Paolo Colarossi  
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FARE PIAZZE


Commento all'ultimo libro di Marco Romano  



Paolo Colarossi


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"Che nei nuovi quartieri i piani regolatori di oggi non abbiano più avvertito la necessità di prevedere delle piazze, quasi che l'uomo nuovo, sullo sfondo delle teorie urbanistiche moderne non abbisognasse anch'egli di un visibile riscontro simbolico della sua dignità di cittadino della civitas, ha fatto delle periferie più recenti un vero e proprio deserto del senso, dove spesso l'emarginazione sociale viene crudelmente sottolineata dall'emarginazione simbolica: spesso gli stessi abitanti di queste sfortunate periferie reclamano nostalgicamente una piazza, ma raramente trovano qualcuno capace di progettarla" (Marco Romano, La piazza europea, Marsilio Editori, Venezia, 2015, pag. 160).

Negli ultimi settanta anni si è avuta in Europa la più imponente crescita urbana che mai si sia vista nella sua storia. Tanto, che si può valutare che le nuove urbanizzazioni costituiscano almeno il 70 - 80 % di tutte le aree urbanizzate. Eppure, in questi settanta anni nelle città d'Europa, tranne qualche eccezione, non si sono più fatte delle piazze degne di questo nome. Sarebbe troppo lungo qui dire le cause, che sono diverse e complesse, di una così drastica cancellazione di uno dei luoghi più significativi delle città. Ma certamente tra queste non sembra esserci un rifiuto, o abbandono, da parte degli abitanti, all'uso delle piazze. Ché anzi, quelle dei centri storici, grandi e piccoli sono tutt'oggi frequentate e spesso affollate. E anche qualche nuova piazza, se ben fatta, subito si riempie di gente. Così che la memoria e il desiderio di piazze sembrano ancora oggi essere ben vivi nell'immaginario degli abitanti, soprattutto quelli delle periferie urbane, che con difficoltà possono godere delle piazze dei centri storici delle loro città. Se proviamo a chiedere agli abitanti dei quartieri periferici delle città italiane quali siano i loro desideri per migliorare le proprie condizioni dell'abitare, nell'elenco compariranno richieste di servizi, di trasporti e di sicurezza, ma spesso, accanto alla richiesta generica e automatica di "più verde", comparirà anche una piazza e perfino a volte una passeggiata. Anche per questo, da qualche tempo, agli amministratori e ai progettisti, anche agli urbanisti, è tornata la voglia di fare piazze, e di proporne la costruzione sia nei quartieri di nuova edificazione che nei quartieri già costruiti.

Ma fare piazze, come si può constatare da alcune mal riuscite realizzazioni, non è semplice. Anche perché, dopo settanta anni di amnesia, abbiamo dimenticato come si fa. Fare una piazza è un po' come piantare e far crescere un albero, a partire dal seme, o dalla talea. Occorre prima di tutto, decidere la specie in funzione di quel che si vuole ottenere: produzione di frutta, ornamento, ombra ("… alberi d'armonia e d'ombra …" dice Leonardo Sciascia), segno di riconoscimento. E poi, a seconda del clima, del terreno, della esposizione, conoscere quali specie possano avere la migliore riuscita. E poi innaffiare, concimare, innestare, potare con sapienza, curare insomma la crescita nel tempo. Vale a dire che, come per far nascere e crescere un albero occorrono una cultura e un sapere fare, per far nascere e crescere una piazza, occorre una cultura urbana che, data la drammatica amnesia che ci ha tutti colpiti, va prima di tutto ritrovata poi e rinnovata. Una cultura, però che deve essere capace di produrre un saper fare operativo. Cultura e saper fare che possono ed anzi devono essere ritrovati nel ricchissimo repertorio di piazze che ci ha consegnato la storia delle città europee. Ma cultura e saper fare che vanno anche rinnovati per adattare modelli e processi del fare piazze alle condizioni della contemporaneità.

