Sandro Antoniazzi  
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BENI COMUNI E MOVIMENTO DEI LAVORATORI


Una prospettiva  alternativa per ricostituire  legame sociale



Sandro Antoniazzi


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I  BENI COMUNI

Una sintesi problematica.

 

1. L'origine del problema

Si può dire che la questione dei "beni comuni" abbia una duplice origine. La prima è certamente dovuta al saggio di uno scienziato, Garrett James Hardin (La tragedia dei beni comuni), scritto nel lontano 1968, che ha dato avvio a un dibattito molto acceso sull'argomento. La seconda, che ha avuto il merito di portare il tema fuori dal dibattito scientifico e di introdurlo a livello politico, lo si deve alla battaglia sull'acqua-bene comune, che è ben presto diventata popolare in molti paesi.

 A questi inizi si uniscono poi due altre esperienze che sono venute a collegarsi al discorso: da una parte gli importanti studi sui "commons" (beni comuni) dell'americana Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia, e dall'altra la lunga battaglia a difesa del patrimonio fisico e culturale degli indigeni, che costituisce uno storico caso esemplare di difesa di proprietà e culture collettive. 

Questi sono i precedenti che in diverso modo hanno dato vita a un processo di riflessione, di confronto e di iniziativa, che successivamente è andato molto oltre, a volte anche in modo retorico e disinvolto. E' da tener presente che è particolarmente diffuso in Italia, che ne costituisce un po' l'epicentro politico e culturale.

La tesi iniziale di Hardin, secondo cui i beni comuni lasciati al libero accesso rischiano di essere distrutti e che pertanto è bene attribuirli alla proprietà privata, è stata facilmente contestata, replicando che a riguardo è sufficiente introdurre norme rivolte a regolare l'accesso. Su questo tema notevole è stato il contributo della Ostrom, che aiutata dal suo gruppo di ricercatori, ha raccolto molteplici esperienze di gestione collettiva di terre, acque, boschi, ecc.. dimostrando che la gestione comune non solo era funzionante, ma anche la soluzione migliore per molte situazioni. 

Nel frattempo il proseguimento del dibattito ha portato a vedere nei beni comuni un riferimento fondamentale, diciamo pure il nuovo riferimento, per coloro che hanno a cuore una visone sociale della democrazia. Per usare le parole di Carlo Donolo, uno dei maggiori studiosi della materia, " siamo convinti che i beni comuni stanno assumendo un valore centrale per la nostra vita comune e per le prospettive della nostra società nel contesto globale… i beni comuni sono centrali per ogni processo sostenibile, per lo sviluppo locale, per la coesione sociale, per i processi di capacitazione individuale e collettiva…la stessa sussidiarietà è in primo luogo capacitazione del governo dei beni comuni"-

In questa prospettiva si colloca ora una pluralità di studiosi e di persone impegnate in iniziative e in qualche modo si sta spostando anche il diritto, sia pure lentamente e con posizioni differenziate. Del tutto diversa, vale la pena di ricordare, l'opinione di Ugo Mattei e di Hardt e Negri, che vedono nel "comune" il principio per un'azione politica alternativa al sistema capitalistico.

 

2. Cosa sono i beni comuni

Per entrare nel merito è bene partire dalla natura dell' oggetto in questione, materia peraltro controversa e più ancora indefinita. Sono molti che in proposito si lamentano che la "diffusione della formula è inversamente proporzionale alla sua perspicuità" (Nivarra). A livello scientifico i beni comuni sono definiti in base a due criteri: la loro accessibilità (devono essere accessibili) e la rivalità (l'eccessivo uso da parte di alcuni, danneggia altri possibili utilizzatori), distinguendosi così dai beni privati (non accessibili) e dai beni pubblici (che sono accessibili, ma non rivali). In una formula più generale essi vengono definiti come "risorse collettive amministrate e gestite da comunità locali" (Ricoveri) oppure "beni che però sono anche relazioni sociali". 

