Franco Mancuso  
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IDENTITÁ E CITTADINANZA NELLE PIAZZE D'EUROPA


Commento al libro di Marco Romano



Franco Mancuso


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Il libro di Marco Romano (La piazza europea, Marsilio 2015) si colloca autorevolmente fra i testi, non solo italiani, che segnano l'interesse crescente per la piazza nella città europea. Esso indica esemplarmente come della piazza ci si occupa oggi in modo diverso da come si era fatto per molti anni, non solo nel nostro paese, quando gli studi erano prevalentemente di carattere storico e, tranne per poche eccezioni, circoscritti di volta in volta a paesi, se non a singole città (o a singole piazze).  Il suo orizzonte storico e geografico è ora l'Europa, con la consapevolezza che la piazza è solo qui, e ne costituisce l'elemento identitario più significativo.

Marco Romano parte dalla constatazione che al vertice dello spazio pubblico, in ogni città europea, c'è sempre una piazza. Fin dalle origini, e fino ai tempi più recenti: nel luogo dell'antico foro se è città di origine romana; nel suo baricentro, fisico e immaginario, se è città di origine medioevale, come moltissime; nei luoghi dei fasti e delle celebrazioni, se è città capitale o ricca e potente compagine rinascimentale e barocca; e perfino nelle maglie quadrangolari delle espansioni ottocentesche e negli sventramenti dei centri, se è metropoli industriale o capitale amministrativa di nuove e vecchie identità nazionali. Certo tutto questo è noto, e vi si è riflettuto a sufficienza; ma non cessa mai di stupire la riaffermazione che questa strettissima interrelazione fra piazza e città - quel "non esserci città senza piazza, e piazza senza città" - è un elemento peculiare dell'identità europea, che non ritroviamo non appena ci si sposta in un altro continente; salvo che nelle città dell'America Latina, come è altrettanto noto, dove però la piazza è retaggio dei modelli urbanistici introdottivi a seguito della conquista europea, spagnola e portoghese; o, secoli più tardi, nelle città nuove e vecchie del Nord Africa, eredità ancora una volta della colonizzazione europea.

Il libro stimola dunque sia ad interrogarci sulle ragioni di questo inedito e sempre più diffuso interesse per la piazza europea da parte della cultura architettonica e urbanistica; sia a riflettere sulle ragioni che hanno portato le città a riscoprire le loro piazze; oltre che, partendo da qui, a ragionare criticamente sulle strade percorse in queste azioni di sostegno delle loro piazze, e a ripercorrere le migliori pratiche seguite di volta in volta per intervenirvi con proprietà. Il libro attira dunque la nostra attenzione, se pur indirettamente, sul fatto che nella città europea la piazza non è poi morta, come fino a qualche decennio fa ci si aspettava che avvenisse, e che al contrario mostra una rinnovata vitalità. Si era ripetutamente pensato - architetti, urbanisti, sociologi, economisti - fino quasi a convincercene, che la piazza non avrebbe resistito all'aggressione di altre  inedite centralità sempre più diffusamente presenti "fuori" della città - i centri commerciali, i nuovi nodi intermodali dell'accessibilità extraurbana, le stazioni, gli aeroporti, i terminal, i grandi spazi del consumo e dell'intrattenimento di massa; e che contemporaneamente sarebbe stata schiacciata dalla concorrenza delle altrettanto inedite modalità di intercomunicazione sociale - le reti, i media - che non richiedono più il contatto diretto fra le persone, o fra le persone e gli eventi della collettività: e quindi di uno spazio fisico nel quale tutto ciò potesse avvenire, quale per secoli era stata la piazza. Ma poi è avvenuto il contrario, a partire dalle prime manifestazioni degli anni '80 occorse nelle città della Spagna, e segnatamente a Barcellona, dove il marco della riconquista della democrazia fu deliberatamente riposto nella riqualificazione, che talvolta fu vera rimodellazione, delle piazze cittadine e periferiche. È da allora che le città di tutt'Europa, dobbiamo riconoscere questo primato, iniziano la riscoperta delle loro piazze. Conducendovi interventi che ne hanno fatto nuovamente, non tutte certo, e non dovunque, i luoghi - gli unici luoghi, dobbiamo convenirne - nei quali i vecchi e i nuovi abitanti delle città ritrovano e riaffermano la loro identità sociale e comunitaria.

