Vittorio Gregotti  
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BERNARDO SECCHI


Il pensiero e l'opera



Vittorio Gregotti


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Dopo che le idee del movimento moderno avevano stretto in una metodologia unitaria arti decorative, urbanistica ed architettura è iniziata nel mezzo del XX secolo una nuova serie di dibattiti teorici e di divisioni professionali intorno sia ad una nuova separazione da parte delle arti decorative, divenute disegno del prodotto industriale (poi tornato alle arti decorative come "design") sia dell'urbanistica, con le proprie tensioni verso il problema della pianificazione economica e politica sia come giustizia sociale sia come interesse dei poteri. Pochi anni dopo l'attività dell'architettura e quella del disegno della città e del territorio sembrarono al contrario cercare di ritrovare nuovi punti di contatto metodologico e nuovi obbiettivi comuni di critica alle contraddizioni del presente come ricerca e come progetto. Si tratta di connessioni che si accentuavano con il dilatarsi delle possibilità e delle questioni proposte da una globalizzazione come possibilità non mercantile, dall'aumento della popolazione urbana, dalla espansione delle postmetropoli ma anche dall'interesse per il progetto di architettura dei materiali provenienti dalla antropogeografia specifica delle culture dei luoghi e dalle loro differenti esperienze storiche ed attuali. Ovviamente si tratta di questioni antichissime alle quali la storia dell'architettura o delle sue teorie aveva in modo discontinuo offerto proposte diverse per scala ed intenzionalità coloniali o di confronto, ma che si presentavano in modo altro di fronte alle nuove conoscenze globalizzate e con un'accelerazione nei mutamenti.  Nei tempi più recenti ai nuovi interrogativi posti dal capitalismo finanziario globalizzato e neocoloniale e dai suoi incessanti tentativi di definizione di futuro solo come possibilità tecnico-economica ma anche di pianificazione burocratica e di riduzione del contributo dell'architettura alla sola visibilità mercantile, si è aggiunta la difficoltà per la rifondazione di una disciplina come l'urbanistica, di resistere alle ideologie della città generica, senza alcun interesse per la specificità culturale fisica e storica dei luoghi, al grattacielismo ed alla bigness come sfida all'efficienza tecnica e come mancanza di distinzione tra quantità e grandezza e tra mezzi e fini, ed all'idea di capitalismo come visibilità mercantile. A tutto questo una nuova comune intenzionalità tra architettura ed urbanistica si è riaffacciata con una necessità non più prorogabile di critica alle contraddizioni della realtà del presente, almeno per la parte migliore ma sempre più esigua delle pratiche artistiche che costruiscono i luoghi dell'abitare collettivo senza rinuncia alla ricerca di un frammento di ipotesi di verità come fondamento di ogni futuro. Queste credo siano alcune delle ragioni che, al di là del profondo dolore personale per la scomparsa di un grande amico, la morte di Bernardo Secchi [avvenuta nel settembre 2014, NdC] rappresenta una perdita molto grave per la cultura dell'architettura come anima poetica e teorica di ogni progetto a qualsiasi scala urbana e territoriale, e per il suo insegnamento come ricerca esemplare e responsabile, che lo ha accompagnato lungo tutta la sua vita. Tutto questo fin dalla partecipazione come ricercatore all'ILSES di Milano, come progettista, come insegnante in molte università italiane e straniere e, come teorico delle nostre discipline in relazione alle concrete condizioni della vita collettiva, ai suoi mutamenti ed alle speranze possibili offerte dai progetti migliori delle nostre discipline. 

