Roberto Mascarucci  
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A FAVORE DELL'URBANISTICA


Commento al libro di Franco La Cecla



Roberto Mascarucci


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Ho scritto recentemente che la città "può essere vista (e progettata) in due modi. Il primo la considera come il luogo dell'abitare, l'insieme degli spazi della vita privata e pubblica di un individuo, l'estensione organizzata della dimora dell'uomo, pensata per lo svolgimento delle sue attività e quindi configurata sulla base delle esigenze dello stare e del muoversi del corpo umano nel suo ambiente di relazioni fisiche e sociali (questo è il modo di vedere la città degli architetti). Il secondo la considera come il luogo della fornitura di servizi al territorio, l'insieme degli spazi e delle attrezzature per lo svolgimento delle attività umane alle diverse scale, polo di gravitazioni antropiche, incrocio di percorsi, sede delle imprese economiche e dei servizi indispensabili per la vita sociale (e questo è il modo di vedere la città dei pianificatori)" (1).

Non mi sorprende, dunque, che nel suo recente saggio Contro l'urbanistica Franco La Cecla (2) sostenga che le città siano allo stesso tempo "un interno, un'identità di appartenenza" e "un esterno, quello che esse rappresentano a una scala più ampia". Quel che non condivido, invece, è l'accusa rivolta all'urbanistica, colpevole secondo La Cecla di essersi "fatta vincere dall'esterno" e di aver "smarrito la capacità di leggere l'interno", per una sua presunta evoluzione/involuzione "tutta tecnica" che le avrebbe fatto perdere "l'attenzione per i fatti umani, per l'esperienza vissuta e soprattutto per il fare città come processo che viene agito in primo luogo da chi la città la abita". Ma forse La Cecla intende (riduttivamente) riferirsi ad un certo tipo di urbanistica, quella che risente negativamente della sua storica collocazione nelle scuole di architettura e che crede, appunto, che "l'attitudine di gestione delle forme che è necessaria in architettura" possa "essere trasferita immediatamente al contesto urbano"(3). Fortunatamente però non tutta l'urbanistica è di questo tipo e non tutti gli urbanisti soffrono della sindrome dell'architetto mancato.

Nel dibattito urbanistico più attento, infatti, le due visioni della città (quella della "relazione primaria tra spazi e persone" e quella "dell'arrivare, dello stare e del partire") non sono antitetiche e i rispettivi punti di vista non sono tra loro in contrasto. C'è corrispondenza biunivoca tra la spazialità urbana (esito dell'azione progettuale degli architetti) e le dinamiche territoriali di scala vasta (oggetto dei programmi e delle politiche dei pianificatori). Si è ormai raggiunta la piena consapevolezza che, come l'andamento dei mercati alla scala globale può condizionare il destino e la forma delle città, così anche la realizzazione di opportuni progetti di configurazione degli spazi urbani può innescare processi di sviluppo socioeconomico (altrimenti irrealizzabili). Anzi, la recente rivalutazione del "fattore urbano" come precondizione minima per la competizione regionale (4) è una implicita apertura di fiducia verso la capacità propulsiva di un'opportuna progettazione urbanistica.

È altresì vero che non sempre (almeno in Italia) questi due modi di vedere (analizzare, interpretare, governare) la città sono stati in perfetta compliance di obiettivi e di intenti. Anzi, spesso si sono trovati in palese contrasto nel dibattito disciplinare sull'urbanistica. E questo proprio perché la nozione stessa di urbanistica si è prestata, fin dall'impostazione iniziale, ad una serie di equivoci e di fraintendimenti (che forse è ormai il caso di provare a chiarire).

L'urbanistica, come disciplina "moderna", nasce proprio per occuparsi della città nel territorio, ovvero dell'insediamento umano sulla piattaforma geografica. Esito postumo dei primi "discorsi fondatori di spazio"(5) e della successiva presa di coscienza politico-sociale delle problematiche urbane (6), alla fine del secolo XIX l'urbanistica prova a coniugare le questioni sociali con le implicazioni tecniche, essendo stata (nel frattempo) oggetto di importanti riflessioni da parte dei geografi (il termine urbanisme appare per la prima volta in Francia in uno scritto di P. Clerget sul bollettino della Société Neuchateloise de Géographie nel 1910).