Detto in altre parole, per rigenerare una cultura urbana dimenticata o comunque indebolita, un metodo possibile è quello di apprendere dalla storia delle città per operare oggi. Ne è dimostrazione il recente libro di Marco Romano: La piazza europea. Un libro è buono se dalla sua lettura si possono ricavare nuove conoscenze e se stimola sensazioni, riflessioni e ragionamenti. Un libro di urbanistica è buono se suggerisce anche criteri e indirizzi per operare sulla città e sul territorio. Il libro di Marco Romano è un buon libro, di grande utilità. Per far capire cosa è una piazza e come nasce e si sviluppa nel tempo, il libro è costruito su una ricchissima rassegna di casi di piazze storiche delle città europee, articolata secondo una catalogazione per tipi. Il libro si propone "… di evocare il significato originario di ogni piazza (…) comparse nel corso del tempo" (p. 8). Vengono esaminate, quali tipi di piazze, la piazza principale, la piazza del mercato, il prato della fiera, la piazza conventuale, la piazza della chiesa, la piazza dello Stato, la piazza monumentale, lo square, la piazza nazionale, le piazze di quartiere, e infine le sequenze di piazze.

Ma oltre a fornire nuove conoscenze, il libro mostra come dalla storia delle piazze delle città europee possano ricavarsi anche indirizzi, stimoli e suggestioni per fare nuove piazze o per modificare quelle esistenti. E dunque si tratta di un libro che si può leggere con profitto anche dal punto di vista del progettista urbano, perché se ne possono ricavare importanti principi o indirizzi per il progetto. Ho tentato di selezionarne alcuni che più mi hanno colpito per "consonanza" con il mio filtro personale di cultura, propensioni, convinzioni, esperienze, preferenze. Ne elenco quattro, sotto forma di alcune parole chiave che possono essere utilizzate anche come lista per il controllo del progetto nella sua elaborazione. Le parole chiave, sono: "significato e uso"; "localizzazione"; "tempo"; "sequenze" (di piazze). Sono parole chiave rilevanti, che rappresentano i fattori che hanno governato e determinato la nascita e crescita delle piazze nel corso della storia delle città europee. E sulle quali ci si può interrogare in che modo possano essere ancora utili oggi per il progetto di piazze. 

Significato e uso di una piazza. L'autore avverte che la piazza, nelle città europee, nasce e si forma prima di tutto in quanto ne viene riconosciuto, dalla cittadinanza, in un processo temporale più o meno lungo, un valore pratico e un valore simbolico. La "(…) duplice motivazione dell'utilitas insieme al decus" (p. 149) di una piazza, ma non soltanto per la piazza, è il fattore primario per il successo della stessa piazza; vale a dire per il suo riconoscimento come uno dei temi collettivi che per l'insieme dei cittadini rappresentano i caratteri distintivi e desiderabili per la loro città. E va sottolineata qui l'ipotesi che l'intenzionalità estetica (il decus) sia fattore costante, paritario con la necessità o opportunità funzionale (l'utilitas), nelle motivazioni della formazione di una piazza, e nella sua crescita e trasformazione nel tempo. E, quanto all'utilitas, l'autore rileva come accada che una stessa piazza possa svolgere diverse funzioni, nello stesso tempo o in tempi differiti. Il che ragionevolmente si può ritenere ne rafforzi il carattere di tema collettivo legato a più valori simbolici. E ci suggerisce l'opportunità e l'utilità di una idea di piazza ad uso flessibile e modificabile nel tempo.

Localizzazione di una piazza. La collocazione di una piazza nel tessuto urbano deve essere adeguata alla funzione e al tema della piazza; e viene condizionata sia dalla disponibilità di luoghi adatti, sia dall'emergere di opportunità pratiche e simboliche. Così, poiché il tipo della piazza principale nasce in relazione alla nascita del palazzo comunale,  "(…) palazzo e piazza saranno entrambi disposti al centro delle città per essere accessibili in modo paritario da tutti i cittadini - come recita uno statuto di Perugia - e acquistando come a Milano terreni liberi ma anche espropriando qualche esistente casupola, come a Siena o a Bologna" (p. 36). E la piazza del mercato nasce quando si diffonde in alcune città "(…) la consapevolezza che la piazza principale non sia istituzionalmente destinata al mercato e che semmai quello stesso mercato costituisca il tema di una sua propria piazza (…)" (p. 51). Le piazze conventuali nascono in relazione alla costruzione dei grandi conventi dei vari ordini, e le piazze delle chiese e dei mercati hanno anche storie di nascita ai margini delle città.