Ma la "tenuta" delle piazze, quando si è manifestata, non è certo avvenuta per caso. È stato necessario che le loro sopite potenzialità fossero deliberatamente riconosciute dalle comunità e dai governi locali, e che vi fossero dirottate risorse e energie; al contempo, che le piazze fossero rese nuovamente attraenti, finalmente accessibili, appropriabili, animate, pulite, ben illuminate. Gestite con intelligenza e cultura. E ben disegnate. Molte, moltissime città europee si sono mosse in questi ultimi anni seguendo queste direzioni, con risultati chiaramente visibili a chi quotidianamente le vive e a chi sporadicamente le percorre. Nelle città d'ogni paese: dalla Scandinavia a Cipro e alla Grecia, dalla Polonia e dalla Romania alla Spagna e al Portogallo, nelle città più grandi e nella miriade di quelle piccole e piccolissime. Anche se non sempre questo rilevante attivismo ha portato a risultati felici; molte piazze storiche subiscono infatti interventi inappropriati e invasivi, intrusioni maldestre, inadattabilità a usi multiformi e ostacoli all'intercambiabilità delle funzioni da ospitare, manomissioni talvolta irreversibili dei tracciati e dei segni del loro trascorso storico; e non sempre, malgrado la rilevanza degli interventi, sono state valorizzate le potenzialità insite nelle loro stratificazioni storiche e nelle testimonianze del passaggio delle generazioni accumulatesi nel tempo. Allo stesso tempo nelle piazze aperte ex novo sembra spesso prevalere un approccio autoreferenziale, con la proposizione di spazi concepiti in maniera autonoma rispetto al contesto. Certo, si dirà, progettare una piazza che ci sia già o che la si debba ancora realizzare è materia nuova per architetti e urbanisti. Per decenni non ce ne eravamo più occupati, e le vecchie piazze erano state lasciate andare; l'urbanistica seguiva un approccio deliberatamente quantitativo, adoperando strumenti come standard e zoning, mentre l'architettura concepiva solo edifici, e gli spazi erano per lo più "ciò che restava" dopo averli realizzati; ma il quadro sembra essere gradatamente cambiato, e giunto il momento di riproporre l'interesse tematico e disciplinare per il progetto dello spazio pubblico, e segnatamente della piazza.

Il libro di Marco Romano si inscrive dunque in questa stimolante stagione: non fornisce ricette per progettare (o per riprogettare) con appropriatezza le piazze, ma esplora con sapienza e autorevolezza le strade che occorre percorrere per occuparcene, partendo dalla consapevolezza dei mali causati alle città dalla perdita di interesse per questi loro inestimabili ingredienti. Il suo contributo consiste nella esplorazione colta e sapiente delle circostanze nelle quali la piazza ha preso forma nelle città europee, vi ha messo radici e ne ha alimentato con la sua presenza il carattere e l'identità. È, come lui stesso scrive, "un viaggio compiuto nella convinzione che quel consolidato cuore dello spazio pubblico che è la piazza possa venire ancora oggi rivisitato nella città antica, e riproposto nella città moderna". Visto secondo questa prospettiva, il tema della piazza ci porta a considerare che il problema non è solo quello di come la si progetta, ma quello più generale di come sia possibile garantire qualità e valore civico allo spazio pubblico. Soprattutto ora che, cessata la grande crescita estensiva, molte città riflettono sul ruolo e sui valori che possono assumere i grandi vuoti esistenti nei centri antichi e fra le maglie delle periferie: le piazze dunque, dove già ci sono, e dove possono esserne create di nuove, assumendoli come capisaldi dei loro programmi di riqualificazione urbana. Riconoscendo che occorre ridare priorità alla concezione dello spazio pubblico e investirvi risorse ed energie, rimettendone in discussione il significato nella struttura della città e della società contemporanea; ma anche che il suo disegno discende da un'intelligente comprensione dei caratteri del contesto urbanistico cui appartiene.