Tutti i modelli di città dei grandi maestri dell'urbanistica moderna lavorano contemporaneamente alle diverse scale: dalla città lineare di Soria y Mata alla città giardino di Howard, dalla ville radieuse di Le Corbusier alla broadacre city di Frank Lloyd Wright. E lo stesso Cerdá progetta una Barcellona che si definisce a varie dimensioni: quella del tipico isolato a forma quadrata con gli angoli smussati per favorire la circolazione veicolare, quella della scacchiera urbana regolare contraddetta dalle due diagonali, quella della possibile indefinita estensione della maglia urbana nel territorio.

Solo più tardi, dopo la seconda guerra mondiale, l'urbanistica si avvia verso una progressiva divaricazione concettuale tra i temi che sono caratteristici della sua origine geografica e socioeconomica e quelli che derivano dalla sua collocazione disciplinare nelle scuole di architettura (viene introdotta ufficialmente tra gli insegnamenti della Ecole des Beaux Arts di Parigi nel 1953). Ed è a questo punto che comincia a prendere corpo quella sciagurata separazione tra le "scale" del progetto, che pretenderà di affidare agli architetti l'esclusiva competenza sulla scala della città e di lasciare a una indistinta competenza dei pianificatori la scala del territorio (sovrapponendo, per altro, le competenze dei pianificatori del territorio con quelle dei pianificatori dello sviluppo socioeconomico).

In realtà, per sua natura, l'urbanistica si deve inevitabilmente confrontare con la questione delle differenti scale alle quali avvengono i fenomeni che condizionano la vita urbana: la scala delle grandi reti di relazione tra gli insediamenti urbani, la scala della città come sistema unitario, la scala delle singole parti che compongono la città. Ma queste scale sono tra loro fortemente interconnesse e a ognuna di esse si manifestano le interrelazioni biunivoche tra intercorrono tra le dinamiche socioeconomiche e la morfologia dello spazio insediativo.

In Italia è Gustavo Giovannoni (7), agli inizi del secolo scorso, il primo ad affrontare organicamente il tema della "multiscalarità" del progetto di territorio, cogliendo fino in fondo la portata della "distinzione binaria, fatta da Cerdá, tra movimento e riposo e a tradurla nei termini di una dualità fondamentale di scale operative" (8). Giovannoni, in linea con la corretta impostazione originale dell'urbanistica, considera inscindibili le diverse scale del progetto, anzi fonda la capacità innovativa del progetto urbanistico proprio sulle possibili sinergie attivabili tra le diverse scale. Per lui le grandi maglie tecniche della modernità reclamate dall'accelerazione galoppante delle comunicazioni e dei trasporti si dispiegano alla scala del territorio, ma devono essere associate e combinate a progetti di sistemazione locale che sono il loro necessario complemento e che possano offrire alla percezione spazi articolati, dimensionati, proporzionati, atti ad accogliere la casa, il riposo, la vacanza, portatori d'ambiente, cioè dispensatori del piacere esistenziale ed estetico. Ciò ovviamente presuppone "che sussistano pratiche specifiche (contrastanti con le tecniche di pianificazione territoriale) e contemporaneamente che una mentalità apprezzatrice dell'esperienza spaziale sia interessata alla qualità estetica dell'intorno prossimo, attenta e dedita alla cura dei dettagli" (9).

Mentre, però, Giovannoni riconosce la necessità di affrontare le tematiche della progettazione dello spazio insediativo in maniera multiscalare, parallelamente prende avvio una progressiva divaricazione disciplinare tra questo approccio e le "tecniche di pianificazione territoriale" di matrice marcatamente ingegneristica (10). Tutta l'urbanistica italiana della seconda metà del secolo scorso ha sostanzialmente sofferto di questa separazione culturale tra la pretesa degli architetti di intervenire sulla città "con un gusto e una competenza formale che solo coloro che sono formati all'arte del disegno posseggono" e un approccio dei pianificatori "fatto di retini, flussi, zonizzazioni in cui è difficilissimo ravvisare… una relazione di appartenenza e mutua influenza tra abitanti e città" (11).