Tempo: è il tempo necessario alla formazione e quello delle successive modifiche nel corso del tempo (i tempi della crescita) di una piazza. Da una parte, infatti, la formazione di un tipo di piazza richiede un tempo di maturazione per diventare tema collettivo riconosciuto, dall'altra alcune piazze sono costruite in tempi più o meno lunghi ma secondo un progetto; ma comunque una piazza, nel corso del tempo cresce, o consolidando le sue caratteristiche specifiche, o aggiungendo a quelle originarie altre caratteristiche, "(…) perché al significato originario se ne sovrapporranno nel tempo molti altri (…)"(p. 8), o viene modificata con interventi sulla cortina di edifici che la delimita o sul suo spazio interno. Le piazze conventuali sono inizialmente solo degli spiazzi non delimitati da cortine di case, nella piazza del mercato i caratteristici portici si formano a poco a poco, i prati delle fiere vengono utilizzati dai cittadini anche per passeggiate o ricreazione, e nel tempo vi verranno costruiti edifici stabili, una piazza del mercato può diventare piazza principale, ma anche viceversa, ma sono anche numerosi i casi di piazze progettate secondo caratteristiche di specie fin da subito definite nel loro progetto e così realizzate.

Le sequenze. Marco Romano dedica un capitolo del libro alle sequenze di piazze e di strade. E non si può non essere d'accordo sul fatto che il concetto di sequenza di strade e piazze è fondamentale per la qualità urbana di una città o di un quartiere. La bellezza e l'importanza di una città, o di un quartiere, spesso viene percepita come la bellezza e l'importanza della piazza principale. Così che molti quartieri sono conosciuti o denominati comunemente, indipendentemente dal loro nome ufficiale, con il nome della loro piazza (a Roma, per esempio, Piazza Vittorio, Piazza Re di Roma, Piazza Bologna…), e molte città sono rappresentate, nell'immagine comunemente percepita, dalle loro piazze principali (Siena, Pienza, Ascoli Piceno, ecc.). Ma la bellezza, l'importanza e l'immagine di una città o di un quartiere sono ancora più rafforzate se la città o il quartiere possiedono un sistema (una sequenza) di piazze o più in generale di piazze, giardini, belvedere tra loro collegati da passeggiate, strade commerciali, viali. Vale a dire che quella città o quel quartiere hanno come loro "asse vertebrale" (Carta di Malaga, 2011) un disegno urbano costruito dal sistema di spazi pubblici principali. Un disegno che può incidersi profondamente nelle mappe mentali degli abitanti o dei visitatori, e che potrà costituire il principale carattere distintivo della città o del quartiere e di conseguenza uno dei criteri per la loro valutazione estetica.

A verifica della rilevanza e utilità delle quattro parole chiave ora passate in rassegna, ne provo una sintetica applicazione al tema delle piazze di quartiere. Piazze nei quartieri già costruiti, già esistenti, piazze alle quali va riservata una particolare attenzione. Perché, come detto, i quartieri di costruzione recente ne sono desolatamente privi e perché questi quartieri costituiscono la grande maggioranza delle aree urbane in Europa. Così che per la grande maggioranza degli abitanti delle città europee non sono disponibili, nello spazio urbano che abitano, quelle esigenze di accoglienza, di urbanità e di bellezza che possono essere soddisfatte prevalentemente nello spazio pubblico delle piazze, dei giardini e delle strade, e che sono esigenze di qualità urbane necessarie per un buon abitare.

