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IN RICORDO DI ALFREDO REICHLIN


Partigiano e dirigente comunista






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Dopo una lunga malattia, a 91 anni, Alfredo Reichlin, uno dei più autorevoli dirigenti comunisti, ci ha lasciato. Era studente liceale al Tasso di Roma quando diventa partigiano e partecipa alle azioni militari dei Gap romani. Dopo la guerra comincia l'attività giornalista all'Unità, giornale di cui diventerà direttore nel 1956: sono gli anni di un rapporto intenso con Togliatti e con Pietro Ingrao. Nel '63 viene inviato a dirigere l'organizzazione di partito della sua regione, la Puglia. Rientra a Roma e diventa, dai primi anni Settanta, uno dei più stretti collaboratori di Berlinguer. Dopo la fine del Pci accompagna tutte le trasformazioni successive del partito, accompagnandole con interventi via via sempre più inquieti fino all'ultimo accorato articolo di pochi giorni fa in cui - come in un testamento - invita a "non lasciare la sinistra sotto le macerie".

Con Reichlin la Casa della Cultura ha interagito molto in questi ultimi anni. Abbiamo interloquito con la rivista milanese che dirigeva, "Argomenti umani", e abbiamo presentato i suoi due ultimi libri: "Il silenzio dei comunisti" - scritto con Miriam Mafai e con Vittorio Foa, e "Il midollo del leone". In quest'ultima occasione all'ultimo momento aveva dovuto declinare la partecipazione per un ricovero in ospedale. Ci eravamo detti: ci vedremo alla prossima occasione. Quest'opportunità non ci sarà più.

Ricordiamo Reichlin come un politico colto: era parte di una generazione di dirigenti politici per cui era impossibile pensare alla politica senza lo studio, la ricerca, la riflessione approfondita. Era un brillante oratore: discorsi eleganti, non retorici e non urlati. Alfredo Reichlin aveva anche il dono di una scrittura scorrevole ed efficace, il che accresceva l'autorevolezza ai suoi scritti. Anche nei suoi saggi storici vi sono pagine di splendida finezza. Mentre scrivo queste note mi viene in mente come evoca una notte romana del giugno 1944, la prima notte di libertà della sua città. Quella pagina suonava all'incirca così: "In quel condominio popolare romano era l'ora della cena: ognuno mangiava a casa sua con i vetri aperti per il gran caldo. Improvvisamente da una finestra cominciano ad uscire le note di un vecchio inno sepolto per vent'anni: una voce aveva intonato l'Internazionale. Tutti gli inquilini, donne e uomini, si affacciano alla finestra e con gli occhi inumiditi dalla commozione accompagnano quel canto struggente". La vita dell'Italia libera comincia così, con la memoria profonda che recupera e ripropone un vecchio glorioso inno interdetto per oltre vent'anni. 

 


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24 Marzo 2017