quale costruire barriere e fili spinati. Questo messaggio scende in profondità, tocca e coinvolge proprio gli strati più popolari: non a caso le sirene populiste sono ben attente proprio ai bisogni della parte più debole del popolo. Pensiamo a Trump: protezionismo per creare posti di lavoro operaio. Oppure pensiamo all’Ungheria e alla Polonia: le destre urlano ai quattro venti che difenderanno a ogni costo lo stato sociale e bloccheranno le privatizzazioni.

E la sinistra, quella che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni, appare in singolare difficoltà: in Ungheria e Polonia addirittura buttata fuori dal Parlamento. Dove sta la sua difficoltà? A me sembra che il suo vero grande problema sta nel non riuscire a tenere assieme i due grandi perni della narrazione progressista, da un lato la crescita della soggettività, la libertà e il rispetto dei diritti umani e dall’altro lato la solidarietà, la giustizia e l’uguaglianza sociale. I due perni della narrazione progressista si sono allontanati, si sono separati e dentro questa smagliatura, dentro questa frattura si stanno inserendo minacciosamente i nuovi populismi di destra.

Il fenomeno può essere guardato da più punti di vista: c’è chi, nei suoi gruppi dirigenti, si è lasciato attrarre dalla sirena neoliberale fino al punto – clamoroso qui il caso di Tony Blair – da identificarsi con le élites globali liberali. C’è chi più nobilmente ha vissuto con generosità il fascino della narrazione dei diritti e soprattutto dei diritti umani e ha spostato tutto l’accento sulla questione della libertà. In ogni caso, qualunque sia stata la motivazione, i gruppi dirigenti della sinistra hanno dato l’impressione di avere dimenticato la grande lezione di quello che era il nascente movimento socialista: l’uguaglianza dei diritti non basta e può perfino essere ingannevole se ad essa non si accompagna l’uguaglianza sostanziale. I discorsi sui diritti, la stessa democrazia, possono diventare un velo che nasconde la crescita delle disuguaglianze. Detto diversamente: il liberalismo delle élites, quella che è prevalso in questi tre ultimi decenni, è cosa molta diversa da un liberalismo incorporato in un sistema democratico e socialista. Detto in altro modo ancora: libertà e sicurezza si sono dislocati su due piani diversi e a nessuno sfugge quanto può diventare pericolosa la lacerazione e la contrapposizione fra questi due valori essenziali per la vita umana: può prendere corpo l’idea che la sicurezza – nel senso più ampio possibile – deve venire garantita ad ogni costo, anche a prezzo dei diritti di libertà.

5 – A nessuno può sfuggire, o per lo meno questo è il cuore del mio ragionamento, che siamo dentro una svolta, un passaggio storico, di grande portata: a me sembra di poter dire che siamo nel pieno di un sommovimento periodizzante, di una frattura che segna un passaggio della storia. Tante cose stanno cambiando con una rapidità sorprendente: tutti stanno aggiornando e rivedendo l’agenda politica e culturale.

E’ dentro questo sommovimento che sta ritornando l’idea di socialismo. La storia è affascinante per la sua imprevedibilità: ha degli scarti del tutto imprevedibili. Il socialismo è riapparso nel mondo anglosassone, in quell’America dove non aveva mai attecchito. Ma pensiamo anche agli scossoni che si stanno succedendo in tutti i partiti socialisti: Gran Bretagna, ora Francia, qualcosa del genere in Germania: le leadership si spostano – bene, male? – a sinistra, recuperano linguaggi, valori, proposte della tradizione e della cultura socialista. Honneth aveva fiutato bene: l’idea di socialismo da residuato bellico, da sopravvissuto ritorna nell’agenda del confronto politico e culturale.

Per concludere il ragionamento vorrei provare, però, a scavare un attimo più a fondo. Proviamo a riflettere ulteriormente sulla genesi e sui momenti in cui è stata più forte la presa dell’idea di socialismo: la sua forza e il suo fascino stavano in qualcosa che andava oltre la spinta alla cooperazione e all’associazione. Per dirla con il linguaggio del tempo passato, un linguaggio però che rifletteva rigorosamente processi reali, il motivo ispiratore del socialismo, quello davvero unificante, stava nell’idea di emancipazione delle classi subalterne. Emancipazione: un’idea letteralmente sradicata. Cosa vuol dire? Viene da ex mancipium. Mancipium: facoltà di godere e disporre di cose e di schiavi. Ex mancipium: estrarre da questa condizione, rompere l’assoggettamento, spingere verso l’alto le classi subalterne: questa – l’emancipazione – è stata la vera, straordinaria funzione storica del movimento socialista.