Per altri bene comune indica più che una proprietà una possibilità di fruizione; posizione a cui si può assimilare quella di Rodotà. Mentre c'è chi produce elenchi, anche se aperti e flessibili, altri ritengono che non si tratta di redigere elenchi, perché i beni comuni non sono tali per caratteristiche oggettive, ma per contesti entro cui essi diventano rilevanti in quanto tali (Mattei). Infine per Hardt e Negri, in modo estensivo, "comune" è in primo luogo la ricchezza comune del mondo materiale….di più tutto ciò che si ricava dalla produzione sociale e che è necessario per proseguire la produzione".

Per entrare più nel dettaglio, un elenco molto ampio è prospettato da Maria Rosaria Marella, comprendente ben cinque insiemi:

- Beni materiali

- Beni immateriali

- Diritti sociali (sanità,scuola,ecc..)

- Spazi comuni (città)

- Beni ideali e istituzionali (lavoro, informazione, democrazia..),

Altre proposte (più di estrazione ecologica ) restringono il ventaglio a tre campi:

- Beni fisici, soprattutto locali (acqua, terre, foreste, pesca)

- Beni di carattere globale (atmosfera, clima, oceani)

- Beni/servizi pubblici (gas, luce, scuola, sanità). 

Il campo può probabilmente essere ulteriormente ristretto, in modo realistico, a due settori fondamentali, riferendosi a quelli su cui maggiormente oggi insiste l'iniziativa: 1) quello dei beni locali, soprattutto fisici, cui si collegano forme di associazione, comunità e iniziative partecipative anche di tipo nuovo; 2) la questione dei diritti connessi alle nuove forme di comunicazione, il cui accesso è essenziale per il nuovo modo di produzione e di vita.  A questo si deve aggiungere non un elenco, ma una disponibilità ad assumere altri temi che si possono presentare nel tempo come beni comuni, per un insieme di concause o per coscienza collettiva, oltre naturalmente all'uso evocativo del termine per sottolineare il valore di temi generali (scienza bene comune, lavoro bene comune, democrazia bene comune….)

Prima però di occuparci di questi diversi beni comuni è opportuno soffermarci un momento sulle problematiche giuridiche attinenti.

 

3. Un diritto finora non favorevole

E' bene avere presente, per evitare le eccessive fantasticherie, che il diritto attuale non tratta dei beni comuni e che tutta la legislazione dall' Unità d'Italia in poi si è piuttosto rivolta a eliminare ogni forma di proprietà collettiva esistente. Se la proprietà dei beni comuni si pone come una "terza categoria" tra la proprietà pubblica e la proprietà privata, a riguardo la Costituzione si esprime esplicitamente in senso contrario "La proprietà è pubblica o privata" (art.42). Naturalmente ci si può sempre richiamare ad altri principi e articoli della Costituzione, che rimandano alla funzione sociale della proprietà (art.42), alla gestione dei servizi pubblici da parte dei lavoratori e dei cittadini (art.46) e all'affermazione dell'art.2 sui diritti della persona, "sia come singolo sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua attività"; articoli che hanno il limite di esprimere dei principi generali e non specifici.

Una proposta avanzata è quella di fare riferimento all'art.81 del Codice Civile "Sono beni le cose che possono formare oggetto di diritti", articolo inserito nel contesto dei diritti di proprietà, rileggendolo alla luce del recente art.118 della Costituzione (2005), che recita "Comuni, Province, Città Metropolitane, Regioni e Stato riconoscono e favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà, anche attraverso misure fiscali". Principio programmatico di grande rilevanza (con cui è stata introdotta nella Costituzione la sussidiarietà) che dovrà man mano dimostrare la sua efficacia nel dispiegarsi dell'attività legislativa. Un piccolo passo in questa direzione è stato compiuto dalla legge n. 2 del 2009,art.23 che prevede che gruppi di cittadini organizzati possano proporre e realizzare progetti di recupero di immobili di valore artistico o ambientale, a loro spese, ma con una parziale detrazione dell'imposta sul reddito.

