Carmen Leccardi  
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CORPI E DIRITTI DELLE DONNE. SUI FATTI DI COLONIA


'Your body is a battleground'



Carmen Leccardi


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Intollerabili forme di violenza di massa a sfondo sessuale contro le donne si sono verificate nella notte del 31 dicembre 2015 a Colonia, in Germania. Aggressioni analoghe hanno avuto luogo contemporaneamente in altre città tedesche e anche in altre città europee. Nella sola Colonia le denunce presentate dalle donne, in base alle notizie disponibili, sono state quasi un migliaio. Si tratta, come balza immediatamente agli occhi, di violenze a carattere extra-ordinario per diversi motivi. In primo luogo, per aver coinvolto nello stesso spazio temporale un numero davvero importante di donne; in secondo luogo, perchè le aggressioni si sono verificate in più città d'Europa nella stessa notte; in terzo luogo, per l'occasione che le ha generate: i festeggiamenti dell'ultimo dell'anno, tradizionale momento di leggerezza e gioia collettiva. Infine, ed è l'aspetto indubbiamente di maggiore rilievo, in ragione delle identità degli aggressori: mille-duemila giovani uomini a quanto sembra di origini per lo più maghrebine e mediorientali. I movimenti come Pegida (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes), a carattere anti-islamico e nazionalista, hanno avuto subito buon gioco nel puntare il dito contro la recente politica di accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra in Siria da parte di Angela Merkel. In realtà, almeno tra i circa sessanta arrestati, il numero dei  profughi è apparso subito irrilevante (tre). In questo senso, e al di là dei numeri, una questione balza agli occhi: il nesso tra le violenze a carattere sessuale commesse quella notte e la debolezza delle forme di integrazione sociale nel contesto europeo dei migrati provenienti da paesi islamici del Nord e del Centro Africa e del Medio Oriente. Questa debolezza si disegna in modo visibile quando al centro della scena ci sono le donne e i loro diritti. Dunque, le violenze commesse il 31 dicembre vanno poste in relazione al mancato riconoscimento da parte degli aggressori delle donne come soggetti con pari diritti e pari dignità degli uomini. Le società da cui questi ultimi provengono sono fortemente patriarcali, e negano quotidianamente e in modo sistematico questo riconoscimento. Nello spazio pubblico, in un contesto di festa e di libertà, le donne vengono identificate come oggetti di predazione (non dimentichiamo le aggressioni a carattere sessuale patite dalle donne egiziane a piazza Tahrir al Cairo in anni recenti). La sociologa tedesca di origini turche Necla Kelek scrive al riguardo: "Dobbiamo nominare la differenza culturale e dire chiaramente quel che [in Europa] è consentito e quel che è vietato" (Micromega, 2, 2016).

Conflitto e violenza vengono spesso - erroneamente - confusi. Come sociologi sappiamo bene, da Simmel, che il conflitto è una forma di relazione. Le aggressioni sessuali a cui ci stiamo riferendo sono altro. Sono espressione non solo di una generica ostilità, ma di una vera e propria guerra contro le donne, le loro libertà e il loro diritto all'integrità fisica e psicologica. Questa guerra è messa in atto, come tutte le guerre, attraverso l'uso sistematico della violenza. Le forme che questa violenza assume variano a seconda delle circostanze, dei tempi e dei luoghi. L'ultimo giorno del 2015, nelle piazze di diverse città europee sono state molestie sessuali di massa (insieme ad alcuni stupri).

In sintesi, ritengo che le violenze del 31 dicembre costituiscano un attacco alle donne e alle loro soggettività espresso in modo chiaro e apertamente rivendicato. In quanto tali vanno denunciate senza esitazioni, unitamente alla cultura patriarcale che le ha guidate. Su un fronte non meno importante, e complementare, occorre denunciare con forza le forme di razzismo antislamico di cui esse sono state pretesto, in Germania e altrove.

