Giovanni Pizzochero  
  casa-della-cultura-milano      
   
 

LE IMPRESE NELLA SHARING ECONOMY


Il potenziale dirompente della 'Relazione '



Giovanni Pizzochero


altri contributi:



  pizzochero-sharing.jpg




 

La prima impressione è quella che non conta. Qualche anno fa, agli albori dell’emersione a mainstream del fenomeno, la narrazione sulla sharing economy, con particolare riferimento al ruolo delle imprese (esistenti, ma soprattutto nascenti), aveva posto l’accento su alcuni aspetti che sembravano in grado di produrre un cambiamento di portata rilevante. Si parlava di sharing economy come strumento ad alto potenziale redistributivo, in grado di promuovere l’accesso a beni e servizi per soggetti esclusi e al contempo elemento di mitigazione del paradigma economico dominante capace di ammorbidirne gli eccessi perché, mettendo a disposizione beni sottoutilizzati, generava efficienza riducendo al contempo le esternalità negative prodotte dalle imprese.

Sembrava, in un certo senso e osando un po’, che la sharing economy rappresentasse un approccio capace di ridefinire il ciclo di accumulazione del capitale, inserendo nella relazione D-M-D (denaro per ottenere una merce, per generare altro denaro), una potente “R” (relazione) capace, come un granello di sabbia nell’ingranaggio, di rallentarne le distorsioni e di restituire senso al mercato.

E invece, quel che è successo negli ultimi anni è che quella “R” è stata relegata a fenomeni marginali, seppur paradigmatici e ad elevatissimo potenziale di innovazione, e molte grandi corporations – prevalentemente quelle di matrice americana – oggi si muovono nei processi di sharing economy con la stessa disinvoltura (e talvolta cinismo) con cui troppo spesso interpretano il proprio ruolo all’interno del rapporto con la sfera sociale. Forse Morozov aveva ragione: qui non si sta parlando né di redistribuzione né di ripensamento del capitalismo, tutt’altro. Insomma sembra proprio che il vero potenziale dirompente del fenomeno sia dentro quella “R”. Che però, al momento poco importa alle grandi imprese.

Nick Gorenflo, fondatore di Shareable, ha presentato qualche mese fa una delle analisi più lucide sul tema: esistono due approcci al ruolo dell’impresa nei processi di sharing economy.

“La sharing economy transazionale e i suoi processi rinforzano le sperequazioni sociali già esistenti e si basano su relazioni sociali scarse ed effimere. Tutte le transazioni delle imprese che appartengono a questo modello si inseriscono perfettamente nel mercato attuale. L’impresa di questo tipo infatti è una commodity che un ristretto gruppo di proprietari cerca di piazzare sul mercato ricavandone il massimo. L’obiettivo e il vincolo giuridico di queste imprese consistono unicamente nel generare il massimo rendimento possibile per gli azionisti: anche se alcune di queste imprese parlano del proprio “impatto sociale”, legalmente parlando non c’è alcuna missione sociale.

La sharing economy trasformativa è invece quella in cui le relazioni sociali cambiano in meglio, si costruiscono legami solidi e duraturi basati sul supporto reciproco e nelle imprese vengono a crearsi elementi dei Commons – cioè delle cooperative – caratterizzati da una gestione collettiva e comunitaria delle risorse o dell’impresa stessa. Le imprese così costruite hanno l’obiettivo di produrre benefici per la collettività: la stessa impresa, infatti, è una comunità. In queste aziende il fatto di avere un obiettivo “sociale” viene spesso legalmente inserito negli atti costitutivi. Gli utenti sono la ragion d’essere dell’azienda: essa esiste per servirli”.

Continua la lettura su cheFare.com


© RIPRODUZIONE RISERVATA

27 Ottobre 2015

 

 

 

cheFare è una piattaforma che premia l’impatto sociale, segnalando e raccontando i progetti culturali ad alto grado di innovazione