Gabriele Tagliaventi  
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L' ARTE DELLA CITTÁ 100 ANNI DOPO


Commento al libro di Raffaele Milani



Gabriele Tagliaventi


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L'ultima volta è stato un enorme successo. Quando, nel 1889, viene pubblicato L'arte di costruire le città (L'Urbanistica secondo principi artistici) di Camillo Sitte, il libro è destinato a diventare un cult dell'architettura. Ancora oggi, il libro di Sitte rappresenta un riferimento obbligato per una grande tendenza dell'urbanistica contemporanea: da Andrés Duany a Rob Krier. Il grande merito del libro di Raffaele Milani - L'arte della città (Il Mulino, 2015) - è proprio quello di riportare il tema dell'arte al centro della riflessione sulla città. Oggi, come allora, in un'epoca in cui l'industria sembra avere il dominio assoluto. Ieri l'industria pesante; oggi, per il momento, quella soft.

Il mondo del 1889 è, allo stesso tempo, molto simile a quello contemporaneo e molto diverso. Il mondo occidentale, ovviamente. E, in particolare, il continente in cui entrambi i libri sono pubblicati: l'Europa. Allora si viveva la prima grande Globalizzazione. Le potenze europee erano partite alla ricerca di nuovi mercati asiatici, tutti i paesi si erano addirittura ritagliati un posto al sole in Cina, anche l'Italia. Il mondo veniva da un lunghissimo periodo di pace. La fine della grande stagione delle guerre "mondiali", quelle Napoleoniche, era avvenuta nel 1815 e c'erano stati settantacinque anni di pace e sviluppo demografico e industriale. Oggi, veniamo da un lungo periodo di pace: sono settant'anni dalla fine della II Guerra Mondiale. E anche oggi viviamo un'epoca di Globalizzazione.

Ieri come oggi, la produzione industriale è arrivata a un livello di saturazione del mercato. Ieri lo sfogo alla sovrapproduzione è stato il primo conflitto mondiale seguito, necessariamente, dal secondo. Oggi, tutti sperano che "le cose vadano diversamente, questa volta".

Le cose, tuttavia, sono abbastanza diverse su due fronti: quello demografico e quello industriale. Il mondo occidentale, e soprattutto l'Europa, è in piena contrazione demografica e industriale. Non si produce quasi più niente in Europa e la sua popolazione è tremendamente invecchiata, oltre a essere fortemente diminuita dopo il picco della fine degli anni 60 del secolo passato. Parigi passa da 500.000 a 2.500.000 abitanti nel corso del XIX secolo. Oggi, se è vero che l'agglomerazione urbana dell'Ile-de-France conta circa 11 milioni di abitanti, il comune di Parigi è sceso dai 2.850.000 abitanti del 1960 a 2.200.000 abitanti del 2016. Italia e Germania sono in regressione demografica compensata, parzialmente, in Italia, dall'arrivo di cinque milioni di extracomunitari. Ma gli Italiani residenti sono nel 2016 gli stessi 55 milioni del 1971. Gli stessi come numero, ma più vecchi. Nel 1971 l'indice di vecchiaia del paese era di 0,3: c'erano due giovani per un anziano. Oggi sono due anziani per un giovane. La Germania, come l'Italia, non fa più figli e stima un calo della sua popolazione a 65 milioni dagli 80 del 2015.

Nel 1889 l'Europa invadeva il mondo, e l'Asia in particolare con i prodotti delle sue manifatture e il tessile inglese distruggeva l'artigianato indiano. Nel 2016 l'Europa è invasa dai prodotti a basso costo delle manifatture indiane, cinesi, coreane, indonesiane, giapponesi.

Nel 1901 l'Italia otteneva la Concessione di Tientsin, che amministrerà fino al 1943. Nel 2016 l'Italia è invasa dai prodotti cinesi e il distretto tessile di Prato è praticamente gestito da Cinesi.

Ecco che, allora, il tema dell'arte della città diventa un ottimo spunto per cercare di capire la situazione in cui si trova, oggi, la città. Soprattutto quella occidentale e, ovviamente di nuovo, quella europea. "Sull'onda di una rilettura di Oswald Spengler, avanzerebbe, in questa visione, il declino dell'Occidente e la città, da sempre reale e simbolica, sembrerebbe subire l'impatto di grandi trasformazioni entro cui svanirebbe il significato sia esplicito sia implicito, dei suoi caratteri emblematicamente collocati nell'ambiente naturale". Questa è una delle ipotesi avanzate da Milani, sia pure bilanciata da una nota di speranza legata all'affermarsi di una coscienza basata sull'eco-sostenibilità. Un'ipotesi che stimola una riflessione come accade quasi a ogni pagina del libro.

