Giovanni Laino  
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SE TUTTO È GENTRIFICATION, COMPRENDIAMO POCO


Commento al libro di Giovanni Semi



Giovanni Laino


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Il libro di Giovanni Semi Gentrification. Tutte le città come Disneyland? - edito da Il Mulino - parla agli studenti e agli operatori che si occupano di dinamiche urbane. Si tratta di un lavoro di ricostruzione di un quadro di analisi e definizioni offerto dalla letteratura scientifica. Anche per la presentazione dei casi studio in quattro città italiane, Semi si riferisce a contributi già pubblicati da altri autori. Questo è cioè il caso in cui un autore appassionato ed esplicitamente non neutrale - che vuole essere uno studioso serio e riconoscibile dall'accademia - ha scritto un libro in cui riporta quello che è contenuto in molti altri libri. Un approccio che viene molto sollecitato nei percorsi formativi delle scuole di dottorato in Italia, che appare anche come un limite di molti lavori recenti. Giovanni Semi, tuttavia, nel suo libro espone chiaramente il suo pensiero e nelle conclusioni ci offre anche una guida per orientare e sostenere la lotta sociale contro i processi di gentrificazione che talvolta caratterizzano i quartieri delle nostre città.

Dopo il Novecento, le ricerche nei campi delle scienze sociali sono state spesso necessariamente limitate e incomplete. Prima di finire un testo, nelle riviste di mezzo mondo trovi già qualche altro autorevole studioso che ha scritto prima di te qualcosa di significativo o aggiunto altro di cui si potrebbe tenere conto. Per esempio, rispetto al tema della gentrification, penso ad alcuni articoli di Lance Freeman, come pure a testi meno recenti di autori francesi pubblicati dalla rivista "Espaces et sociétés" o da "Strates" che suggeriscono anche qualche diversa problematizzazione della questione. A ciò si aggiunga che gli analisti dei fenomeni urbani - così come altri ricercatori - mentre cercano di elaborare letture possibilmente convincenti delle dinamiche territoriali, dovrebbero necessariamente pensare a perché e a come adottano categorie di analisi di un tipo piuttosto di altre. Saskia Sassen ha giustamente esortato a fare attenzione a cosa viene messo in ombra dall'adozione di determinate categorie interpretative che promettono o realmente consentono di far emergere fatti importanti. Per diversi decenni, per esempio, per tanti buoni motivi gli studiosi impegnati nelle scienze sociali hanno orientato il loro sguardo ai paesi occidentali più evoluti, dove non solo operavano altri studiosi di fama in centri di ricerca che godevano di grande reputazione ma dove sembrava possibile osservare la realtà in fasi di sviluppo più avanzato di quello dei paesi meno sviluppati. In poche parole, molti erano convinti che quello che accadeva nelle città considerate più avanzate dopo un po' sarebbe accaduto anche da noi. Intercettare i fenomeni urbani in quei contesti avrebbe quindi consentito di anticiparne l'emersione nel nostro paese. Un atteggiamento che ha determinato una forte propensione all'omologazione interpretativa, all'importazione di immagini e concetti non sempre sottoposti a un attento lavoro critico.

Sullo sfondo vi è poi una questione più ampia. In un periodo di crisi economico-sociale come quello che stiamo attraversando, autorevoli studiosi offrono contributi settoriali e parziali per un impianto teorico olistico. Condividendo e rielaborando fondate critiche al neoliberismo, alle modalità di sviluppo delle città nella fase del capitalismo avanzato, suggeriscono un impianto sostanzialmente unitario: una sorta di telaio comprensivo che - pur scontando il necessario superamento di alcuni tratti dell'analisi marxiana - ne ripropone un aggiornamento teso a spiegare l'insieme dei processi che si possono intercettare nelle città: dalla finanziarizzazione dei processi produttivi alle modalità di raccolta dei rifiuti che i paria attuano selezionando, per la sopravvivenza, oggetti dai cassonetti della spazzatura e rivendendoli sui marciapiedi delle città. Tutto viene messo in luce e spiegato dalla fisiologia del neoliberismo mondiale. Una costante attenzione alle elaborazioni della letteratura internazionale così come una costante propensione critica al liberismo sono non solo necessari ma quasi doverose inclinazioni dello studioso. Doverosa però sarebbe anche una cura del lavoro attento a possibili semplificazioni, utilizzazioni generiche delle categorie interpretative. In altri termini, i concetti servono per capire e non vanno sacralizzati. Un corretto utilizzo delle parole è un bene in sé e l'uso polisemico dei termini spesso tende a svuotarli.

