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LA CORSA DI BERNIE SANDERS


Ideologie e coincidenze storiche di una campagna inaspettata  






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Alan Greenspan, nominato da Reagan al vertice della Federal Reserve dove sedette dal 1987 al 2006, nel 2003 si recò in audizione al Congresso Statunitense. Davanti a lui sedeva fra i banchi Bernie Sanders, deputato del Vermont. Il Congressman non sembrava curarsi dell'aver di fronte l'uomo che avrebbe potuto con un solo cenno della mano cambiare le sorti dell'economia mondiale: lo confrontò con parole dure e cariche di disprezzo. Sanders rimproverò a Greenspan di non conoscere, e quindi di non poter capire, ciò che succede nel mondo reale fra le persone comuni; queste ultime infatti da anni ormai stavano perdendo posti di lavoro dignitosi, pagati decentemente, a causa della delocalizzazione produttiva. Greenspan, dal canto suo, poco prima aveva affermato che non fosse importante dove si produca la merce, poiché ciò che è rilevante per il benessere non sarebbe tanto il lavoro in sé, quanto il potere di acquisto degli individui, a prescindere da dove questo derivi. Nel 2008 Alan Greenspan sarebbe tornato al Congresso e avrebbe ammesso che la sua ideologia, cioè il suo modello di spiegazione e interpretazione del mondo, aveva una falla. Avrebbe aggiunto, in quella occasione, di essere così sconvolto da questa presa di coscienza, da non poter neanche giudicare quanto grossa fosse questa falla.

La falla nella sua ideologia aveva queste precise dimensioni: la più devastante crisi economica mondiale mai occorsa. Milioni di posti di lavoro persi, milioni di vite rovinate, una generazione e mezza lasciata senza prospettive future. L'ideologia di Alan Greenspan è conosciuta da molti come Washington Consensus, il sistema che dagli anni '80 ha governato la globalizzazione secondo tre norme: la stabilizzazione, la liberalizzazione e la privatizzazione. Riecheggiando motti ormai celebri, dal reaganiano "Lo Stato è il problema non la soluzione" al thatcheriano "non esiste la società, ma solo individui e famiglie", quasi tutti sulle due sponde dell'Atlantico si sono convinti proprio della stessa ideologia nella quale credeva il governatore della banca centrale USA. Ritenendo che il potere pubblico dovesse essere limitato il più possibile, e così anche i beni pubblici, poiché la solidarietà e il welfare state avrebbero reso gli uomini pigri, mentre il sistema meritocratico sarebbe stato quello in cui ogni individuo avrebbe lottato per la propria realizzazione materiale senza "aiutini". L'Homo homini lupus ai tempi del mercato e della concorrenza. L'ideologia in questione alcuni la conoscono anche con il nome di Trickle-down economics: teoria secondo la quale arricchendo a dismisura coloro che stanno in cima alla piramide sociale, qualcosa del lauto banchetto al quale siedono cadrebbe in basso, arrivando anche a sfamare tutti quelli che vi stanno al di sotto. 

Quando, nel 2008, il sistema finanziario completamente deregolamentato - quello che i fautori di quell'ideologia avevano confezionato - è crollato, ha fatto un tonfo quasi sonoro come quello del muro di Berlino. Il rumore non ha destato tutti dal lungo sonno derivato dall'ubriacatura presa nel celebrare la vittoria del mondo libero sulla sua controparte, ma è stato sufficiente a destare il vertice della Fed, e a far sì che il mondo occidentale iniziasse lentamente a porsi il problema del metaforico "99%". 

Il 99% sono tutti coloro che al gioco della globalizzazione come articolata dal Washington Consensus hanno perso benefici materiali e diritti immateriali; hanno perso un lavoro ben pagato o la speranza di averlo, alcune o molte prestazioni sanitarie garantite, la possibilità di andare all'università o in pensione. Quando è peggio, hanno perso la casa o i propri cari in un'alluvione o in un tornado causati dal cambiamento climatico. Hanno perso anche l'opportunità di protestare per riavere diritti e standard di vita pregressi, perché i corpi intermedi hanno perso la loro vitalità, e i partiti che avrebbero dovuto difendere i lavoratori, spesso si sono schierati con il restante 1%. Hanno accettato le sue logiche, giocato al suo gioco per compiacerlo. Anche loro hanno perso qualcosa: la loro funzione nella società.

