Francesco Ventura  
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URBANISTICA: TECNICA O POLITICA?


Commento critico all'ultimo libro di Luigi Mazza



Francesco Ventura


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Titolo e sottotitolo - Spazio e cittadinanza. Politica e governo del territorio - sono fedeli al contenuto. Lo sviluppo discorsivo inizia ribadendo la distinzione tra governo del territorio, competenza della prassi politica, e pianificazione spaziale, competenza del sapere tecnico. 

In senso generico, la distinzione tra politica e tecnica sembrerebbe pleonastica: la politica non è la tecnica. E non lo è dalle origini, ossia da quando il pensiero greco l'ha semantizzata, determinandone insieme alla distinzione la relazione. E il pensiero occidentale l'ha praticata, discutendone insieme il fondamento. Un lungo processo speculativo teso alla sua coerentizzazione logico filosofica. Il culmine della coerenza è stato raggiunto negli ultimi due secoli. L'originaria struttura semantica è stata radicalmente posta in crisi, portando al tramonto la relazione tradizionale tra politica e tecnica.

Ma tuttora gran parte della politica pensa e pratica la relazione con la tecnica secondo il senso tradizionale: la tecnica è il mezzo di cui la politica si serve per perseguire lo scopo che le è proprio (qualsiasi sia lo specifico contenuto che nel corso dei secoli si è inteso dare al suo scopo). Attardata in quella tradizione, la politica, si dibatte nella gestione delle etiche in crisi. In ciò è coadiuvata da un nutrito stuolo di pensatori impegnati nell'escogitare vie d'uscita. Si ha così una notevole produzione di modelli e indirizzi etici nuovi nella forma e proposti come più adeguati alle mutate condizioni storiche. La crisi etica è vista solo come un fatto, una conseguenza dei grandi mutamenti della storia. Ed è implicito che un fatto può essere sostituito da qualsiasi altro fatto. Il fatto è interpretato come l'esperienza sulla base della quale apportare correzioni o instaurare riforme.

Tali elaborazioni, misconoscendo gli esiti rigorosi della speculazione filosofica contemporanea, non giungono a porsi di fronte all'essenza della crisi e alla sua necessità. Sicché, presupposto di ciascuna differente proposta resta la subordinazione della tecnica alla politica, senza avvedersi che questa è il cardine attorno a cui ruota l'Etica nicomachea di Aristotele, dal pensiero del nostro tempo scardinato per la sua incoerenza.

L'autore sembra partecipe di tale atteggiamento attardato. La distinzione da cui muove il discorso consiste proprio in questo: il sapere tecnico (pianificazione spaziale) è il mezzo - proprio, e in quanto, è tecnica e tale dev'essere se si vuole che sia un'autentica tecnica - la politica (governo del territorio) è la prassi che se ne serve e a cui la tecnica deve asservirsi adeguandovisi se vuole avere consistenza.

Tuttavia, è chiaro che distinguere la pianificazione spaziale, in origine chiamata "urbanistica", dalla politica a cui appartiene ciò che oggi si usa chiamare "governo il territorio", ha un'urgenza specifica e contingente circoscritta allo stato dell'arte. A molti osservatori è evidente che l'urbanistica impegnata nella pratica della pianificazione pubblica è andata con-fondendosi col "governo del territorio", espressione recente usata per nominare l'insieme di atti normativi con i quali le amministrazioni locali regolano gli usi del suolo.  Di qui l'esigenza avvertita da Mazza, e non solo, di chiarire che quest'ultima è politica, mentre il sapere tecnico al suo servizio è preferibile non chiamarlo più "urbanistica" per la incerta latitudine semantica che il termine ha assunto, ma "pianificazione spaziale", espressione più idonea a riconoscerne la specificità.

Questi assunti non possono non suscitare curiosità scientifica nel lettore interessato a ricevere chiarimenti sulla consistenza tecnica della pianificazione spaziale, su quale sia il fine che ne determina la specializzazione, tale da distinguerla, dall'architettura, dalle altre tecniche, ma a quanto pare anche dal senso originario dell'urbanistica, e insieme necessariamente dalla politica. Perché altrimenti - pur posta in subordinazione a quest'ultima - se la pianificazione non avesse un suo proprio fine che la determini, la politica non avrebbe nulla di utile di cui servirsi. E invece, come annunciato nel titolo, il libro parla di politica, ossia del governo del territorio, dello spazio come mezzo primario di redistribuzione di diritti e quindi fattore di "cittadinanza", dove quest'ultima ha, per Mazza, una tale centralità da risultare scopo primario della prassi politica.