I problemi sono certamente diversi, a seconda delle circostanze cui ci si riferisce. Nel centro storico lo spazio già esiste: occorre quindi anzitutto esplorarne attentamente i caratteri, per rimettervi in luce le qualità e ricucirne le smagliature; agire in genere più per sottrazione degli elementi incoerenti che lo hanno invaso, che per aggiunte; e lavorare sui margini, sulle connessioni con le parti più recenti della città. Anche nella periferia lo spazio spesso già c'è, ma è sempre casuale e privo di qualità; è il residuato dell'azione urbanistica piuttosto che la matrice della città: è ciò che resta, dopo mille operazioni edilizie; è dunque discontinuo, spesso inappropriabile e perfino ostile. Occorre riconoscervi le energie latenti, e intervenirvi con decisione riprogettandolo nel suo insieme e andando nello stesso tempo a conferire identità alle parti di cui è composto. Certo una piazza non la si può progettare dappertutto; così come una strada, che non può essere indifferentemente una calle o un boulevard. Ma una piazza, se occorre farla, deve avere alcune caratteristiche essenziali, come emerge da una attenta considerazione di quelle che reggono (e, per converso, di quelle che hanno fallito); attingendo al vasto repertorio della città storica.

Non è facile, ma ci provo, pur sinteticamente, raccogliendo l'invito di Marco Romano nella parte conclusiva del suo libro, a "chi progetta piazze in Europa, di studiare il palinsesto delle piazze europee in questi ultimi ottocento anni". C'è anzitutto il fatto che la piazza non è mai in una posizione qualsiasi, ma occupa un luogo singolare della città: è in un baricentro, dove si annodano i fili dei flussi e dei suoi molteplici tessuti; dove è più facile la confluenza dei cittadini; dove il terreno può meglio trasmettere alla città le sue peculiarità fisiche, in una concavità, o in prossimità di un'altura; o dove la storia ha depositato il massimo dei suoi segni, come nel caso della piazza medievale che occupa il luogo del foro della preesistente città romana. È poi strettamente correlata con i caratteri del tessuto circostante: è uno spazio aperto, e quindi ha senso solo se si apre in un tessuto che ha i caratteri della fittezza e della densità; come dappertutto, e massimamente a Venezia, dove è la sola concavità, piazza o campo che sia, fra le maglie serrate di calli, case, palazzi, chiese, conventi. È per lo più il fulcro di un sistema di spazi, piuttosto che spazio univoco e isolato; e quindi è parte di una articolazione di spazi maggiori e minori fra loro interconnessi, deliberatamente separati, o altrettanto consapevolmente contigui. La sua forma è organica, nel senso che si adatta a quella della città: se la città è fatta di un tessuto regolare continuo, essa stessa è regolare, come in tutte le città di nuova fondazione; se invece il tessuto della città è irregolare, come nella città medievale, rifugge da ogni geometria superimposta, adattandosi piuttosto alla conformazione originaria del sito. Le strade di norma non la attraversano diagonalmente, ma piuttosto vi confluiscono tangenzialmente, sia per evitare l'irruenza del traffico che ne comprometterebbe l'uso, sia per consentire approcci visuali mediati, più che diretti. Mentre l'articolazione dello spazio trae ogni vantaggio dalle irregolarità e dagli accidenti del sito: l'altimetria digradante del luogo consentirà visuali e configurazioni inconsuete, e la presenza dell'acqua sarà considerata come un ingrediente essenziale nella composizione dell'insieme. Gli apparati decorativi - il disegno delle pavimentazioni, i materiali e i colori che vi vengono impiegati, le statue e le fontane, le gradinate e le rampe, le balaustre, le sedute, le edicole, tutto ciò che oggi, con una bruttissima espressione, chiamiamo arredo urbano - sono fortemente connaturati alla natura degli spazi, elementi integranti della loro immagine complessiva. La loro collocazione è accurata e sensibile, concepita per incrementare la qualità degli spazi, rendere comprensibile il loro intersecarsi, differenziarne le parti in accordo con le diverse funzioni, esaltare la presenza dei monumenti e indirizzare le visuali verso il paesaggio. Le funzioni ospitate sono molteplici piuttosto che specializzate, anche se alcune avranno la preminenza: esse vi si sovrappongono senza soluzione di continuità, e spettacoli, cerimonie e incontri ne occupano vicendevolmente gli spazi. E dunque le pareti degli edifici che le racchiudono hanno il carattere della permeabilità, per accogliere attività diverse e consentirne le mutazioni nel tempo; sono duttili, piuttosto che monumentali, e non di rado si dotano di margini e di accessori spugnosi - come i portici - per meglio assecondare le attività quotidiane. Infine, ospitano i simboli della città, mutevoli e sovrapposti: in modo da trasmettere alla comunità le vicende delle sue diverse stagioni, e fare sì che essa si identifichi in un luogo fisico riconoscibile.

