Francesco Bellusci  
  casa-della-cultura-milano      
   
 

IL PRINCIPE MODESTO


Gli errori in politica nell'ultimo libro di Luciano Violante



Francesco Bellusci


altri contributi:



  francesco-bellusci-insegna-creonte-luciano-violante.jpg




 

Se ammettiamo, come disse una volta André Malraux, che il XX secolo sia stato quello in cui la politica è diventata tragedia, potremmo dire che, adesso, nel XXI secolo, che inizia forse per davvero dopo la pandemia, abbiamo l’opportunità di trasformare la tragedia in politica. Quale politica? Una politica in grado di far cambiare rotta alla nostra civiltà, di farsi carico progressivamente delle esigenze di protezione della specie umana e di cura del pianeta che ne ospita e rende possibile la vita, di governare le transizioni digitale, energetica, climatica, ecologica, che, intrecciate tra loro, ci stanno traghettando nel futuro. Come ha detto giustamente Jürgen Habermas in un’intervista rilasciata a Le Monde, alcune settimane dopo lo scoppio della pandemia e della crisi sanitaria globale, gli umori populistici di destra e il rifugio dietro le “barricate” nazionali sono una reazione di difesa istintiva di fronte alla sfida politica vera che ci attende. La sfida che ci chiama ad affrontare una policrisi sanitaria, ecologica, economica, sociale, educativa, e a trasformare l’interdipendenza economica in una “interdipendenza umana”, con la stessa passione con la quale, negli ultimi due secoli, i popoli hanno forgiato Stati indipendenti e istituzioni nazionali, oggi da reinventare o rimodellare, perché ancora necessari ma anche impotenti di fronte ai pericoli globali.

Tuttavia, la dimensione epocale dei mutamenti e la dimensione transnazionale delle sfide che si impongono nell’agenda politica di oggi non possono farci dimenticare che, per i suoi meccanismi interni legati all’esercizio del potere, alla ricerca del consenso, alla competizione, alla strategia, e per il fatto di presentarsi come un’attività eminentemente umana, l’azione politica, tesa a mettere le mani negli ingranaggi della ruota della storia, è sempre esposta all’errore o all’illusione, che scaturiscono dalle stesse fonti “umane” capaci di renderla responsabile, avveduta, efficace: le idee, i miti, i progetti, le passioni, il gioco delle ambizioni e delle astuzie.

Pertanto, può essere utile un esercizio di riflessione, sovente trascurato, sull’arte della politica come l’arte di evitare errori, di saperli correggere in tempo, finanche di utilizzare gli errori dell’avversario. Non solo perché viviamo in società aperte che, come ci insegnava Ralph Dahrendorf, consentono di per sé il tentativo e l’errore e rendono possibile il cambiamento attraverso la falsificabilità dei progetti, la ricerca della verità, la denuncia della menzogna, a differenza dei regimi politici in cui è la stessa “minoranza” illuminata che si appropria della verità, della sua difesa, ma anche del diritto all’errore, sancendo così attraverso l’autocritica la sua infallibilità (un modello attualmente incarnato da un player globale fondamentale nella scena mondiale, come la Cina). Ma anche e soprattutto perché, se, da un lato, la fine del “socialismo reale” e l’effervescenza postmoderna hanno archiviato il tempo degli obnubilamenti ideologici, dall’altro lato, viviamo in società complesse in cui la politica però non cessa di produrre idee sempre più semplificanti e di oscillare tra un realismo inconsapevole della fragilità e dell’imprevedibilità del reale e un irrealismo che lo vela o lo esorcizza pericolosamente.

Allora, quali virtù raccomandare al “Principe” del XXI secolo? Come aggiornare il prontuario di consigli che, un secolo fa, Max Weber forniva, in una celebre conferenza, al “politico di professione”? Con questi interrogativi si misura l’ultimo libro di Luciano Violante: Insegna Creonte. Tre errori nell’esercizio del potere (Il Mulino, Bologna 2021). E l’autore lo fa con il peso e il vantaggio della sua esperienza come magistrato, parlamentare, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Presidente della Camera dei Deputati, osservatore privilegiato di passaggi cruciali nella storia italiana repubblicana e nella storia europea e mondiale. In altri termini, come colui che ha potuto non solo vivere in prima persona lo sforzo di conciliare dedizione alla causa e responsabilità rispetto a fini e conseguenze delle proprie azioni, ma anche essere testimone diretto di quello iato tra principi e pratiche nel quale, più prosaicamente, si concretizza l’avventura democratica.