Rilevante e innovativa appare una recente sentenza delle Sezioni Riunite della Cassazione (Sent. N.3665 del 14.2.2011) che, pronunciandosi a proposito di una vertenza relativa a una laguna veneta, ha espresso un esplicito riconoscimento di forme diverse e alternative di diritti sulla proprietà. (Nella sentenza si afferma fra l'altro " emerge l'esigenza interpretativa di guardare al tema dei beni pubblici oltre una visione prettamente patrimoniale-proprietaria per approdare a una prospettiva personale-collettivistica". E ancora " ne deriva quindi che là dove un bene immobile, indipendentemente dalla titolarità, risulti per le sue intrinseche connotazioni, in particolar modo quelle di tipo ambientale e paesaggistico, destinato alla realizzazione dello Stato sociale come sopra delineato, detto bene è da ritenersi, al di fuori della ormai datata prospettiva del dominium romanistico e della proprietà codicistica, "comune", vale a dire, prescindendo dal titolo di proprietà, strumentalmente collegato alla realizzazione degli interessi di tutti i cittadini").

Naturalmente la maggior parte delle proposte si pronuncia per un'evoluzione significativa della legislazione, per dare spazio alla prospettiva dei beni comuni. A questo riguardo si propone un riconoscimento esplicito dei beni comuni come una "terza specie" di proprietà, accanto a quelle consolidate dei beni pubblici e dei beni privati.

In tutt'altra direzione si è mossa la Commissione promossa dal Ministero della Giustizia (2007) presieduta da Rodotà, secondo cui non bisogna stabilire una nuova specie di proprietà, ma al contrario definire dei diritti di "non proprietà", diritti di fruizione dei beni; questi diritti sono motivati e connessi all'esercizio dei diritti fondamentali della persona e al limite potrebbero essere esercitati persino nei confronti di proprietà private. Le tesi di Rodotà presentano un indubbio interesse in quanto volte, per così dire, a depotenziare il tema "proprietà" (istituendo altre forme di diritti sui beni); manifestano però aspetti problematici oltre che sul piano costituzionale anche e soprattutto per una visione tutta giuridica del problema (esaltando eccessivamente le potenzialità del diritto)  in una prospettiva di diritti individuali, mentre la proposta dei beni comuni si presenta come strettamente congiunta alla parallela promozione di forme di associazione collettiva.

IL gruppo di Labsus (Laboratorio per la Sussidiarietà) avanza la proposta più soft di "diritti di cura", non di proprietà, che consentano l'esercizio della libertà responsabile e solidale propria della sussidiarietà, nell'intento di superare il classico rapporto "domanda dei cittadini - risposta delle istituzioni" e promuovere un nuovo modo di essere cittadini.   Un giurista emerito, Luigi Ferrajioli, mette in guardia dal parlare in modo pressapochista di questi problemi e ritiene che occorra tradurre idee e progetti in una legislazione concreta sia in tema di diritti sociali (prendendo posizione avversa a coloro che ritengono i diritti sociali come dei diritti deboli rispetto a quelli civili e politici, trattandosi di diritti direttivi e programmatici, la cui applicazione è aleatoriamente dipendente dalle risorse dello Stato), sia a riguardo dei diritti da affermare ormai a livello transnazionale (diritti universali di mobilità e di residenza).

Le posizioni di alternativa politica ritengono che l'intera materia meriti non un diritto costituito, ma un diritto costituente (che si produce progressivamente nel corso della battaglia politica) e criticano una legge che provenendo dall'alto e uguale per tutti si presenta come livellatrice e imbrigliatrice, mentre occorre sostenere un diritto più pluralista proveniente dal basso, che nasce attraverso una diversità di esperienze.