Le città hanno sempre espresso una qualche forma di avvicendamento di funzioni e abitanti, con trasformazioni più o meno evidenti, profonde e veloci, della consistenza del patrimonio edilizio come del capitale fisso sociale. Da Simmel agli autori della Scuola di Chicago a molti altri studiosi, in tanti hanno provato a delineare il senso delle dinamiche di avvicendamento urbano entro una qualche fisiologia della divisione sociale dello spazio. Il lavoro di studio, analisi e divulgazione che Giovanni Semi fa da anni in merito alla fecondità e alla utilizzabilità della categoria della gentrificazione anche per i contesti italiani è meritevole. Nel quadro di un'ampia bibliografia - in cui, per esempio, spicca il libro curato da Japonica Brown-Saracino - The Gentrification Debates, New York: Routledge, 2010 - altri giovani studiosi italiani si sono misurati con questo tema, ma Semi ha il merito di aver scritto un libro ben documentato, godibile e militante. L'autore condivide e ripropone una grande narrazione, la critica neomarxista al neoliberismo. Una narrazione che suggerisce che "nulla avviene per caso" (p. 195) e vi è una forma dei rapporti sociali alle diverse scale che spiega tutto: dall'azione del venditore ambulante sino alle politiche della Banca Mondiale. Probabilmente Semi ha una visione più articolata ma in questo lavoro mi pare suggerisca questo tipo di approccio. Serpeggia poi, in molti passaggi, anche un pregiudizio, non nuovo. Lo stesso che faceva sostenere ai critici della diffusione delle ferrovie che il viaggio in treno faceva male. Si tratta del pregiudizio per cui quello che conosciamo, ciò che abbiamo, è meglio del nuovo che sta venendo avanti.

Semi concorda con Sharon Zukin che sostiene che la gentrification "sfugge a una specifica definizione". Nel libro - in cui si richiamano molti modi possibili di intenderla offerti da altri autori - vengono proposte diverse definizioni del concetto e/o del fenomeno. Gli argomenti presentati fanno pensare che ci sono condizioni, fattori, indicatori e loro soglie dimensionali che ci consentono o meno di parlare di gentrification. In più passaggi - riprendendo Neil Smith - si sostiene che esistono produttori della gentrificazione come banche, fondi di investimento, compagnie assicurative, imprese edili, imprenditori immobiliari, proprietari, finanziatori, agenzie governative, agenti immobiliari. Non è sempre chiaro se il rilievo, obiettivo e documentato, dell'azione di questi attori sia condizione necessaria per parlare di gentrification. Ma mentre afferma (p. 18) che si tratta di un "concetto preciso e ben delimitato e coniato nella Londra degli anni Sessanta da Ruth Glass", per limitarne il perimetro Semi scrive che si può considerare la gentrification "come una delle forme classiche e principali del progetto urbano della modernità", la manifestazione della massiccia ondata di ritorno in città di capitali che avevano progressivamente perso il proprio valore. In altri termini, l'azione di banche, investitori, nazionali e internazionali, costruttori, agenti immobiliari e diverse articolazioni del settore pubblico che tornano a interessarsi dei pionieri della gentrification quali studenti, artisti, lavoratori della nuova classe creativa, famiglie borghesi che si insediano in aree urbane in fase di declino. 