Quali i valori simbolici da considerare nel progetto di nuove piazze di quartiere? Cosa ci vuole perché in una piazza di quartiere oggi le qualità dell'accoglienza, dell'urbanità e della bellezza vengano riconosciute come valori simbolici condivisi e desiderati dagli abitanti? Proviamo a definirne alcuni aspetti fondativi, cioè quel minimo indispensabile di qualità perché un luogo, oggi, nella città contemporanea, si possa cominciare a percepire come "piazza" del quartiere. Le qualità dell'accoglienza e dell'urbanità come valori simbolici condivisi si possono concretizzare in una piazza quando sia luogo sicuro, riparato dal traffico e dunque in prevalenza pedonale. E dove quindi si possano svolgere quelle semplici attività che da sempre sono state possibili nelle piazze d'Europa e alle quali, ancora oggi, nessuno vorrebbe rinunciare perché sono parte del buon abitare di una comunità di cittadini, parte delle loro libertà civiche: incontrare, guardare gli altri, esser guardati, scambiare notizie o opinioni, passeggiare o stare seduti, ecc. Una piazza dovrebbe anche essere luogo di rappresentazione di qualità ambientali, perché ben alberato. E si sa che gli alberi, oltre a essere portatori di ombra e frescura, hanno anche valenze positive nei confronti dell'abbattimento delle polveri sottili e dell'anidride carbonica. E questo ci suggerisce che qualche piazza potrebbe accogliere un giardino, sul tipo dello square. Ma, nella piazza dovrebbe anche esserci uno spazio adeguato che possa essere utilizzato per feste di quartiere, eventi, piccoli mercati saltuari. E dovrebbe essere attrezzata anche, per poter stare, con sedute adeguatamente distribuite e localizzate, al sole d'inverno e all'ombra d'estate. Il soddisfacimento della qualità della bellezza dovrà essere affidato al disegno dello spazio della piazza. Spazio che sia ben delimitato, magari da filari di alberi che sostituiscano il recinto edilizio se dovesse non esserci, o lo nascondano quanto possibile perché di qualità architettonica scadente. In modo che ci si senta "dentro" uno spazio "altro" dall'intorno urbano quasi sempre di scarsa qualità. Spazio della piazza che sia disegnato in modo chiaro e semplice affinché possa accogliere più facilmente usi diversificati. Ma a sostenere la bellezza servono anche gli alberi (gli alberi sono tutti belli e crescono rapidamente), così come la pavimentazione e il disegno delle sedute e degli arredi, tutto come segno dell'urbanità del luogo. Bellezza che potrebbe anche essere affidata a opere di arte pubblica. E infine, bellezza che sarà percepita anche perché il progetto della piazza dovrà essere il prodotto della partecipazione degli abitanti, che potranno esprimere i loro desideri su come utilizzare la piazza e su come la vorrebbero realizzare. E anche per questo avranno la percezione dello "star bene" in quello spazio. E la sensazione dello "star bene", che dipende anche dalle qualità dell'accoglienza e dell'urbanità, deve essere considerata come uno dei fattori dell'apprezzamento estetico di uno spazio urbano. Come si può vedere, si tratta di indirizzi progettuali che singolarmente sono semplici, forse banali, ma che nel loro insieme possono ottenere effetti di grande interesse per la qualità urbana di un quartiere.