Non mancano certo le storie dell'urbanistica italiane in cui si tracciano ipotesi  intorno alla storia dell'urbanistica e del suo formarsi e mutare come disciplina ma per ora nessuno, credo, ha scritto in modo convincente la storia dell'urbanistica milanese della seconda metà del XX secolo in cui le esperienze milanesi dell'ILSES e del Piano Intercomunale sono state decisive; la prima per le connessioni con le discipline della sociologia e della politica oltre che per la presenza tra le altre di grandi personalità come Andreatta e Guiducci, la seconda quella del PIM per un esperimento di pianificazione territoriale mai concluso ma di grande importanza esemplare guidato da Giancarlo De Carlo con la presenza di personalità come Zambrini, Clerici e molti altri. E forse l'interesse per la sociologia, una sociologia dello spazio del tutto particolare, nasce proprio con quella esperienza milanese ma l'accompagna in tutta l'attività di Secchi, come dimostra ancora nel 2013 il suo dibattito con Pizzorno a proposito di temi come la disuguaglianza e la competenza, così come quello intorno all'autonomia di potere delle burocrazie e dello sfruttamento nell'azione urbanistica. Tutti elementi di cui discutere nella definizione della nozione di democrazia anche nei nostri anni ma anche contro "l'ideologia della maggioranza" quando essa diviene modo di essere del populismo. Tutti temi di cui Bernardo Secchi si occupa ancora nel suo ultimo libro La città dei ricchi e la città dei poveri [di cui si è discusso alla Casa della Cultura nella prima edizione di Città Bene Comune, NdC], come modo di essere dell'idea di politica e del suo rappresentarsi concreto nel progetto della città e del territorio e nel suo funzionamento.

La mia conoscenza e poi amicizia profonda con Bernardo Secchi è nata, dopo la "Casabella" di Rogers, con le esperienze di "Edilizia Moderna", ma soprattutto intorno al nostro comune interesse per la forma del territorio e la sua antropogeografia, stimolati anche dal libro di Giuseppe Samonà L'urbanistica e l'avvenire della città oltre che dalla cultura geografica francese di "Annales" e poi di Gottman intorno alla città-territorio ed alla città-regione oltre che da alcune delle tesi sul tema della partecipazione del gruppo di architetti del MIT discusse già negli anni sessanta. Tutto questo intorno ad un nuovo modo di essere anche del progetto di architettura in cui i materiali del contesto antropogeografico sono presenti in tutte le scale ed implicano comunque decisioni democratiche in cui però la nozione di pianificazione, i suoi interrogativi e le sue competenze specifiche sono sempre presenti e strettamente connesse all'idea di architettura.

La nostra è stata un'amicizia consolidata anche dal comune interesse per le arti, la letteratura e la teoria, cioè proprio con quelle discipline con cui la vita del nostro mestiere deve costantemente confrontarsi, pur dal punto di vista della propria specificità disciplinare. Non è un caso che il primo numero da me diretto di "Casabella" del marzo 1982, Bernardo Secchi scrisse il primo dei più di cento articoli (in parte raccolti nel suo libro Un progetto per l'urbanistica) cha hanno poi reso sempre più chiaro il ruolo della sua indispensabile dialettica di "direttore altro" della nostra rivista: cinquantatre saggi nei sessantanove numeri della rivista, oltre alla sua direzione della rivista "Urbanistica" tra il 1984 ed il 1991 con i suoi interventi sulla relazione piano-progetto. Il titolo di quel primo testo era L'architettura del piano dove egli scrive: "Il problema, che forse una rivista come questa potrebbe affrontare e dibattere, è che tra progetti che sempre più facilmente rimuovono il contesto e piani che sempre meno facilmente riescono a controllare il proprio risultato anche in termini fisici, diviene sempre più difficile dare risposte unitarie efficaci e fisicamente convincenti alle domande espresse dai diversi gruppi sociali e locali, unica cosa che legittima un'attività urbanistica". Ne è un caso che nell'ultimo numero di "Casabella" del 1996 compaia un suo articolo dal titolo L'internazionale degli urbanisti, in cui Secchi conclude riflettendo intorno all'importanza della relazione tra città e territorio specifico, dove egli scrive "nelle dimensioni più minute e specifiche del locale sono riflessi, come in altrettanti specchi deformanti, i grandi temi che hanno attraversato il mondo occidentale negli ultimi decenni, la formazione della città ragione, delle periferie metropolitane della città diffusa, del recupero, del rinnovo e riqualificazione di intere parti della città esistente, della ridefinizione del loro ruolo e della loro funzione, del rapporto tra conservazione ed innovazione, della renovatio urbis degli ultimi due decenni". Gli sforzi da lui fatti in quegli anni per dare risposte convincenti per mezzo non solo di alcuni piani particolarmente convincenti come quelli di Siena, Bergamo, La Spezia e di molti altri, e soprattutto con l'insegnamento, e come preside della Facoltà di architettura di Milano e poi nella professione a Ginevra, a Zurigo, Roma, Parigi, ma soprattutto con i suoi appassionati libri di teoria e con la partecipazione attiva a dibattiti e conferenze, sono stati fondamentali per la ricerca di una verità del progetto fondata su una critica intorno alle contraddizioni del presente, che propone però anche tracce di un futuro possibile e necessario all'architettura e dell'urbanistica come un'attività unitaria. 