Proviamo a fare un esempio in un campo tecnico scientifico dove la distinzione tra tecnica e politica è più immediatamente chiara. Un libro sulla politica sanitaria, anche quando scritto da un medico, è piuttosto difficile che sia un contributo tecnico scientifico al potenziamento del sapere determinato dal fine della salute. La "salute", quale fine di quel complesso e sempre più vasto apparato tecnico scientifico tradizionalmente chiamato "medicina", è qualcosa di diverso dal "diritto alla salute" quale fattore di "cittadinanza", scopo questo, secondo Mazza, della politica. Certo, la politica si serve anche del fine della medicina. Ma non solo la politica. Sono molte altre le etiche, passate, presenti e future, che si servono o vorranno servirsi della medicina per il proprio specifico scopo, rispetto al quale la salute è solo un mezzo. Ogni scopo è un determinato, singolare scopo tra la molteplicità degli scopi. Se la salute, quale fine proprio della medicina, dovesse essere subordinata esclusivamente allo scopo di una determinata etica, il sapere medico non potrebbe avere alcun sviluppo, alcun potenziamento della sua capacità di dare la salute in funzione di qualsiasi scopo che intenda porre la salute quale uno dei suoi mezzi di realizzazione.

Se quanto detto lo si assume come un esempio tra molti, la struttura che esso mostra del rapporto mezzo/fine è identica per ciascuna tecnica nei confronti delle altre e della molteplicità degli scopi etici. Se si guarda all'insieme delle tecniche, ossia all'intero apparato scientifico ipotetico tecnologico, il suo svilupparsi tende al potenziamento - in linea di principio illimitato - della capacità di realizzare scopi, ossia qualsiasi scopo. Coloro che preferiscono indagare come stanno le cose del mondo e il senso del loro mutare, interpretando il puro succedersi dei fatti, considerino lo sviluppo enorme, senza limiti se non contingenti, delle scienze e delle tecniche del quale siamo testimoni. Considerino poi, almeno come puro fatto storico o solo notizia scolastica, il tramonto della Metafisica, che quello sviluppo ha accompagnato. E considerino, infine, quanto minore sia stato lo sviluppo della potenza tecnica lungo il tempo dominato dalla fede nell'apparato metafisico, epistemico (= sapere incontrovertibile) teologico. Allora ci sono già le condizioni preliminari per incominciare a rendersi conto di quanta metafisica - per lo più inconsapevole - vi sia nella volontà di subordinare la tecnica al "bene comune", qualsiasi sia il suo contenuto. E di quanto sia atteggiamento metafisico presupporre, nelle più diverse forme, che la politica sia quella prassi che subordina la tecnica al bene comune quale suo scopo primario.

Un qualcosa come il "bene comune" è pensabile solo se vi è uno scopo supremo che è fine in sé stesso (nel libro non mancano citazioni di autori che dicono esattamente questo alla lettera, ma da cui Mazza non trae spunto per un approfondimento speculativo). Uno scopo, dunque, che non ha nulla al di fuori di sé, che esclude qualsiasi altro fine se non quale mezzo per il bene comune. Un Bene cioè che non è perseguito in funzione di altro. Perciò è fine e principio, ossia fondamento eterno di ogni agire - di ogni specifica produzione della tecnica - e a cui ogni agire deve tendere se vuole che la realizzazione del proprio specifico fine sia un vero, efficace, utile bene. La logica in base alla quale, ad esempio, Aristotele lo deduce è in sintesi schematica la seguente: se noi perseguissimo ogni fine in funzione di un altro, il nostro agire resterebbe privo di contenuto e utilità. Il Bene che è per l'uomo fine in sé, un Bene non puramente contemplativo come in Platone e tuttavia con la medesima struttura semantica, Aristotele lo chiama eudaimonia, solitamente tradotto con "felicità", ma più prossimo al senso del nostro "benessere" (si noti la presenza di due parole chiave della metafisica  "Essere" e "Bene"). E, dice sempre Aristotele, tale Bene appartiene al sapere più importante, quello che è "architettonico in massimo grado" (archè téchne, comando e principio di tutte le tecniche), ossia la Politica.

