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LA SCUOLA, LE API E LE FORMICHE


Come salvare l'educazione dalle ossessioni normative






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Il libro di Walter Tocci dedicato alla scuola (La scuola, le api e le formiche. Come salvare l'educazione dalle ossessioni normative, Donzelli editore) presenta l'interessante punto di vista di chi, in qualità di parlamentare, avverte l'urgenza di accostarsi con adeguata conoscenza alle problematiche dell'istruzione; consapevole che qualsiasi provvedimento legislativo deve valutarsi rispetto alle prospettive di sviluppo del Paese e non può arrestarsi a tematiche che, prese isolatamente, al di fuori di questo contesto, rischierebbero di apparire corporative.

Il punto di partenza del lavoro di Tocci è un'attenta disamina sia della generale situazione della società italiana dal punto di vista della conoscenza, sia dei risultati formativi che la scuola italiana è in grado di garantire. Sotto entrambi gli aspetti, l'analisi di Tocci è lucida, competente, capace di interpretare i dati al di fuori di pregiudiziali ideologiche; virtù tanto più da sottolineare poiché in questi anni diverse pubblicazioni che auspicavano uno stravolgimento della scuola italiana presentavano gli stessi dati in modo approssimativo e superficiale, evitando il confronto con possibili riscontri falsificanti. L'autore prende in considerazione sia l'indagine Ocse-Isfol, che offre un quadro drammatico delle competenze di base della popolazioni italiana, sempre meno sviluppate mano a mano che aumenta la distanza dagli anni scolastici (una sorta quindi di analfabetismo di ritorno su alcune capacità); sia i noti test OCSE-Pisa. Va dato atto a Tocci di una lettura corretta dei dati che evidenzia il significativo aumento delle situazioni di criticità in corrispondenza del contesto territoriale, poiché il mancato sviluppo socio-economico di un'intera area regionale condiziona la capacità della scuola di produrre emancipazione attraverso il sapere. Ma, soprattutto, Tocci ribalta la retorica diffusa per cui i risultati scadenti sarebbero di responsabilità dell'istituzione scolastica; la relazione causa-effetto va invece invertita: la scuola subisce il degrado territoriale, e il mancato raggiungimento degli obiettivi didattico-formativi deriva dalle difficoltà di contesto (di cui la scuola può, in alcuni casi, essere eventualmente corresponsabile). Rimane il fatto che tale disparità rappresenta un problema gravissimo, in quanto impedisce alla scuola di realizzare la funzione che le assegna la democrazia repubblicana, ovvero quella di combattere le disuguaglianze, realizzare un effettiva pari opportunità delle condizioni di partenza.

Anche sulle cause che hanno provocato la regressione cognitiva di parte della popolazione adulta -fenomeno relativamente recente e che tende ad accrescersi con il passare degli anni- Tocci individua le giuste cause: da una parte lo scadimento del linguaggio della politica, in particolare quella veicolata attraverso i mass media, che non presuppone più la capacità di confronto democratico, ma è impostata su un contenzioso agonistico, teso a evitare il confronto razionale a favore del ricorso a slogan semplificati, dove il tono aggressivo e irriverente è in grado di guadagnare maggiore consenso rispetto ai contenuti esposti. Dall'altra la logica consumistica con cui sono fruite dai più le nuove tecnologie, per cui l'eventuale progresso cognitivo che esse avrebbero potuto innescare si riflette invece in un depotenziamento delle capacità critiche.

La gravità del problema, e i riflessi che esso indubbiamente provoca per la competitività economica generale del Paese, spinge Tocci a sostenere un mutamento radicale innanzitutto della didattica, che deve orientarsi non più sullo specifico disciplinare, bensì su una serie di contenuti interdisciplinari che rendano maggiormente visibile il potenziale formativo dei singoli argomenti che, interagiti fra di loro, mostrerebbero al discente in modo più chiaro i loro rapporti con le problematiche della contemporaneità e dell'esistenza. Un'idea che Tocci ritiene alternativa a quella proposta dalla Legge 107, nei confronti della quale l'intero suo studio mantiene un atteggiamento critico. Quest'affermazione può stupire, dal momento che l'abolizione dello specifico disciplinare non solo è un tratto distintivo del nuovo provvedimento, ma è apertamente rivendicata da molti dei suoi sostenitori. In che cosa allora l'idea di Tocci si distinguerebbe dall'impostazione didattica veicolata dalla legge 107 e dai successivi decreti attuativi?