Semi sostiene che il concetto di gentrification nella sua sostanza è riferibile a processi abbastanza chiari dalla metà dell'800 - come il piano di Haussmann a Parigi - ai giorni nostri. Processi in virtù dei quali, nella lotta per la divisione sociale dello spazio urbano, attori e/o attività "più forti", facendo leva sui prezzi degli alloggi o dei locali al piano terra, si sostituiscono ad attori e/o attività "più deboli" secondo varie processualità, in tempi anche molto lunghi e in contesti abbastanza identificabili (qualcosa di associabile al quartiere). La gentrificazione sarebbe dunque l'immagine topica dell'ingiustizia spaziale, l'esito di un ricambio di popolazione che avviene quando classi sociali privilegiate dal punto di vista economico determinano l'espulsione dei più poveri. Dunque, un processo di sostituzione e allontanamento di gruppi sociali e funzioni, con appropriazione di quote di spazio urbano tendenzialmente valorizzate da parte di altri gruppi, che va a scapito di attività o popolazioni tradizionali, rimpiazzate da altre "alla moda", attraverso cui viene veicolato un genere di vita di nuovo tipo, funzionale alle rinnovate forme di colonizzazione della vita privata e pubblica da parte del capitale. L'autore non ricorre a tali espressioni ma credo che la sostanza del suo pensiero sia questa. Se Semi - che ha il merito di riportare l'attenzione alle dimensioni culturali ed economiche dell'interazione sociale nelle città - avesse pienamente ragione dovrei insegnare dinamica urbana e metropolitana e non più dinamiche, al plurale. Ho infatti l'impressione che il libro assimili ogni dinamica significativa che determina trasformazioni e/o riproduzione nella divisione sociale dello spazio urbano e del patrimonio edilizio, alla gentrificazione: in ogni fase storica, in qualsiasi contesto. Conosciamo le analisi delle dinamiche riferite a processi di crescita, competizione, conflitto, compromesso, assimilazione, o di invasione, successione, fra diversi gruppi di popolazione in porzioni di spazio o patrimonio, il ricambio più o meno graduale. Tutti gli analisti delle dinamiche territoriali hanno utilizzato quasi sempre un modello per stadi e forse non siamo ancora riusciti a raffigurare al meglio le dinamiche di divisione sociale dello spazio. Tuttavia, non credo che ogni dinamica che pure determini evidenti processi di ricambio, spostamento e di filtraggio sociale (di attività, funzioni e persone) sia una qualche versione della gentrificazione. Se la gentrificazione è tutto rischia di non essere niente!  Il riferimento è a un noto dibattito che si e? prolungato nell'arco di un decennio. (1) 

La differenza fra le città europee e quelle statunitensi attiene a un dibattito antico, riproposto in anni passati dai neoweberiani. Il libro di Semi - pur supportato da un ampio numero di riferimenti - suggerisce invece che il mondo urbano è uno, sostanzialmente isotropico, che funziona praticamente sempre allo stesso modo e quindi - secondo l'antica teoria degli stadi di sviluppo - quello che accade in contesti più "avanzati" dopo un po' si ritrova - seppur con alcune varianti - in contesti assai differenti, considerati arretrati. Nelle città italiane starebbe cioè avvenendo, o si potrà constatare, ciò che in città nord americane o nord europee è già avvenuto nei decenni passati. Questa impostazione metodologica è carica di rischi e porta a letture inadeguate. Ogni studioso dovrebbe esser consapevole di cosa mette in luce adottando alcune categorie e di cosa lascia in ombra. A mio parere, almeno per le città del Sud, l'adozione della categoria della gentrificazione nasconde molto più di quello che fa emergere. Nelle analisi riportate da Semi, per esempio, si ritrovano con una certa frequenza casi di immigrati nei quartieri (spesso centrali) delle città. Una popolazione certo variegata - sul fatto che i migranti sono un mondo di mondi il libro non si sofferma - che in genere non ha redditi e capacità di spesa più forti di quelle di altre quote di popolazione insediata negli stessi ambiti urbani che tuttavia vengono progressivamente espulse. Un caso di sostituzione (per gli autoctoni) che per i migranti rappresenta un processo di filtering up ma che, dal punto di vista del profilo di occupanti del patrimonio, almeno in parte è un processo di filtering down. Un caso che la gentrification - così come intesa da Semi - non spiega. Un altro aspetto critico riguarda il cosiddetto welfare mediterraneo. Semi cita il contributo di diversi autori che suggeriscono l'esistenza di un modello mediterraneo di welfare state, ma non chiarisce se sia possibile ipotizzare un'inferenza fra questa specificità e i processi di gentrificazione che si ritiene di riscontrare in queste città del Sud. Infine: siamo proprio sicuri che nelle città italiane (Torino, Genova, Milano, Roma, Napoli, Bari, Palermo, ecc.) ci sia una significativa massiccia sostituzione sociale di abitanti di fasce sociali deboli a vantaggio di ceti più forti, nuovi, espressione di una economia della cultura?  Dalle conoscenze che ho, di studi e dei contesti, credo che solo in un numero molto ristretto di casi di quartieri italiani ci siano riscontri che consentono di pensare a un vero e proprio processo di gentrificazione. Nella maggioranza dei casi si tratta di dinamiche di sostituzione dove però mancano elementi essenziali della gentrificazione e sono presenti, anche se in modo per noi ancora oscuro, altri fattori che andrebbero indagati approfonditamente.