Il saggio di Violante ha innanzitutto il pregio di essere un richiamo necessario e penetrante al fatto che, al di là di essenze olistiche come “Stato”, “governo” o “partito”, ci sono sempre uomini singoli, personalità, dirigenti, leader, come “soggetti” del decidere e dell’agire politico. Questo è sufficiente a creare le condizioni propizie all’errore. D’altronde, al “decisore” si presentano sempre alternative di scelta, più o meno dilemmatiche, ma non quella tra il decidere e il non decidere. Coltivare alcune doti fondamentali, secondo Violante, può aiutare a prevenire gli errori e soprattutto a saperli riconoscere, a non esserne schiacciati, a risollevarsi e a ripartire un istante dopo averne preso atto. Si tratta della conoscenza, del rispetto e del coraggio. La conoscenza, che non può essere assimilata alle convinzioni ideali tout court, consiste nell’attività di raccolta di informazioni, di studio, di indagine, per formulare temi, orientare il dibattito pubblico e prendere decisioni, senza per questo ricavarne la pretesa di potersi ergere al di sopra di un confronto paritario tra opinioni, alla base del gioco democratico. Il rispetto è l’abito comportamentale coerente con il riconoscimento del valore dell’altro, della comunità, delle istituzioni, e di quel principio di eguaglianza civile e politica che non solo può, ma deve coesistere con la “quotidiana competizione senza regole” che contrassegna la vita dei militanti di partito e dei rappresentanti politici. Il coraggio, infine, è quello che sostiene la volontà di sentirsi obbligati a dire la verità o a prendere decisioni, anche quando non sono in accordo con gli umori o le aspettative prevalenti, ma in nome di valori inderogabili o ritenuti preminenti e innovativi, da esplicitare in ogni caso, come, ad esempio, lo fu quello della pacificazione nazionale, anteposto a ogni altro, che ispirò il decreto di amnistia firmato nel 1946 dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti.

Si tratta di virtù morali senz’altro, che non inficiano lo spazio autonomo dell’agire politico. Anzi, sono le doti principali che possono meglio assicurare il conseguimento dei risultati, che costituisce il criterio fondamentale per giudicare la qualità dell’azione politica. Non bastano cioè, in politica, le buone intenzioni o la buona volontà, ci ricorda Violante. Contano i risultati.

È un Principe modesto il Principe moderno di Violante. Nel senso che è accorto nel non cadere nei tre errori che incombono solitamente sull’esercizio del potere e sull’attività politica: aprire un conflitto che non si è capaci di governare, sopravvalutare se stessi, essere arroganti. Per converso, sa comandare e sa persuadere, sa combinare autorità e rispetto, risolutezza e prudenza. Sa comprendere il momento e la necessità del compromesso, proprio per rendere efficace la propria azione politica e rafforzare la propria autorità. Ciò che manca a Creonte, nell’Antigone di Sofocle.

Per spiegare gli errori più pregiudizievoli in politica, Violante non ricorre, come è sovente fare nella contingenza storico-politica attuale, alla contro-esemplarità del demagogo o del leader populista, con il suo carisma “incivile”, istrionico e paranoico, ma a quella più emblematica di Creonte che, prigioniero della sua illusione di onnipotenza e ostinato nella difesa della legge, non pondera attentamente la valenza del gesto trasgressivo e imprevisto di Antigone, che con pari ostinazione a quella legge intende disobbedire, dando sepoltura al fratello Polinice, che ha mosso proditoriamente guerra contro Tebe.