Da questa sorta di ricettario, provocatoriamente desunto da quello stesso "viaggio nel cuore consolidato dello spazio pubblico", da quel laboratorio vivente che è la città storica, emerge dunque anzitutto la necessità di ribaltare l'approccio consueto alla progettazione architettonica e urbana, oggi ancora incentrata sul disegno degli edifici: imporre l'obbligo di partire da una configurazione dello spazio, piazza, strada o altro che sia, e da questo desumere l'identità degli edifici.  Ma anche lo spazio abbisogna di una sua articolazione, a seconda delle funzioni e degli usi che accoglie in rapporto agli edifici che lo definiscono: di un'ampia articolazione, che deve essere materia e nutrimento di ogni buon progetto urbano: con la consapevolezza che la materializzazione dei suoi margini è anche prodotta dall'appropriazione e dall'uso che i cittadini fanno degli spazi, e quindi va stimolata più che definita in tutti i suoi elementi fisici e strutturali. Si tratta quindi di operare assumendo una distinzione più concettuale che materiale fra i caratteri dei diversi spazi, e di lavorare sulla definizione delle linee di margine lungo le quali essi si intersecano: il portico o la galleria, il fronte delle vetrine, la sequenza degli accessi alle abitazioni, il marciapiede o l'aiuola su una strada. Lavorare sulle linee di margine è più che progettare gli edifici: è un modo per radicarli al contesto, esaltarne le necessarie deformazioni rispetto alla ripetitività dei tipi edilizi, caratterizzarne gli attacchi a terra, stabilirvi il ritmo e l'intensità delle bucature. In definitiva, per definirne gli involucri in rapporto all'identità degli spazi. Ma anche, vicendevolmente, per progettare o riprogettare gli spazi in rapporto alle quinte che li definiscono.

Occorre dunque che le piazze siano gli spazi di chi si muove a piedi: dei cittadini che vi si recano per attraversarle, sostarvi, incontrarsi, riconoscersi. L'esclusione del traffico automobilistico di attraversamento o di sosta, e in ogni caso la sua "compatibilizzazione" con gli usi pedonali, è la prima fra le buone pratiche da attuare: sia che si debba operare su piazze che già esistono, sia che se ne debbano concepire di nuove. Verrà un tempo in cui questa pratica sarà applicata ad ampie porzioni della città, se non alla città intera; ma intanto è bene che si cominci a farlo nelle piazze: ove lo si è già fatto, le piazze, esistenti e nuove, hanno cominciato subito a vivere - o a rivivere - inducendo straordinari fenomeni di appropriazione civile e sociale. Muoversi a piedi in una piazza presuppone di potervi arrivare con facilità, anche con i mezzi pubblici. Vi è buona compatibilità fra il passaggio di un tram elettrico, o di un autobus urbano, e il muoversi dei pedoni, con soluzioni appropriate per le fermate dei mezzi e la caratterizzazione delle corsie di transito. Se ci si muove in profondità - metrò - il solo problema è quello di dove collocare gli ingressi e le uscite, e di come configurarne architettonicamente i manufatti (è il medesimo problema, del resto, che si pone per i parcheggi interrati). Una buona collocazione favorisce il radicamento dei flussi nella dinamica della frequentazione della piazza; un buon disegno contribuisce alla caratterizzazione della sua identità architettonica.

Occorre altresì che lo spazio sia concepito in modo da generare una vera ed efficace osmosi con i tessuti circostanti: aperture verso strade e percorsi adiacenti, varchi di connessione con spazi contigui, sottopassi di blocchi edificati ove occorre, continuità di fronti e di quinte edificate, che vanno pensate in modo da assorbire positivamente le energie che si generano nella piazza: quinte permeabili, spugnose, modificabili nel tempo, appropriabili. Un buon disegno della piazza deve favorirvi una molteplicità di usi e di funzioni. Occorre averne consapevolezza, perché spesso si assiste ad arredi invasivi che impediscono una fruizione libera e multiforme dello spazio. Sedersi, comunicare, incontrarsi, ma anche assistere a eventi, spettacoli, manifestazioni. Non possono esservi barriere e dislivelli, che non siano trattati in modo da essere superabili. Non possono esservi ostacoli all'incrocio delle visuali e all'intersecarsi delle traiettorie e dei flussi. E le funzioni ospitate dagli edifici, nella loro auspicata molteplicità, devono potersi prolungare nella piazza, alimentandone i caratteri e l'attrattività. 