Uno dei meriti del libro di Giovanni Semi è quello di fare emergere alcune domande. Per esempio, una definizione coerente con i contenuti di chi ha chiarito la categoria della gentrificazione pone dei limiti a un suo uso estensivo? Detto in altri termini, ogni avvicendamento di funzioni e/o di abitanti, ad ogni scala spaziale, attoriale, temporale può essere letta come gentrification? Se in diversi quartieri di parecchie città riscontriamo, dalle analisi di dettaglio, solo alcuni aspetti assimilabili al sistema di concause che determinano quel tipo di fenomeno, è veramente corretto usare la stessa categoria interpretativa? Non abbiamo il dubbio che così facendo sottovalutiamo altri aspetti e, di fatto, ci autolimitiamo nel necessario sforzo di elaborare diverse categorie interpretative più consone ai contesti che analizziamo? Negli anni ho osservato - e in qualche caso ho studiato - rioni e quartieri del centro e della periferia di Napoli. In altre circostanze, sono riuscito a porre lo sguardo su altre città del Sud. In questi contesti, la compresenza dei fattori che Semi considera nell'identificare i processi di gentrification non si trova ogni volta che in determinate aree si riscontra un qualche tipo avvicendamento sociale o funzionale. È fisiologico che il patrimonio edilizio e abitativo sia utilizzato da persone diverse, anche per ceto e reddito. La questione - dibattuta già dalla fine dell'Ottocento - è semmai capire se alcuni processi più o meno co-determinati dal mercato e/o dalle politiche pubbliche comportino una sostanziale riduzione delle opportunità di disporre di una abitazione da parte dei soggetti più deboli in certe zone del territorio. I processi di compresenza, competizione, sostituzione sono stati messi in luce già da Simmel come processi costitutivi della divisione sociale dello spazio. Quando ci troviamo dinnanzi a contesti ove i processi sono più o meno dilatati nel tempo, almeno decine di anni; dove si può constatare una presenza attiva di diversi tipi di attori; dove buona parte del patrimonio è frazionato fra piccoli proprietari che o sono demotivati o non riescono a stressare la rendita fondiaria dal proprio bene; in aree dove non sono attivi attori pronti a fare significativi investimenti immobiliari per la trasformazione del costruito; in realtà ove sono praticamente assenti promotori che operino per fare affari grazie alla trasformazione del patrimonio edilizio esistente; in contesti dove è massiccia la presenza di edilizia vetusta, diffusa in ampi rioni con una significativa frantumazione degli usi e una straordinaria radicata presenza di funzioni e ceti popolari, le caratteristiche delle dinamiche di uso del patrimonio edilizio urbano vanno analizzate in modo più analitico rilevandone i tratti peculiari. Semplificando con una ipotesi tutta da argomentare e provare, forse in molte città del Sud troviamo quartieri ove da decenni si realizza un avvicendamento lento, non guidato da pochi attori forti, per un patrimonio poroso che ammette una buona varietà di usi e la compresenza di ceti, determinando così un paesaggio molto vicino ai caratteri della città antica, popolare e interclassista. Per verificare una tale diversa ipotesi - che è sensibile alle varietà, tesa a non sottovalutare processi globali ma neanche l'agency degli attori, attenta a trovare una via intermedia fra il rischio di una lettura molecolare dei fenomeni opposta ad una interpretazione sistemica di tipo deterministico - occorre discutere dei contenuti di libri utili come quello di Giovanni Semi, fare buona ricerca di campo e sollecitare gli studiosi più giovani a indagare, documentarsi bene e a pensare con la loro testa. Per tutto questo bisogna tornare a pendolare fra indagine sui testi prodotti da tanti altri ricercatori e carotaggi dentro le nostre città, evitando di fermarsi alla superficie anche se, come diceva Calvino, "la superficie delle cose è inesauribile".

Giovanni Laino

 

Note al testo

(1) V. per esempio: A. Wildavsky, If planning is everything, maybe it's nothing, "Policy Sciences", 1973, 4; E.A. Alexander, If planning isn't everything, maybe it's something, "Town Planning Review", 1981, 52; E.J. Reade, If planning is anything, maybe it can be identified, Urban Studies, 1983,  20.

 

NdC - Giovanni Laino è professore associato di Pianificazione territoriale del Dipartimento di Architettura dell'Università Federico II di Napoli. Insegna Politiche urbane e territoriali e analisi delle Dinamiche Urbane e Metropolitane nello stesso Dipartimento. Tra le sue pubblicazioni: Il Fuoco nel cuore e il diavolo in corpo. La partecipazione come attivazione sociale, FrancoAngeli, 2012; Periferie a Napoli, in: Governa F. e Saccomani S. (a cura di), Periferie tra riqualificazione e sviluppo locale. Un confronto sulle metodologie e sulle pratiche di intervento in Italia e in Europa (Firenze: Alinea, 2002); Politiche periferiche, in: Moccia F.D. e De Leo D. (a cura di), I nuovi soggetti della pianificazione, Atti della VI conferenza nazionale della Società Italiana degli Urbanisti (Milano: FrancoAngeli, 2003); Abitare le differenze, in: Balducci A. e Fedeli V. (a cura di), I territori della città in trasformazione. Tattiche e percorsi di ricerca (Milano: FrancoAngeli, 2007); La cura come luogo del mutamento, "Lo Straniero" (n. 97, 2008); Ambiguità "Lo Straniero" (n. 113, 2009). I grassetti nel testo sono nostri.

