Paolo Mossetti  
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GOD BLESS AMERICA


L'origine (poco nota e un po’ imbarazzante)



Paolo Mossetti


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Nella politica è onnipresente. Ma la frase rituale “God bless America”, usata dai leader americani per concludere pressoché ogni discorso pubblico, è un’illusione artificiosa, con soltanto pochi decenni di vita. Tirata fuori dal cilindro di Ronald Reagan negli anni Ottanta, e passata in eredità a tutti i suoi successori, fino ad essere adoperata strategicamente, e sistematicamente, dalla presidenza Bush dopo l’11 settembre. Un propellente patriottico da imbonitori.

A leggere certi commentatori italiani, quel “Dio” usato a sbafo sembrerebbe la prova di un orgoglio inamovibile per le proprie radici cristiane, testimoniato da quell’invito senza vergogna affinché il Paese dell’atomica, delle carceri privatizzate e di Kissinger venga benedetto dall’alto dei Cieli. Qualcosa che un’Europa troppo pavida e laicizzata dovrebbe imitare e includere nella propria Costituzione.

Ma la realtà è un’altra: il “Dio benedica l’America” è un fenomeno del tutto contemporaneo. In un’inchiesta del 2008 sul Seattle Times, gli studiosi di comunicazione Dave Domke e Kevin Coe fecero un po’ di conti: in 15.000 discorsi di leader politici a partire dall’elezione di Franklin Roosevelt nel 1932 fino al sesto anno di presidenza Bush, la frase è stata usata prima di Reagan soltanto una volta: il 30 aprile del 1973, quando Nixon concluse un discorso sul Watergate.

La formula così come la conosciamo oggi venne creata dall’ex governatore della California Ronald Reagan nel 1980, quando accettò ufficialmente la candidatura alle primarie repubblicane. Ronald, con un passato di attore a Hollywood, era già famoso per il suo carisma in pubblico, ma quel giorno balbettò le ultime parole, tentando un esperimento mai provato prima: “Possiamo iniziare la nostra crociata… uniti insieme… in un momento di preghiera in silenzio?” Per 13 secondi la folla riunita a Detroit, che fino ad un attimo prima esplodeva in risate e ovazioni scrocianti, stette davvero zitta, e quando il futuro inquilino della Casa Bianca – colui che avrebbe assestato gli ultimi colpi di grazia all’Urss e venduto segretamente armi all’Iran – riemerse dall’estasi religiosa, si udirono quelle tre paroline magiche. God. Bless. America. Applausi.

Il senso dello slogan non fu colto immediatamente dai media americani, ma gli strateghi del Gop si strofinarono le mani quando arrivarono i dati elettorali: i potentissimi evangelici, che in precedenza avevano votato in massa per Jimmy Carter – un santone per i liberal, che aveva giurato nel 1976 di essere “rinato” cristiano – si spostarono convinti verso i conservatori. E fu così che il partito repubblicano avrebbe sposato per i trent’anni successivi la retorica della Divina Providenza, dell’Isola di libertà, del “rifugio per tutti”. Il concetto di Eccezionalismo amalgamato all’idea di una “Nazione al di sotto di Dio”.  È curioso vedere come questa riscoperta religiosa sia stata accettata passivamente dai liberal italiani – spesso di formazione laica e radicale. Forse perché il fondamentalismo americano è considerato più innocuo di altri e in definitiva propedeutico per l’etica capitalista? In ogni modo, la relazione sullo Stato dell’Unione del 1984 fu la prima a concludersi con il Dio benedicente, e da allora nessun politico, o quasi, se lo sarebbe risparmiato. I repubblicani vinsero le elezioni pure nel 1988 – un ciclo di 12 anni alla White House non si vedeva da tempo immemorabile – e sia Clinton che Obama capirono che per assicurarsi il voto evangelico c’era da sottoporsi a una serie di rituali e test che ai tempi di John Fitzgerald Kennedy, che pure era cattolicissimo, sarebbero stati impensabili. Da una media di 47 menzioni di “Dio” su 100 discorsi pubblici al tempo di Roosevelt si passò ad una percentuale talebana del 90 su cento nel periodo tra Reagan e Bush junior.

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01 Aprile 2016

 

 

 

 

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