Marco Valbruzzi  
  casa-della-cultura-milano      
   
 

LA DEMOCAZIA AMERICANA E LE SUE PRIMARIE


Populismo, società, Trump: intervista a Gianfranco Pasquino



Marco Valbruzzi


altri contributi:



  marco-valbruzzi-gianfranco-pasquino-primarie-americane.jpg




 

Marco Valbruzzi, studioso di elezioni primarie e del (mal)funzionamento delle democrazie contemporanee, intervista il prof. Gianfranco Pasquino, attualmente Fulbright Distinguished Lecturer all'Università di Chicago, sull'attualità e, soprattutto, sul futuro, della politica americana. Enjoy it!  

 

D. Caro prof. Pasquino, so che si è messo sulle tracce di Tocqueville ed è sbarcato in America, patria delle primarie. Come stanno andando le elezioni? È vero, come ci raccontano alcuni giornalisti italiani, che gli americani vorrebbero sbarazzarsi di questo strumento di partecipazione?

R. Fra tutto quello di cui si discute molto animatamente e qualche volta un po' troppo ripetitivamente proprio non esiste la richiesta di sbarazzarsi delle primarie e neppure il desiderio di renderle più omogenee. Non solo Repubblicani e Democratici hanno e mantengono regole diverse, ma persino in ciascuno stato (sì, lo so, debbo scrivere "è il federalismo, bellezza") le regole sono talvolta straordinariamente diverse. Per esempio, in Pennsylvania, uno Stato vinto alla grande da Trump, i 54 delegati Repubblicani sono uncommitted. Potranno votare per chi vogliono. Inaudito. E fa molto bene Trump a tuonare contro pasticcetti come questo.     

D. Come si spiega l'ascesa di due candidati anti-establishment proprio in questo momento della storia politica statunitense?

R. Nel caso dei Democratici, lo scontento ha due fondamenta: 1) aspettative molto elevate di cambiamento nutrite nei confronti del primo Presidente di colore; 2) ri/mobilitazione ad opera dell'ultrasettantenne Sanders (che in Italia sarebbe stato, se non rottamato, quantomeno sbeffeggato dai piccoli renziani) dell'elettorato, soprattutto giovanile, che aveva costituito l'ala portante del successo di Obama. Nel caso dei Repubblicani, Trump è il sottoprodotto, inevitabile, della loro politica di polarizzazione, di xenofobia, di supremazia bianca (c'è ancora chi pensa e sostiene che Obama non sia americano), di opposizione ai diritti delle minoranze e anche delle donne. Invece di lagnarsene, i Repubblicani dovrebbero rivendicare Trump: "uno di noi!". Incidentalmene, il bigotto Cruz è anche peggio, persino a detta dei suoi colleghi senatori, dell'ex Speaker della Camera dei Rappresentanti (che ha detto in pubblico che Cruz è un "miserable son of a bitch") e, ovviamente, molto pacatamente e molto serenamente, del New York Times. 

D. Ormai, nel Partito democratico la partita sembra chiusa ed Hillary sarà incoronata come candidata ufficiale nella Convention di luglio a Filadelfia. Che cosa ne sarà di tutti gli attivisti e i simpatizzanti che hanno sostenuto così vigorosamente un anziano socialista del Vermont come Barnie Sanders?

R. Bella domanda. Quegli attivisti entusiasti (e alcuni loro sostenitori) debbono davvero essere di sinistra. Molti si stanno chiedendo se vale la pena andare a votare a novembre per Hillary Clinton. È un comportamento di sinistra che voi italiani, ma anche altrove in Europa (Gran Betagna, Germania, soprattutto Spagna) conoscete bene e non stigmatizzate abbastanza. Comunque, Hillary si è sempre ben guardata dal criticare e dall'insultare. Ha già fatto qualche spostamento e concessione a sinistra. Intelligentemente (ma, credo, anche convintamente). Quei giovani sono potenzialmente tutti elettori democratici. Farebbero malissimo ad astenersi.    

D. A proposito di Filadelfia, dove i padri fondatori USA si riunirono per scrivere la meravigliosa Costituzione più antica al mondo (dopo San Marino…of course!)… molti suoi colleghi, sostengono che si è "rotto" qualcosa nel sistema istituzionale americano, a partire dal funzionamento del suo classico bipartitismo e che ormai gli USA sono pronti per entrare nel meraviglioso mondo dei sistemi multi-partitici. È davvero così? Che cosa ha smesso di funzionare nella democrazia americana?

