Sandro Antoniazzi  
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RICOSTRUIRE IL VALORE 'POLITICO' DEL LAVORO


È necessaria una nuova solidarietà sociale



Sandro Antoniazzi


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1. Il crollo dell'importanza del lavoro

Per quasi due secoli, dalla rivoluzione industriale in poi, il lavoro è stato al centro della storia politica, economica, sociale, almeno in Occidente. Da qualche decennio non è più così. Quanto è avvenuto non richiede particolari dimostrazioni; la storia e la realtà, prima ancora dell'abbondante bibliografia, sono lì a dimostrarlo. Di fronte a questo imponente ribaltamento storico sembrerebbe naturale porsi la domanda se la "centralità" passata del lavoro debba essere data definitivamente per superata, oppure se, sfrondata dagli eccessi ideologici e assolutistici, possa ancora costituire un riferimento fondativo per le forze sindacali e politiche.

Purtroppo la domanda, così essenziale per il futuro di queste forze, appare quanto mai trascurata a livello teorico, implicitamente ritenuta improponibile, comunque mancante della possibilità di una risposta.

Eppure è evidente che il crollo dell'importanza del lavoro ha avuto e continua ad avere impressionanti conseguenze politiche e sociali: un forte declino del sindacato, la scomparsa del legame partito-lavoratori che aveva caratterizzato la politica della sinistra, crisi del lavoro come legame sociale e fattore di identità collettiva, approcci al lavoro sempre più soggettivi e differenziati.

È pur vero che negli ultimi anni si è ripreso a parlare di lavoro, ma il motivo non scaturisce dalla volontà di rilanciare il suo valore "politico", bensì a causa della mancanza di lavoro; non dunque da una posizione di forza, com'era nella tradizione del movimento operaio, movimento nato per essere protagonista della trasformazione sociale, ma da una condizione di debolezza, volta sostanzialmente a chiedere interventi sociali e assistenziali allo Stato per strati bisognosi di lavoratori.

L'immagine che emerge in questi anni recenti è purtroppo quella preconizzata profeticamente da Hannah Arendt: "una società del lavoro senza più lavoro". Chi scrive vorrebbe in questa sede azzardare un'ipotesi di rilancio del valore "politico" del lavoro, conscio che in campo sociale le idee marciano sulle gambe degli uomini e che solo un vasto accumulo di esperienze e di studi potrà fornire risposte soddisfacenti agli interrogativi odierni, ma ritenendo comunque utile tentare di stimolare il dibattito.

 

2. Una rivisitazione necessaria di temi classici del lavoro

A questo scopo è utile partire da alcuni classici temi marxiani, non per effettuare un esame analitico del suo pensiero, che richiederebbe ben altro impegno e ci svierebbe dal nostro scopo, ma molto più semplicemente per discutere di idee chiave, che almeno sino a poco tempo fa, facevano parte del pensiero e del linguaggio comune del movimento operaio.

Questo insieme di pensieri, mentalità, idee correnti - che potrebbero considerarsi come la "vulgata" del movimento - costituisce qualcosa di più importante anche del pensiero marxista "scientifico", se non altro perché mentre quest'ultimo ha riguardato una cerchia ristretta di studiosi, il primo ha costituito il patrimonio di milioni e milioni di persone e il riferimento della loro militanza e azione.

Questo excursus ha dunque la funzione di richiamare temi di origine marxiana, ma ormai entrati nell'uso comune e utili per entrare nel merito dei problemi attuali. 

Come è noto per Marx il lavoro è al contempo "processo lavorativo", produttore di beni d'uso, e "processo di valorizzazione", cioè un processo che produce plusvalore, capitale.

Sono pertanto lavoratori produttivi coloro che producono plusvalore, improduttivi tutti gli altri.

Questa distinzione fa cadere nella sfera degli improduttivi interi settori rilevanti dell'economia, tanto più di quella attuale dove i servizi rivestono un ruolo rilevante (non sono ritenuti produttivi, a titolo di esempio, il settore pubblico, la sanità, l'assistenza, il commercio, il turismo, l'editoria, la cultura, lo spettacolo ecc.).