Nelle piazze dunque si cammina, si sosta, si installano macchine e manufatti per eventi eccezionali, per il mercato, per il teatro, per la musica. I materiali da impiegarsi devono garantire nel tempo la durevolezza (e la durata) necessarie, pur con quelle differenziazioni che inducono, nella stessa piazza, specifiche modalità d'uso nei diversi ambiti spaziali. Vi si sperimenteranno, se occorre, tecnologie originali e innovative. Ricordando tuttavia che, essendo la piazza la quintessenza della città, e la città il fulcro del territorio, non sarà male se i materiali, ove è possibile, testimonino le occasioni storiche di approvvigionamento dai luoghi circostanti: come la pietra e il sasso, o il laterizio. Anche l'acqua, che ha caratterizzato storicamente piazze di straordinario valore, può esserne oggi un ingrediente peculiare, nelle varie forme in cui può venire usata. Ma non deve essere invasiva, né creare ostacoli e barriere alla fruizione dello spazio; e va dosata tenendo conto dei problemi connessi al facile deterioramento dei meccanismi erogativi, che spesso generano situazioni di forte degrado.

Da sempre le piazze accolgono opere d'arte. Devono poterlo fare anche adesso, pur nelle forme mutevoli e innovative in cui l'arte si esprime, e con i materiali e le tecnologie di cui oggi si avvale. L'arte contemporanea è perfettamente compatibile con i caratteri delle piazze, anche di quelle storiche. Ma ospitando interventi artistici non invasivi, o totalizzanti, per non comprometterne la duttilità funzionale e l'elasticità d'uso. Essi vanno concepiti quindi come elementi, ancorché rilevanti, di un disegno d'insieme, e non come il tutto. Le piazze devono essere ben illuminate, ma il dosaggio delle fonti luminose può essere variabile e modificabile con facilità in corrispondenza delle diverse circostanze d'uso e di funzione. Possono esaltarne la conformazione spaziale e le peculiarità micro-ambientali, o piuttosto far risaltare le quinte, illuminando le facciate degli edifici. E possono suggerire percorsi e direttrici, a patto di non condizionare le molteplici modalità d'uso dello spazio (una manifestazione collettiva, il mercato etc.). Al fine di consentire - e di incentivare - l'accoglienza di eventi particolari - concerti, manifestazioni teatrali, dibattiti e conferenze etc. si possono attrezzare con reti e cablaggi che permettono l'installazione rapida di impianti tecnologici e apparecchiature: per la diffusione sonora, l'illuminazione supplementare, l'approvvigionamento di energia, l'allacciamento alle reti telefoniche e informatiche, e così via, incorporando i terminali delle reti e dei supporti per le installazioni nei manufatti che ne caratterizzano il disegno (negli apparecchi di illuminazione, nelle pavimentazioni, nei basamenti di sedute e parapetti ecc.).

Quando si apre nelle parti centrali della città antica, la piazza è la materializzazione di stratificazioni storiche di eventi e interventi succedutisi nel tempo, che possono essere incorporate nel progetto, e rese visibili e interpretabili: sia quando si tratta di stratificazioni storiche di lungo periodo sia quando si riferiscono ad eventi che hanno lasciato di recente segni irreversibili sulle strutture preesistenti. La piazza è infine, per definizione, uno spazio urbano definito da quinte di edifici. Nella sua evoluzione storica, ha ospitato spesso in uno stesso ambito architetture con caratteri e stili diversi, amalgamandone e metabolizzandone nel tempo le differenze. L'architettura moderna ha pieno titolo per essere ospitata nelle piazze storiche, sia quando sappia interpretarne i caratteri e le necessità, sia quando assume configurazioni che incentivano nel tempo l'appropriazione sociale degli spazi antistanti.