Tocci non ha affatto in mente una didattica formalizzata, espressa attraverso procedure di carattere tassonomico che tendono a impastoiare il lavoro docente nella compilazione burocratica di schede di valutazione, così da allontanarlo dalla delicata attività relazionale con i discenti. Tocci -da quanto emerge da alcuni passi del libro, per quanto poi non sviluppati adeguatamente - sembra credere alla figura dell'insegnante quale maestro, che lascia un'impronta di sé presso gli allievi, capace di innescare un profondo processo di motivazione alla conoscenza. 

Lo studio di Tocci presenta due percorsi paralleli, la cui coerenza non è immediatamente evidente. Da una parte vi è la problematica situazione di regresso cognitivo appena ricordata, che affida alle autorità politiche il compito prioritario e urgente di risolvere il problema della disuguaglianza nell'istruzione; dall'altra c'è la convinzione dell'Autore che l'egemonia delle tecnoscienze impostasi negli ultimi vent'anni abbia prodotto una "rivoluzione cognitiva", la quale ha sostanzialmente modificato la relazione tra "sapere formale" e "sapere informale", tra teoria e pratica, tra scrittura e visione. La scuola italiana avrebbe mancato il passaggio alla "cultura dell'immateriale", concependo il sapere e la sua trasmissione secondo categorie ormai desuete.

Tale situazione avrebbe provocato un senso di distanza dei discenti rispetto ai contenuti imposti loro dallo studio disciplinare, di cui avvertirebbero l'inattualità e la scarsa utilità rispetto a ciò che li attende nel futuro post-scolastico. Tanto più, sostiene Tocci, che la rivoluzione cognitiva, introducendo nuove forme di linguaggio, avrebbe creato l'inedita situazione  di una generazione di giovani in posizione di vantaggio cognitivo rispetto agli adulti e, dunque, anche degli allievi rispetto ai maestri.

La mancata consapevolezza di questo fenomeno spiegherebbe sia l'incapacità di approfittare delle occasioni offerte dalla nuova epoca, sia la paradossale regressione cognitiva verificatasi in Italia più che altrove. Fenomeno di particolare gravità, che spiega il facile diffondersi di ideologie regressive, inclini all'intolleranza e al razzismo.

 

La valutazione di Tocci appare indubbiamente coerente e, come spesso capita nel dibattito sulla scuola ai nostri tempi, tutto si gioca sulle premesse. In altre parole, l'Autore sembra guardare alla presunta "rivoluzione cognitiva" come a una positiva trasformazione di ordine culturale, che non sembra avere una relazione diretta con i problemi drammatici -di tipo sia economico sia culturale- che percorrono il pianeta. Una visione opposta a quella proposta recentemente da Giulio Ferroni, il quale ha fatto notare come il nuovo mondo in cui i giovani si trovano e si troveranno ad operare da lavoratori sia tutt'altro il risultato di una positiva evoluzione socio-cognitiva: è un mondo che prevede una competitività feroce, dove la riduzione del meccanismo solidale ha portato non all'iterazione fra linguaggi ma alla loro contrapposizione. Linguaggi sempre più sviliti da una logica utilitaristica che offre soluzioni semplificate ed evita il faticoso lavoro dell'interpretazione: in cui prevale l'immagine rispetto alla sostanza dei contenuti; il predominio della visione sulla scrittura non si configura però quale alternativa cognitiva, ma come il rifugiarsi in una forma di conoscenza di più facile fruibilità. Tanto è vero che è diminuita la capacità di "vedere" le immagini, di interpretarle; di fronte a un'immagine statica, a una sequenza cinematografica non impostata secondo ritmi vertiginosi di montaggio, si registra l'insofferenza, l'immediata incapacità a concentrarsi. E' un mondo questo che, per il meccanismo competitivo per cui è strutturato, già in partenza prevede l'esistenza di un ampio numero di sconfitti; una società più difficile da affrontare quanto meno si hanno gli strumenti per interpretarne i meccanismi.