Oggi, invece, l'urbanistica sta tornando finalmente ad occuparsi, anche in Italia, di quello che è (e resta) il suo compito precipuo: individuare modalità organizzative dello spazio alle diverse scale dell'insediamento umano. Senza distinguere tra "interno" e "esterno" della città, ma anche nella consapevolezza che un simile progetto di spazialità territoriale è troppo complesso per essere lasciato alla sola buona volontà dei cittadini. Come dice Jonathan Raban (12), "la città è un posto troppo complicato per poter mai essere disciplinato", ma è anche vero che senza un'idea complessiva di organizzazione dello spazio "sarebbero gli interessi più forti a prevalere, limitandosi ad approcci settoriali e specifici, senza nessuna garanzia sulla logica generale degli interventi"(13).

Secondo la Commissione Europea (14), i diversi approcci che nei vari stati membri caratterizzano "l'influenza delle autorità pubbliche sulla distribuzione delle attività nello spazio" possono essere ricompresi nel termine spatial planning. Lo stesso European Compendium of Spatial Planning Systems, però, evidenzia "la varietà delle culture politico-amministrative e delle ripartizioni di competenza tra livelli territoriali di governo, nonché tra privato e pubblico, tra privato organizzato e singolo cittadino"(15). Mentre nell'Europa del nord una solida tradizione di comprehensive integrated approach ha reso scontata la sinergia processuale tra i diversi percorsi di pianificazione (sociale, economica, ambientale, urbanistica, ecc.), lasciando il campo libero per un trattamento integrato dello spazio territoriale e urbano, nell'Europa mediterranea (e quindi anche in Italia) l'interesse predominante per il controllo dell'attività edilizia e per il governo delle trasformazioni del paesaggio e dell'ambiente ha comportato l'inevitabile preminenza della zonizzazione, sulla base della destinazione d'uso e della relativa regolamentazione dell'attività edilizia.

Ma negli ultimi anni il ridimensionamento delle dinamiche espansive, la riorganizzazione del sistema istituzionale e l'indispensabile avvicinamento alle logiche europee hanno reso inevitabile una più marcata caratterizzazione della progettazione urbanistica in termini di spatial planning. Il nuovo corso, dunque, ha già ampiamente introiettato questo approccio (16), affrancando la disciplina dalla sua atavica posizione "ancillare". L'urbanistica ha già sofferto molto in passato per la sua scarsa capacità di fondare uno statuto disciplinare autonomo sulle sue specifiche attribuzioni connesse alla configurazione degli spazi alle diverse scale, facendosi di volta in volta irretire dalle ragioni dell'architettura, delle scienze ambientali o (peggio) delle scienze giuridiche. Non credo che abbia ancora bisogno di farsi insegnare qualcosa dall'antropologia.

Roberto Mascarucci

 

Note 1) V. il mio Per una reinterpretazione del sistema urbano regionale, in corso di stampa. 2) F. La Cecla, Contro l'urbanistica, Einaudi, Torino 2015. 3) Ibidem. 4) E. Glaeser, Il trionfo della città, Bompiani, Milano 2013. 5) F. Choay, La regola e il modello. Sulla teoria dell'architettura e dell'urbanistica, Officina Edizioni, Roma 1986. 6) Con i "socialisti utopici" che teorizzano modelli di città corrispondenti ad altrettanti modelli di società. 7) Gustavo Giovannoni (1873-1943), ingegnere e architetto, fondatore della Scuola Superiore di Architettura di Roma, autore di Vecchie città ed edilizia nuova (1931), ripubblicato a cura di F. Ventura, da Città Studi Edizioni, Milano 1995. 8) F. Choay, L'orizzonte del posturbano, Officina Edizioni, Roma 1992. 9) Ibidem. 10) Che viene sancita anche dall'organizzazione ufficiale dell'insegnamento universitario: la separazione dell'urbanistica in due distinti settori scientifico-disciplinari: "Tecnica e Pianificazione Urbanistica" (ICAR/20) e "Urbanistica" (ICAR/21). 11) Cfr. La Cecla, Op.Cit. 12) J. Raban, Soft City, The Harvill Press, Londra 1974. 13) R. Mascarucci, Serve ancora l'urbanistica?, Sala, Pescara 2014. 14) Cfr. European Compendium of Spatial Planning Systems (ECSPS), Commissione Europea, 1998 15) A. Magnier, Sociologia e spatial planning: l'esperienza italiana, www.cityandeurope.unifi.it, 2011 16) D. Moccia, La politica urbana in Italia e il suo rilancio, in D. Moccia, M. Sepe, "Una politica per le città italiane", INU Edizioni, Roma 2015.   NdC - Roberto Mascarucci è professore ordinario di Urbanistica presso l'Università degli Studi "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara. Tra le sue pubblicazioni: Pianificazione territoriale e spesa pubblica (Gangemi, Roma 1990); Progetto territoriale e ruolo del piano: appunti sulla pianificazione del territorio (CLUA, Pescara 1993); Oltre lo zoning: progetti urbanistici per Chieti (CLUA, Pescara 1994); L'urbanistica efficace: raccolta di interventi e saggi brevi sull'efficacia del progetto urbanistico (Sala, Pescara 1995); Immaginare l'incertezza: le nuove visioni dell'urbanistica debole (DAU, Chieti 1998); Nuova programmazione e progetti di territorio: il ruolo degli studi di fattibilità (Sala, Pescara 2000); (a cura di) Vision: territori d'Europa (Meltemi, Roma 2004); (a cura di), Complessità e qualità del progetto urbano (Meltemi, Roma 2005); Goal congruence: il ruolo del territorio nelle visioni strategiche (Meltemi, Roma 2008); (a cura di) Fattibilità e progetto: territorio, economia e diritto nella valutazione preventiva degli investimenti pubblici (Angeli, Milano 2011); Serve ancora l'urbanistica? (Sala, Pescara 2014). I grassetti nel testo sono nostri. RR


