Angelo Paura  
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LA POLITICA DEGLI ALGORITMI


Contribuire alla diminuzione dello spettro di idee e influenzare l’opinione pubblica?



Angelo Paura


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Gli algoritmi di Google modificano la nostra concezione del mondo e pongono forti minacce alla trasparenza del rapporto tra istituzioni e cittadini, sempre più decisi a dar voce alle loro preoccupazioni.

   In Rapporto di minoranza, Philip K. Dick immagina un futuro in cui tre mutanti (i precog) possono prevedere tutti i crimini. Per questo la polizia ha creato una squadra speciale guidata dal commissario John Anderton, la divisione Precrimine, in grado di inviare un gruppo di agenti pochi secondi prima che un evento accada, evitando così che un omicidio venga portato a termine. In Conflitto evitabile, Isaac Asimov racconta un mondo in cui migliaia di potenti macchine usate per gestire la produzione di cibo e l’economia riescono a influenzare in modo inconsapevole gli sviluppi e il pensiero dell’umanità. Questi due racconti, scritti attorno alla metà del secolo scorso, estremizzano un tema molto attuale—il rapporto tra gli uomini e gli algoritmi, una serie finita di istruzioni che permette a una macchina di portare a termine in modo automatico il proprio compito. Gli algoritmi sono la base del linguaggio dei computer e le speculazioni sulle loro caratteristiche sociali e culturali sono emerse sin dall’inizio della loro storia. Sono un insieme di codici oggettivi oppure sono la trasposizione numerica di un pensiero soggettivo? Sono del tutto neutrali o nascondono pregiudizi?

Nel 2013 in un lungo articolo sulla privacy scritto dal giornalista Evgeny Morozov e apparso sulla MIT Technology Review si faceva riferimento a come tali processi, pur essendo diventati essenziali per il funzionamento delle democrazie, continuino a porre forti minacce alla trasparenza nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini. Morozov attacca il concetto di “algorithmic regulation” coniato da Tim O’Reilly, un editore della Silicon Valley, che propone una forma alternativa di governo in cui i dati dei cittadini sono gestiti in modo efficiente attraverso algoritmi. Per Morozov si tratta di una china pericolosa: attraverso queste pratiche i governi tendono a diventare meno trasparenti e a risolvere questioni di interesse pubblico senza spiegare ai cittadini attraverso quali processi e con quali regole lo facciano.

“Gli algoritmi non sono neutrali, sono pezzi di codici che prendono decisioni e in ogni decisione che prendono danno la priorità ad alcune informazioni rispetto ad altre. L’algoritmo di Google, ad esempio, dà priorità a informazioni che sono più recenti, che sono state cercate da molte persone, che sembrano essere più accurate, anche se non è ancora chiaro come riuscire a definire se una informazione è accurata o meno”, sostiene Kelly McBride del Poynter Institute di St. Petersburg, in Florida. In una discussione telefonica McBride mi spiega che nella migliore delle ipotesi le aziende che scrivono gli algoritmi possono contribuire alla diminuzione dello spettro delle idee e dei punti di vista, tralasciando alcune informazioni e dando la precedenza ad altre. Nella peggiore, invece, possono usare i codici per filtrare alcuni pezzi di informazione e così arrivare a influenzare l’opinione pubblica, anche senza avere un obiettivo o un piano preciso.

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17 Marzo 2016

 

 

 

 

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