Localizzazione. Dove fare le nuove piazze nei quartieri che ne sono sprovvisti? Tre le possibili modalità più facilmente praticabili: il recupero delle piazze-non piazze, l'occupazione di aree ancora non edificate all'interno dei quartieri o nuove piazze ai margini dei quartieri. Le piazze-non piazze sono tutti gli spazi, piazzali, slarghi, che nella toponomastica dei quartieri esistenti vengono denominati piazze, ma che in realtà sono nodi di traffico o parcheggi, però spesso forniti di attività varie ai piani terra degli edifici, così che presentano evidente, anche magari per la loro collocazione centrale, una possibile vocazione a diventare piazza principale del quartiere. In alcuni quartieri sono ancora disponibili aree non ancora edificate, ma in questo caso occorre fare molta attenzione ai possibili collegamenti con le aree del quartiere. Infatti, evidentemente uno dei caratteri di una piazza principale dovrebbe essere la sua accessibilità. In altri casi, specie nei quartieri più esterni o comunque a contatto con le aree agricole, potrebbero essere realizzate nuove piazze proprio sui margini dell'abitato, piazze che sarebbero valorizzate e caratterizzate dagli affacci sulla campagna. Ma perché non fare piccole piazze anche di fronte a scuole, chiese, mercati giornalieri, servizi pubblici in genere? Dove gli abitanti possano sostare, attendere, darsi appuntamenti? Anche per valorizzare il significato civico e di qualità urbana dei servizi pubblici.

Quali tempi? Come insegna la storia delle città, una piazza può nascere anche con forme elementari. Ma se i valori simbolici e pratici che presiedono alla sua nascita sono apprezzabili e apprezzati dagli abitanti, la piazza potrà nel tempo consolidarsi, assumere altri ruoli e valori, e insomma crescere. Questo, però, se il progetto riesce a essere tale da poter ammettere potenziamento e crescita. Così, una piazza di quartiere potrebbe inizialmente non avere sui suoi margini negozi, bar o ristoranti, o uffici. Che potrebbero però essere realizzati quando ce ne fosse la richiesta, se il progetto della piazza è tale per forma dimensioni e caratteristiche dei suoi margini da poter accogliere lungo uno o più di quei margini un allineamento di quelle attrezzature. O che nel tempo potranno insediarsi ai piani terra degli edifici che bordano la piazza, quando esistenti.  

Sequenze. La formazione di un sistema di piazze giardini e strade principali in un quartiere già esistente richiede un progetto complessivo per il quartiere. In primo luogo occorre saper scegliere attentamente quali spazi e quali strade possono essere utilizzate per costruire il sistema, incrociando il sapere degli urbanisti con il sapere degli abitanti, con le loro percezioni delle gerarchie e preferenze nell'uso consolidato degli spazi del quartiere. Ma in ogni caso, occorrerà poi, trasformare il sistema degli spazi pubblici individuati in un sistema a prevalenza pedonale e sul quale poter operare gli interventi necessari per introdurre le qualità di accoglienza, urbanità e bellezza. Il che comporta, a volte, una anche profonda ristrutturazione del traffico e della sosta auto, con l'introduzione più in generale degli obbiettivi della sostenibilità urbana. Una ristrutturazione alla quale potrebbe essere da guida il modello delle isole ambientali, dove un anello di viabilità di maggior traffico (lungo o in prossimità del quale sono dislocati i parcheggi) racchiude un quartiere (o una sua parte: l'isola ambientale) in cui tutte le strade potranno venir trattate come strade a 30 Km/h, e potranno dunque essere realizzati gli interventi di riqualificazione di piazze o strade come ambiti a prevalenza pedonale o ciclabile. 

Sono, tutti questi, solo alcune delle suggestioni e dei suggerimenti che è possibile ricavare dal libro di Marco Romano che possono essere utili per "fare piazze" nei quartieri recenti, e che mostrano come "(…) una sapienza antica, che possiamo benissimo apprendere ancora una volta dimenticando la retorica e le incrostazioni della modernità, ci consentirebbe di disegnare quartieri nuovi (ma anche quartieri già esistenti, n.d.r.) meno solitari, strappandoli al loro destino di deserti del senso" (p. 180).