Non mi dispiace concludere questa breve e sintetica disamina sui caratteri delle piazze europee con una duplice considerazione, raccogliendo le osservazioni conclusive di Marco Romano. La prima è che moltissime piazze delle nostre città sono perfette così come sono: per la qualità dello spazio che sono riuscite a conservare e per la correttezza dell'uso che le città ne fanno: se "pretendiamo che ci offrano la speranza di durare per sempre",  non necessitano spesso di alcunché, se non forse della rimozione di qualche temporaneo ostacolo funzionale o semplicemente visuale. E dunque le si preservino per come le vicende della storia ce le hanno consegnate. La seconda è che la piazza è ancora il luogo per eccellenza dei cittadini: attraverso di esse "sapremo perché siamo cittadini europei, e in che cosa consista il fondamento del nostro esserlo"; dunque è con loro che la si dovrà concepire, sia ove ancora non esiste e occorre decidere come sarà fatta, e sia dove già c'è, e occorre decidere come adeguarla alle esigenze dell'oggi. Nel futuro, altre esigenze ne cambieranno sicuramente ruolo e identità: ma essa avrà materialmente trattenuto, nel succedersi delle generazioni, l'impronta condivisa di quanti hanno partecipato alla sua concezione.

Franco Mancuso

 

NdC - Franco Mancuso, architetto, è stato professore ordinario di progettazione urbanistica presso l'Università Iuav di Venezia. Ha tenuto seminari e conferenze in diverse università e istituzioni in Europa e nel mondo ed è stato responsabile scientifico del progetto comunitario "Squares of Europe, Squares for Europe". Con lo studio associato Mancuso e Serena ha progettato: a Venezia, il nuovo padiglione della Corea ai Giardini della Biennale (in collaborazione con l'architetto Seok Chul Kim), il recupero dell'ex Convento di San Lorenzo a Castello e quello dell'ex Istituto S. Giovanni alla Giudecca; a Palmanova, la riqualificazione di Piazza Grande. Le sue opere hanno ricevuto riconoscimenti nazionali ed internazionali (Premio nazionale TERCAS Architettura, 1990; Premio nazionale INARC, 1992; International Award Architecture in Stone, 2002; Medaglia d'oro all'Architettura Italiana, progetto finalista, Triennale di Milano, 2003; Premio nazionale Gubbio, 2003; Premio Luigi Piccinato, 2007; Premio TDA per il restauro dell'architettura, 2008).

Tra le sue pubblicazioni: saggio storico-urbanistico in A. Natali, Piazze d'Italia (Milano: Touring club italiano, 1971; 1981); Le vicende dello zoning (Milano: Il Saggiatore, 1978); con A. Mioni (a cura di), I centri storici del Veneto (Cinisello Balsamo: Silvana Ed., 1979); (a cura di) Archeologia industriale nel Veneto (Cinisello Balsamo: Silvana Ed., 1990); (a cura di) Un  manuale per nuova Schio (Venezia: Arsenale, 1990); (a cura di) L'urbanistica del territorio (Venezia: Marsilio, 1991); con R. Bruttomesso (a cura di) Veneto: Italian Life Style Scenario (Tokyo: Bunji Murotanj, 1993); (a cura di) Edoardo Gellner. Il mestiere di architetto (Milano: Electa, 1996); (a cura di), Lo Iuav di Giuseppe Samona e l'insegnamento dell'architettura, atti del convegno (Roma: Fondazione Bruno Zevi, 2007); (a cura di) con Krzysztof Kowalski, Squares of Europe, Squares for Europe (Cracovia: Jagiellonian University press, 2007); Venezia è una città. Come è stata costruita e come vive (Venezia: Corte del Fontego, 2009; trad. fr. Parigi: Editions de la revue Conférence, 2015); Costruire sull'acqua. Le sorprendenti soluzioni adottate per far nascere e crescere Venezia (Venezia: Corte del Fontego, 2011); Fronte del porto. Porto Marghera, la vicenda urbanistica (Venezia: Corte del Fontego, 2011); (a cura di) La  piazza nella città europea. Luoghi, paradigmi, buone pratiche di progettazione (Padova: Il poligrafo, 2012).

Sul libro di Marco Romano, v. anche: Paolo Colarossi, Fare piazze, 10 marzo 2016. 