Nell'introduzione del suo libro dal titolo Prima lezione di urbanistica del 2000 riferendosi all'idea di certezza a proposito del disegno della città Bernardo, citando Roland Barthes scriveva "la mia lezione sarà un continuo andirivieni attorno ad un fantasma: ad un desiderio che, lungo la storia è stato più volte formulato senza mai essere soddisfatto". Così egli parla del territorio, che comprende i fatti umani, come "un immenso deposito di segni e di pratiche", un palinsesto che dobbiamo saper interpretare per procedere con il progetto a cui presiedono alternativamente le idee di continuità e di frammento nel quadro globale di un'antropogeografia. 

In La città del XX secolo (2005), al di là dell'affascinante interpretazione critica della città del movimento moderno, pur nelle loro diverse posizioni anche nei nuovi allineamenti ricchi di proposte dopo il '45 ed almeno sino alla fine degli anni '60, Bernardo Secchi loda "le due linee della moralizzazione e dell'alternativa radicale" che cercano comunque di dare una risposta concreta alle domande del welfare, proponendo un giudizio internazionalmente positivo, anche su alcune realizzazioni degli anni '70 ed '80, nonostante le degenerazioni da esse poi subite nel tempo e nell'uso e soprattutto nelle loro possibilità di articolazione funzionale e civile. Resta sospeso il giudizio intorno all'ultimo trentennio, e Bernardo su di esso scriverà poi "Il mondo moderno non è percorso dal venir meno della razionalità ma dall'insorgere di molteplici razionalità contrastanti", più avanti "anche per questo l'urbanistica non può essere pratica acquiescente: essa non può che rimanere continuo esercizio di radicale critica sociale". Nella conclusione di questo stesso libro Bernardo scriveva "La straordinaria dilatazione dello spazio aperto muta lo statuto della città contemporanea" così come "la nuova autonomia dell'oggetto architettonico… Esse sono forse le cause principali della profonda incertezza nella quale versa oggi il suolo urbano" e, aggiungo io, anche del suo disegno.  Così scrivere di disegno urbano, riprendere cioè l'antico modo di rendere coincidenti architettura, disegno della città, delle sue parti e della relazione fra esse e il territorio circostante, si deve fondare su ciò che Secchi definisce "progetto di suolo", progetto di spazio tra le cose come spazio concreto disponibile alla vita civile, alle sue necessità, ai suoi vagabondaggi, come concreto modo di pensare al progetto in quanto proposta di relazioni possibili. Nel suo saggio del 1986 su "Casabella" dal titolo Progetto di suolo egli scrive: "Ogni parte di città, soprattutto se osservata nella costituzione del suolo urbano, è fortemente identificata non solo dalla geometria dei suoi tracciati, dalla dimensione delle suddivisioni, dalla gerarchia monumentale e dalle regole di organizzazione spaziale, ma soprattutto dall'articolazione dei differenti spazi collettivi e privati. Per dire le cose in forma leggermente estremizzata a me sembra che il progetto urbanistico sia in gran parte progetto di suolo; sia quando è atto di costruzione tramite una centuriazione, sia quando è atto fondativo della città, di una sua parte o modificazione dell'esistente. Esso acquisisce senso entro un più generale progetto sociale ed acquista "valore" attraverso un progetto di architettura". 