RR

 

 


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16 Giugno 2016

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

- 2016: programma /presentazione

- 2015: programma /presentazione

- 2014: programma /presentazione

- 2013: programma /presentazione

 

Interventi, commenti, letture

- F. Gastaldi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland?,  recensione del libro di G. Semi (il Mulino, 2015)

- G. Consonni, Un pensiero argomentante, dialogico, sincretico, operante, commento a G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

- V. Gregotti, Bernardo Secchi: il pensiero e l'opera

- R. Pavia, Il suolo come infrastruttura ambientale. Commento a: A. Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (FrancoAngeli, 2015)

- G. Tagliaventi, L'arte della città 100 anni dopo. Commento a: R. Milani, L'arte della città (il Mulino, 2015)

- A. Villani, Disegnare, prevedere, organizzare le città…, Commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Milani, Per capire bisogna toccare, odorare, vedere... ,  Commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- M. Ponti, Il paradiso è davvero senza automobili? Commento a: A. Donati e F. Petracchini, Muoversi in città (Ed. Ambiente, 2015)

- S. Brenna, La strana disfatta dell'urbanistica pubblica. Note sullo stato della pianificazione italiana

- F. Ventura, Lo stato della pianificazione urbanistica. Qualche interrogativo per un dibattito

- G. Tonon, Città e urbanistica: un grande fallimento, intervento all'incontro con P. Berdini del 18 maggio 2015

- R. Mascarucci, A favore dell'urbanistica, commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P.Colarossi, Fare piazze, commento a: M. Romano, La piazza europea (Marsilio 2015)

- J.Gardella, Mezzo secolo di architettura e urbanistica, dialogo immaginario sulla mostra "Comunità Italia", Triennale di Milano, 2015-16

- G.Pasqui, Pensare e fare Urbanistica oggi, recensione a A.Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (Franco Angeli, 2015)

- L.Colombo, Urbanistica e beni culturali, Riflessione a partire da La Cecla, Moroni e Montanari  

- L.Meneghetti, Casa, lavoro, cittadinanza. Seconda parte

- F.Ventura, Urbanistica: tecnica o politica?, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- P.C.Palermo, Per un'urbanistica che non sia un simulacro, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

 - S.Moroni, Governo del territorio e cittadinanza, commento a L.Mazza, Spazio e cittadinanza.(Donzelli, 2015) 

 - P.Berdini, Quali regole per la bellezza della città?, commento a S.Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)  

 - R.Riboldazzi, Perchè essere 'pro' e non 'contro' l'Urbanistica, commento a F.La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P. Maddalena, Addio regole. E addio diritti e bellezza delle città, prefazione a: P. Berdini, Le città fallite (Donzelli, 2014)

- S. Settis, Beni comuni fra diritto alla città e azione popolare, introduzione a: P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Casa, lavoro cittadinanza. Il nodo irrisolto dell'immigrazione nelle città italiane

- M. Romano, Urbanistica: 'ingiustificata protervia', recensione a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- P. Pileri, Laudato si': una sfida (anche) per l'urbanistica, commento all'enciclica di Papa Francesco (2015)

- P. Maddalena, La bellezza della casa comune, bene supremo. Commento alla Laudato si' di Papa Francesco (2015)

- S. Settis, Cieca invettiva o manifesto per una nuova urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- V. Gregotti, Città/cittadinanza: binomio inscindibile, Recensione a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- F. Indovina, Si può essere 'contro' l'urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall'uomo (e dai suoi rifiuti)? Recensione a: R. Pavia, Il passo della città (Donzelli 2015)

- R. Riboldazzi, Suolo: tanti buoni motivi per preservarlo, recensione a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- L. Mazza, intervento all'incontro con P. Maddalena su Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Dov'è la bellezza di Milano? , commento sui temi dell'incontro con P. Berdini su Le città fallite(Donzelli, 2014)

- J. Muzio, intervento all'incontro con T. Montanari su Le pietre e il popolo(mimum fax, 2013)

- P. Panza, segnalazione (sul Corriere della Sera dell'11.05.2014)