Renzo Riboldazzi  
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SUOLO: TANTI BUONI MOTIVI PER PRESERVARLO


Un atto politico per una nuova coscienza collettiva



Renzo Riboldazzi


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Se qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio circa l'utilità di preservare ciò che quotidianamente i nostri piedi calpestano potrebbe leggere Che cosa c'è sotto: il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo di Paolo Pileri, Altreconomia Edizioni, Milano 2015 (160 pagine; 12,50 Euro). Un libro scientifico e insieme didattico che, con un linguaggio schietto che rifugge da ogni accademica ampollosità, cerca di farci capire perché il suolo è oggettivamente qualcosa di importante che non possiamo permetterci di sprecare. Un libro che è anche un atto politico nel senso che è partigianamente teso alla maturazione di una coscienza collettiva tale da rendere il consumo di suolo se non un tabù almeno l'extrema ratio del nostro modo di rapportarci al territorio. Infine, un libro che - dopo Amor Loci: suolo, ambiente, cultura civile (Raffaello Cortina Editore, Milano 2012) scritto a quattro mani dallo stesso autore con Elena Granata - insiste caparbiamente nel tentativo di colmare quel divario culturale - forse sarebbe più giusto chiamarlo crepaccio - in cui precipitano cose e concetti fatti propri da discipline restie a qualsiasi processo osmotico così da mettere in luce singoli aspetti di entità che andrebbero invece considerate nel loro insieme, magari ricorrendo a nuove categorie interpretative. Ecco, il suolo è probabilmente una di queste cose che, forse per una certa povertà di appeal, per quella stessa rudezza senza fronzoli (ma ricca di sostanza) a cui rimandano spesso le cose e le persone che vengono dalla terra, ha suscitato e suscita anche nell'opinione pubblica un'attenzione diversa da quella che più comunemente riserviamo al paesaggio o all'ambiente. Proprio da qui prende le mosse questo 'atto di ricongiunzione culturale ', dallo sforzo di disvelare 'una bellezza e un'intensità che ci sfuggono ', dalla convinzione che - come affermava il naturalista svizzero Hans Jenny - anche 'il suolo è bello ma pochi lo sanno ', dall'idea che 'la dissociazione tra conoscenza del suolo e consapevolezza delle conseguenze delle azioni sull'uso del suolo produrrà - secondo l'autore - sempre maggiori danni culturali e ambientali ' e dunque dalla necessità 'di mettere in moto un pensiero critico per comprendere appieno il problema ' allarmante del suo consumo. Già, perché proprio di consumo si tratta, anche se di primo acchito ci viene meno naturale associare questo verbo al suolo come invece facciamo abitualmente con il carburante o le bevande alcoliche.

Che cosa c'è sotto si apre in modo insolito, con una premessa grafica. Ancor prima di introdurci ai temi del libro, o meglio, proprio per farci immergere senza preamboli nei temi del libro, Pileri antepone all'introduzione pochi ma efficaci schemi grafici corredati di brevi testi da cui scopriamo, per esempio, che 'il 95% del cibo sulla nostra tavola arriva dal suolo agricolo ' ma che ci vogliono almeno cinquecento anni per formare uno spessore di suolo pari a 2,5 centimetri; che 'un ettaro non urbanizzato trattiene fino a 3,8 milioni di litri d'acqua ', una quantità che potremmo smaltire altrimenti ma utilizzando non meno di 143 TIR; che 'nei primi 30 centimetri di suolo agricolo si accumulano 60 tonnellate di carbonio per ettaro ' e che 'la perdita di aree naturali e agricole produce un'emissione di CO2 in atmosfera ' rilevante con significativi impatti sui cambiamenti climatici; che ogni ora 'in Europa 11 ettari di suolo vengono consumati ', ovvero edificati, cementificati, trasformati in qualcosa che ne cancella la natura e le potenzialità, mentre in Italia '8 metri quadrati al secondo di suolo libero viene impermeabilizzato '. Solo nel bel paese ogni giorno si perde così 'una superficie in grado di produrre cibo per 420 persone ' e quotidianamente aumenta 'di 259 milioni di litri il volume potenziale delle acque da gestire ' con nuove canalizzazioni, tubature e sempre più articolati ma soprattutto costosi sistemi di deflusso che - come le cronache insegnano - periodicamente dimostrano tutta la loro fragilità dando luogo a disastri ambientali anche gravi. Non si tratta di semplici slogan - come qualcuno potrebbe obiettare - ma di richiami a tesi puntualmente argomentate all'interno del volume dove si prova pazientemente a dimostrare (e convincere) che le conseguenze del consumo di suolo sono qualcosa con cui la nostra società deve finalmente fare i conti perché in gioco c'è perfino la vita delle persone.

