Marcello Gisondi  
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A PROPOSITO DI 'DEMOCRAZIA ANNO ZERO'


Sul manifesto politico del leader di Podemos, P. Iglesias Turriòn



Marcello Gisondi


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18 dicembre 2015  

Fra pochi giorni la Spagna affronterà le elezioni politiche più importanti dopo quelle che sancirono la Transizione alla democrazia. Il PP e il PSOE, i due grandi partiti che hanno sorretto il patto costituente del 1978, non saranno per la prima volta in grado di egemonizzare il discorso politico nazionale. L'erosione del loro tradizionale consenso, iniziata col movimento degli Indignados il 15 maggio del 2011, sembra essersi trasformata in un processo irreversibile.

Ciò non significa che popolari e socialisti usciranno dai giochi per la formazione del governo, ma per la prima volta saranno costretti a mediare fra loro o con nuovi partiti. Fra questi ce n'è uno che proprio delle istanze del 15M ha provato a farsi portavoce: si tratta di Podemos, nato nel gennaio 2014 da un'ipotesi di un gruppo di professori, ricercatrici, studentesse e attivisti dell'Università Complutense di Madrid, capaci di portare 5 eurodeputati a Bruxelles già nel maggio dello stesso anno. Il progetto è sorprendente sia per la sua capacità di emergere in un contesto elettorale che sembrava stabile, sia perché lo sviluppo del partito/movimento è figlio di un'ipotesi ragionata e messa in atto da un gruppo di scienziati politici e attiviste. Nei loro testi, apparsi nell'ultimo decennio, è possibile ritrovare i principi e le strategie del discorso politico che ora come partito stanno provando a mettere in pratica. 

Può quindi essere utile svolgere qualche riflessione a partire dal recente testo del leader di Podemos, il trentasettenne Pablo Iglesias Turriòn, Democrazia anno zero*. La versione spagnola del libro era stata scritta nel 2013, quando Iglesias non era ancora uomo politico tout court, ma solo enfant terrible dell'università e della televisione: 'né le mie riflessioni, né lo stile con cui è scritto', afferma nel Prologo redatto dopo la nascita di Podemos, 'sono condizionati in nessun modo da responsabilità politiche equivalenti a quelle che ho ora' (p. 25). Proprio questa caratteristica rende il libro particolarmente utile a capire senza infingimenti alcune delle idee e degli obiettivi di Podemos.

Oggetto del libro è un'ideale nient'affatto formale di democrazia. Nella definizione che Iglesias fornisce nella Prefazione, la 'lotta democratica è sempre stata un processo di socializzazione del potere' (p. 28). I quattro capitoli in cui quest'idea viene discussa corrispondono a quattro lenti diverse per analizzare il problema dal punto di vista teorico, storico, economico e della prassi. Così facendo, il libro va lentamente trasformandosi da testo di analisi in manifesto politico, mantenendo costantemente la democrazia al centro dell'attenzione. Iglesias denuncia l'ambiguità che il concetto ha assunto nel linguaggio corrente: 'qualsiasi regime politico, indipendentemente dalle sue caratteristiche, qualsiasi partito politico, indipendentemente dalla sua ideologia, qualsiasi movimento sociale indipendentemente dai suoi scopi, rivendica di essere democratico'. Ma 'la democrazia non è un significante vuoto', quanto una necessaria 'distribuzione del potere' (p. 30).

Che queste affermazioni non si basino su un'utopica concezione del processo democratico, appare chiaro nel primo e più importante capitolo del libro, dedicato a La politica, di cui Iglesias descrive la natura cruenta ed inevitabilmente conflittuale. Il capitolo si apre con un richiamo gramsciano ed un preciso riferimento a Machiavelli: 'utilizzerò la nozione di politica introdotta da Machiavelli nel Principe come arte e tecnica di Stato, mentre mi allontanerò dalla nozione aristotelica e dai suoi sviluppi che la associano al buon governo o alla vita civile, come faceva anche lo stesso Machiavelli nei Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio' (p. 37). Pur non rinnegando questo secondo significato del concetto di politica, il messaggio di Iglesias suona come una sfida diretta all'ambiente politico dal quale egli stesso proviene, la sinistra radicale: 'la radicalità in politica non si misura solo dai principi e da quanto focosi siano i discorsi, ma soprattutto dalla radicalità dei risultati ottenuti' (p. 41).

Un movimento di emancipazione deve farsi consapevole della durezza del confronto politico, senza per questo esaltare una 'mistica dello scontro'. Il movimento degli Indignados ha secondo Iglesias molto da insegnare da questo punto di vista. Pur se meno preparato politicamente dei movimenti che l'avevano preceduto, il 15M è riuscito ad incidere più profondamente nella società ed è per questo stato perseguitato: 'poche volte si è visto un ciclo di movimento tanto pacifico e allo stesso tempo così represso' (p. 40). 