Ma non stiamo parlando di qualcosa, di un nodo, che sta ritornando di straordinaria attualità? Tutti i dati ci dicono che la mobilità sociale si è bloccata, che le disuguaglianze sociali stanno crescendo vertiginosamente, che si sta formando una nuova élite globale che concentra nelle sue mani ricchezza e potere.

Notiamo bene: i populismi traggono alimento proprio da questa denuncia. Essi propongono una soluzione barbarica a questo problema: l’identificazione della gente semplice con un capo che li guida e protegge e la mobilitazione contro qualche capro espiatorio.

Ma non è compito delle forze progressiste pensare e organizzare una propria risposta, riprendere in mano e rielaborare la questione dell’emancipazione ovvero della riapertura della mobilità sociale, di un nuovo orizzonte di giustizia? Certo, ritornare su questa strada non sarà – non sarebbe una passeggiata. Tornare a ragionare sul socialismo non è un problema di vintage lessicale: questo semplice fatto rimetterebbe in discussione la scala delle priorità, rimescolerebbe l’agenda politica e sociale delle forze progressiste.

Provo ad esemplificare alcune delle conseguenze. Oggi sembra un luogo comune, una verità non discutibile, che bisogna abbassare le tasse. Talmente scontato che un ex presidente del Consiglio pochi giorni fa ha potuto parlare dei governi Prodi come di “governi Dracula”, con un “fisco vampiro” mentre lui al contrario avrebbe puntato tutto sull’abbattimento delle tasse. Meno tasse sembra l’orizzonte scontato, ma meno tasse equivale a meno stato sociale e meno stato sociale vuol dire allargare l’insicurezza sociale, il che – ci dice la cronaca di questi mesi – spinge i cittadini più poveri nelle braccia del populismo. E’ un giro vizioso, senza vie d’uscita. A meno che si cerchi di ragionare diversamente, in base ad altri presupposti e ci si interroghi se in questi anni si è andati nella direzione giusta. Prendiamo un dato semplicissimo: nel 1945 l’aliquota marginale negli States era del 94 % (!!!), scesa via via progressivamente: ora un gruppo come Apple paga l’1,5 % (!!!) di tasse sui profitti. Per questo saltano le misure di sicurezza sociale e allora mi chiedo: non sta lì la ragione dell’ascesa di Trump? Possiamo bloccare la deriva populista, antidemocratica, senza pensare diversamente, senza recuperare altri presupposti di pensiero?

Un altro esempio. Sembra scontato oggi pensare all’azienda come una realtà che ha un’unica funzione: produrre valore per gli azionisti. Al punto che gli azionisti, si dice e si legifera di conseguenza, possono sbarazzarsi della forza lavoro come e quando vogliono. Ma siamo certi che questa sia la concezione migliore di un’azienda, che non si possa pensarla diversamente, come una societas che trae la sua forza dalla convergenza di interessi e dalla sostanziale solidarietà tra tutti coloro che interagiscono con essa? E per quale ragione un’azienda pensata in quest’altro modo dovrebbe essere meno efficiente di una in cui gli azionisti fanno ciò che vogliono? Vi sono argomenti seri, e tante verifiche storiche, per sostenere che un’azienda che valorizza il lavoro riesce a competere meglio di altre. La valorizzazione del lavoro, idea centrale del progetto emancipatore socialista, riacquista nuova pregnanza e forza.

Come si vede rimettere in campo l’idea di socialismo, l’idea limite di una società giusta, potrebbe avere profonde conseguenze: si tratterebbe di un’operazione che rimetterebbe in sinergia elaborazione culturale, teorica, e la vita pubblica.

Un’ultima considerazione, per concludere. Permettetemi di affrontare la questione da un punto di vista leggermente diverso. Proviamo per un attimo a guardarci attorno. Il campo progressista non è povero di risorse: esse lavorano però isolate le une dalle altre. Vi è chi mette in primo piano la difesa dei diritti delle persone, chi si impegna per la cura delle persone più disagiate, chi dedica le proprie energie a ripensare il rapporto con la natura. Mondi diversi che camminano fianco a fianco, ma non interagiscono tra di loro, quasi fossero autistici, incapaci di dialogare e di costruire una prospettiva comune. Ciò che si è dissolto è una prospettiva comune, una narrazione che potesse tenere assieme tante diversità. E allora mi chiedo – ma qui davvero pongo la questione sotto forma di una domanda non retorica – se la riscoperta dell’idea di socialismo, ovvero di una società democratica e giusta, non possa permettere di rimettere in moto una narrazione unitaria, un punto di convergenza nel quale possano interagire virtuosamente e tenersi assieme le mille e mille diversità in cui in questi anni si è frantumato il campo progressista.

Concludo, come vedete, con un interrogativo, ma forse questa è la dimostrazione migliore di quanto il breve saggio di Axel Honneth meriti di essere letto.