E qui ancora una volta architettura e pianificazione territoriale devono insieme tentare di offrire principi insediativi tra loro coerenti, come possibilità di futuro necessario. Questa continua interconnessione tra l'idea di disegno della città e quella di territorio applicata a uno spazio vasto e diversamente urbanizzato nei suoi scopi, dalla coltivazione alla costruzione, al giardino, può quindi forse suggerirci qualche diverso modo di pensare al progetto della città, e al disegno stesso dell'architettura, delle sue parti, come nodo o componente di una strategia che riesca a guardare non solo ai processi di mutazione ed alle loro ragioni ambiziose ma indispensabili ma anche di presentarsi come elementi durevoli, di lungo periodo, disponibili a causa delle loro profonde e precise ragioni ad interpretazioni future diverse per la progettazione di aree metropolitane complesse, senza rinunciare ai fondamenti strutturali del loro carattere poetico. Io credo, cioè, che costruire un'architettura urbana civile chiara, compatta, sostenibile e conoscibile, che guarda alla complessità antropogeografica come risorsa, senza la ricerca dell'applauso, aperta all'immaginazione sociale, sia ciò che i migliori architetti ed urbanisti anche oggi cercano con grande difficoltà di fare. Invece di utilizzare il pensiero decostruttore  del contemporaneo come copertura ideologica per smarrirsi nella società dello spettacolo, nella nuova retorica mediatica dell'architetto che, come imitatore dell'artista, agisce come elemento visuale di convincimento mercantile al di fuori di ogni specificità disciplinare, contestuale e civile. È necessario credere invece temerariamente nell'architettura della città dei cittadini, parlando con le opere di ciò che solo l'architettura può dire intorno alla questione della libertà e della giustizia. Muoversi quindi tra critica allo stato delle cose e possibilità da esse fornite in quanto "sostanza di cose sperate" (scriveva Edoardo Persico nei difficili anni trenta) come altro indispensabile, e necessaria modificazione del presente; anche al di là della condivisione delle maggioranze rumorose, delle loro convinzioni indotte, e delle proteste senza proposte.

In un numero del 1990 della rivista "Rassegna" dedicato al tema dei "territori abbandonati" Bernardo Secchi interveniva con un saggio dal titolo Un ampliamento dello sguardo che si proponeva di definire i caratteri del mutamento urbano europeo del XIX secolo.  La società del XX secolo non si è espressa al livello di una forma urbana complessiva entro le possibilità di sviluppo collettivo potessero collocarsi coerentemente e pienamente, l'ha trovata piuttosto nella retorica del "frammento", del "collage", della "città per parti", della "costruzione della città dentro la città".

Forse solo negli ultimi anni si sarebbe potuta presentare la possibilità concreta di non procedere per progetti "dimostrativi", ma di elaborare e inverare finalmente progetti che investano criticamente sia la città, il territorio e la loro storia, conciliando stabilità e mutamento.  Questo interrogativo è connesso io credo anche con la sua l'esperienza di regista del concorso per la trasformazione dell'area Bicocca di cui era stato incaricato in quanto preside della Facoltà di architettura di Milano nel 1985. Un concorso importante per la mia generazione e per ben diciotto dei suoi architetti più significativi provenienti da tutto il mondo. Il saggio di introduzione del libro di presentazione dei primi risultati Bernardo Secchi scriveva "Non si tratta solo di osservare la diversa dimensione territoriale entro la quale il progetto viene 'scoperto' e 'giustificato', né la sua particolare definizione e perimetrazione, più estesa verso il centro urbano, verso il bacino industriale del nord-milanese o lungo una direzione trasversale; neppure si tratta solo di osservare gli elementi che entro le diverse porzioni di territorio sono stati selezionati come più importanti ai fini di una descrizione ed interpretazione del contesto, ma anche di osservare i modi tecnici nei quali il territorio è stato graficamente rappresentato. È in queste parole che possiamo cogliere lo 'sguardo' sulla città ed il territorio ed i nuovi rapporti che esso stabilisce tra analisi e progetto".

A partire dalla fine del secolo e dopo le esperienze dei piani di Trento, La Spezia, Pesaro, Bergamo, Brescia, sovente travolte da interessi locali Bernardo Secchi e la sua associata dal 1988, la professoressa Paola Viganò (che nel 2013 riceverà il Grand Prix de l'Urbanisme come era avvenuto nove anni prima per Bernardo), decidono di abbandonare l'Italia, di fronte a una cultura affondata sull'oscillazione tra una burocrazia sempre più velleitaria e un'architettura al servizio del potere del capitalismo della visibilità mercantile per sperimentare le possibilità offerte da alcune nazioni altre come Olanda, Belgio e Francia, pur mantenendo viva la relazione con la migliore cultura critica italiana e mantenendo lo studio a Milano. Nel 1989 lo studio Secchi Viganò che aveva vinto il concorso per il parco tecnologico di Kortrijk, aprì una sede a Bruxelles, e prosegue il suo lavoro realizzando nella stessa città di  Kortrijk la piazza centrale e poi il nuovo cimitero. Nel 2004 partecipa al concorso del piano strutturale di Anversa, del suo Spoornoord Park e poi della piazza del teatro. Nel 2013 è chiamato a proporre per Montpellier il Projet urbain 2040, e a preparare un progetto per una vasta area dismessa industriale e militare a Rennes, ed altri progetti di modificazioni strutturali di parti urbane, tutt'ora in corso. Tuttavia ciò che ci sembra decisivo per il pensiero di Secchi sono le proposte che nascono dai tre progetti elaborati tra il 2009 ed il 2012 dei "contributi di idee" ai piani di Parigi, Bruxelles e Mosca. Nel 2009 lo studio Secchi e Viganò è chiamato da Sarkozy a "dare una visione di quello che potrà essere Parigi nel XXI secolo". Poco dopo il primo ministro del Belgio li chiama per proporre una visione di Bruxelles 2050, e subito dopo Medvedev chiede loro un contributo per l'ampliamento di Mosca. È una grande novità (dove al centro sta anche il tema della mobilità specie proprio quella dai tratti brevi) ma anche - scrive Secchi - un'ideologia della coerenza proprio come "parola vuota" ma almeno riflette sulla necessità di una visione di lungo tempo, contro il trionfo della visibilità transitoria. Anche se si deve tenere conto della "variabilità storica degli stessi significati simbolici. 