D'altra parte, la crisi dell'Occidente sembra una delle sue profonde crisi cicliche più che un definitivo tramonto. L'Atene dell'Età di Pericle, nel V secolo a.C. era una città di 400.000 abitanti, mentre l'Atene del XVI secolo ritratta nei dipinti turchi non esiste più. È un piccolo agglomerato di case sotto l'Acropoli di poche centinaia di abitanti. Il resto è una pianura usata dai Turchi per battute di caccia. Oggi Atene è una metropoli di quattro milioni di abitanti. La Roma di Adriano conta un milione di abitanti che si riducono a 20.000 scarsi nel 1000. Nel 2016 sono 2,6 milioni. La Costantinopoli di Giustiniano ha 500.000 abitanti che si riducono a 200.000 nel VII secolo al tempo dell'assedio arabo. Nel 1050 sono 800.000 per poi scemare a 50.000 nel 1453. Sempre la città occidentale ha subito andamenti ciclici. 

Il tema fondamentale del libro è, tuttavia, quello del rapporto tra arte e città. La città non nasce per esigenze estetiche. La fondazione di una città avviene sempre per motivi di sviluppo demografico, di controllo militare del territorio o, come diceva Weber, come "luogo di commercio". Ma la città può diventare "un'opera d'arte" quando, partendo dalle esigenze commerciali, militari, demografiche, una società e i suoi tecnici riescono a raggiungere un risultato artistico secondo quei principi che Camillo Sitte enunciava nel suo libro. Atene del V secolo a.C., Roma del I secolo, Costantinopoli del 1050 sono senz'altro catalogabili come "opere d'arte". E così la Karlsruhe di Weinbrenner, la Monaco di Baviera di von Klenze e von Gärtner, la Berlino di Schinkel, la Londra di John Nash, la Parigi di Haussmann, la Vienna di Otto Wagner, la Washington DC della Commissione MacMillan.

Oggi, certamente, come osserva Milani, è tutto differente. La società non riesce a partorire un disegno coerente in cui le finalità politiche, economiche, militari, filosofiche si traducano in una forma chiara e compiuta. Né di tipo classico, né di tipo modernista all'altezza della Brasilia di Costa e Niemeyer. Potremmo, anzi, rilevare come la crisi della forma della città sia una magnifica espressione della crisi economica, politica e demografica della società europea.

Il caos delle forme, dei colori, dei materiali, l'arbitrio, la giustapposizione di elementi completamenti estranei a qualsivoglia linguaggio coerente è la formidabile rappresentazione di una società profondamente corrotta e ridotta a spaventosi livelli di debito. Tralasciando la madre della cultura urbana occidentale - la Grecia - basta pensare ai 2300 miliardi di euro di debito dell'Italia o ai 2100 miliardi di euro della Francia. Debito prodotto senz'altro dalla corruzione e dalla spesa sociale facile, ma anche da una confusione allucinante in campo urbanistico. Il caso delle Halles di Parigi è emblematico. Proprio in questi giorni è stato infatti inaugurato il nuovo complesso sull'area dei vecchi mercati centrali di Baltard. Costo 1,1 miliardi di euro. Peccato che questo progetto sia il secondo che si sovrappone al sito di Baltard. Il primo, inaugurato nel 1979 dopo la demolizione nell'agosto 1971 dei padiglioni high-tech ottocenteschi, era costato 900 milioni di euro. Quindi, due miliardi di euro complessivi per un progetto che è stato definito da "Le Figaro" "il più grande fallimento urbanistico degli ultimi 50 anni". Due miliardi di euro pari a 1,5 volte la spesa dell'IMU prima casa in Italia: 1,3 miliardi di euro. E, ovviamente, le Halles di Baltard, che tutti ammiravano e che la stragrande maggioranza della popolazione voleva mantenere - vedi il bel libro di Bertrand Lemoine - non avevano alcuna necessità di essere demolite. Tanto è vero che, ancora oggi, uno dei padiglioni è stato ricostruito a Nogent-sur-Marne e viene correntemente utilizzato.

Naturale che i cittadini esprimano il loro disagio e, come osserva Milani "bisogna pensare che il cittadino desidera partecipare alla vita della città e che vuole assumere in essa la parte che gli spetta. Ciò compensa il disagio provocato dal mondo delle forme architettoniche nei quartieri edificati negli ultimi decenni. La gente reagisce alla desolazione e alla ripetitività dei più banali stereotipi costruttivi".

