Roberto Ciccarelli  
  casa-della-cultura-milano      
   
 

COOPERAZIONE 2.0 LE ALTERNATIVE NELLA SHARING ECONOMY




Roberto Ciccarelli


altri contributi:



  ciccarelli-cooperazione.jpg




 

Il conflitto nell’economia collaborativa e della condivisione (sharing economy) non è riducibile allo scontro tra liberalizzazione e corporativismo come nel caso Uber-tassisti in Francia o in Italia.

Negli Stati Uniti, dove questa economia ha raggiunto dimensioni considerevoli dal punto di vista occupazionale e finanziario (Uber ha una dimensione di borsa paragonabile a Facebook) si moltiplicano le reazioni contro lo sfruttamento del lavoro. Le inchieste del Washington Post o del New York Times, la sentenza della Corte federale di San Francisco che ha chiarito che i freelance [Independent contractors] che fanno i tassisti per Uber sono dipendenti di fatto e non «auto-imprenditori». Le dichiarazioni di Hillary Clinton, candidata democratica alla presidenza Usa, contro Uber e a favore dei diritti degli autisti freelance, attestano le dimensioni del conflitto sui diritti per il nuovo lavoro di piattaforma nell’economia della condivisione. 

Reaganismo con altri mezzi

La «sharing economy» è un modo di produzione che non assomiglia al capitalismo classico, ma a qualcosa di peggio che sta cambiando e permette anche di configurare un’alternativa. Nel dibattito europeo e statunitense è stata definita da Trebor Scholz «Platform Cooperativism». La «cooperazione di piattaforma» corrisponde alla riscoperta del mutualismo e dell’economia cooperativa nella rete del XXI secolo.

Il fenomeno va dagli Stati Uniti dove la Freelancers Union ha raggiunto 220 mila soci alla Gran Bretagna dove ci sono 200 mila persone che lavorano in 400 cooperative usando le tecnologie della condivisione. In Spagna una cooperativa come Mondragon occupa più di 74 mila persone.

Le pratiche dell’auto-organizzazione e del mutualismo 2.0 rappresentano il futuro e un’alternativa alla sharing economy, « il reaganismo con altri mezzi» (Scholz): l’uso capitalistico che l’individuo fa della casa o della macchina, della forza-lavoro just-in-time per eseguire micro-lavori creativi, esecutivi, dell’intrattenimento. La «cooperazione di piattaforma» sta sviluppando proprie istituzioni e strumenti come la class action per rivendicare diritti individuali e sociali nelle città, come nei tribunali.

Realtà pressoché sconosciute in Italia, ancora concentrata sull’immagine ingenua della sharing economy come un’economia dei servizi on-demand via smartphone.

 

La vita sharing

Benvenuti nell’isola del Robinson tecnologico. Su internet possiamo vendere al vicino il frutto degli alberi del giardino, fare una vacanza cheap, condividere la macchina, affittare un servizio di pulizia a domicilio. La nostra convenienza è la trappola del lavoro precario e a basso reddito per molti lavoratori. In compenso si può ascoltare musica su un account Spotify grazie al Wi-Fi nel taxi Uber e avere l’illusione di essere un manager di medio livello: uno di quelli che possono licenziare un lavoratore con una recensione negativa. Lo stesso accade per i ristoranti.

In Italia questa vita “sharing” è solo un’allusione. È difficile che Uber abbia una diffusione paragonabile a quella negli Stati Uniti dov’è una realtà. Ma le polemiche suscitate dalla sua campagna aggressiva in Europa è utile per riflettere sul resto della “sharing economy”. Multinazionali come Handy, Uber o Postmates celebrano il loro momento Andy Wahrol: la loro celebrità da 15 milioni di dollari. Queste aziende hanno trovato il modo per succhiare valore finanziario dall’interazione quotidiana con i servizi, gli oggetti e le piattaforme online: il cosiddetto “Internet delle cose”. “Hanno reclutato i cittadini come informatori del capitalismo della sorveglianza” commenta Scholz.

Nel loro discorso ufficiale sono completamente assenti le persone che lavorano, e permettono l’esistenza delle interazioni. In realtà non è più così. I freelance si stanno organizzando e al centro della loro opposizione c’è il salario, il reddito e i diritti sociali. Il non detto dell’economia del XXI secolo – cioè il lavoro si paga – cerca di emergere e si fa sentire.

 

Il parco giurassico del lavoro

“Con lo slogan ciò che è mio è tuo, il cavallo di Troia della sharing economy ci fa cavalcare tra le forme giurassiche del lavoro mentre ha sguinzagliato la colossale macchina dei cacciatori di sindacati” scrive Scholz. Nella società dove tutto è accessibile, immediata è la sensazione di libertà quando un telefono dimostra di muovere il mondo.

Una volta assorbiti, ecco avanzare una strana sensazione di ansia, auto-sfruttamento, depressione indotta dal lavoro gratuito o da quello povero: per lavorare, oggi, bisogna pagare. Proprio come accade agli autisti Uber: loro mettono la macchina, pagano le spese, le assicurazioni. L’algoritmo decide quanto guadagnano, al netto del profitto della piattaforma che gli permette di nominarsi “lavoratori”. In pratica, il freelance è un’appendice organica. Se l’operaio era un “salario incarnato”, oggi lui è un automa agito da una piattaforma.

La vita materiale non esiste: la malattia, gli infortuni, l’invecchiamento, i soldi per mangiare, la disoccupazione. Tutto è assorbito nell’incanto prodotto dall’automazione. Questo è possibile perché la gig economy sostiene che siamo tutti “auto-imprenditori”. Come Leah Busque, Ceo di TaskRabbit, per fare un esempio. Il problema che lei è il capo, possiede il cervello della piattaforma. Tutti gli altri sono al suo servizio. I freelance sono i cortigiani della macchina.

Nel 2015 uno studio dell’università di Princeton ha dimostrato che gli autisti di Uber guadagnano 17,50 dollari all’ora. In realtà, eliminate le spese, il guadagno si riduce tra i 10 e i 13 dollari. Le città si stanno muovendo. A Los Angeles, ad esempio, è stato deciso che non possono guadagnare sotto i 15 dollari, cioè la soglia del salario minimo. Un tema che dominato la scena sindacale Usa negli ultimi anni, con l’accordo dei sindacati maggiori, di Obama, e soprattutto la partecipazione auto-organizzata dei lavoratori dei fast food (la campagna #FightFor15, ad esempio).

Continua la lettura su cheFare.com


© RIPRODUZIONE RISERVATA

16 Aprile 2016

 

 

 

 

cheFare è una piattaforma che premia l'impatto sociale, segnalando e raccontando i progetti culturali ad alto grado di innovazione