Enormi sono le conseguenze che questa classificazione, all'apparenza innocua, ha comportato in campo sociale; si pensi al lavoro delle donne (per cui è stato inventato ad hoc il termine di lavoro riproduttivo), ma più in generale alla tendenza a svalutare proporzionalmente le diverse categorie di lavoratori(chi scrive, avendo ricoperto il ruolo di dirigente sindacale dei metalmeccanici a Milano nel periodo dell'autunno caldo ricorda bene l'orgoglio dei lavoratori meccanici non solo nei confronti dei lavoratori pubblici, ma persino nei confronti degli operai chimici, in quanto considerati custodi di impianti e non operatori alle macchine). Al fine poi di poter calcolare quantitativamente il plusvalore - garanzia del carattere "scientifico" della sua opera - Marx ha formulato l'ipotesi che il lavoro dell'operaio possa essere considerato lavoro comune, generico, omogeneo, così da ritenere equivalente l'ora di lavoro di un operaio con quella di un altro e renderle pertanto sommabili tra loro.

Il lavoro non è considerato nella sua esecuzione specifica, per la mansione, il mestiere, la professionalità e così via: non è lavoro concreto, è lavoro astratto. Anche in questo caso le conseguenze sono state rilevanti e si può dire che in qualche forma le ripercussioni perdurino tuttora. Se il lavoro ha rilievo perché produce plusvalore, il compito prioritario se non esclusivo del movimento operaio è costituito dalla lotta generale per modificare questa condizione, che produce sfruttamento.

Il problema del lavoro concreto - mansioni, professionalità, qualifiche, organizzazione del lavoro - è visto piuttosto come occasione di denuncia e di protesta, finalizzato all'obiettivo della formazione di una coscienza antagonista.

Da qui una naturale tendenza a privilegiare le forme di lotta e di conquista aventi un carattere "generale", considerate più adeguate a esprimere l'esigenza di unità della classe (si pensi a cosa evoca ancora oggi nella sensibilità di molti la parola "sciopero generale").

È spesso citata a riguardo un'affermazione di Palmiro Togliatti, segretario generale del Pci all'epoca della crisi sindacale alla Fiat negli anni cinquanta, secondo cui il sindacato doveva limitarsi a contrattare il salario e non occuparsi dell'organizzazione del lavoro, perché non era suo compito.

Fondamentale è poi nel pensiero di Marx il concetto di alienazione, in un duplice senso: in quanto l'operaio viene espropriato di una parte del suo prodotto (la quota parte del plusvalore) e in quanto espropriato della sua capacità lavorativa, della sua autonomia, della possibilità di decidere del proprio lavoro.

Le affermazioni di Marx a riguardo sono innumerevoli e convergenti: l'operaio è totalmente dipendente, il lavoratore è subordinato alle condizioni materiali del lavoro, si attua un rovesciamento del rapporto tra soggetto e oggetto, si realizza l'asservimento del lavoro vivo al lavoro morto. In alcune pagine più radicali Marx giunge ad affermare che occorre: "Una classe che abbia catene assolute… una classe che sia la perdita totale dell'uomo e che non possa riconquistarsi che con la totale riconquista dell'uomo".

L'operaio è una merce, il suo destino individuale è annullato; Marx rimarrà sempre pessimista a riguardo. Per lui il lavoro rappresenta il regno della necessità e la libertà si manifesta al di fuori dell'orario di lavoro.

Queste affermazioni, come è noto, sono state sottoposte a una critica puntuale e risolutiva, dapprima da parte di Simone Weil e poi da Hannah Arendt, secondo cui è impensabile che una massa ridotta in queste condizioni così disumane possa improvvisamente assurgere a classe dirigente capace di governare un paese e rivoluzionare la società. Come diceva la Weil è bene pensare innanzitutto alla liberazione degli uomini piuttosto che a quella delle forze produttive.

Dal concetto di plusvalore deriva poi per Marx l'idea di classe operaia, anche se su questo punto essenziale la sua elaborazione è rimasta incompiuta (Il capitale si arresta purtroppo proprio alla pagina dedicata alle classi). La produzione industriale è da attribuire sostanzialmente agli operai e Marx ha in mente uno sviluppo come diffusione delle grandi fabbriche e delle masse operaie (è sufficiente in proposito leggere il Manifesto e le affermazioni che vi sono contenute: la borghesia ha il merito di aver semplificato le classi riducendole a due; la borghesia ha soppresso il frazionamento dei mezzi di produzione e li ha centralizzati; i piccoli ceti medi, negozianti, artigiani e agricoltori sprofondano nel proletariato; con lo sviluppo dell'industria il proletariato si addensa in grandi masse; le altre classi decadono e periscono con la grande industria).

La realtà economica, pur tenendo conto dello sviluppo industriale in altri continenti, si è sviluppata in modo differente.