R. Non si è rotto un bel niente. Sono i Repubblicani che, destinati a diventare per sempre una minoranza politica, hanno rotto la consuetudine che su alcune tematiche non si deve praticare un ostruzionismo letale, anche per loro, ma si negozia. Il "governo diviso" ha i piedi saldamente piantati nella Costutuzione USA e Madison lo considererebbe accettabile poiché obbliga Presidente e Congresso a cercare (e ratificare) accordi più rappresentativi delle preferenze dei cittadini. I Repubblicani combattono brutte battaglie di retroguardia, non soltanto sull'accesso dei transgender ai gabinetti (nella North Carolina e in Alabama), ma per rendere difficile l'esercizio del voto a neri e latinos richiedendo loro documenti che è difficile avere (per esempio, la patente a chi non si può permettere e non ha l'automobile). Comunque, no, il bipartitismo non sparirà affatto. L'elezione popolare del Presidente ne è una garanzia. Più probabile che assisteremo ad una ridefinizione delle identità partitiche.  

D. Tra gli studiosi di scienza politica si è aperto un dibattito curioso, ma non del tutto balordo, sul tasso di populismo di Donald Trump. Che tipo è questo nuovo maverick della politica statunitense? Il suo populismo, ammesso sia effettivamente tale, quanto somiglia ai variopinti populismi di stampo europeo?

R. In una democrazia nata all'insegna solenne delle parole "We, the people", il populismo è di casa. Quando poi il candidato è un impresario dalla grande notorietà, ma senza base partitica, quella notorietà e il corrispondente appello al popolo (alla audience, e se vi sembra che parli di qualcosa che già conoscete, ma di cui vi siete - voi italiani - faticosamente e demograficamente liberati, ebbene: sì), qualche striscia di populismo è assolutamente inevitabile, anzi, utilissima. Non è dissimile dagli appelli populisti e dalle tematiche populiste che circolano in Europa: fare più grande la nazione America; deportare gli immigrati illegali; combattere il crimine.

D. Anche Matteo Salvini - nuovo, combattivo e televisivo segretario della Lega Nord - nel suo viaggio in terra americana ha voluto rendere omaggio al frontrunner Repubblicano. Che cosa hanno in comune in due leader?

R. A Salvini piacerebbe essere Trump; ma a Trump non interessa essere Salvini (e neanche più, a pochi giorni di distanza, si ricorda dell'incontro). La photo opportunity è stata ridicola. Avrei la tentazione di dire la stessa cosa del viaggio di Sanders a Roma per incontrare il Papa, ma non voglio danneggiare Hillary Clinton! Dopodiché, come ho detto sopra, alcune tematiche delle destre populiste sono simili in tutto il mondo. Niente di più.

D. Nel campo Repubblicano, i giochi sembrano ancora aperti e la vittoria di Trump, molto probabile, non è affatto scontata. Il Partito repubblicano corre veramente il rischio di affrontare una brokered convention? In tal caso, chi ha più probabilità di spuntarla?

R. Per Trump, la vittoria numerica (1.237 delegati) sembra ormai a portata di mano. Tutto il resto sono mediocri tentativi di mediocri e pavidi politici di manipolare la volontà degli elettori Repubblicani delle primarie. Un candidato alternativo a Trump, che venga da fuori, una specie di cavaliere bianco, non esiste. Anche Cruz è divisivo nonché - come ho detto, ma voglio ulteriormente sottolineare - molto peggio di Trump.

D. Sulla base degli ultimi sondaggi (uno strumento - mi perdoni - sul quale faccio sempre meno affidamento), per ora la sfida più probabile è quella tra un perfetto candidato anti-establishment (Trump) e una perfett(in)a candidata dell'establishment (Clinton). Che tipo di campagna elettorale si aspetta? Crede ancora che, in questa polarizzazione sfrenata, i due candidati inseguiranno gli elettori moderati come da classico copione downsiano con competizione centripeta?