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16 Marzo 2016

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

- 2016: programma /presentazione

- 2015: programma /presentazione

- 2014: programma /presentazione

- 2013: programma /presentazione

 

Interventi, commenti, letture

 - P.Colarossi, Fare piazze, commento a: M. Romano, La piazza europea (Marsilio 2015)

- J.Gardella, Mezzo secolo di architettura e urbanistica, dialogo immaginario sulla mostra "Comunità Italia", Triennale di Milano, 2015-16

- G.Pasqui, Pensare e fare Urbanistica oggi, recensione a A.Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (Franco Angeli, 2015)

- L.Colombo, Urbanistica e beni culturali, Riflessione a partire da La Cecla, Moroni e Montanari  

- L.Meneghetti, Casa, lavoro, cittadinanza. Seconda parte

- F.Ventura, Urbanistica: tecnica o politica?, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- P.C.Palermo, Per un'urbanistica che non sia un simulacro, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

 - S.Moroni, Governo del territorio e cittadinanza, commento a L.Mazza, Spazio e cittadinanza.(Donzelli, 2015) 

 - P.Berdini, Quali regole per la bellezza della città?, commento a S.Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)  

 - R.Riboldazzi, Perchè essere 'pro' e non 'contro' l'Urbanistica, commento a F.La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P. Maddalena, Addio regole. E addio diritti e bellezza delle città, prefazione a: P. Berdini, Le città fallite (Donzelli, 2014)

- S. Settis, Beni comuni fra diritto alla città e azione popolare, introduzione a: P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Casa, lavoro cittadinanza. Il nodo irrisolto dell'immigrazione nelle città italiane

- M. Romano, Urbanistica: 'ingiustificata protervia', recensione a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- P. Pileri, Laudato si': una sfida (anche) per l'urbanistica, commento all'enciclica di Papa Francesco (2015)

- P. Maddalena, La bellezza della casa comune, bene supremo. Commento alla Laudato si' di Papa Francesco (2015)

- S. Settis, Cieca invettiva o manifesto per una nuova urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- V. Gregotti, Città/cittadinanza: binomio inscindibile, Recensione a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- F. Indovina, Si può essere 'contro' l'urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall'uomo (e dai suoi rifiuti)? Recensione a: R. Pavia, Il passo della città (Donzelli 2015)

- R. Riboldazzi, Suolo: tanti buoni motivi per preservarlo, recensione a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- L. Mazza, intervento all'incontro con P. Maddalena su Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Dov'è la bellezza di Milano? , commento sui temi dell'incontro con P. Berdini su Le città fallite(Donzelli, 2014)

- J. Muzio, intervento all'incontro con T. Montanari su Le pietre e il popolo(mimum fax, 2013)

- P. Panza, segnalazione (sul Corriere della Sera dell'11.05.2014)