Loris Caruso  
  casa-della-cultura-milano      
   
 

SÁNCHEZ NON È CORBYN


In Spagna un esempio della crisi dei sistemi politici europei



Loris Caruso


altri contributi:



  loris-caruso-crisi-psoe.jpg




 

Nel Partito socialista spagnolo si è svolta una guerra civile e l'hanno vinta gli insorti. Gli insorti sono i generali, cioè i capi del partito nelle grandi regioni del paese e le figure storiche più legate ai centri di potere economico e mediatico.

Come in una guerra civile, per alcuni giorni non si è saputo quale delle due bande - il segretario Pedro Sanchez o i generali insorti - potesse rivendicare di essere l'autorità legittima. Ci sono stati due partiti nel partito, due stati nello stato. Alla fine hanno vinto gli insorti. Da sabato Sanchez non è più il segretario del partito socialista, momentaneamente guidato da un comitato di gestione. 

Sanchez proponeva un congresso straordinario per decidere la linea del Psoe sul governo: continuare a votare no a un governo del Partito popolare (posizione sostenuta da Sanchez), o astenersi, far nascere il governo della destra e passare all'opposizione per quattro anni, sperando che nel frattempo il fenomeno-Podemos si sgonfi, come sembrano volere i suoi oppositori. 

Il conflitto andato in scena è apparentemente molto chiaro. Da un lato il segretario, eletto e tuttora sostenuto dalla base, che difende una netta opposizione al PP, dall'altro i "baroni" (come in Spagna sono chiamati i segretari regionali) che, guidati dal vecchio Felipe Gonzales, sono disponibili a far nascere il governo della destra e mettono in minoranza il segretario attraverso freddi cavilli statutari e manovre d'accerchiamento mediatico (un grande ruolo anti-Sanchez l'ha giocato il quotidiano "progressista" El Paìs, garante, come Repubblica in Italia, degli assetti di potere consolidati). Il conflitto sembra quindi quello della base (Sanchez) contro l'apparato e quello della sinistra contro la destra interna.

Ma la realtà è molto meno chiara. Sanchez non è Corbyn. Non rappresenta la sinistra interna (è stato eletto con l'appoggio dei settori più conservatori del partito) e non ha mai preso posizione per la nascita di un governo di sinistra. Proponeva una specie di governo di sinistra-centro-destra con Podemos (che però non doveva avere ministri) e Ciudadanos. Ma lo proponeva sapendo che era impossibile, per prendere tempo. Sanchez, più che a Corbyn, somiglia a Pierluigi Bersani: vaghezza degli obiettivi, opacità della linea politica, timidezza della retorica, timore dei poteri economici. 

Sanchez ha provato a giocare, anche con audacia, una partita personale che lo confermasse alla guida del partito. Lui e i suoi oppositori condividevano però l'obiettivo fondamentale del Psoe: sconfiggere Podemos, farlo retrocedere, impedire in ogni modo il suo accesso al governo. 

Tutto ciò che il Psoe ha fatto in questi due anni - compresa l'elezione di Sanchez, scelto perché giovane e d'impatto mediatico - è stato fatto in questa chiave. Sanchez ha impegnato il Psoe più nell'evitare il sorpasso di Podemos che nell'aprire la prospettiva di un governo progressista. Adesso sperava che il suo No a Rahoy portasse a nuove elezioni in cui consolidare il vantaggio su UP (la coalizione tra Podemos e Izquierda Unida). Le due bande del Psoe sono quindi entrate in conflitto non sull'obiettivo, ma sulla strada più efficace per raggiungerlo. Alla fine Sanchez ha pagato i peggiori risultati elettorali socialisti degli ultimi trent'anni.

Per Podemos, dall'inizio, la distruzione della forza elettorale del Psoe è un obiettivo di primaria importanza. La sua azione e la pressione che ha esercitato insistendo sulla proposta di formare un governo Psoe-Podemos, hanno portato a una crisi dei socialisti che sembra avere aspetti quasi definitivi. Podemos e UP hanno così a portata di mano un obiettivo strategico: la "pasokizzazione" del Psoe, la sua riduzione a figura minore dello spettro politico, la sua sostituzione come principale forza politica progressista di Spagna. 

Il fatto strutturale alla base della crisi socialista è quindi la nascita di Podemos. Ciò è quasi paradossale, perché fino a una settimana fa a tenere la scena erano i conflitti interni a Podemos, personificati dal dualismo tra Pablo Iglesias ed Inigo Errejon (il suo "numero 2") e basati sulle dicotomie classiche dei partiti di sinistra e dei partiti outsider: essere di protesta o di governo (o in che modo essere entrambi), movimentisti o istituzionali, outsider o affidabili, aggressivi o rassicuranti, conflittuali o seducenti, di sinistra o trasversali, identitari o populisti. Bisogna sperare che Podemos prosegua questa discussione senza imitare la vocazione suicida dei socialisti.

A sua volta, il fatto strutturale alla base della nascita di Podemos era stato il movimento degli Indignados. La nascita di un grande movimento sociale ha quindi provocato, in pochi anni, la destabilizzazione di un sistema politico e la crisi verticale del Psoe, il partito che più di ogni altro ne è stato l'architrave. Quando si ragiona sull'efficacia dei movimenti, bisogna pensare a questa nuova forma di efficacia indiretta: se i movimenti sono estesi e sanno conquistare il senso comune, possono anche non conquistare niente in prima istanza, ma ottengono effetti radicali e duraturi nel medio periodo, prima sul piano culturale e poi su quello politico.

La situazione spagnola è diventata l'esemplificazione più estrema della crisi dei sistemi politici europei. Crisi dei partiti tradizionali (soprattutto socialisti), difficoltà a formare maggioranze di governo, disperate chiusure ermetiche di socialisti e popolari in grandi coalizioni, emergenza di nuove formazioni rappresentate come barbari populisti che premono alle porte della civiltà. Partiti popolari e socialisti somigliano sempre di più alla vecchia nobiltà francese nel '700. Le forme politiche e gli assetti istituzionali moderni stanno collassando. Ciò che verrà dopo sarà il risultato di un conflitto. Conosciamo la variante oligarchica di questo conflitto, rappresentata in Italia sia dalla riforma costituzionale di Renzi che dall'idea di politica del Movimento 5 Stelle: sostanziale sparizione del potere legislativo, tecnocrazia "decidente" con un po' di show politico che mimi alternative politiche che non sono più tali, e qualche click del popolo-pubblico per plebiscitare questa o quella scelta. L'alternativa è un modello che unisca una nuova centralità dei ceti popolari e delle questioni sociali e l'innovazione radicale, in senso autenticamente partecipativo, delle organizzazioni politiche e delle istituzioni. Nessuno è perfetto, ma in questo momento la nuova sinistra spagnola è in Europa il tentativo più avanzato di praticare questa alternativa. Vista la crisi del Psoe, è anche il più efficace.

Articolo pubblicato su il manifesto il 12 ottobre 2016

Si ringrazia l'autore per averne concesso la pubblicazione.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

16 Ottobre 2016