Così il malessere si è riversato in una quantità di movimenti di protesta variegati. In questi giorni, contro la loi travail le piazze francesi sono piene di giovani che si son dati il nome di Nuit Debout. Questo è l'ultimo esempio di una serie di precedenti famosi. A Madrid nel 2011 gli Indignados hanno incontrato il circolo intellettuale di Iglesias e dato vita a Podemos. In Grecia si è costruita una rete di solidarietà spontanea che ha costituito la base sulla quale si è edificata l'esperienza di Syriza. Oltreoceano c'era Occupy Wall Street a NY. Oggi anche nel cuore dell'America, il movimento si fa proposta politica. Raccoglie negli states le adesioni non solo dell'80% dei giovani che votano alle primarie del Partito Democratico, ma degli uomini di mezza età dell'America rurale, delle donne single delle zone periferiche deindustrializzate, dei sindacati delle infermiere e dei lavoratori delle poste fra molti altri; intercetta persino l'appoggio dei conservatori moderati in fuga da un Partito Repubblicano quasi irriconoscibile. 

Sanders è un anziano socialista, è stato in Unione Sovietica, è stato invitato persino dai Sandinisti in Nicaragua. Tuttavia a tutti i diciottenni che lo votano - e che scelgono di votare invece di fare come la stragrande maggioranza dei loro coetanei - questo non importa. A loro interessa che lui voglia dare alla democrazia una dimensione più sostanziale della mera procedura formale: credono nella formula Government by the people and for the people. A loro colpisce che Sanders non si faccia finanziare da nessuno degli attori coinvolti e responsabili della crisi economica e della crisi ambientale. D'altro canto, a quei diciottenni tutto e tutti nel mondo vanno raccontando, ormai da prima che nascessero, che non esistono più destra e sinistra. Al punto che molti di loro effettivamente ci credono, e quindi in una realtà caotica e in continua evoluzione si appigliano all'unica cosa certa che una figura politica, specialmente in un sistema personalistico come quello americano, può dare: l'esempio. Bernie Sanders è stato arrestato mentre protestava contro la segregazione razziale, mentre negli stessi anni la sua rivale Hillary Clinton faceva campagna per il candidato repubblicano pro segregazione. Lui ha votato contro la deregolamentazione di Wall Street e contro la guerra in Iraq, lei a favore. Lui è da sempre favorevole all'aborto, ai matrimoni gay, alla legalizzazione della marijuana, lei ha recentemente cambiato idea su quasi tutto. Lui vuole l'università e la sanità accessibili a tutti e il finanziamento pubblico delle elezioni, lei vuole il miglioramento incrementale su quanto fatto da Obama ed è stata finanziata anche da Donald Trump e dall'Arabia Saudita in passato. Così ai millennials, ma anche a tanti cittadini statunitensi più maturi, è sembrato naturale schierarsi dalla parte di chi, per tutti i suoi 30 lunghi anni di carriera politica, è sempre stato dalla loro.

Bernie Sanders attraverso la sua candidatura vorrebbe mostrare che quando le persone si uniscono e lottano insieme si può ribaltare anche un sistema corrotto e iniquo. Lo sta facendo a partire dalla dimostrazione che un outsider considerato matto e indegno di alcuna copertura mediatica possa diventare una credibile minaccia per una delle donne più potenti e più inserite nell'establishment del paese. 

Con una buffa coincidenza, la storia delle primarie democratiche del 2016 ci racconta oggi che la tanto decantata fine delle ideologie è finita anch'essa. Proprio come l'ennesima visione del mondo nella quale si scopre una falla. In questo caso, la falla è semplice a vedersi, perché ha le sembianze di uno stormo di lucciole nella notte della politica nella quale tutte le vacche sono nere. In una contemporaneità post democratica e post valoriale imbevuta dal cinismo del "sono tutti uguali", finché qualcuno starà contro Alan Greenspan, benché in solitudine e inascoltato, la politica avrà ancora un senso, e la politica di "sinistra" una sua credibilità. Scegliere da che parte stare, se con il 99 o l'1%, potrebbe fare davvero tutta la differenza; e se Bernie vincesse la nomination, potrebbe forse anche fare, come dice lui, la "rivoluzione politica". 

 


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13 Aprile 2016