Michele Prospero  
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UN RICORDO DI RICCARDO TERZI


Un politico di scuola comunista, storico dirigente della CGIL



Michele Prospero


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Con Riccardo, negli ultimi anni, ho avuto un rapporto molto intenso. Lo chiamo adesso Riccardo perché lui rimase contento quando, nella presentazione che feci assieme a Salvatore Veca di uno dei suoi libri alla Casa della Cultura di Milano, usai ripetutamente l’espressione “scrive Riccardo Terzi”. Apprezzò il mancato ricorso ad un tono più confidenziale, segno –mi disse- che avevo preso con distacco, e cioè sul serio, il suo lavoro.

Già in questo compiacimento per aver privilegiato il cognome, c’è una traccia della sua personalità. Quella di un politico di scuola comunista che non accetta che nelle faccende pubbliche si mescolino delle concessioni di carattere più privato. E Riccardo era un comunista di impronta togliattiana. Una delle ultime iniziative, organizzata nella sua Bergamo, era non a caso dedicata alla commemorazione dell’anniversario del celebre discorso di Togliatti sul rapporto con i cattolici, in vista di un comune attaccamento alla valorizzazione del destino umano.

Sulla scia del leader comunista, Terzi non trascurava il possibile apporto di sensibilità religiose in uno spirito di critica del capitalismo. Ma credeva soprattutto in una politica di alternanza, e non confidava nelle grandi coalizioni, che leggeva anzi come soluzioni confuse e deleterie per il sistema politico. Da giovane segretario della federazione milanese, nel 1983 pagò con l’istantanea marginalizzazione politica, l’intervento al congresso del Pci in cui si professò ostile alla cultura del compromesso storico.

Ci teneva a rimarcare che la sua apertura verso i socialisti, per la costruzione dell’alternativa della sinistra, non era riconducibile a quella che, su altre basi, propugnavano i miglioristi. Lui ci teneva alla sua appartenenza comunista. Alla lezione del realismo politico di Togliatti, Terzi ha unito una certa curiosità per le formule di Panzieri, sull’autonomia del sociale, sul conflitto, sul senso della modernizzazione capitalistica. E forse proprio questi innesti, lo hanno accompagnato nella sua esperienza sindacale, intrapresa, grazie a Lama, dopo l’amarezza estrema dell’isolamento politico.

Quando mi chiese di scrivere una post-fazione allo scambio epistolare tra lui e Bertinotti, feci notare una cosa che forse può aiutare a chiarire meglio l’orientamento culturale di Riccardo. Bertinotti si professava, in quelle pagine, un “dellavolpiano” e però usava continui rimandi mistici e invocava come soluzione salvifica una discesa dei barbari. Terzi invece aveva pronunciato parole severe contro il mio Della Volpe e però –questo notai- mostrava una curiosità tipicamente dellavolpiana per il reale, per la positività del sensibile che invece mancava in certe formule romantiche e mistiche di Bertinotti.

Su invito di Riccardo ho partecipato a molte cose, a Firenze, a Milano, a Pescara, a Roma. Amava la conversazione e la buona tavola, e quindi era piacevole correre con lui, talvolta la moglie e il suo grande amico Mario, in Abruzzo, a fare dibattiti con Barca, Valdo Spini. Dopo che aveva lasciato lo Spi per tornare a Milano, mi aveva chiesto, molti mesi prima, di tenere bloccate le prime giornate di luglio, per partecipare a un ciclo seminariale, con una relazione sulla crisi della rappresentanza (un suo tema-ossessione). Pochi giorni prima, la Cgil lombarda ha mandato però una lettera ai relatori per annullare l’appuntamento, a causa dell’improvviso ricovero di Riccardo.

Lui stesso mi chiamò, credo oggi perché fosse all’oscuro della gravità del male, per dirmi che era tutto risolto, gli accertamenti erano andati bene e che quindi ci saremmo visti in autunno a Milano, per il seminario a cui tanto teneva e che era solo rinviato.

La crisi, il sociale, la rappresentanza, il partito erano le sue tematiche classiche. Uscito dal Pd, non aveva referenti politici, ma conservava una forte passione politica. Provava anche a capire perché suo figlio avesse scelto Grillo alle elezioni. Ma nello sgretolamento delle culture della sinistra non c’era alcuna fortezza da difendere. Forse quello che indubbiamente per lui fu un doloroso ripiego, una ferita, cioè il passaggio dal partito al sindacato, con la miserevole fine della sinistra politica assumerà col tempo un significato diverso. Per questo mi chiese di dedicare un numero monografico di “Democrazia e Diritto” al sindacato. Nel diluvio, l’unico tocco di rosso che ancora circola in Italia è quello della Cgil. Ed è con quel rosso, di una storia non spenta del movimento operaio, che ti saluto, caro Riccardo.

Pubblicato sul sito Centro per la Riforma dello Stato


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15 Settembre 2015

 

 

Michele Prospero ricorda l’amico e compagno Riccardo Terzi, storico dirigente della CGIL. Fu anche vice-presidente del CRS