Crisi ambientale, cristi estetica, crisi economica. Crisi generata dal venire meno di un'altra delle componenti fondamentali della città. Il suo essere manifestazione fisica del Diritto. "L'aria della città rende liberi" era il detto medievale tedesco. Oggi, invece, la confusione delle forme, delle altezze, così evidente nel tema del grattacielo, si può leggere come una manifestazione di una patologia profonda legata all'assenza del Diritto.

Il grattacielo, di là delle sue riuscite o meno rappresentazioni architettoniche, si presenta oggi come un'epifania della confusione della visione della società in termini estetici ed etici. I grattacieli sorgono casualmente. Alcuni qui, altri là. Alcuni cittadini possono costruire grattacieli, altri no. Eppure, il grattacielo è un tipo architettonico vecchio di due secoli. Venne introdotto nelle città americane nella seconda metà del XIX secolo. Un edificio utilitaristico. Destinato a moltiplicare i piani vendibili su un determinato lotto di terreno. Un grattacielo non è un edificio pubblico. Non è una Torre. Una Torre è un'espressione di una comunità, dei sui valori, della sua visione del mondo. Può essere un campanile, un minareto, un beffroi, un municipio, un serbatoio d'acqua. Un grattacielo è un tipo speculativo concepito per produrre utili. Dunque, la società capitalista americana ha trovato, da ormai due secoli, la maniera corretta di trattarlo. O tutti i cittadini possono fare soldi e costruire grattacieli. Oppure nessuno. Quindi esistono città dove tutti i cittadini possono costruire grattacieli e città dove nessuno può farlo. Non ci sono solo New York, Chicago, Dallas. La capitale degli Stati Uniti è una "skyscraper-free city". Una città dove nessuno può costruire più in alto della prima trabeazione del Campidoglio. Non importa la sua ricchezza o la sua "vicinanza con il potere". Nessuno può farlo. Non Bill Gates, non Warren Buffett, non Steve Jobs, non Jeff Bezos, etc. E, oltre a Washington DC ci sono tante altre città americane senza grattacieli. Spesso sono le capitali di Stato: Olympia dello Stato di Washington, Madison del Wisconsin, Annapolis del Maryland, Trenton dello Stato di New York, Jefferson City del Missouri, Harrisburg della Pennsylvania, Santa Fe del New Mexico, etc.

Se, invece, guardiamo oggi lo skyline di una città europea - che, giustamente, Milani ricorda sia spesso stato motivo di piacere e soddisfazione estetica nel caso delle città storiche - da Milano a Londra, da Bruxelles a Francoforte, ci accorgiamo subito della confusione e dell'arbitrio materializzati nella confusione delle forme e delle altezze. Città con cinque, sei, dodici, ventitré grattacieli. Perché cinque? Perché sei? Perché dodici? Perché ventitré?

Crisi estetica, quindi, che deriva anche da una crisi etica e da una confusione totale di una società priva di una vision, in regressione demografica e profonda crisi economica.

Il libro di Milani è, quindi, un'ottima occasione per ripercorrere il legame che intercorre tra arte e città, tra arte di costruire la città e arbitrio. Un'occasione per riprendere coscienza dei "fondamenti artistici" dell'urbanistica. E, chissà, arrestare il declino e tornare a costruire città belle ed efficienti.

 

Gabriele Tagliaventi

 

 

 

NdC - Gabriele Tagliaventi è professore ordinario di Architettura tecnica all'Università degli Studi di Ferrara ed esponente del movimento per il Rinascimento Urbano e il New Urbanism. Tra le sue pubblicazioni: Alla ricerca della forma urbana (Bologna: Patron, 1988); Citta giardino. Cento anni di teorie, modelli, esperienze (Roma: Gangemi, 1994); Morfologia strutturale dell'architettura (Roma: Gangemi, 1996); (a cura di), L'albero e la città: l'importanza di un rapporto equilibrato tra ambiente naturale e ambiente artificiale (Bologna: Industria Grafica Felsinea, 2000); (a cura di) L'altra modernita 1900-2000. L'architettura classica e tradizionale nella costruzione della città del XX secolo (Savona: Dogma, 2000); Tecniche e tecnologie dell'architettura fra eclettismo e storicismo (Firenze: Alinea, 2000); (a cura di) New urbanism (Firenze: Alinea, 2002); con Luigi Mollo (a cura di), Architecture in the age of globalization (Firenze: Alinea, 2003); con Cristiano Rosponi (a cura di), Towards a new urban renaissance (Firenze: Alinea, 2004); con Luigi Mollo (a cura di), Ecological urban architecture (Firenze: Alinea, 2005); con Alessandro Bucci (a cura di), From slab-urbia to the city.  The new regional way (Firenze: Alinea, 2006); Manuale di architettura urbana (Bologna: Patron, 2007); con Donatella Diolaiti (a cura di), Regional compact cities for an eco-smart growth (Firenze: Alinea, 2008); con Alessandro Bucci (a cura di), Le guide des eco-villes efficientes (Firenze: Alinea, 2009). I grassetti nel testo sono nostri.