La radicalità efficace viaggia su un difficile crinale: da un lato, secondo l'insegnamento leninista, deve evitare la 'malattia infantile' dell'estremismo; dall'altro, non può lasciare la durezza dello scontro politico alle destre più retrive. Qui il riferimento velato - ma esplicito in altri testi di Iglesias e dei 'podemiti' - è ad un populismo di sinistra, ispirato al pensiero di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe. Certo, questa 'forma popolare di rottura politica non è stata solamente patrimonio della sinistra rivoluzionaria (...), ma anche del fascismo' (p. 43), ed è quindi carica di rischi. Eppure né la sinistra estrema e testimoniale, né quella prudente ed immobile, che prevalgono oggi in Europa, sono in grado di indicare una via d'uscita dall'attuale situazione di crisi. L'invito di Iglesias è di farsi radicali ma maggioritari, ponendo come obiettivo minimo e nient'affatto risolutivo la conquista del governo.

Nella metafora di Iglesias, la politica è quel tipo di confronto che può assumere alternativamente la forma della boxe, quando è la forza a parlare, o quella degli scacchi, quando si aprono gli spazi per una sempre auspicabile contesa non violenta. Il 'pessimismo della ragione' è la 'coscienza che il potere nasce dalla canna del fucile', e che i potenti si arrendono solo quando 'cadono sul ring' (p. 45). Ma l''ottimismo della volontà' spinge ad osservare come in determinati momenti storici i movimenti che vogliano promuovere un'emancipazione possono partecipare ad 'una partita a scacchi già iniziata in cui, a partire da alcune regole scritte, e con pezzi non distribuiti in modo paritario, bisogna dimostrare abilità e astuzia per giocare con i mezzi che si hanno a disposizione' (p. 45). E qui il richiamo è ancora al Gramsci del 1923, consapevole che di fronte all'avanzata squadrista 'non c'era altro mezzo che giocare a scacchi con l'avversario', ma che 'per sconfiggerlo definitivamente, il ring della boxe era inevitabile, come alla fine è avvenuto con il fascismo italiano' (p. 49).

Richiamando Weber e Trotsky (pp. 50/51), Iglesias sottolinea ancora un 'argomento ineludibile per tutti coloro che si affacciano alla politica': lo Stato si fonda sulla violenza e la monopolizza attraverso il Diritto. Ciò non implica la demonizzazione dello Stato di Diritto, o l'esclusione dell'etica dalla politica: significa piuttosto capire quali sono le coordinate essenziali entro cui un discorso di liberazione può muoversi. Di nuovo, è nel Gramsci lettore di Machiavelli (p. 60) che Iglesias trova le risposte più convincenti: 'il potere è come il centauro, metà umano e metà bestia', e le classi che sono dominanti non lo sono solo in virtù dei propri 'strumenti coercitivi o relazioni economiche (...) ma anche tramite strumenti culturali' (p. 60). 

Iglesias porta dunque in piena luce il concetto gramsciano che più risalta nell'esperienza di Podemos: la lotta per l'egemonia. Se il potere non può sorreggersi solo sulla forza, 'la critica della cultura e delle ideologie dominanti [diviene] un elemento politico fondamentale. Questo vuol dire che la politica non è solo nello Stato e che, a volte, sia dentro che fuori gli organismi statali, la politica è una partita a scacchi (guerra di posizione)' (p. 60). Ora - e qui sta forse l'aspetto più interessante, innovativo e controverso del discorso di Podemos - Iglesias fa un passo in avanti nell'analisi che a Gramsci era precluso: 'Il grande dispositivo mediatico del nostro tempo, il più importante per stabilire e determinare ciò che pensa la gente (ancor più dell'educazione, della famiglia e della Chiesa) è la televisione, [che] modella la nostra sensibilità estetica, le nostre opinioni politiche, condiziona il nostro svago e intrattenimento, ci 'insegna' il significato delle parole' (pp. 60/61).

Per questo alle radici di Podemos sta la pluriennale esperienza dei suoi fondatori nel programma La Tuerka: nel novembre 2010 i loro dibattiti accademici si trasferirono su un canale televisivo digitale, che è diventato il cuore dell'esperienza politica del movimento pre-Podemos. L'idea, rivelatasi vincente, era quella di combattere l'ideologia dominante e contribuire a 'creare un nuovo terreno di gioco in cui la critica e la denuncia dell'ingiustizia sono possibili. [...] La nostra strategia ha provato a essere un combattimento politico nella battaglia delle idee che si svolge nei media mainstream' (p. 62).

