Claudia Crocco  
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DIALOGO CON MILO DEANGELIS


Il ruolo della poesia di MDA nella letteratura italiana del Novecento



Claudia Crocco


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Il 1 giugno esce in libreria il nuovo libro di Milo De Angelis, Incontri e agguati, nella collana Lo Specchio di Mondadori. Alcuni testi si possono leggere in anteprima qui. Per l’occasione pubblichiamo una lunga intervista con De Angelis, uscita sul numero LI di «Semicerchio», che si conclude con una poesia tratta dalla nuova raccolta. Questo testo è il risultato di un dialogo stratificato in un paio d’anni, fatto di incontri dal vivo e scambi di email. Rileggendo le mie osservazioni, alcune mi sono sembrate un po’ ingenue. Anche le interviste portano il segno del tempo: oggi farei domande diverse, e renderei più precise alcune mie considerazioni critiche. Ma dedicarsi allo studio di poeti contemporanei vuol dire anche ammettere i limiti della critica come esegesi ed interpretazione senza per questo svalutarla. De Angelis è uno dei poeti più citati e antologizzati degli ultimi quarant’anni, eppure la sua opera rimane ancora scarsamente commentata, in parte oscura. Il successo di pubblico e la fortuna critica non sono andati di pari passo con la comprensione del suo ruolo nella storia della poesia del Novecento (cc).

 

 CC: Di recente alcuni studiosi, anche molto giovani (fra questi, Lorenzo Babini e Damiano Springhetti), e un esperto della tua poesia, Luigi Tassoni, hanno iniziato uno studio variantistico dei tuoi testi[1]. Vorrei iniziare da qui. La vulgata critica considera la tua poesia quanto più distante possibile dal lavoro a tavolino presupposto dalla variante. Tu stesso spesso racconti di avere scritto in uno stato di trance (soprattutto negli anni Ottanta, dunque Millimetri e Terra del viso). Eppure, le tue poesie presentano molte differenze fra le loro diverse edizioni[2], che testimoniano un certo labor limae. Non mi soffermerò sulle varianti, sulle quali altri lavorano e stanno lavorando; ma vorrei provare a fare alcune considerazioni che mi sembrano utili a chiarire il ruolo della tua poesia nella letteratura italiana del Novecento.

C’è un capitolo di Poesia e destino intitolato «Andare a capo (Autobiografia)», nel quale questa contraddizione sembra ricomporsi e trovare senso. Vorrei citarne un passo che mi sembra significativo:

 

        Poi, dopo gli anni del liceo e dell’università, ho cercato qualcos’altro: un andare a capo ancora più lontano dal senso […], che fosse innalzabile da una specie di dettatura, la quale imponeva di spezzare una frase senza spiegazioni e di amare questa spaccatura in una visione totale della poesia, non di quella poesia […]. Allo stesso modo: il termine ‘dettatura’ non esclude minimamente le infinite correzioni e varianti, scrupolosamente impegnate a ripetere fedelmente ciò che è stato dettato. La variante non è così una disobbedienza – questo mai, pena lo sperimentalismo – ma al contrario un tendersi più acuto dell’orecchio al comando, un «udito ineccepibile».[3]

 

MDA: Rileggo queste mie antiche riflessioni che tu sei andata a snidare. C’è qualcosa di vero nell’idea di ‘dettatura’: le varianti sono tentativi di raggiungere ‘quella’ voce originaria, voce che non era dato percepire nitidamente nella sua prima manifestazione. C’è qualcosa di vero e di tradizionale, con una suggestione legata alla mantica greca, a Delfi, alle parole oscure dell’oracolo e a tutto uno sfondo antico così pressante in Poesia e destino. Ma ora, dopo avere scritto sette libri di poesia, vorrei essere più preciso. Innanzitutto le varianti non sempre sono un’approssimazione riuscita alla prima voce, non sempre rivelano un ‘udito ineccepibile’. La mitologia della sottrazione può condurre a errori veri e propri. Parlo in generale ma parlo anche di me. Io sono già di natura un poeta ellittico e sottrarre ulteriormente può generare l’insensato. Faccio un esempio. Nella poesia di Somiglianze intitolata Un secondo i versi «tutto è meno meschino / di una fedeltà a se stessi per dimostrazione» («Almanacco dello Specchio», 1975) diventano nella versione definitiva «tutto è meno meschino / di una fedeltà». Questo è un errore. Sono passato da un verso faticoso ma esatto a un verso più essenziale ma impreciso. Perché mai la ‘fedeltà’ dovrebbe essere il peggiore dei mali? Quella fedeltà dimostrativa sì, certamente. Ma non ogni fedeltà. Ecco che a forza di sottrarre si perviene a una banalità.