 

Paolo Colarossi

 

 

NdC - Paolo Colarossi è professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università Sapienza di Roma. È stato direttore del Dipartimento di Architettura e Urbanistica, membro del Bureau della International Federation for Housing and Planning e attualmente dirige il Laboratorio Abitare la Città (centro di studi e di progettazioni sperimentali sui quartieri e sullo spazio collettivo) del Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale. Tra le sue pubblicazioni: L'evalutation des effets d'un plan d'urbanisme, Centro analisi sociale, Roma 1982; con J. Lange (a cura di), Tutte le isole di pietra: ritratti di città nella letteratura, Gangemi, Roma 1996; con A. P. Latini (a cura di), Regole della forma e qualità urbana, "Urbanistica Dossier", n. 22, 1999; Spazio collettivo e bellezza della citta?, in: C. Mattogno (a cura di), Idee di spazio, lo spazio delle idee, Franco Angeli, Milano 2002, pp. 145-172; La cultura della piccola dimensione. (A proposito di un modo desiderabile per abitare felicemente lo spazio urbano), in: L. De Bonis (a cura di), La nuova cultura delle città, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2005, pp. 80-96; Redeveloping the city: Case Study Rome, in: V. Goldsmith, E. Sonnino (a cura di): Rome and New York City: comparative urban problems at the end of 20th Century, Ed. La Sapienza, Roma 2006, pp. 23-68; con P. Cavallari (a cura di), Spazio pubblico e bellezza nella città, Aracne, Roma 2008; Elementi di estetica urbana, in: P. Colarossi, A. P. Latini (a cura di), La progettazione urbana, Edizioni del Sole 24 Ore, Milano 2008, pp. 71-430. I grassetti nel testo sono nostri.

RR

 


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10 Marzo 2016

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

- 2016: programma /presentazione

- 2015: programma /presentazione

- 2014: programma /presentazione

- 2013: programma /presentazione

 

Interventi, commenti, letture

- J.Gardella, Mezzo secolo di architettura e urbanistica, dialogo immaginario sulla mostra "Comunità Italia", Triennale di Milano, 2015-16

- G.Pasqui, Pensare e fare Urbanistica oggi, recensione a A.Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (Franco Angeli, 2015)

- L.Colombo, Urbanistica e beni culturali, Riflessione a partire da La Cecla, Moroni e Montanari  

- L.Meneghetti, Casa, lavoro, cittadinanza. Seconda parte

- F.Ventura, Urbanistica: tecnica o politica?, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- P.C.Palermo, Per un'urbanistica che non sia un simulacro, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

 - S.Moroni, Governo del territorio e cittadinanza, commento a L.Mazza, Spazio e cittadinanza.(Donzelli, 2015) 

 - P.Berdini, Quali regole per la bellezza della città?, commento a S.Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)  

 - R.Riboldazzi, Perchè essere 'pro' e non 'contro' l'Urbanistica, commento a F.La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P. Maddalena, Addio regole. E addio diritti e bellezza delle città, prefazione a: P. Berdini, Le città fallite (Donzelli, 2014)

- S. Settis, Beni comuni fra diritto alla città e azione popolare, introduzione a: P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Casa, lavoro cittadinanza. Il nodo irrisolto dell'immigrazione nelle città italiane

- M. Romano, Urbanistica: 'ingiustificata protervia', recensione a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- P. Pileri, Laudato si': una sfida (anche) per l'urbanistica, commento all'enciclica di Papa Francesco (2015)

- P. Maddalena, La bellezza della casa comune, bene supremo. Commento alla Laudato si' di Papa Francesco (2015)

- S. Settis, Cieca invettiva o manifesto per una nuova urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- V. Gregotti, Città/cittadinanza: binomio inscindibile, Recensione a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- F. Indovina, Si può essere 'contro' l'urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall'uomo (e dai suoi rifiuti)? Recensione a: R. Pavia, Il passo della città (Donzelli 2015)

- R. Riboldazzi, Suolo: tanti buoni motivi per preservarlo, recensione a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- L. Mazza, intervento all'incontro con P. Maddalena su Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Dov'è la bellezza di Milano? , commento sui temi dell'incontro con P. Berdini su Le città fallite(Donzelli, 2014)

- J. Muzio, intervento all'incontro con T. Montanari su Le pietre e il popolo(mimum fax, 2013)

- P. Panza, segnalazione (sul Corriere della Sera dell'11.05.2014)