Nei paesi occidentali non si parla praticamente più di classe operaia, ma piuttosto di fine del lavoro, di addio al proletariato, di declino del sindacato…

E questo tramonto del soggetto storico deputato al cambiamento ha comportato un crollo generale dell'epopea e dell'impianto lavoristici. Non si può non concordare con l'affermazione di Axel Honneth, l'ultimo erede della Scuola di Francoforte, secondo cui da quando gli studiosi del lavoro hanno ritenuto che non esisteva più una classe operaia come soggetto del cambiamento della società, lo studio del lavoro è stato praticamente abbandonato.

Qualche considerazione va infine spesa relativamente alle organizzazioni operaie, le storiche tre Internazionali.

La I Internazionale, a cui Marx ha partecipato attivamente, era un organismo molto composito, di cui facevano parte le associazioni più varie, politiche, sindacali, sociali, miste e aveva come motto: "L'emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi".

Nella II Internazionale si afferma l'idea del partito, il cui prototipo diventa indiscutibilmente il possente partito socialdemocratico tedesco; vengono allontanati gli anarchici e le altre tendenze e spinti fuori anche i sindacati, che formano una modesta internazionale propria. La I Internazionale era un'associazione di lavoratori (anche nel nome: "Associazione internazionale dei lavoratori"); la II Internazionale è un'organizzazione di partiti socialisti. Prevale l'idea della conquista del potere politico come via e condizione per cambiare il sistema.

La III Internazionale, quella bolscevica, porta all'esasperazione questo orientamento, contrastando e condannando la via democratica e affermando il ruolo assoluto del Partito comunista (impressionanti sono a riguardo i 21 punti posti da Lenin come condizione per aderire alla Internazionale). È evidente in questo processo quanto il ruolo del lavoro e del sindacato sia drasticamente fagocitato; esso sia teoricamente che programmaticamente viene finalizzato e strumentalizzato ai superiori scopi politici del partito guida.

Naturalmente da allora tanti sono i cambiamenti intervenuti (quello più importante è costituito dalla scomparsa dei partiti guida, con la loro presunzione di possedere la "linea" giusta), ma le eredità storiche non si dissolvono facilmente e rapidamente.

 

3. I nodi da affrontare per una rivalutazione del lavoro

Se questo sguardo retrospettivo sembra partire da lontano, in realtà propone una buona parte dei problemi attualmente aperti. Ciò dipende anche da una palese reticenza a fare i conti col proprio passato, per sceverare quanto è vivo e quanto è morto di una storia annosa che meriterebbe non la dimenticanza, ma una matura riflessione critica.

Venendo alla situazione attuale e sulla scorta dei temi richiamati evidenziamo alcuni nodi che ci sembrano rilevanti al fine di una ricostruzione del valore lavoro e successivamente ci soffermiamo sul ruolo possibile del sindacato oggi. Per la rivalutazione del lavoro, tre questioni appaiono rilevanti da affrontare.

Innanzitutto, abbandonando ogni reminiscenza del lavoro astratto, occorre che l'intera attenzione sia devoluta al lavoro concreto, al lavoro così come si presenta, in tutte le sue manifestazioni, per ogni genere di attività.

Nel lavoro attuale sembrano emergere due tendenze significative che consistono nel lavoro cognitivo e nel lavoro relazionale (tendenze non certo esclusive e scontando che tanta parte del lavoro rimane di routine e dequalificato). Il lavoro cognitivo non è concentrato in qualche settore o processo specifico; è piuttosto una dimensione diffusa e che va estendendosi in modo pervasivo (per citare un caso, origine di tante discussioni nel nostro paese, il World class manufacturing applicato dalla Fiat in modo integrale a Pomigliano e in via di instaurazione negli altri stabilimenti, richiede un notevole lavoro cognitivo e una recente indagine ha dimostrato che i lavoratori sono maggiormente soddisfatti proprio dove sono più coinvolti). Così molto lavoro oggi non è più produzione di beni, ma bensì lavoro di comunicazione, informazione, relazione. Relazione è una parola neutra, onnicomprensiva: se però in questa relazione (allo sportello, alla cassa, nel rapporto col cliente, nell'offrire un servizio) ci si mette un po' di attenzione, di responsabilità, potremmo parlare di lavoro di "cura". Da qui l'emergere del tema della femminilizzazione del lavoro (Gilles Deleuze e Félix Guattari parlano del "devenir femme du travail").

Se queste rappresentano le tendenze dominanti del lavoro attuale ne derivano conseguenze di notevole rilievo:

1. Sia il lavoro cognitivo che il lavoro relazionale mettono le donne e gli uomini su un piano di partenza oggettivamente, strutturalmente, egualitario.