Ma fuori da questa convinzione, ossia fuori da questo senso che al bene comune ha conferito con una potente speculazione il pensiero greco e che le tre grandi religioni monoteiste hanno innestato nel grandioso mito della Bibbia, veicolandolo nel mondo a livello di massa, il bene comune di cui si va parlando nei più diversi modi nel nostro tempo non trova più quel fondamento incontrovertibile di ragione, e dunque è solo fede. Se si vuole affermarne una qualsivoglia sua aggiornata versione, religiosa o laica che sia (e le proposte oggidì sono innumerevoli, vi è abbondanza di scelta e sovrapproduzione utile ad alimentare l'editoria), allora questa versione avrà valore, inevitabilmente temporaneo, se riesce a farsi valere nello scontro pratico con le altre versioni. Esattamente nel senso, ed è solo un esempio tra molti, enunciato da Marx nella seconda tesi su Feuerbach: "La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teoretica, ma pratica. È nella prassi che l'uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere …". Tanto valida questa affermazione che a quella versione del bene comune costituita dallo scopo primario del comunismo è toccato soccombere nella prassi, nonostante che il pensiero filosofico di Marx - rimanendo inconsapevolmente all'interno della metafisica - avesse inteso mostrare l'inevitabilità del suo avvento in tutto il mondo.

In cosa consiste la prassi se non nel calcolare - in senso ipotetico e non più epistemico - i mezzi per realizzare lo scopo. Se lo scopo posto vuole essere "bene comune", lo si realizza solo se si riesce a imporlo a tutti, in modo tale da escludere che altri scopi, posti anch'essi come beni escludenti, possano imporsi. Da ciò consegue che ogni etica che intenda imporsi come comune, realizzando il proprio scopo, dovrà assumere come scopo il perseguimento e il possesso di una tecnica più potente degli avversari.  Se si tiene presente questa logica del rapporto/mezzo scopo, il tramonto dell'apparato metafisico epistemico teologico ha lasciato lo spazio che va colmando l'apparato scientifico ipotetico tecnologico, la cui tendenza è il potenziamento - ripetiamolo - illimitato della capacità di realizzare scopi. Ne consegue che al di sopra di ogni ideologico bene comune tende a stare lo scopo che la tecnica ha in sé stessa e che tutte le etiche sono costrette a servire, potenziandolo, nell'intento di servirsene.

Non è alla luce della crisi in cui è andata sprofondando la relazione tra politica e tecnica - secondo la necessità logico filosofica sopra sommariamente richiamata - che Mazza elabora le sue riflessioni. Pertanto egli intende la pianificazione spaziale, non diversamente dalla gran parte degli urbanisti, come tecnica che esiste e può esistere solo nella prassi politica, in quanto "Le pratiche di governo del territorio sono […] pratiche politiche […], perché la loro finalità, il ridisegno della cittadinanza, è politica" [p. 180]. Perciò la pianificazione spaziale è da intendere - sostiene sempre Mazza - come quel "sapere tecnico e professionale che contribuisce alla formazione e al sostegno delle scelte di governo del territorio […] in quanto strumento di redistribuzione, ordinamento e controllo dell'uso dello spazio [pp. 3-4]. Detto in altri termini, scopo primario della politica è la "cittadinanza". Scopo che la politica persegue nello spazio, attraverso il governo del territorio, controllandone, ordinandone e ridistribuendone gli usi in quanto fattori di cittadinanza.

Se le cose stanno così, il sapere tecnico proprio della pianificazione spaziale è totalmente indistinguibile da quello determinato dallo scopo proprio della politica e che per Mazza è l'idea di cittadinanza. Ne consegue che, il senso puramente tecnico strumentale della pianificazione spaziale altro non può essere che un settore dell'apparato burocratico delle amministrazioni locali. E, certo, ha la sua rilevanza, perché non si dà stato senza un apparato burocratico. Così ridotta si tratta di una tecnica che non può avere altra funzione che quella di immediato servizio alla prassi politica.

Non so quanto volontariamente, ma Mazza ha messo in luce, con buona approssimazione, la chiusa realtà di fatto della pratica urbanistica.