Per il carattere di immediatezza di Democrazia anno zero, il secondo capitolo, La Storia, fa molta più presa sul lettore spagnolo, al quale è principalmente rivolto, che non su quello italiano. Ma la fine del capitolo, che riguarda la Transizione dalla dittatura alla democrazia, è un nuovo richiamo al pragmatismo: 'ciò che dobbiamo imparare da quest'esperienza è che chi stabilisce le regole del gioco politico ha molte più possibilità di vincere, e nella nostra Transizione le regole non le hanno decise i democratici' (p. 125). 

Questo discorso si collega al terzo capitolo, La Crisi, che inserisce il caso spagnolo nel contesto della globalizzazione neoliberista, ai cui dettami economici i partiti post-Transizione si sono adattati, secondo Iglesias, senza opporre resistenze. Qui l'analisi segue autori come Perry Anderson e David Harvey, del quale Iglesias riprende la definizione dell'élite finanziaria: 'il partito di Wall Street è in un certo senso leninista', poiché è 'un partito di classe con vocazione internazionale' (p. 129). È a quest'élite - e agli economisti che l'hanno assecondata con previsioni farlocche - che Iglesias imputa le colpe della crisi finanziaria esplosa nel 2008. La sua principale conseguenza economica, in Europa, è stata l'inizio del regime di austerità, sul quale l'analisi di Iglesias è risoluta: 'Il grande patto di riforma costituzionale espresso tra il PSOE e il PP per mettere in Costituzione il pareggio di bilancio (…) non è stata che la formalizzazione della vittoria dell'Europa di Hayek, per cui lo Stato accetta di limitare la sua già scarsa sovranità, visto che la propria Costituzione ora limita niente di meno che la possibilità di decidere le politiche di spesa sociale. Questo patto è stato un golpe che, come tutti i colpi di Stato di successo, svela chi detiene veramente il potere: in questo caso l'Unione europea guidata dalla Germania, con il concorso della Francia, che ha ordinato ai suoi governi satellite di mettere nelle Costituzioni il pareggio di bilancio' (p. 163).

Questa descrizione non esime i paesi mediterranei dalle loro responsabilità, come si vede nell'ultimo capitolo, Il Regime. Ma il discorso di Iglesias sfugge ad ogni semplificazione fondata sul 'carattere di popoli', e punta il dito contro le élite corrotte. La corruzione e il discorso sulla casta - ripreso da Rizzo e Stella - non sono affrontati come questioni di etica individuale, bensì di politica: la corruzione è 'il sistema politico che permette di governare senza presentarsi alle elezioni' (p. 168). In Spagna si è fondata sulle 'bolle immobiliari e le speculazioni urbanistiche' (p. 165); ha contribuito a formare una casta che ha 'berlusconizzato' il sistema, trasformandolo in un 'sistema democratico nella forma ma corrotto nella sostanza, in cui gli oligarchi godono di assoluta impunità' (p. 167), essendo capaci di intimidire i magistrati. A ciò si aggiunge l'istituzionalizzazione del sistema delle 'porte girevoli' tra la politica e il mondo degli affari: 'quando qualcuno che ha esercitato una funzione pubblica viene assunto per sedersi nei consigli di amministrazione di importanti aziende, è giusto chiedersi: per chi ha governato?'. Su queste basi, sostiene Iglesias, è possibile parlare di 'corruzione strutturale' (p. 167). 

Come è facile capire dai riferimenti citati, l'analisi di Iglesias può valere ben oltre il contesto spagnolo. Gli squilibri economico-politici rendono simili vari ambiti nazionali, ma - come ricorda Maurizio Landini nell'intervista introduttiva a cura di Pucciarelli e Russo Spena - le prospettive di emancipazione devono essere sempre pensate e messe in atto a partire dai singoli contesti. Nel caso spagnolo, Iglesias è convinto che 'la trasformazione della crisi economica in crisi politica ci stia facendo vivere un momento di transizione in cui abbiamo di fronte concrete possibilità per un cambiamento politico' (p. 159). E così l'Epilogo sembra preannunciare la situazione nella quale il partito si trova in queste ultime giornate preelettorali: 'è molto difficile ma non impossibile che Podemos possa contare in un prossimo futuro su un consenso elettorale sufficiente per guidare il cambiamento. Tuttavia, è essenziale sapere che vincere le elezioni non significa, neanche lontanamente, prendere il potere, per quanto modeste possano essere le nostre richieste' (p. 182). La contesa per la democrazia resta più che mai aperta.

 

*Pablo Iglesias Turriòn, Democrazia anno zero, traduzione di Dario Di Nepi, Roma, Edizioni Alegre, 2015. Il libro, con un'intervista introduttiva a Maurizio Landini, è curato dai giornalisti Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena, già autori di Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra, Roma, Edizioni Alegre, 2014.

 

                                                                        


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28 Dicembre 2015