 

4. Il rapporto tra beni comuni e comunità

I lavori richiamati della Ostrom hanno dato un contributo decisivo a sostegno della possibilità e positività della gestione dei beni comuni da parte di comunità e associazioni collettive diverse. Da parte dei sostenitori dei beni comuni si esprime una forte tendenza a sottolineare o privilegiare questa dimensione del problema: i beni comuni sono risorse collettive, amministrate e gestite da comunità locali, beni che possono essere gestiti adeguatamente solo da chi conosce e appartiene alla comunità locale. Sono posizioni che attribuiscono priorità al valore relazionale dei beni comuni (si può dire che insistano più sull'aggettivo comune, che sul sostantivo bene) e richiamano fortemente la domanda implicita di nuova partecipazione che la proposta contiene. In questa prospettiva i beni comuni sono visti come un'importante opportunità di promozione e diffusione di una nuova socialità e di legame sociale, in un mondo dove domina l'individualismo e il mercantismo.

Forme di proprietà collettive (ivi compresi i diritti d'uso e gli usi civici) ne esistono moltissime nel mondo e molte anche in Italia; secondo alcune valutazioni tali forme di proprietà e di usi civici coprono ancora 1/6 del nostro territorio nazionale. La legge fondamentale relativa è la n.1776 del 1927, ma i poteri a riguardo sono stati successivamente trasferiti alle Regioni (legge 616 del 1977). Gli accertamenti regionali sono tuttora in corso e meritano attenzione e vigilanza per una giusto riconoscimento, anche se oggi sembra superata la passata tendenza alla soppressione di questi diritti, spesso di origine antica. (Si pensi alla Magnifica Comunità della Val di Fiemme, le cui origini risalgono al 1111, ed è tuttora proprietaria di 20.000 ettari di boschi e pascoli).

Ma, come dice giustamente Giovanna Ricoveri, al Nord (in Italia e nell'Occidente sviluppato) si tratta soprattutto di riproporre il tema dei beni comuni (avanzando nuovi progetti e iniziative), mentre nel Sud del mondo, si tratta di riappropriarsi dei beni comuni. Le battaglie più importanti sia per le dimensioni dei beni in discussione sia per i principi che sono in gioco, avvengono certamente in questa seconda area del mondo. Si pensi solo a due grandi questioni: quella dei diritti indigeni e quella della "land grabbing" (appropriazione di terre). Lunghe e contrastate battaglie condotte dai popoli indigeni hanno portato a importanti riconoscimenti dei diritti di questi popoli; in questa tutela sono oggi compresi anche i "saperi" indigeni (in passato spesso espropriati da multinazionali per fini commerciali senza alcun indennizzo).

Molto aperta è attualmente la questione definita "land grabbing", che si riferisce alla pratica di acquistare enormi distese di terra in altri stati e continenti al fine di garantirsi una possibile riserva sia di carattere alimentare, sia di produzioni agricole destinate alla realizzazione di biocarburanti. E' una pratica adottata dalla Cina in Africa, ma anche da altri Stati e da imprese private; l'Italia, con le sue imprese, è al primo posto in Europa in questo accaparramento, avendo già acquistato un milione e mezzo di ettari di terre (ad esempio i Benetton hanno comprato un vasto territorio nel Sud del Cile scontrandosi col popolo Mapuche che vi risiedeva da sempre). Il problema sta appunto nel fatto che trattandosi di "terre libere" gli Stati ritengono di poterle considerare come proprie e di venderle, senza tener conto dei popoli e delle tribù che vi dimorano, in genere da molto tempo, senza particolari diritti di proprietà, che sono loro sconosciuti e privi di senso. Questi interventi potrebbero tecnicamente costituire investimenti di interesse per entrambe le parti, rispettando i diritti degli abitanti e a condizioni eque, ma più spesso si presentano come vere e proprie forme di nuova colonizzazione, spossessando i popoli originari dal loro habitat naturale, fonte di vita e di nutrimento e anche di un legame spirituale ( la "madre terra").