Seconda osservazione. E qui riprendo uno spunto di Luigi Tassoni, che più di ogni altro ha riflettuto su questo nodo. Quanto più un libro è pensato nelle sue sezioni e nelle singole poesie, tanto meno sarà fitto e martellante il ruolo delle varianti. Nel mio caso i libri immuni da questo demone sono tre: Tema dell’addio, Biografia sommaria (in parte) e questo mio prossimo Incontri e agguati. E tutti e tre sono libri in cui è stato forte l’impegno costruttivo, la meditazione che precede ciascuna sezione e poesia. Viceversa, là dove sono andato allo sbaraglio, senza sapere dove mi avrebbe condotto ciascun verso, le varianti hanno cominciato a dilagare, raggiungendo in Millimetri una quantità di pagine di gran lunga superiore a quelle del libro. Somiglianze è una via di mezzo: ci sono diverse varianti ma non in numero esasperante come in Millimetri, Terra del viso e Distante un padre. E tali varianti sono dovute anche al lungo intervallo temporale (1969-1976) che ha separato le prime poesie dalla pubblicazione dell’opera. Ma attenzione: questo non è un giudizio di valore e l’espressione che ho usato prima, ‘andare allo sbaraglio’, significa molte cose: in certi casi può creare confusione, in altri al contrario può portare una maggiore verve associativa, un brio che nasce proprio da questo inventare impreparato.

CC: Quello che mi colpisce delle tue varianti è che segnalano la presenza di nuclei originari, che poi evidentemente sono diventati fulcro e motore della poesia. Da qui la variante: le poesie esplorano, cercano di sviscerare qualcosa. Non solo nella pagina appena citata, ma anche nel corso di altre interviste, parli di «dettatura»[4]. Ora, ho l’impressione che alcuni di questi nuclei siano già delineati in Poesia e destino, dove raccogli testi giovanili, addirittura risalenti al tuo periodo liceale: ad esempio le immagini di Atalanta, lo sport, la corsa; la riflessione sulla tragedia e sull’andare a capo.

MDA: È vero, certamente sono uno scrittore concentrico. Pochi nuclei, sempre quelli, che rimbalzano da un libro all’altro sotto una pioggia di riprese, variazioni sul tema, insistenze, digressioni, ritorni, conferme. Nuclei già presenti nella giovinezza? Direi di sì. Non ho mai pensato che i tratti fondamentali di un carattere possano cambiare. Nella mia infanzia non c’è stato altro che lo sport: tutti i pomeriggi, tutti i giorni dell’anno, passati a giocare a pallone, a formare le squadre, a ideare nuove finte, tiri, dribbling, traversoni, rovesciate, colpi di tacco e tutto il repertorio di un giovane milanista innamorato di Schiaffino e di Gianni Rivera. Però è anche vero che tra un’azione e l’altra cominciavo a immaginare, ad avvertire malinconie, a sentire la mancanza di un’ alleata al mio fianco, di una bella giocatrice con cui parlare e scambiare pareri ed emozioni. Anche in un campo di calcio, come vedi, può nascere una poetica. E anche una partita – se è davvero una partita leggendaria – può insegnarci qualcosa sulla questione delle varianti. Prendiamo quella partita, la più memorabile della mia adolescenza. Era la finale del campionato scolastico, da disputare sabato 27 giugno 1964 in un campo a nove vicino al Parco Lambro, finale a cui ci eravamo preparati per tre anni, tutto il tempo della scuola media, con innumerevoli prove, tentativi, cambi di ruolo e di schema, innesto di nuovi giocatori e persino un nuovo allenatore che avevamo fatto venire dal settore giovanile di una squadra di serie C. Non parlerò in dettaglio di questa partita e non dirò nemmeno come andò a finire, perché l’ho già fatto in un’altra intervista e soprattutto perché il punto non è questo. Il punto è che la partita in questione diventa una sorta di archetipo, o meglio quella che potremmo definire una metafora dinamica. Dinamica e in perpetuo movimento: quella partita non è la stessa se viene cantata pochi anni dopo, nel 1970 (Somiglianze) oppure nel 1990, oppure adesso. Non è la stessa se il poeta abita ancora lì e passa tutti i giorni davanti a quel campetto oppure se è andato in un’altra città e sente il velo dell’esilio… non è la stessa cosa se uno dei ragazzi è morto e porta sulla partita un’ombra scura e un’esistenza incompiuta… se il poeta segue ancora il calcio oppure ha abbandonato quel mondo interamente… oppure… oppure e ancora oppure. Sì, quella partita è un’immagine che trascorre in mezzo alle stagioni, muta volto e passa di libro in libro sospinta da una brezza di varianti.

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17 Giugno 2015

 

 

 

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