C'è però un'apertura, un progetto, scopo evidentemente del libro, da cui emerge una dimensione tecnica della pianificazione spaziale, ancora più funzionalmente integrata nella politica, e tuttavia non burocratica. Per uscire dalla crisi del bene comune, che insieme è crisi di alcune idee di cittadinanza, e perciò crisi di legittimazione del governo del territorio "è necessario - dice Mazza - ricostruire un mondo normativo che includa non solo un corpo di prescrizioni, ma anche un linguaggio, delle narrative e dei miti in cui collocare il corpo prescrittivo" [p. 181]. In effetti si può notare, ed è stato in vario modo rilevato, che il nostro tempo vede il ritorno del mito (il pensiero filosofico nasce in Grecia in opposizione al mito). Non solo, si assiste anche al riemergere della sofistica. I Sofisti in polemica con Platone e Aristotele negano che l'uomo possa mai raggiungere la verità, dunque fondamentale per aver potenza e dominio è la retorica, ossia la tecnica della persuasione, che perciò i sofisti s'impegnano a insegnare a pagamento. Platone e Aristotele tengono certo in gran conto le principali e più potenti tecniche dell'epoca, la retorica, la strategia, l'economia, ma subordinate al Bene. Solo che, proprio perché tornate in auge retorica e mitologia, libere dal dominio del Bene, la gran parte degli urbanisti, accademici e professionisti, prestano da tempo consulenze alle amministrazioni regionali e comunali svolgendo, bene o male, esattamente i compiti che indica Mazza: produrre con la retorica adeguata il contesto mitologico in cui calare il corpo prescrittivo elaborato dai burocrati che lo gestiranno, dove i contenuti effettivi, ossia l'assegnazione delle "destinazioni urbanistiche", vengono decisi dalla politica. Su quali siano poi, allo stato degli usi e dei costumi, i contenuti delle decisioni politiche, se siano fattori di "cittadinanza" come vorrebbe Mazza e soprattutto in che senso… è preferibile qui stendere un velo pietoso. 

Se questo è il sapere tecnico chiamato "pianificazione spaziale" non penso proprio che abbia un futuro nemmeno per i fini particolari e contingenti, pratici e concreti, che tuttavia la politica si trova a dover perseguire fuori dall'impaccio delle etiche in crisi.

Provino gli urbanisti a fermarsi un momento, a riflettere sì, ma guardando il mondo intorno, esterno alla politica e alla autoreferenzialità del dibattito, chiedendosi: ma è proprio vero che la pianificazione spaziale esiste solo nella prassi politica, che solo la politica la pratichi e abbia il potere di praticarla? E non è piuttosto vero che altri soggetti la praticano quotidianamente, secondo razionalità scientifica, dunque ipotetica e non normativa, e con un'efficienza ed efficacia di realizzazione del loro particolare scopo sconosciuta alla supposta pianificazione normativa pubblica? Singole persone, società private a scopo di lucro o no-profit, enti pubblici e aziende para pubbliche pianificano o no lo spazio per i loro specifici fini, utilizzando il diritto di proprietà, da cui dipende il più robusto e potente ordinamento di base dell'itero territorio? E non è forse vero che l'atto normativo detto piano svolge, di fatto, solo il compito di registrare, in modo analogo al catasto e per fini in parte identici, le variazioni d'uso di ciascuna particella catastale che la molteplicità delle pianificazioni spaziali vanno operando? E non viene in mente, allora, che forse dalle pratiche di pianificazione spaziale esterne alla politica si possa apprendere qualcosa di utile anche per il governo del territorio, facendo uscire la tecnica dall'impotenza della normatività e dell'assegnazione di diritti? 

Chiudo, citando un pregnante aforisma di Nietzsche, uno tra più rigorosi demolitori della metafisica: "il diritto è la volontà di rendere eterno un rapporto di potenza momentaneo".