Di fronte a prospettive così critiche, l'accusa lanciata alla scuola da Tocci di essere rimasta indietro rispetto alle innovazioni cognitive e tecnologiche appare quanto meno ingenerosa. La scuola semmai ha cercato di fare resistenza contro questa degenerazione linguistica, che ha coinvolto in primo luogo il mondo della comunicazione di massa congiuntamente a quello della politica. Lo scopo di tale resistenza era quello di impedire tale arretramento sia intellettuale sia etico, e mantenere il legame, in questo senso, tra gli alunni e la migliore tradizione pedagogica italiana. 

Da questo punto di vista, risulta discutibile la proposta di contestare la centralità del sapere disciplinare; e trovano senso le proposte di segno opposto  volte a mantenere la loro pregnanza nel processo formativo, non per un attaccamento nozionistico al sapere, ma perché solo dal confronto tra diverse specificità epistemologiche è possibile realizzare il primo obiettivo della scuola repubblicana, la formazione di un individuo di salda preparazione culturale, che sappia rapportarsi in modo critico nel proprio contesto comunitario. Un obiettivo umiliato dalla predominanza assoluta del pensiero computazionale, in modo ossessivo enfatizzato dalla Buona Scuola, finalizzato unicamente a plasmare le menti per renderle manipolabili, per formare individualità passive e obbedienti, che ci si illude siano  più in linea con le esigenze del nuovo assetto produttivo, e in realtà poco competitive, perché mancherebbero delle capacità critiche di progettazione e innovazione. Indifese peraltro nei confronti delle ideologie regressive, come testimonia il loro diffondersi tra le fasce giovanile proprio nei Paesi del nord Europa, dove il sistema scolastico sembrerebbe più solido, ma dove la priorità assegnata alle competenze computazionali sovrasta in modo ingiustificabile la preparazione storico-umanistica.

Un curricolo fondato sul sapere disciplinare permette allo studente il confronto tra metodologie diverse ma non alternative, creando consapevolezza sulle proprietà veritative di ciascuna e sulla loro indispensabilità per la creazione di quello che è il patrimonio culturale di una cittadinanza. Il confronto tra metodologie è presupposto indispensabile per valorizzare la facoltà interpretante, vero fondamento del pensiero critico. Ovvero la capacità di comprendere le ragioni del possibile contrasto di opinioni, non per dominarle secondo una logica manichea, ma per aprire la propria mente a possibili e diversi sviluppi intellettuali, sapendo sostenere le proprie ragioni, ma sapendo anche valutare la plausibilità delle ragioni altrui, secondo quel rapporto di dialettica collaborativa che dovrebbe essere caratteristico del confronto democratico. Ciò significa attribuire una centralità, nel processo formativo, alla dimensione del confronto storiografico, inteso non solo come specifico ambito di approfondimento dello studio della storia, bensì come approccio intellettuale teso a saper dominare il confronto tra più interpretazioni possibili in qualsiasi campo disciplinare, valorizzando un 'intellettualità critica, scevra da posizioni semplicistiche o dogmatiche. 

E' ovvio che anche l'impostazione disciplinare deve fare i conti con i nuovi saperi, deve saper rinunciare a qualche contenuto determinante, nell'impossibilità di comunicarlo adeguatamente in un quadro orario scolastico che rimane comunque consistente. Problema, del resto, di cui erano già consapevoli Gentile o Salvemini, i quali diffidavano dai programmi totalizzanti, ma chiedevano di investire sulla motivazione che avrebbe permesso al discente di approfondire, in un secondo momento, i contenuti per forza di cose esclusi nell'esposizione scolastica. 