Creonte esaspera il conflitto, convinto alla fine di trionfare. Invece, farà morire orrendamente Antigone, indurrà al suicidio il figlio, promesso sposo di Antigone, perderà la reputazione della città. Cerca di imporre la sua ragione senza preoccuparsi del consenso che effettivamente suscita e sottovaluta la forza morale dei suoi antagonisti e di chi lo invita a riconsiderare la sua posizione, alla luce delle nuove circostanze. Creonte fa l’errore di ignorare la possibilità che sta sbagliando, inchiodato alla presunzione di avere comunque ragione. La ragione che si chiude in se stessa diventa una “mente in delirio”, come ammette lui stesso in un momento di resipiscenza tardiva. Scandalo Lockheed, Tangentopoli, il tentativo di riforma costituzionale promosso da Renzi, la mozione di sfiducia di Salvini al Governo Conte-1, sono solo alcune delle fasi cruciali o degli episodi chiavi della storia repubblicana recente che il lettore troverà menzionati, da cui l’autore chirurgicamente estrapola esempi degli errori politici cruciali compiuti, che confermano la sua sinossi e l’archetipo negativo di Creonte (anche se non mancano incursioni interessanti nel passato più lontano, come il riferimento, ad esempio, all’errore fatale compiuto dall’aristocrazia francese di chiedere e ottenere la convocazione degli Stati generali nel 1789, che, invece di diventare il teatro della rivincita aristocratica sulla monarchia assoluta, saranno lo spin-off della Rivoluzione francese). Esempi nei quali ricorre spesso la stessa pessima consigliera di Creonte: l’ira. La tentazione di rinchiudersi nella gabbia dell’ira, della frustrazione, dello spirito di rivalsa, dettata dall’illusione di ripristinare la propria autorità violata o offesa, secondo Violante, va scongiurata proprio per le azioni recidive e aggravanti che può indurre, dopo l’errore iniziale. Qui, la raccomandazione di non cadere nella collera o nell’ira, è un punto in cui la saggezza del politico moderno può ancora incontrare la saggezza prescritta al politico antico, che vedeva non a caso nel “governo di sé”, sempre non facile da conseguire, la conditio sine qua non per il governo degli altri.

Ma, più di altri, l’errore su cui si sofferma Violante nell’ultimo capitolo è quello che affiora quando le classi dirigenti politiche abdicano a una loro funzione fondamentale: l’impegno a formare l’opinione pubblica e non solo inseguirla (“Chi si limita a inseguire i sentimenti che prevalgono, è un follower, non è un leader”, scrive icasticamente Violante), e a formare i futuri decisori della comunità, in un processo costante che annodi eredità del passato e futuro. Dileguandosi improvvisamente, tra la caduta del Muro di Berlino e Tangentopoli, negli anni 1989-1994, i partiti storici della prima Repubblica hanno lasciato irresponsabilmente senza formazione politica i giovani di allora, secondo Violante, producendo una rottura generazionale con conseguenze oggi evidenti. Solo i partiti, solo i movimenti politici organizzati, strutturati, con spirito di appartenenza e di missione sociale, possono non solo selezionare dirigenti, ma anche insegnare a saper dirigere e ad essere attori politici, che è ben altra cosa dal possedere “nozioni” di politica. Sono la sede, cioè, di quello che Antonio Gramsci chiamava “spirito statale” nel Quaderno 15 del carcere, la cui eco sembra riverberarsi nelle ultime pagine del libro di Violante. Al di fuori dei partiti, di cui Violante auspica il rilancio sotto forma di comunità di pedagogia politica, per Gramsci c’erano, infatti, individualismo o settarismo, cioè forme di “apoliticismo”.

Per concludere, in sintesi, cosa insegna Creonte? Seguendo l’indicazione di Violante di attingere dalla tragedia greca e dal suo valore di paideia politica, si potrebbe rispondere con le stesse parole con cui Atena risponde a una domanda delle Eumenidi, nell’Orestea di Eschilo. Ci insegna che all’esercizio del potere e alla buona sorte della comunità sono utili “tutte le cose che sorvegliano una vittoria non cattiva”. Il politico deve senz’altro trovare i mezzi per vincere, perché la sua iniziativa produca cioè risultati. Ma non porsi alla ricerca di una vittoria assoluta, di una vittoria a tutti i costi, che, come quella di Creonte, può capovolgersi in sconfitta. Bensì di una vittoria buona, perché questa sarà al contempo la sua vittoria e la vittoria della polis, della comunità, quindi, una vittoria autenticamente “politica”. QuestoQues, insegna Creonte.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

08 MARZO 2021

Luciano Violante
Insegna Creonte. Tre errori nell'esercizio del potere
(Il Mulino, Bologna 2021)