Questi fatti chiamano in causa direttamente i diritti delle donne e i loro corpi. Barbara Kruger, nota artista e fotografa americana, è l'autrice di un manifesto che, a partire dal 1989, anno della sua creazione, ha fatto il giro del mondo. Ideato in occasione della Women's March a Washington, a sostegno della libertà delle scelte procreative delle donne, il manifesto raffigura un volto femminile diviso a metà: metà in chiaro, metà come negativo fotografico (nella prima metà la donna esiste perché decide; nella seconda metà è poco più di un'ombra). La didascalia alla sua base non potrebbe essere più chiara: Your body is a battleground. Sono passati quasi trent'anni dalla creazione di quel manifesto, e oltre quaranta dalle tante manifestazioni di donne - anche in Italia - attraversate dallo slogan: "il corpo mio e lo gestisco io". Il controllo del corpo delle donne continua a costituire sul piano sociale una posta in gioco determinante, e un vero e proprio campo di battaglia. La paura che la libertà delle donne genera assume forme diverse in luoghi diversi, ed è proporzionale alla forza e alla profondità della cultura patriarcale. La violazione dei corpi delle donne a Colonia, e l'immunità data per scontata dagli aggressori, ci ricorda che l'ordine di genere struttura non solo i corpi delle donne e degli uomini, e le loro rispettive libertà. Esso garantisce anche ai secondi una serie di privilegi - che Raewyn Connell definisce appropriatamente "dividendo patriarcale". Più forte è la diseguaglianza di genere nelle culture e nelle società di riferimento e maggiore sarà anche l'aggressione verso i corpi delle donne e la violenza che ne deriva.

La violenza contro le donne, come sappiamo, è diffusa in tutto il pianeta, attraversa le classi sociali e le appartenenze etniche. Prende oggi caratteristiche differenti in diverse parti del mondo: dai matrimoni forzati delle bambine, alle mutilazioni genitali, all'impossibilità per le donne di studiare insieme alla privazione delle libertà fondamentali nei contesti più profondamente patriarcali (l'orrore degli stupri etnici e di guerra fa caso a sé). In Italia, come in altri paesi occidentali, il femminicidio da un lato, il gender pay gap dall'altro esemplificano bene il continuum delle forme di violenza legate al genere. Le scienze sociali non devono stancarsi di denunciare il nesso strettissimo che lega le strutture sociali di genere, e la violenza contro le donne che ne è corollario, alle strutture della diseguaglianza sociale. E ricordare costantemente che le pratiche delle istituzioni, nessuna esclusa, giocano un ruolo centrale nel produrre e riprodurre le diseguaglianze di genere, dunque anche la violenza. L'intreccio tra il genere in quanto struttura sociale e le sue diverse espressioni geografiche, culturali, etniche, di classe e di orientamento sessuale - in accordo ad un approccio intersezionale - consente all'analisi sociale di garantire una base importante per lo sviluppo di politiche pubbliche di prevenzione e contrasto alla violenza. In questo momento storico, inoltre, violenze di massa contro le donne come quelle di Colonia obbligano a mio parere ad impegnarsi nel ripensare il significato e le forme dell'integrazione nelle società globalizzate.

Carmen Leccardi

Università di Milano-Bicocca

 


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25 Aprile 2016

 

 

 

Le aggressioni sessuali...sono espressione non solo di una generica ostilità, ma di una vera e propria guerra contro le donne, le loro libertà e il loro diritto all'integrità fisica e psicologica. Questa guerra è messa in atto, come tutte le guerre, attraverso l'uso sistematico della violenza. Le forme che questa violenza assume variano a seconda delle circostanze, dei tempi e dei luoghi

 

 

 

 

 

Il controllo del corpo delle donne continua a costituire sul piano sociale una posta in gioco determinante, e un vero e proprio campo di battaglia. La paura che la libertà delle donne genera assume forme diverse in luoghi diversi, ed è proporzionale alla forza e alla profondità della cultura patriarcale

 

 

 

 

 

La violenza contro le donne è diffusa in tutto il pianeta, attraversa le classi sociali e le appartenenze etniche. Prende oggi caratteristiche differenti in diverse parti del mondo: dai matrimoni forzati delle bambine, alle mutilazioni genitali, all'impossibilità per le donne di studiare insieme alla privazione delle libertà fondamentali nei contesti più profondamente patriarcali (l'orrore degli stupri etnici e di guerra fa caso a sé). In Italia, come in altri paesi occidentali, il femminicidio da un lato, il gender pay gap dall'altro esemplificano bene il continuum delle forme di violenza legate al genere