Il legame tra beni comuni e comunità è fortemente criticato sia da Rodotà sia dalle posizioni più politiche come quelle di Mattei e di Hardt-Negri perché, sia pure per motivi differenti, la ritengono sostanzialmente limitante e troppo legata al passato. Per Rodotà i diritti moderni sono diritti individuali, dunque parlare di comunità rimanda a epoche premoderne (al medioevo, per intendersi); per Mattei e Hardt-Negri si tratta di inserire il "comune" in un'alternativa al capitalismo mondiale e quindi la questione dei beni locali è irrilevante (Mattei definisce la Ostrom "bucolica"). In queste posizioni appare un'evidente sottovalutazione della comunità ritenendola esclusivamente un'esperienza del passato e non riconoscendo che l'obiettivo di ricreare legame sociale, naturalmente in forme nuove e partecipate, costituisce un essenziale obiettivo sociale. E d'altronde che senso avrebbero i "diritti umani" se non venissero integrati da diritti comuni (che hanno una storia passata, ma anche un futuro), mentre continua a progredire l'esclusione sociale?  Piuttosto si dovrà porre attenzione da una parte a che le comunità non si chiudano (come nel caso delle "gate communities"), ma che rimangano aperte verso l'esterno e collaborino con le altre forme di proprietà pubbliche e private in un continuun cooperativo, dall'altra occorrerà prevedere forme di partecipazione che garantiscano una visione non ristretta.

Parlando di comunità non è superfluo richiamare anche un'altra questione, talora evocata e che rimane sullo sfondo. Dietro all'affermazione beni comuni-comunità vi è per alcuni una tesi fondativa sostanziale: questi beni appartengono originariamente alla comunità, costituiscono patrimonio collettivo dell'umanità. Viene richiamata anche la Somma Teologica di San Tommaso per sostenere che in principio, per diritto naturale, i beni sono di tutti ( successivamente è il diritto positivo a distinguere le varie forme di proprietà relative alla gestione dei beni). Questo principio è tuttora parte della dottrina sociale cattolica - la destinazione universale dei beni - anche se poco ricordato, perché di non facile applicazione: il tema dei beni comuni potrebbe costituire un'occasione proprizia per una sua riattivazione.  Gli oppositori vedono in questo richiamo un riferimento pericoloso: i grandi temi attuali globali riguardano il sapere, la comunicazione, le tecnologie, che non hanno alcun fondamento "naturale", vincolo che creerebbe solo difficoltà e confusione. La soluzione della diatriba dovrebbe essere trovata in una distinzione tra due grandi categorie di beni comuni: i beni materiali che hanno o possono avere legami comunitari e beni immateriali, di conoscenza e di comunicazione, dove i rapporti sono ben diversi e da costruire in relazione anche a processi in continua evoluzione.

Il richiamo etico alla "natura" dei beni può comunque costituire un valido richiamo morale per contrastare l'eccessivo mercantismo diffuso anche nelle organizzazioni internazionali. Si pensi alla Banca Mondiale che organizzando a L'Aja nel 2000 un World Water Forum ha definito l'acqua non un bene comune, ma un "bene economico, di rilevanza industriale" e quindi di competenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, mentre la Carta di Nizza dell'Unione Europea (2000) ha inserito la proprietà privata non tra i rapporti economici, ma tra le libertà. E' evidente in entrambi i casi del prevalere del principio economicista: la proprietà non è bene economico ma una libertà, l'acqua è un bene economico e non un bene comune.

Non si tratta di mere petizioni di principio. Il capitalismo è un sistema che per sua natura tende alla espansione continua. Ora che la produzione industriale si presenta consolidata, il capitalismo tende a trovare nuovi sbocchi: da qui lo sviluppo della finanza, ma anche la pressione continua sulla privatizzazione dei servizi pubblici, sull'accaparramento delle terre, sull' impossessamento dei beni comuni, sulla conquista delle ultime risorse disponibili.  Ed è normale che in questo confronto in atto a livello mondiale vinca ancora una volta non la giustizia, ma il più forte, a meno che non si sviluppi rapidamente e adeguatamente la coscienza collettiva e la battaglia dei beni comuni.