R. No, non le perdono di non credere ai sondaggi. Quelli americani, poi, sono tantissimi e raffinatissimi. Trump giocherà due carte contro Hillary (che non è la candidata dell'establishment, ma dei Democratici). Primo, cercherà di distruggerne il curriculum di donna competente, senatrice, segretaria di Stato, che ha combattuto molte battaglie e ne ha anche vinte o creato le premesse per vincerle (riforma sanitaria). Secondo, le butterà addosso fango sostenendo che Hillary sfrutta il suo essere donna (the woman card), ma poi si era piegata ad appoggiare suo marito, contro le donne, nell'affaire Monica Lewinsky. La Clinton metterà in guardia dall'affidarsi ad un ignorante, improvvisatore, senza esperienza politica, a cavallo fra isolazionismo e schizofrenia interventista. Trump deve fare il pieno degli estremisti di destra. La Clinton deve recuperare i giovani nei pressi del polo di sinistra. L'elettore centrista verrà corteggiato solo in alcuni Stati, ma né i neri né i latinos sono centristi.

D. Non so lei, ma io, che osservo tutto di qua dall'oceano, ho l'impressione che la democrazia americana e, in particolare, la sua geografia elettorale siano sull'orlo di un processo di trasformazione, probabilmente di un disallineamento politico e sociale in vista di un futuro riallineamento. Sbaglio? Davvero il ciclone Trump non lascerà alcun segno all'interno di un partito che, nel corso degli ultimi anni, si è sempre più polarizzato

R. Una durissima sconfitta di Trump che si accompagnasse, com'è probabile, ad una altrettanto dura sconfitta dei rappresentanti e dei senatori Repubblicani (forse anche dei governatori) obbligherebbe tutto il partito ad un'agonizing reappraisal, ad una riflessione angosciosa su come ricostruirsi. Francamente, sono affari loro. Nel frattempo, il nuovo Presidente nominerà il giudice costituzionale mancante, scegliendo fra i moderatamente progressisti. La maggioranza progressista alla Corte Suprema salverà per sempre la riforma sanitaria di Obama; abolirà una pessima legge sulle lobby e il loro denaro in politica; renderà più solida la legge sull'interruzione della gravidanza e ne proteggerà l'applicazione degli Stati; imporrà il ritorno al controllo della Corte di tutte le leggi locali che invalidano il Voting Rights Act. Sì, mi sono un po' allargato, ma, come diciamo noi che a Chicago abitiamo nel South Side, quartiere dove Obama ha ancora casa e forse ci tornerà: "Yes, we can". 

D. Tocqueville tornò dall'America con ottime suggestioni e molte buone impressioni. Lo studioso francese restò colpito dalla vivacità della società americana, dalla sua enorme capacità di organizzarsi e associarsi per risolvere problemi collettivi. Che cosa è rimasto oggi di tutto quel capitale sociale? La società americana, compresa quella che sostiene Trump (e il suo progetto di muro ai confini del Messico), è ancora, come da manuale, "robusta e vibrante"?    

R. Oh, yes, la società americana è ancora robusta e vibrante, ma è molto frammentata da conflitti, talvolta insicura di sé, soprattutto del suo ruolo nel mondo. Inoltre, ha preso consapevolezza che il razzismo (del tutto assente nella Democrazia in America di Tocqueville) nei confronti delle persone di colore non è affatto stato sconfitto. Richiede una battaglia che non può essere affidata soltanto ai leader delle comunità di colore all'insegna dello slogan "Black lives matter". Infine, a fatica, con preoccupazione e dolore, persino con tristezza, la società robusta e vibrante si è oramai resa conto che le diseguaglianze sono cresciute non soltanto in maniera eccessiva, e non sono l'esito di nessun innegabile merito, ma che sono strutturali. Al proposito, ha ragione, almeno in parte, Sanders, ma le soluzioni sono difficili da trovare e le sue soluzioni sono alquanto vaghe. Scherzosamente, vorrei concludere con uno slogan, non Occupy Wall Street, ma Preoccupy Wall Street, ovvero bisognerà obbligare i banchieri a preoccuparsi del loro futuro, a pensare non a quello che l'America può fare per loro (per incuria, disattenzione, incompetenza, partigianeria, ha già fatto troppo), ma a che cosa loro debbono fare per l'America.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

02 Maggio 2016