E' altrettanto scontato che il fine prioritario della comunicazione didattica in tutto il ciclo dell'istruzione pre universitaria sta nel concepire la disciplina sempre come veicolo per il potenziamento di facoltà intellettuali necessarie a dominare il mondo. Di conseguenza, la conoscenza delle nozioni (quella che i denigratori chiamano "didattica trasmissiva"), non rappresenta affatto il primo obiettivo, fosse solo perché l'insegnante è consapevole che una parte minima dei suoi alunni approfondirà la sua disciplina in ambito universitario. La finalità prima è allora quella del raggiungimento di alcuni obiettivi cognitiviformativi potenzialmente presenti nella disciplina; questi possono essere realizzati pur sottraendo argomenti al programma svolto considerati irrinunciabili fino a qualche anno fa, ma non sacrificando -come vorrebbero le nuove teorie metodologiche- la logica storicistica  attraverso la quale i contenuti disciplinari vengono spiegati; in grado di mostrare come essi si sono sviluppati nel corso del tempo, risolvendo i problemi che via via si presentavano, e nello stesso tempo  consentendo un lavoro comparatistico con i problemi attuali, originatisi proprio da quelli del passato. Una problematica come quella del razzismo non la si può affrontare con una logica computazionale, ma solo nella consapevolezza storica di come il fenomeno si è affermato, delle ideologie che lo hanno sostenuto e avversato, delle lotte e delle resistenze che vi sono state per ostacolarlo o anche per diffonderlo; nella conoscenza e padronanza, anche, dei dispositivi comunicativi con cui, purtroppo a volte con efficacia, esso si diffonde.

Proprio il drammatico problema delle ideologie regressive, e della loro diffusione anche presso i Paesi i cui sistemi formativi primeggiano nella classifiche OCSE-PISA, dovrebbe produrre una riflessione sugli involontari effetti di una strategia di riforma della scuola in atto ormai da circa venticinque anni. Nel caso italiano, piuttosto che affrontare di petto il problema della dispersività scolastica, cercando strategie per veicolare i contenuti culturali in quelle condizioni di disagio in cui risulta problematica la relazione tra docenti e allievi, si sono voluti stravolgere i contenuti, riferendoli alla presunta scientificità di una procedura -il pensiero computazionale- che è un monstrum teorico, se considerato in modo isolato, separato cioè dalle altre operazioni cognitive. Con il risultato di pregiudicare nei giovani la consapevolezza sulle ragioni storiche  e giuridiche dell'ordinamento politico-solidale e della relazione pacifica tra culture. Non a caso il rallentamento di alcune abilità anche in contesti scolastici inaspettati coincide proprio con l'inizio di questa presunta azione riformatrice, a partire dagli anni Novanta.

Detto questo, Tocci è perfettamente consapevole del valore delle discipline e, nonostante la radicalità del suo assunto, egli probabilmente ha in mente una relazione più complessa tra contenuto disciplinare e attività interdisciplinare. Sicuramente, la scuola deve dedicare parte delle sue ore all'analisi approfondita di tematiche urgenti del vivere contemporaneo: dal razzismo, appunto, alla violenza di genere, alla questione della legalità e delle mafie, al rapporto tra scienza e società, sino ai meccanismi della crisi economica. E molte scuole ormai dedicano a tali temi ampi spazi delle attività extracurricolari; ma tali iniziative, per quanto lodevoli e avvalentesi in più casi della partecipazione di esperti esterni, non potrebbero essere comprese in modo efficace -quindi non potrebbero creare coscienza civile- se non innestate sui contenuti disciplinari curricolari; se l'alunno non fosse in grado di cogliere la continuità tra quanto studia in classe e le tematiche affrontate in queste sessioni. E se i vari docenti che si coordinano in queste iniziative non fossero essi stessi identificati con il proprio sapere disciplinare, che ha offerto loro le competenze necessarie per dominare sul piano interpretativo il mondo. Ovvero, quel mondo difficile in cui i futuri cittadini si troveranno a vivere, tutt'altro che irenico e fecondo di possibilità come sostengono molti suoi apologeti, può essere compreso, e quindi sfidato, solo con più e non con meno cultura, con più e non meno studio. L'ipotesi avanzata da Tocci, per cui si potrebbe accedere all'insegnamento già con la laurea triennale -quindi con una competenza disciplinare ancora approssimativa- suscita allora diverse perplessità.