Francesco Ventura

 

 

 

NdC - Francesco Ventura è professore ordinario di Urbanistica all'Università degli Studi di Firenze. Tra le sue pubblicazioni: L'istituzione dell'urbanistica. Gli esordi italiani, Libreria Alfani, Firenze 1999; Statuto dei luoghi e pianificazione, Città Studi Edizioni, Torino 2000; La tutela della bellezze naturali e del paesaggio, in F. Ventura (a cura di), Beni culturali. Giustificazione della tutela, Città Studi Edizioni, Torino 2001, pp. 34-79; Regolazione del territorio e sostenibilità dello sviluppo, Libreria Alfani editrice, Firenze 2003; La pianificazione come problema, in "Urbanistica", n. 133, maggio-agosto 2007, pp. 136- 140; Una negazione del piano che si nega da sé, in G. De Luca (a cura di), Discutendo intorno alla città del liberalismo attivo, Alinea Editrice, Firenze 2008; Sul fondamento del progettare e l'infondatezza della norma, in P. Bottaro, L. Decandia, S. Moroni (a cura di), Lo spazio, il tempo e la norma, Editoriale Scientifica, Napoli 2008, pp. 101-133; La verità del falso, in "Area", n. 105, XX, luglio-agosto 2009, pp. 4-20; Il monumento tra identità e rassicurazione, in G. Amendola (a cura di), Insicuri e contenti. Ansia e paure nelle città italiane, Liguori Editore, Napoli 2011, pp. 199-221; La tutela e il recupero dei centri storici, in L. Gaeta, U. Janin Rivolin, L. Mazza, Governo del territorio e pianificazione spaziale, Città Studi Edizioni, Novara 2013, pp. 245-271; La progettazione del passato ed il ricordo del futuro, in A. Iacomoni (a cura di), Questioni sul recupero della città storica, Aracne Editrice, Roma 2014, pp. 243-260.

Sul libro di Luigi Mazza oggetto di questo contributo - Spazio e cittadinanza. Politica e governo del territorio (Donzelli, Roma 2015) - si vedano anche i commenti pubblicati in questa rubrica di: Vittorio Gregotti, Città/cittadinanza, binomio inscindibile, 10 novembre 2015; Stefano Moroni, Governo del territorio e cittadinanza, 29 gennaio 2016; Pier Carlo Palermo, Per un'urbanistica che non sia un simulacro, 5 febbraio 2016. NB Il titolo e i grassetti sono nostri.

RR

 


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14 Febbraio 2016

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

- 2016: programma /presentazione

- 2015: programma /presentazione

- 2014: programma /presentazione

- 2013: programma /presentazione

 

Interventi, commenti, letture

- P.C.Palermo, Per un'urbanistica che non sia un simulacro, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

 - S.Moroni, Governo del territorio e cittadinanza, commento a L.Mazza, Spazio e cittadinanza.(Donzelli, 2015) 

 - P.Berdini, Quali regole per la bellezza della città?, commento a S.Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)  

 - R.Riboldazzi, Perchè essere 'pro' e non 'contro' l'Urbanistica, commento a F.La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P. Maddalena, Addio regole. E addio diritti e bellezza delle città, prefazione a: P. Berdini, Le città fallite (Donzelli, 2014)

- S. Settis, Beni comuni fra diritto alla città e azione popolare, introduzione a: P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Casa, lavoro cittadinanza. Il nodo irrisolto dell'immigrazione nelle città italiane

- M. Romano, Urbanistica: 'ingiustificata protervia', recensione a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- P. Pileri, Laudato si': una sfida (anche) per l'urbanistica, commento all'enciclica di Papa Francesco (2015)

- P. Maddalena, La bellezza della casa comune, bene supremo. Commento alla Laudato si' di Papa Francesco (2015)

- S. Settis, Cieca invettiva o manifesto per una nuova urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- V. Gregotti, Città/cittadinanza: binomio inscindibile, Recensione a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- F. Indovina, Si può essere 'contro' l'urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall'uomo (e dai suoi rifiuti)? Recensione a: R. Pavia, Il passo della città (Donzelli 2015)

- R. Riboldazzi, Suolo: tanti buoni motivi per preservarlo, recensione a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- L. Mazza, intervento all'incontro con P. Maddalena su Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Dov'è la bellezza di Milano? , commento sui temi dell'incontro con P. Berdini su Le città fallite(Donzelli, 2014)

- J. Muzio, intervento all'incontro con T. Montanari su Le pietre e il popolo(mimum fax, 2013)

- P. Panza, segnalazione (sul Corriere della Sera dell'11.05.2014)