Le donne non hanno in questi campi nessuna condizione di inferiorità e molto spesso riescono meglio degli uomini (i risultati nel caso degli studi universitari sono lì a dimostrarlo).

2. Questi lavori richiedono espressione della persona, decisione, partecipazione. Il modello non è più il lavoro produttivo, il fare, il produrre cose; il modello è piuttosto, con tutti i limiti del caso, quello dell'espressione e della responsabilità personale. Se il lavoro produttivo non è più il modello centrale, dobbiamo affermare e far risaltare una nuova idea del lavoro. Dopo due secoli di dominio del lavoro produttivo e del lavoratore "produttore", oggi si delinea un'altra figura di lavoratore; senza bisogno di trovare immediatamente una nuova denominazione è importante avere coscienza del profondo cambiamento intervenuto per adeguare orientamenti, linguaggio, proposte. Anche solo a livello nominale, sostenere che il lavoro di oggi è lavoro relazionale significa riscattare il ruolo di intere categorie, spesso sottovalutate.

3. Questo nuovo lavoro è un lavoro partecipato, ma non si può partecipare da soli. Se nel lavoro astratto il ruolo del lavoratore era insignificante, ora invece diventa rilevante e ciò comporta sia la cooperazione cogli altri lavoratori, sia l'accordo a livello di impresa tra imprenditori e lavoratori per poter esprimere questa possibilità. Si apre, su una base strutturale e tecnologica nuova e favorevole, la possibilità di una reale cooperazione tra lavoratori e imprenditori in azienda. Del resto il problema odierno delle fabbriche italiane non è tanto un problema di tecnologie, quanto di organizzazione del lavoro, cioè del migliore utilizzo delle persone. Corollario indispensabile è l'investimento sia delle imprese che del sindacato nell'accrescimento costante della conoscenza dei lavoratori.

Per quanto riguarda il lavoro improduttivo e il plusvalore, si può dire che una quota di lavoro produttivo certamente permane, ma non è più così esteso e dominante come una volta. Tanto lavoro viene svolto dalle macchine, riducendo spesso i lavoratori a una funzione di custodia ("pastori di macchine", li definiva Heidegger). D'altra parte se il lavoro diventa sempre più cognitivo, immateriale, relazionale, ciò significa apporto di un lavoro vero e rilevante, ma non misurabile in termini quantitativi (qual era il sogno marxiano). Claudio Napoleoni che aveva studiato tutta la vita questo problema, senza darsi pace, era giunto alla conclusione che il concetto di plusvalore poteva essere conservato, ma in senso qualitativo, essendone impossibile la misurazione. È il sistema economico nel suo complesso che genera valore e dunque tutto il lavoro produce valore.

Questo significa la necessità e il dovere anche morale di far cadere la distinzione che tanto ha pesato negativamente tra lavoratori produttivi e lavoratori improduttivi. Ogni lavoro è importante, anche quello domestico o, per riferirci alla realtà odierna, i molti lavori svolti da indipendenti e precari, e cade dunque una distinzione tra lavoratori più importanti e meno importanti (piuttosto sarebbe opportuno aprire una discussione su quello che Ivan Illich chiamava "lavoro ombra", quell'ampia fascia di lavoro mal pagato e sfruttato, che contribuisce largamente al benessere generale).

Ciò comporta anche un superamento della rigida tradizionale divisione in lavoratori dipendenti e indipendenti, essendo tutti produttori di valore, e con questo anche la possibilità per il sindacato di non limitarsi alla difesa dei "salariati", ma di rappresentare tutti i lavoratori (senza doverli fare rientrare a tutti i costi nella categoria dei "salariati"). 

È significativo in proposito che il prestigioso Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam - che conserva gli scritti originali di Marx, oltre che una imponente mole di documentazione storica sul movimento operaio - abbia deciso da qualche anno di non limitarsi allo studio della classe operaia, ma di allargare la propria visuale a ogni tipo di lavoro, di ogni epoca e di ogni sistema economico-sociale.

Questo cambiamento di prospettiva consente una visione più ampia del lavoro e dunque di comprendere meglio il lavoro che si svolge nel mondo, la maggior parte del quale è molto lontano dai nostri standard.

Questi brevi tratti sono sufficienti a mostrare come anche solo un cambiamento, che a prima vista appare nominale, apra orizzonti molto ampi, decisamente maggiormente all'altezza e più comprensivi dell'attuale realtà del lavoro, sia occidentale sia mondiale.