Rimane il problema, giustamente posto in rilievo dall'Autore, di quei contesti locali critici i cui risultati formativi risultano preoccupanti; e dove, ovviamente, tali risultati emancipativi non possono essere realizzati. Laddove non c'è comunicazione, ha poco senso mutare i contenuti o le metodologie dei programmi. Il problema è più scontato di quanto nuovi pedagogisti sospettino: nel contesto di una classe, dove si hanno di fronte adolescenti se non bambini, è parte integrante della professionalità docente porsi il problema della modalità con cui comunicare un contenuto quando la relazione con gli interlocutori, per tutta una serie di motivi, non può svolgersi in modo ottimale. Nessuna preclusione per eventuali strutture modulari, laddove necessario semplificate; per la trasmissione di informazioni che prescindano dalla scritturalettura. Men che meno è assurdo avere preclusioni per i linguaggi multimediali, che offrono possibilità infinite ed efficaci di variare e migliorare la comunicazione didattica.

Ma considerare tali metodologie le uniche efficaci -e non invece un supporto da usare in situazioni determinate, secondo la libera valutazione del docente-, ritenere l'uso di questi strumenti non un aiuto, ma il fine stesso dell'azione didattica, trasformandoli da strumenti in contenuto della lezione, significa andare a sacrificare senza alcun motivo la qualità dell'insegnamento laddove essa si esprime al suo meglio.

Da questo punto di vista la riforma dei cicli, proposta in un primo tempo dall'ex ministro Luigi Berlinguer e poi ripresa, sua pure con modalità diverse, da Letizia Moratti, e sostenuta come lodevole proposta riformatrice da Tocci, rischia di forzare questa semplificazione dei contenuti formativi, peggiorando la situazione di partenza. L'Autore però la intende nel quadro di una più generale educazione permanente, e non nella logica semplificante con cui la interpretava Berlinguer, ispirandosi ai non proprio esaltanti modelli scolastici anglo-americani. Rimane il dubbio che non sia questa l'esigenza primaria della scuola; anzi, sarebbe un ulteriore passo verso quella completa presa di distanza dalla nostra storia educativa, per aderire a un modello d'istruzione fortemente produttivistico, che tende ad esaltare abilità pratiche richieste dall'attuale fase economica, ma che è dubbio -come riconosce anche l'Autore- diano origine a quella capacità mentale in grado di gestire le continue innovazioni frequenti nell'attuale contesto storico. Rinunciare ai contenuti disciplinari che identificano una cultura nazionale impedisce anche di valorizzare l'interculturalità, il confronto cioè tra culture, reso sempre più urgente dalla presenza di studenti stranieri; i quali a volte dimostrano maggiore consapevolezza di quanto quei contenuti siano indispensabili alla loro emancipazione personale.

La proposta più convincente di Tocci riguarda l'idea della scuola aperta; forse non ne coglie tutta la potenzialità in merito soprattutto alla didattica di recupero, vera prassi didattica che spiega il successo formativo di molti paesi, affidata in Italia spesso solo a scuole private non parificate, e ridotta a poche ore in quelle pubbliche, utili solo per tutelare giuridicamente l'istituzione da possibili ricorsi. Proposta importante, perché risponde all'esigenza più avvertita dai docenti, quella di mantenere un rapporto costante e vivo con le altre componenti la comunità scolastica e soprattutto con i genitori. Non solo confrontandosi con loro in relazione alle proprie modalità di lavoro e a ciò che si progetta sul futuro formativo dei loro figli, ma anche per fare della scuola un grande laboratorio di cultura dove si coltivano i saperi in una dimensione in cui genitori e alunni possano partecipare insieme, per far toccare con mano gli alti contenuti che nella scuola vengono coltivati e che una metodologia tecnocratica e burocratica rischia di svilire. 

Conclusione assolutamente in linea con la giusta accusa che Tocci lancia alla Buona Scuola di avere burocratizzato la pratica dell'insegnamento, sacrificando ciò che in esso si mantiene vivo e fecondo, ovvero l'insostituibile momento della relazione tra adultoinsegnante e allievo. Il che fa comprendere come la distanza che pure in alcuni casi sembra grande tra le posizioni espresse in questa importante pubblicazione e quella di parte dei lavoratori della scuola possa trovare un punto d'incontro, nella salvaguardia comunque della libertà d'insegnamento e nella valorizzazione della professionalità docente.

 


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19 Febbraio 2016