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ESSERE AL LIVELLO DELLE MACCHINE


Ovvero le società della prestazione



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Pubblichiamo qui l'articolo Essere al livello delle macchine, ovvero le società della prestazione, recentemente uscito su Corpi, menti, macchine per pensare, n4 di viaBorgogna3 Magazine.

Ippolita è un gruppo di ricerca indisciplinare attivo dal 2005. Conduce una riflessione ad ampio raggio sulle 'tecnologie del dominio' e i loro effetti sociali. Pratica scritture conviviali in testi a circolazione trasversale, dal sottobosco delle comunità hacker alle aule universitarie. 

 

Le società sembrano esigere un livello di prestazione in costante aumento. A livello di microcosmo, i singoli individui devono esibire un reddito adeguato, ma anche una forma fisica non mediocre; viene loro richiesto di aumentare i consumi personali, anche per il benessere collettivo; sono spinti a migliorare la propria salute, incoraggiati a crearsi nuove opportunità di amicizia, frequentazione, e così via. L'insoddisfazione è una caratteristica strutturale. A livello macro, per rimanere nei parametri fissati da accordi internazionali, gli stati nazionali devono mostrare un continuo miglioramento dei loro risultati complessivi, soprattutto devono esibire una crescita economica senza flessioni, prestazioni finanziarie elevate sui mercati finanziari, bilance commerciali positive e così via. Nessuno di questi prerequisiti sembra essere negoziabile, e sembra riguardare tutte le società contemporanee, a prescindere dalla collocazione geografica. 

L'affermarsi di simili società della prestazione è stata resa possibile dal costante miglioramento dei sistemi di misurazione e dalla diffusione capillare e massiccia di dati in tempo reale, integrati in sistemi informativi concatenati fra loro. Sfumano sempre più le distinzioni fra digitale, analogico, online, offline, umano, meccanico. È difficile quando non impossibile illustrare i dispositivi decisionali, anche quelli apparentemente più banali. In che modo vengono decisi i prezzi dei biglietti di treni, aerei, alberghi, servizi di ristorazione? Sappiamo per certo che il nostro cercare "l'offerta giusta" modifica l'offerta stessa. In che modo esattamente, non ci è dato saperlo: dobbiamo affidarci a qualche mediatore.

Nelle nostre società orientate dai flussi di dati, l'economia informazionale di cui parlava Castells a metà degli anni Novanta modella anche le identità individuali. Il cosiddetto web 2.0 è un caso lampante. La sostituzione dei vecchi mediatori informazionali (l'industria culturale in genere: l'editoria, la radio, la tv, il cinema, etc. Ossia i detentori di copyright) con nuovi mediatori (Facebook, Google, Amazon, Apple, Twitter) incrementa in maniera drammatica ed esponenziale la già enorme asimmetria di interazione fra i cittadini e le grandi corporazioni transnazionali. Il risultato immediato di queste deleghe continue alle organizzazioni corporative è che tutte le informazioni fornite dagli individui in maniera più o meno volontaria vengono registrate e immagazzinate per essere poi analizzate. Sono una parte non secondaria dei famosi Big Data. 

La gestione di questi Big Data, in particolare attraverso i sistemi di cloud computing centralizzati in giganteschi data center ridondati, pone enormi problemi dal punto di vista del controllo sociale e della sostenibilità ambientale. Sebbene le specifiche tecniche di Internet permettano la decentralizzazione dei servizi e l'implementazione di tecniche utili a mantenere l'anonimato, ovvero ad evitare la sorveglianza e la censura, i principali attori politici ed economici si sono da sempre impegnati a trasformare la rete in un media più facilmente controllabile e censurabile.

Nelle Reti attuali, l'accentramento è la regola, non l'eccezione

Le nuvole di computer dove si condensano i servizi social sono distese terrestri di macchine private difese da guardie armate. Il loro costo è molto elevato, e anche se i servizi offerti nel web 2.0 sembrano essere gratuiti, lo stoccaggio, il recupero e l'aggiornamento dei dati di certo non lo sono. La ragione del successo di tali tecnologie sociali è abbastanza semplice: si prendono cura delle nostre identità, o meglio, dei nostri alter ego digitali.

La chiave è il profiling: le pratiche di profilazione sono strutturalmente antitetiche alla privacy e alla sicurezza, oltre che del tutto opache. I sistemi tecnosociali sono co-evolutivi, ma nonostante le differenze specifiche e la tendenza sempre più marcata alla segmentazione su base linguistica e nazionale (le infrastrutture e il web cinese sono il caso più eclatante per dimensioni e complessità), la direzione è una sola per tutti: l'aumento illimitato delle prestazioni di ogni utente. 

Ognuno di noi è chiamato a dichiarare chiaramente cosa vuole e a confessarsi in maniera inequivocabile. Bisogna essere proattivi nella profilazione di sé stessi e degli altri, ci si deve adattare all'ideologia della trasparenza radicale. La metamorfosi di nozioni come privacy e sfera pubblica è estrema. Contestualmente, le dinamiche di socializzazione delle emozioni sono perlopiù affidate a procedure automatiche, espresse sul palcoscenico non pubblico, dei mediatori privati.

Abbiamo bisogno di ripensare le pratiche sociali a partire dalle manifestazioni emotive, dall'espressione del carattere individuale.

La profilazione viene generalmente accettata come inevitabile, anzi, come auspicabile. Disgraziatamente anche gli hacker e gli appassionati di tecnologia, che hanno una consapevolezza superiore alla media riguardo agli strumenti, spesso sottovalutano la situazione. 