In terzo luogo, per quanto siamo andati argomentando, non appare più sostenibile l'idea della classe operaia come soggetto rivoluzionario, cui spetterebbe il compito di cambiare il mondo e ciò non tanto, naturalmente, per una questione statistica di peso della categoria, ma per la debolezza dell'intero impianto del plusvalore e perché dall'oppressione non nasce automaticamente una volontà e capacità di essere portatori di una politica alternativa.

Ma nell'accantonare questa visione, si è purtroppo accantonato del tutto anche il problema e questo non è assolutamente condivisibile.

Rinunciando alla classe operaia come soggetto rivoluzionario, si dovrebbe però convenire su un'idea non meno densa e rilevante del movimento dei lavoratori, come un soggetto essenziale, indispensabile, irrinunciabile della trasformazione sociale: uno dei soggetti, non il soggetto, in questo sta la differenza, però indispensabile.

E ciò per motivi evidenti:

1. Il lavoro è una cosa sola con l'economia e la società. Non è possibile una società che vada bene, con un lavoro che vada male. E poi la trasformazione sociale di cui parliamo costituisce il bene comune di milioni e milioni di lavoratori, miliardi oggi, che aspirano a una condizione civile e dignitosa e non si capisce come realizzarla senza il loro coinvolgimento, in quanto diretti interessati.

2. Il lavoro è cambiato e almeno nei suoi punti più sviluppati richiede una maggiore partecipazione personale dei lavoratori, mentre d'altra parte si è esaurito il ruolo dei partiti guida. Siamo oggi di fronte a una manifestazione esplicita di soggettività, il che induce a pensare che la trasformazione sociale non possa avvenire senza l'opera delle persone stesse. Ciò costituisce un recupero non solo formale dello storico programma del movimento dei lavoratori: "L'emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi"; sottolineiamo dei lavoratori, e se vogliamo del sindacato, ma in quanto associazione di lavoratori, dove i lavoratori sono i protagonisti e l'organizzazione fornisce loro la cultura e i mezzi per esprimersi.

In questo modo il sindacato - eliminati i miti profetici apocalittici sul ruolo maieutico della classe operaia e su una futura società ideale - riconquista un ruolo non meno importante di ieri nel costruire una società più dignitosa e giusta, non per una predestinazione storica, ma in base alla sua concreta laica capacità di essere un soggetto attivo e propositivo nella società attuale.

 

4. Il sindacato ha di fronte compiti inediti per i quali deve rinnovarsi 

Delineati alcuni tratti essenziali di un'idea "politica" del lavoro per il presente e per il prossimo futuro, è bene soffermarsi ulteriormente sul sindacato, in quanto soggetto primario di rappresentanza dei lavoratori.

Compito fondamentale del sindacato, anche più delle rivendicazioni salariali, è la difesa e la valorizzazione del lavoro, perché in esso il lavoratore possa esprimersi liberamente, consapevolmente, responsabilmente.

È questa una condizione essenziale di democrazia (oltre che di buona convivenza); l'esperienza passiva e negativa del lavoro è causa costante di rivalse e di risentimenti, che si proiettano sulle altre dimensioni di vita. E come noto questo costituisce un punto debole delle nostre democrazie (dove la democrazia politica fa a pugni con la democrazia economica) Il tema diventa tanto più importante oggi in una fase di non sviluppo o di scarso sviluppo: se il compito fondamentale del sindacato in questo dopoguerra è stato quello della distribuzione del reddito, questo ruolo si presenta già ora, e tanto più per il futuro, fortemente ridimensionato. Si svilupperà necessariamente un ruolo diverso nei confronti del lavoro: come incrementarlo, come diffonderlo, come ridistribuirlo (anche con una riduzione dell'orario di lavoro non generalizzata, ma connessa agli aumenti di produttività).

In termini di economia classica si può parlare di un passaggio da un ruolo "distributivo" a un ruolo "produttivo" (di ogni genere di beni, di servizi, di attività).

Certamente il lavoro non è tutto; parlare dell'impegno per un lavoro cosciente e responsabile è parlare di un fattore essenziale per il sistema democratico, ma molta vita oggi si svolge fuori dal lavoro e in modo indipendente da esso. È bene che questo avvenga, non come fuga da un lavoro considerato pura necessità di guadagno, ma perché si sviluppino altre possibilità e dimensioni umane (che fra l'altro spesso hanno una ricaduta sul lavoro). La situazione attuale - dove la conoscenza tende ad avere un'importanza sempre maggiore e dove la dimensione dei problemi è ormai quella mondiale - si presenta come una condizione ideale per il rilancio di uno storico obiettivo del movimento operaio: quello di associare alla riduzione dell'orario di lavoro (obiettivo da rivalutare, ma non in modo retorico e populista) un programma di diffusione della cultura: cultura del lavoro, cultura sociale, politica, internazionale.