Si tratta di tre episodi significativi in risposta alle questioni poste dalle postmetropoli non solo europee a cui lo studio Secchi-Viganò si propone di dare risposte strutturali di lungo periodo. A fondamento di queste proposte fortemente differenziate tra loro vi è una serie di idee strutturali comuni per affrontare le grandi espansioni della città europea (elaborate anche a confronto con le idee soprattutto di Rossvalen e di Piketty) cioè affrontare le conseguenze della progressiva divaricazione tra ricchi e poveri (un tema che verrà elaborato nel libro di Secchi sull'argomento che abbiamo citato), la questione ambientale, cercando di vincere sia le resistenze dei poteri sia le interpretazioni nostalgiche dell'idea di natura, ed infine la questione della mobilità, delle sue esigenze e dei diversi mezzi ma anche le sue conseguenze sulla instabilità degli insediamenti. Nel caso poi delle grandi città europee affrontate dallo studio Secchi-Viganò vi sono tre idee guida ciascuna specifica per le tre proposte: quella di Parigi come città porosa (a cui è dedicato appunto nel 2011 un libro di grande interesse metodologico dal titolo La ville poreuse), quella di una nuova interpretazione dell'idea di città diffusa (in questo caso al territorio delle Fiandre) per Bruxelles in quanto città orizzontale, ed infine quella per Mosca del grande ampliamento sud-ovest come città della magnificenza civile in quanto luogo dove troveranno posto le nuove grandi istituzioni. Per le grandi città in espansione un futuro di problemi comuni ma di soluzioni specifiche diverse. A tutto questo va aggiunta l'idea di una globalizzazione delle esperienze come opportunità, ben diversa dall'interpretazione che di essa viene fatta dal neocolonialismo mercantile della visibilità che viene praticato nei nostri anni

Nell'introduzione del libro Un progetto per l'urbanistica Bernardo Secchi nel 1989 scriveva "Alle teorie ho sempre pensato in un modo umile, forse diverso da quello consolidato nel luogo comune. Un modo che è stato di Alain Robbe Grillet e ancor prima di George Kubler. Ho pensato a loro come si pensa a un ponteggio che usiamo per costruire e che ci parrà forse conveniente eliminare più tardi. Ciò che è destinato a restare non è la teoria quanto l'opera, il deposito nella città e nel territorio di piani e progetti che da quella stessa teoria sono stati eventualmente informati e realizzati.  Questo progetto di ricerca, per una idea di città e territorio, espressa da casi specifici, non si è però interrotta e l'opera di Bernardo Secchi sono certo sarà il riferimento fondamentale per chi continuerà a proporne progetti concreti, poetici e necessari.