 

5. Beni immateriali, lavoro, globalizzazione

Se il recupero e la riproposta di esperienze collettive ha un indubbio rilievo sociale, è altrettanto vero che oggi le questioni fondamentali si giocano su un altro piano, che ha ormai una dimensione globale. I processi ipermoderni e globali sono intrisi di beni virtuali e normativi, che non sono riducibili a un diritto privato. Beni comuni virtuali e cognitivi sono sempre di più tutte le forme di sapere, per lo più conoscenze tecniche,scientifiche, specialistiche (si pensi ad esempio alla diffusione di norme tecniche universali nei più svariati campi per rendere possibile gli scambi a livello globale). Al centro di questi processi si colloca la "comunicazione" la quale ha per natura una dimensione relazionale e collettiva. E' oggi il lavoro comunicativo a produrre la conoscenza. La conoscenza è un bene comune di tutti (è un valore in senso etico), mentre la comunicazione è un bene comune per la sua intrinseca natura di lavoro sociale.

Ma sempre di più la comunicazione viene assunta nel processo economico trasformando così la relazione in un "flusso", per cui anche la produzione culturale tende a divenire produzione commerciale. La conoscenza, l'informazione, i linguaggi, i codici sono sempre più necessari per partecipare alla produzione sociale e per non rimanere esclusi; per affrontare questi problemi occorre disporre di una base comune e della possibilità di poter usufruire di mezzi informativi adeguati e costantemente aggiornati. Così nel campo della comunicazione il "bene comune" essenziale è costituito dal "diritto di accesso", che deve stabilire che le innovazioni e i dispositivi siano a disposizione di tutti.

In questo campo la lotta per il bene comune assume un carattere in un certo senso inverso a quello che si riferisce ai beni materiali; qui i beni immateriali sarebbero facilmente accessibili a tutti (e non rivali), ma se ne rende indisponibile l'accesso, provocandone la "scarsità", mediante un uso esteso della brevettabilità. In questo modo si limita la circolazione dell'informazione e della conoscenza che sono beni comuni. Gli esempi a riguardo sono molteplici; come la brevettazione dei "semi" che ne controlla l'impego e che impone determinati usi, ma ancor più significativo è stata negli USA la brevettabilità delle sequenze del DNA umano (limitando la possibilità di enti sanitari di poterne disporre per i propri procedimenti di cura). Naturalmente in campi così complessi non è la "comunità della rete" a governare la rete stessa e i diritti di accesso; sempre più importante è la costruzione di un diritto internazionale che definisca le condizioni d'uso del bene per tutti, garantendone l'accessibilità.

Nell'affermarsi di una posizione dominante dei processi comunicativi-informativi, anche il lavoro diventa prevalentemente cognitivo e parte costitutiva di questo processo. Ciò determina un mutamento profondo del lavoro odierno che tende a uscire dalla fabbrica e dal posto di lavoro per assorbire una più larga parte del tempo e della vita umana. Nei processi comunicativi-informativi è maggiormente coinvolta la soggettività del lavoratore che guadagna in autonomia, ma che viene assorbita per un tempo più ampio. Aumentano enormemente le possibilità di cooperazione, ma in un quadro così vasto e indefinito da rendere difficile la concreta facoltà  di incidere significativamente. Dentro questo quadro globale sconfinato, il lavoro è chiamato a realizzare il bene comune della cooperazione per farne lo strumento per un mondo globale più umano e vivibile.

 

6. Conclusione

Il carattere liberale delle nostre società prevede la coesistenza di tanti individui singoli separati di fronte allo Stato il cui compito fondamentale è garantire la convivenza e la sicurezza. L'enorme sviluppo dell'economia ha solo estremizzato questa situazione esaltando l'individualismo. Da qui appunto l'investimento nei beni comuni, come prospettiva alternativa, ritenuta in grado di ricostituire legame e convivenza sociale.

In suo scritto Carlo Donolo giunge ad affermare che il tema dei beni comuni "ha oggi lo stesso rilievo che potevano avere a metà Ottocento la lotta di classe e il socialismo" e ciò per sottolineare quanta speranza viene riposta nel ricreare un orizzonte sociale.  Posta in questi termini la questione "beni comuni" non rappresenta una questione specifica e settoriale, ma un disegno che comprende l'intera società.