Perché siamo arrivati a questa situazione e che cosa possiamo fare? Di fondo c'è quella che Pileri considera 'una sorta di patologia del sistema culturale ', una 'malattia - così la definisce - [che] sta nelle pieghe dei modelli culturale, economico e urbanistico ' che abbiamo abbracciato. Secondo il professore di Pianificazione territoriale e ambientale del Politecnico di Milano, 'l'architetto, l'ingegnere, l'urbanista, il politico, l'economista, l'imprenditore, così come qualunque cittadino, sono ancora abbagliati dalla seduzione del cemento e dall'idea di crescita che gli hanno appiccicato addosso '. Un'idea che nonostante le battaglie di molti intellettuali condotte fin dagli anni cinquanta del Novecento quando l'Italia spalancava le porte a un processo di cementificazione del territorio che ne sfigurerà il volto e l'anima - ricordiamo per esempio Leonardo Borgese, Antonio Cederna, Ermanno Olmi, Pier Paolo Pasolini o Salvatore Settis - continua a scorrere nelle vene della nostra società e a permeare le azioni di quanti avrebbero il compito di governare e pianificare il nostro territorio razionalmente e nell'interesse generale (compreso quello delle future generazioni). Un'idea che negli ultimi decenni si è addirittura rafforzata parallelamente al radicalizzarsi dei fenomeni legati alla rendita immobiliare, al punto che ci pare normale che la maggior parte delle scelte urbanistiche - che il più delle volte altro non sono che decisioni circa l'edificabilità dei suoli - vengano prese, di fatto, non in virtù di una qualsiasi riflessione ambientale, non sulla base di concrete e dimostrabili esigenze di una comunità ma dando per scontato che il destino del territorio in cui viviamo sia, prima o poi, quello di essere edificato. Ecco, il primo nodo da affrontare per Pileri è proprio questo con l'obiettivo di sciogliere quell'abbraccio mortale - o quanto meno di ridurne l'intensità - tra edificazione di suoli liberi e profitto favorendo piuttosto il recupero o la trasformazione dell'edificato esistente e parallelamente la cura e la manutenzione del territorio. Per fare qualche esempio concreto, secondo l'autore andrebbero abolite quelle norme sciagurate che consentono ai comuni di finanziare la spesa corrente con i proventi - i cosiddetti oneri di urbanizzazione - derivanti all'attività edilizia. Andrebbero verificate tutte quelle stime demografiche al rialzo sulla cui base si sono previste nuove possibilità edificatorie funzionali ai meccanismi economico-finanziari legati alla produzione di immobili ma del tutto sproporzionate rispetto alle effettive necessità. Andrebbero ripensate le competenze amministrative in fatto di pianificazione rafforzando la regia pubblica ma al tempo stesso ridefinendo i poteri delle amministrazioni locali su questo fronte: per assurdo, si è infatti dimostrato che sono i comuni più piccoli quelli più voraci in fatto di suolo. Andrebbero cioè posti limiti chiari e invalicabili e messe in campo azioni di natura operativa e normativa - circa le quali invece il legislatore nicchia da anni nonostante l'affastellarsi delle proposte di legge - fondate tanto sulla conoscenza di valori, risorse e potenzialità (praticamente non rigenerabili) di cui il suolo è portatore, quanto su una condivisa presa d'atto che il suolo è un bene comune e che le ragioni per preservarlo sono molte e sostanziali. 

Renzo Riboldazzi

 

 

 


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09 Agosto 2015

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