L'utente sa di essere profilato, sa che anche i cambiamenti strutturali dei dispositivi vengono decisi a sua insaputa, secondo le linee di applicazione del default power, e che può solo scegliere di rifiutare una nuova funzionalità (opt-out).

Nelle società della prestazione i processi decisionali umani sono assistiti, guidati e in ultima istanza inseparabilmente fusi al dominio esplicitato dagli algoritmi corporativi, l'algocrazia. La fede indiscussa con cui ci si affida a questi algoritmi, ovvero ai loro creatori, è sorprendente. Il punto è che individui, gruppi e società delegano a queste procedure - che sono quasi del tutto opache quando non protette come segreti industriali o di stato - la creazione di collegamenti tra le persone e le cose del mondo.

La IoT, Internet of Things, Internet delle Cose, su cui l'Unione Europea sta investendo qualche miliardo di euro, è la nuova chimera di una socialità automatizzata. Impercettibilmente, ci stiamo muovendo da un mondo ricco di significati, in virtù di relazioni costruite da noi e per noi, a un mondo i cui significati derivano da correlazioni stabilite dalle macchine e gestite da algoritmi. Ripetiamolo: algoritmi privati, non sottoposti in alcun modo a controllo democratico, di proprietà dei nuovi mediatori informazionali.

Con ciò non abbiamo alcun rimpianto per una mitica età dell'oro, contraddistinta da una sedicente armonia con la natura (un'invenzione umana al pari si altre), che non è mai esistita. 

Continuiamo a essere amanti esagerati delle tecnologie. Poniamo però l'accento sul fatto che le società della prestazione si basano su sistemi di addomesticamento degli esseri umani molto più efficaci dei precedenti.

Le persone si comportano sempre più come le macchine, rispondendo in maniera irriflessa e semi-automatica alle pressioni procedurali. Le macchine, programmate a questo scopo, si comportano sempre più come persone, soprattutto creando spazi e occasioni significative per le interazioni sociali. I socialbot che simulano gli utenti dei social network sono sempre più indistinguibili dagli umani. 

In tutto ciò si registra una forte pressione sociale che guida all'adozione, commercialmente appetibile, di dispositivi tecnologici di massificazione (per esempio gli smartphone).

Tecnologie come deleghe cognitive

Uno degli scopi della ricerca di Ippolita è analizzare, comprendere e decostruire i processi tecnici che danno vita alle società della prestazione. L'ipotesi principale è che la delega tecnocratica favorisca l'emergere di pseudo-soggettività, di identità eteronome; personalità piatte nel senso di iper-semplificate, poco profonde e per nulla stratificate. 

Ma la delega tecnocratica non è una caratteristica intrinseca delle tecnologie in genere, né delle tecnologie digitali nello specifico. La scelta e la gestione autonoma della tecnica esigono però organizzazione, studio, riflessione, in una parola: fatica. 

I mutamenti nella conformazione neuronale dei soggetti umani che interagiscono massicciamente con gli schermi sono spettacolari per ampiezza e rapidità. Questo perché gli occhi sono gli unici organi di senso direttamente collegati al cervello tramite l'imponente canale dei nervi ottici. La plasticità cerebrale viene sollecitata enormemente dagli stimoli visivi. Il cervello si modifica, l'intero organismo si modifica, le persone imparano e sentono in maniera diversa. 

Ciò non dipende dall'età anagrafica ma principalmente dall'utilizzo quasi esclusivo della memoria procedurale nell'interazione con i nuovi media: la ripetizione di procedure interattive pensate da altri per scopi ben precisi (profilazione e profitto in primis) assume la forma di ritualità ossessive. A seconda delle tipologie di lavoro cognitivo svolto, le metamorfosi cerebrali saranno differenti. Il punto fondamentale è che le modifiche in atto sono trasversali.

L'autonomia degli individui nei confronti della tecnologia è compromessa, ma possiamo ancora sviluppare tecnologie conviviali per contrastare l'attuale massiccio processo di adeguamento alle regole della megamacchine private e il correlato impoverimento narcisistico della nostra psiche.

Le società attuali sono organismi autopoietici, che si auto-costruiscono, in cui i meccanismi di feedback tra i diversi livelli tecnologici viaggiano a velocità molto elevata. Lo ripetiamo ancora: se le tecnologie di per sé non sono né buone né cattive, non sono certamente in alcun modo nemmeno neutrali. Aprono a un poter-fare, e il potere non è neutro. Richiede attenzione responsabile, gestione accorta, non delega automatica. 

Gli utenti sono attori implicati in tutta la loro complessità, anche se troppo spesso assuefatti alla pornografia emotiva, bloccati nell'ipercoerenza narrativa, proni alla profilazione e alla trasparenza radicale. Noi ci concentriamo sulla ricostruzione delle tracce lasciate nell'ambiente, nelle persone e quindi nelle società nel loro complesso dall'adozione di tecnologie. Prediligiamo lo studio delle tecnologie digitali perché sono con ogni evidenza le più pervasive.

 

 

Tra i saggi pubblicati da Ippolita: Anime Elettriche (Jaca Book 2016); La Rete è libera e democratica. FALSO! (Laterza 2014, tradotto in spagnolo e francese), Nell'acquario di Facebook (Ledizioni 2013, tradotto in francese, spagnolo e inglese), Luci e ombre di Google (Feltrinelli 2007, tradotto in francese, spagnolo e inglese). Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale (Elèuthera 2005).

 

 


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18 Febbraio 2017

 

 

 

Ippolita, in collaborazione con la Casa della Cultura, organizza un seminario di Autodifesa Digitale che si svolgerà i prossimi 11 e 12 marzo. Sono aperte le iscrizioni

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