E' pertanto evidente che questa proposta debba assumere una dimensione globale.      Se a livello internazionale in questi ultimi venti anni una sola prospettiva, quella liberale, ha dominato la scena, ciò è dovuto anche e soprattutto al fatto che essa ha potuto agire indisturbata, in assenza di una qualunque prospettiva democratico-sociale di eguale importanza, che la contrastasse.

Già molti dei problemi citati nello scritto hanno questa dimensione; ma occorre spingersi più oltre e per poterlo fare due condizioni appaiono indispensabili.            Innanzitutto il sistema produttivo mondiale con la sua unificazione resa possibile dalle tecnologie informatiche-comunicative ha introdotto nell'unica economia mondiale miliardi e miliardi di persone. Ormai sia i lavoratori dell'Occidente sviluppato, sia i lavoratori e le masse povere di altri continenti fanno parte, con le loro differenze, dell'unico processo generale del capitalismo mondiale. In questo enorme e multiforme agglomerato dove è saltata la barriera che separava il territorio dei ricchi dal territorio dei poveri, i paesi dell'abbondanza dai paesi del bisogno; beni comuni significa individuare terreni convergenti e paralleli di battaglie per condizionare il sistema in una prospettiva di maggiore equità per tutti. Non è infatti possibile sostenere una prospettiva sociale mondiale, se essa non comprende sin dal principio le masse di tutto il mondo, tanto i lavoratori e i poveri dell'Occidente, quanto i lavoratori, i popoli, le masse, gli indigeni degli altri continenti. E se tale prospettiva non riesce a emergere significa che a livello mondiale continuerà a regnare esclusivamente la tendenza liberista, essendo impraticabili fuoriuscite nazionali in un sistema globale.

In secondo luogo nella nuova forma assunta dalla produzione mondiale, il lavoro continua a rivestire un ruolo fondamentale e centrale: solamente non è più il lavoro di ieri. E' portatore di caratteri cognitivi, di cooperazione e di autonomia maggiori di ieri, ma in un mondo dove è difficile collocarsi significativamente. Per questo il contributo del mondo del lavoro è essenziale e insostituibile. Il movimento dei lavoratori, in questa situazione complessa, ha di fronte il compito di essere un soggetto collettivo che accetta la sfida e affronta la battaglia per affermare una prospettiva di cooperazione fraterna e rispettosa del pluralismo, assumendo come indicazione programmatica la proposta dei beni comuni, e dando in questo modo sia un contributo importante per la soluzione dei grandi problemi globali, sia un orizzonte di speranza alle masse di tutto il mondo.

Sandro  Antoniazzi

gennaio, 2014

 

 

BIBLIOGRAFIA  ESSENZIALE

Due volumi importanti perché ospitano una pluralità di saggi con differenti punti di vista (e da cui sono tratti diversi riferimenti e citazioni di questa nota) sono:

- Marella M.R. ( a cura di), Oltre il pubblico e il privato. Per un diritto dei beni comuni. Ombre Corte, 2012.

- Annali Fondazione Lelio e Lisli Basso, Tempo di beni comuni. Studi multidisciplinari. Ediesse, 2013.

Altri scritti utili  sono:

- Ricoveri G., Beni comuni versus merci. Jaca Book, 2010 (di stampo più ecologista).

- Arena G. e Iaione C., L'Italia dei beni comuni. Carocci, 2012. (i due autori sono tra i promotori e responsabili del Laboratorio sulla Sussidiarietà sul cui sito si possono leggere interessanti interventi ed esperienze in proposito. Vedi www.labsus.org )

Scritti importanti di tagli politico (disinistra) sono:

- Hardt M. e Negri A., Comune.Oltre il privato e il pubblico. Rizzoli, 2010.

- Mattei U., Beni comuni. Un manifesto, Editori Laterza, 2012.

Per quanto riguarda gli usi civici e le proprietà collettive le fonti sono disseminate. E' bene pertanto ricorrere ai diversi siti e in particolare alle normative regionali, spesso diversificate.

 


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08 Novembre 2016