Purtroppo tanto i lavoratori, quanto i sindacati e i partiti sono stati assorbiti pressoché esclusivamente dalla spirale dei consumi, trascurando l'impegno per un'elevazione culturale che qualificasse l'impegno sociale.

Un solo esempio "culturale" macroscopico: la politica internazionale delle imprese non è fatta dalla Confindustria, ma dalle migliaia e migliaia di imprese che esportano, che hanno sedi e filiali all'estero, venditori e corrispondenti in altri paesi. Nulla di tutto questo nel sindacato dove sopravvivono striminziti uffici internazionali e la stessa Confederazione internazionale sindacale ha una sede e una forza organizzativa inferiore a una media Camera del lavoro.

Il risultato è che quarant'anni fa la cultura di un sindacalista era pari a quella di un imprenditore medio; oggi abbiamo un dislivello negativo impressionante, un vero baratro. Per queste varie ragioni il sindacato deve decidere oggi un massiccio programma culturale rivolto ai lavoratori e anche al suo interno(all'interno esemplificando: assunzione di sindacalisti con conoscenza dell'inglese e dell'informatica, Erasmus sindacale, 150 ore di massa dedicate all'informatica, educare i lavoratori a girare il mondo non solo per turismo ma per conoscere le condizioni dei lavoratori degli altri paesi ecc.).

Non si tratta naturalmente di indottrinare ma, nella massima libertà, avanzare proposte che valorizzino forme di cultura e di impegno sociale dei lavoratori. I problemi attuali sono complessi e non sono affrontabili da una "base" che si limiti a denunciare le contraddizioni e a protestare: occorre una base che sia messa in grado di realizzare una forma di democrazia come partecipazione qualificata.

Questa rappresenta un'altra sfida decisiva per il sindacato. Infine va affrontata dal sindacato, con determinazione, la problematica internazionale.

A questo livello, dove si giocano oggi la maggior parte delle decisioni importanti, il sindacato è praticamente assente (se si esclude la contrattazione in alcuni settori peculiari, marittimi e petrolieri).

Così in campo internazionale si gioca una partita che è persa in partenza, perché è presente una squadra sola, e come dice un proverbio siciliano: "Chi gioca solo non perde mai". La squadra vincente è quella liberista costituita dall'insieme delle organizzazioni internazionali (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio…) e dai grandi poteri economici delle multinazionali e della finanza. L'altra squadra, quella riformista, è assente, perché dovrebbe essere costituita dai movimenti dei lavoratori, dalle realtà sociali, democratiche e popolari, ma non sono state ancora convocate e non sono organizzate.

Questo è il movimento da costruire; un grande movimento che, per incidere sul piano mondiale, deve possedere una forza (morale) attrattiva non inferiore a quella che per oltre un secolo ha sorretto il movimento operaio.

Questo movimento oggi, per la dimensione degli obiettivi non può essere costituito solo dal movimento dei lavoratori; deve unire, su un piano di parità, tante altre forze che in vari campi e con diversi contributi si muovono nella stessa direzione È questo anche il motivo che spiega la non necessità di un "partito del lavoro" o di qualcosa di simile. Occorrono piuttosto forze politiche che sappiano essere momenti di connessione di queste forze diverse - compito da svolgere non per auto-elezione o con un ruolo di superiorità - ma per capacità di proposte e obiettivi che siano unificanti e apportatori di mete ricche di umanità.

Naturalmente c'è anche un grande bisogno di pensiero, ma se si mette in moto il movimento nella giusta direzione e nella forma adeguata, le idee buone si trasmettono velocemente e si trasformano altrettanto rapidamente

in intese e azioni comuni. Il pensiero e l'azione in campo sociale marciano sempre uniti, l'uno facendo premio sull'altro: non avanza il pensiero, se non avanza l'esperienza reale e viceversa.

 

Articolo pubblicato con i titolo Per la ricostruzione del valore «politico» del lavoro su Quaderni di rassegna sindacale numero 2-2015. Ringraziamo l'Autore per averci concesso la pubblicazione.

 


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22 Ottobre 2016