 

Lunedì 9 maggio, alle 18.00, Raffaele Milani sarà alla Casa della Cultura per discutere dei temi del suo libro - L'arte della città. Filosofia, natura, architettura, Il Mulino, Bologna 2015 -, nell'ambito del ciclo di incontri "Città Bene Comune 2016" organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e patrocinato dall'Istituto Nazionale di Urbanistica.

RR

 


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05 Maggio 2016

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

- 2016: programma /presentazione

- 2015: programma /presentazione

- 2014: programma /presentazione

- 2013: programma /presentazione

 

Interventi, commenti, letture

- A. Villani, Disegnare, prevedere, organizzare le città…, Commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Milani, Per capire bisogna toccare, odorare, vedere... ,  Commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- M. Ponti, Il paradiso è davvero senza automobili? Commento a: A. Donati e F. Petracchini, Muoversi in città (Ed. Ambiente, 2015)

- S. Brenna, La strana disfatta dell'urbanistica pubblica. Note sullo stato della pianificazione italiana

- F. Ventura, Lo stato della pianificazione urbanistica. Qualche interrogativo per un dibattito

- G. Tonon, Città e urbanistica: un grande fallimento, intervento all'incontro con P. Berdini del 18 maggio 2015

- R. Mascarucci, A favore dell'urbanistica, commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P.Colarossi, Fare piazze, commento a: M. Romano, La piazza europea (Marsilio 2015)

- J.Gardella, Mezzo secolo di architettura e urbanistica, dialogo immaginario sulla mostra "Comunità Italia", Triennale di Milano, 2015-16

- G.Pasqui, Pensare e fare Urbanistica oggi, recensione a A.Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (Franco Angeli, 2015)

- L.Colombo, Urbanistica e beni culturali, Riflessione a partire da La Cecla, Moroni e Montanari  

- L.Meneghetti, Casa, lavoro, cittadinanza. Seconda parte

- F.Ventura, Urbanistica: tecnica o politica?, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- P.C.Palermo, Per un'urbanistica che non sia un simulacro, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

 - S.Moroni, Governo del territorio e cittadinanza, commento a L.Mazza, Spazio e cittadinanza.(Donzelli, 2015) 

 - P.Berdini, Quali regole per la bellezza della città?, commento a S.Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)  

 - R.Riboldazzi, Perchè essere 'pro' e non 'contro' l'Urbanistica, commento a F.La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P. Maddalena, Addio regole. E addio diritti e bellezza delle città, prefazione a: P. Berdini, Le città fallite (Donzelli, 2014)

- S. Settis, Beni comuni fra diritto alla città e azione popolare, introduzione a: P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Casa, lavoro cittadinanza. Il nodo irrisolto dell'immigrazione nelle città italiane

- M. Romano, Urbanistica: 'ingiustificata protervia', recensione a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- P. Pileri, Laudato si': una sfida (anche) per l'urbanistica, commento all'enciclica di Papa Francesco (2015)

- P. Maddalena, La bellezza della casa comune, bene supremo. Commento alla Laudato si' di Papa Francesco (2015)

- S. Settis, Cieca invettiva o manifesto per una nuova urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- V. Gregotti, Città/cittadinanza: binomio inscindibile, Recensione a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- F. Indovina, Si può essere 'contro' l'urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall'uomo (e dai suoi rifiuti)? Recensione a: R. Pavia, Il passo della città (Donzelli 2015)

- R. Riboldazzi, Suolo: tanti buoni motivi per preservarlo, recensione a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- L. Mazza, intervento all'incontro con P. Maddalena su Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Dov'è la bellezza di Milano? , commento sui temi dell'incontro con P. Berdini su Le città fallite(Donzelli, 2014)

- J. Muzio, intervento all'incontro con T. Montanari su Le pietre e il popolo(mimum fax, 2013)

- P. Panza, segnalazione (sul Corriere della Sera dell'11.05.2014)