 

Vittorio Gregotti

 

 

NdC - Vittorio Gregotti è uno dei più importanti architetti italiani. Con la Gregotti Associati International, di cui è stato fondatore, ha progettato le università di Palermo e Cosenza, i quartieri Zen a Palermo e Cannaregio a Venezia, opere ad Aix-en-Provence, Strasburgo, Parigi e Berlino, le trasformazioni museali di Brera a Milano e dell'Accademia Carrara a Bergamo, il Centro culturale di Belém a Lisbona, gli stadi di Barcellona, Nîmes e Genova, i centri di ricerca Enea a Portici e Roma, il Parco tecnologico e scientifico Polaris di Pula, in Sardegna, nonché interventi di riqualificazione urbanistica a Cesena, Lecco, Civitanova e soprattutto a Milano, nell'area Bicocca, dove si trovano altre sue importanti architetture come la sede dell'Università degli Studi, della Siemens, della Pirelli e il teatro degli Arcimboldi. Tra i suoi lavori di pianificazione si ricordano i piani regolatori di Torino, Livorno, Pavia, Avellino e i più recenti piani per nuovi insediamenti a Shanghai. Infine, tra le sue pubblicazioni: Il territorio dell'architettura (Milano: Feltrinelli, 1966, 1972, 1975, 1977, 1980, 1987, 1988, 1992, 1993, 2008, 2014); L'architettura tedesca dal 1900 al 1930 (Milano: Fabbri, 1967); (a cura di) Architettura, urbanistica e disegno industriale (Milano: Fabbri, 1967); Orientamenti nuovi nell'architettura italiana (Milano: Electa, 1969); (a cura di ) Architettura e urbanistica: forma, spazio, habitat (Milano: Fabbri, 1975; 1978, 1980, 1986); (a cura di) Alvaro Siza architetto 1954-1979 (Milano: Idea Ed., 1979); con Mario Botta e Renzo Piano, Il  mestiere di architetto. Il progetto nel rapporto con le condizioni della produzione (Venezia: Cluva, 1984); (a cura di Giovanni Vragnaz) Questioni di architettura. Editoriali di Casabella (Torino: Einaudi, 1986); Cinque dialoghi necessari (Milano : Electa, 1990); Dentro l'architettura (Torino: Bollati Boringhieri, 1991, 1995, 2002); La città visibile. Frammenti di disegno della città ordinati e catalogati secondo i principi dell'architettura della modificazione contestuale (Torino: Einaudi, 1993, 1997); Mio nonno esploratore (Milano: All'insegna del pesce d'oro, 1993); Le scarpe di Van Gogh. Modificazioni nell'architettura (Torino: Einaudi, 1994); (a cura di) con Giovanni Marzari, Luigi Figini Gino Pollini. Opera completa (Milano: Electa, 1996, 2002); Recinto di fabbrica (Torino: Bollati Boringhieri, 1996); Venezia città della nuova modernità (Firenze: Istituto geografico militare/ Consorzio Venezia Nuova, 1996, 1998, 1999); (a cura di) Arcipelago Europa (Bologna: Editrice Compositori, 1998); Identità e crisi dell'architettura europea (Torino: Einaudi, 1999); Diciassette lettere sull'architettura (Roma-Bari: Laterza, 2000, 2001); Sulle orme di Palladio. Ragioni e pratica dell'architettura (Roma-Bari: Laterza, 2000, 2003); Architettura, tecnica, finalità (Roma-Bari: Laterza, 2002); L'architettura del realismo critico (Roma-Bari: Laterza, 2004); Autobiografia del XX secolo (Milano: Skira, 2005); L'architettura nell'epoca dell'incessante (Roma-Bari, Laterza, 2006); Contro la fine dell'architettura (Torino: Einaudi, 2008, 2009); Una lezione di architettura. Rappresentazione, globalizzazione, interdisciplinarità (Firenze: Firenze university press, 2009); L'ultimo hutong. Lavorare in architettura nella nuova Cina (Milano: Skira, 2009); Architecture, means and ends (traduzione Lydia G. Cochrane; Chicago: University of Chicago Press, 2010); Tre forme di architettura mancata (Torino: Einaudi, 2010); L'architettura di Cézanne (Milano: Skira, 2011); Architettura e postmetropoli (Torino: Einaudi, 2011); La città pubblica (Pordenone: Giavedoni, 2012); Incertezze e simulazioni. Architettura tra moderno e contemporaneo (Milano: Skira, 2012); Il sublime al tempo del contemporaneo (Torino: Einaudi, 2013); 96 ragioni critiche del progetto (Milano: BUR,  2014); Il possibile necessario (Milano: Bompiani, 2014); Viaggio nell'idea di bellezza (Roma: Arel, 2014); Lezioni veneziane (Milano: Skira, 2016).