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

02 Settembre 2016

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

- 2016: programma /presentazione

- 2015: programma /presentazione

- 2014: programma /presentazione

- 2013: programma /presentazione

 

Interventi, commenti, letture

- S. Tintori, Metropoli o città metropolitana? Verso l'irrazionale, lo spontaneo, il primitivo, l'immateriale

- A. Villani, Progettare il futuro o gestire gli eventi? Le origini della pianificazione della città metropolitana

- L. Meneghetti, Città metropolitana, policentrismo, paesaggio

- A. Monestiroli, Quando è l'architettura a fare la città. Cosa ho imparato da Milano

- F. Ventura, Urbanistica: né etica, né diritto, commento a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- G. Ottolini, Arte e spazio pubblico, commento a: A. Pioselli, L'arte nello spazio pubblico (Johan & Levi, 2015) 

- G. Laino, Se tutto è gentrification, comprendiamo poco, commento a: G. Semi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland? (il Mulino, 2015)

- F. Gastaldi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland?,  recensione del libro di G. Semi (il Mulino, 2015)

- G. Consonni, Un pensiero argomentante, dialogico, sincretico, operante, commento a G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

- V. Gregotti, Bernardo Secchi: il pensiero e l'opera

- R. Pavia, Il suolo come infrastruttura ambientale. Commento a: A. Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (FrancoAngeli, 2015)

- G. Tagliaventi, L'arte della città 100 anni dopo. Commento a: R. Milani, L'arte della città (il Mulino, 2015)

- A. Villani, Disegnare, prevedere, organizzare le città…, Commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Milani, Per capire bisogna toccare, odorare, vedere... ,  Commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- M. Ponti, Il paradiso è davvero senza automobili? Commento a: A. Donati e F. Petracchini, Muoversi in città (Ed. Ambiente, 2015)

- S. Brenna, La strana disfatta dell'urbanistica pubblica. Note sullo stato della pianificazione italiana

- F. Ventura, Lo stato della pianificazione urbanistica. Qualche interrogativo per un dibattito

- G. Tonon, Città e urbanistica: un grande fallimento, intervento all'incontro con P. Berdini del 18 maggio 2015

- R. Mascarucci, A favore dell'urbanistica, commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P.Colarossi, Fare piazze, commento a: M. Romano, La piazza europea (Marsilio 2015)

- J.Gardella, Mezzo secolo di architettura e urbanistica, dialogo immaginario sulla mostra "Comunità Italia", Triennale di Milano, 2015-16

- G.Pasqui, Pensare e fare Urbanistica oggi, recensione a A.Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (Franco Angeli, 2015)

- L.Colombo, Urbanistica e beni culturali, Riflessione a partire da La Cecla, Moroni e Montanari  

- L.Meneghetti, Casa, lavoro, cittadinanza. Seconda parte

- F.Ventura, Urbanistica: tecnica o politica?, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- P.C.Palermo, Per un'urbanistica che non sia un simulacro, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

 - S.Moroni, Governo del territorio e cittadinanza, commento a L.Mazza, Spazio e cittadinanza.(Donzelli, 2015) 

 - P.Berdini, Quali regole per la bellezza della città?, commento a S.Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)  

 - R.Riboldazzi, Perchè essere 'pro' e non 'contro' l'Urbanistica, commento a F.La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P. Maddalena, Addio regole. E addio diritti e bellezza delle città, prefazione a: P. Berdini, Le città fallite (Donzelli, 2014)

- S. Settis, Beni comuni fra diritto alla città e azione popolare, introduzione a: P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Casa, lavoro cittadinanza. Il nodo irrisolto dell'immigrazione nelle città italiane

- M. Romano, Urbanistica: 'ingiustificata protervia', recensione a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- P. Pileri, Laudato si': una sfida (anche) per l'urbanistica, commento all'enciclica di Papa Francesco (2015)

- P. Maddalena, La bellezza della casa comune, bene supremo. Commento alla Laudato si' di Papa Francesco (2015)

- S. Settis, Cieca invettiva o manifesto per una nuova urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- V. Gregotti, Città/cittadinanza: binomio inscindibile, Recensione a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- F. Indovina, Si può essere 'contro' l'urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall'uomo (e dai suoi rifiuti)? Recensione a: R. Pavia, Il passo della città (Donzelli 2015)

- R. Riboldazzi, Suolo: tanti buoni motivi per preservarlo, recensione a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- L. Mazza, intervento all'incontro con P. Maddalena su Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Dov'è la bellezza di Milano? , commento sui temi dell'incontro con P. Berdini su Le città fallite(Donzelli, 2014)

- J. Muzio, intervento all'incontro con T. Montanari su Le pietre e il popolo(mimum fax, 2013)

- P. Panza, segnalazione (sul Corriere della Sera dell'11.05.2014)