Lo scritto sopra riportato è comparso con titolo Bernardo Secchi su "Urbanistica", a. LXV serie storica, n. 153, gennaio-giugno 2014, pp. 9-15. Si ringraziano l'Autore (Vittorio Gregotti), il direttore di "Urbanistica" (Federico Oliva) e l'editore (INU Edizioni nella persona del presidente Marisa Fantin) per averne autorizzato la pubblicazione. I grassetti nel testo sono nostri.

Lunedì 23 maggio, alle 18.00, alla Casa della Cultura - nell'ambito del ciclo Città Bene Comune organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e patrocinato dall'Istituto Nazionale di Urbanistica - si terrà un incontro dedicato al pensiero e all'opera di Bernardo Secchi.

RR

 

 

 

 


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20 Maggio 2016

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

- 2016: programma /presentazione

- 2015: programma /presentazione

- 2014: programma /presentazione

- 2013: programma /presentazione

 

Interventi, commenti, letture

- R. Pavia, Il suolo come infrastruttura ambientale. Commento a: A. Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (FrancoAngeli, 2015)

- G. Tagliaventi, L'arte della città 100 anni dopo. Commento a: R. Milani, L'arte della città (il Mulino, 2015)

- A. Villani, Disegnare, prevedere, organizzare le città…, Commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Milani, Per capire bisogna toccare, odorare, vedere... ,  Commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- M. Ponti, Il paradiso è davvero senza automobili? Commento a: A. Donati e F. Petracchini, Muoversi in città (Ed. Ambiente, 2015)

- S. Brenna, La strana disfatta dell'urbanistica pubblica. Note sullo stato della pianificazione italiana

- F. Ventura, Lo stato della pianificazione urbanistica. Qualche interrogativo per un dibattito

- G. Tonon, Città e urbanistica: un grande fallimento, intervento all'incontro con P. Berdini del 18 maggio 2015

- R. Mascarucci, A favore dell'urbanistica, commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P.Colarossi, Fare piazze, commento a: M. Romano, La piazza europea (Marsilio 2015)

- J.Gardella, Mezzo secolo di architettura e urbanistica, dialogo immaginario sulla mostra "Comunità Italia", Triennale di Milano, 2015-16

- G.Pasqui, Pensare e fare Urbanistica oggi, recensione a A.Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (Franco Angeli, 2015)

- L.Colombo, Urbanistica e beni culturali, Riflessione a partire da La Cecla, Moroni e Montanari  

- L.Meneghetti, Casa, lavoro, cittadinanza. Seconda parte

- F.Ventura, Urbanistica: tecnica o politica?, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- P.C.Palermo, Per un'urbanistica che non sia un simulacro, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

 - S.Moroni, Governo del territorio e cittadinanza, commento a L.Mazza, Spazio e cittadinanza.(Donzelli, 2015) 

 - P.Berdini, Quali regole per la bellezza della città?, commento a S.Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)  

 - R.Riboldazzi, Perchè essere 'pro' e non 'contro' l'Urbanistica, commento a F.La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P. Maddalena, Addio regole. E addio diritti e bellezza delle città, prefazione a: P. Berdini, Le città fallite (Donzelli, 2014)

- S. Settis, Beni comuni fra diritto alla città e azione popolare, introduzione a: P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Casa, lavoro cittadinanza. Il nodo irrisolto dell'immigrazione nelle città italiane

- M. Romano, Urbanistica: 'ingiustificata protervia', recensione a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- P. Pileri, Laudato si': una sfida (anche) per l'urbanistica, commento all'enciclica di Papa Francesco (2015)

- P. Maddalena, La bellezza della casa comune, bene supremo. Commento alla Laudato si' di Papa Francesco (2015)

- S. Settis, Cieca invettiva o manifesto per una nuova urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- V. Gregotti, Città/cittadinanza: binomio inscindibile, Recensione a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- F. Indovina, Si può essere 'contro' l'urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall'uomo (e dai suoi rifiuti)? Recensione a: R. Pavia, Il passo della città (Donzelli 2015)

- R. Riboldazzi, Suolo: tanti buoni motivi per preservarlo, recensione a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- L. Mazza, intervento all'incontro con P. Maddalena su Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Dov'è la bellezza di Milano? , commento sui temi dell'incontro con P. Berdini su Le città fallite(Donzelli, 2014)

- J. Muzio, intervento all'incontro con T. Montanari su Le pietre e il popolo(mimum fax, 2013)

- P. Panza, segnalazione (sul Corriere della Sera dell'11.05.2014)