Jean-Pierre Lebrun  
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LA NOSTRA DEMOCRAZIA E' MALATA


Curarla è possibile, a condizione di non ostinarsi a negarlo



Jean-Pierre Lebrun


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Editoriale da freudlab.it  Traduzione di Mario Piseddu

Di che cosa sarebbero sintomo gli avvenimenti che ci hanno scosso recentemente,  ma anche la molteplicità di reazioni di ogni tipo, aldilà di un breve momento di unanimità per rifiutare di garantire una tale violenza?

 Azzardiamo una diagnosi: la nostra società è malata perché coloro che la costituiscono non riescono più a fare società. Dire che è così perché siamo individualisti, farebbe delle conseguenze la causa; è piuttosto perché abbiamo ricusato la trascendenza (osiamo dire pane al pane), senza con questo pensarla necessariamente come religiosa(1).

Siamo da più di due secoli in democrazia, e questo stile moderno di “vivere insieme” si è liberato della trascendenza religiosa. Vi abbiamo sostituito la laicità con il nome di Repubblica, persino di Regno, come nel caso del Belgio, una monarchia costituzionale. Ma questa nozione di trascendenza, nel senso di “passare aldilà”, si ritrova dunque laicizzata – immanente(2) – e fatica a riconoscersi come tale, non potendo l’uguaglianza democratica nella sua stessa dinamica – cosa che aveva già riconosciuto molto bene Tocqueville quando scriveva che il desiderio di uguaglianza diventa sempre più insaziabile con l’aumentare dell’uguaglianza – che esigere sempre più intensamente di finirla con tutte le trascendenze e tanto più con tutte le gerarchie, tutte le autorità, rischiando così di mascherare un ritorno a vecchi modelli.

Ora, bisogna insistere, non c’è consustanzialità spontanea tra la società umana e la religione. Quest’ultima, in quanto modello di vita collettiva, è la conseguenza di una decisione degli uomini che hanno fatto esistere un indiscutibile socialmente istituito(3), non essendo Dio tanto colui che ci impone la nostra filosofia di vita quanto il modello di ciò che ci sfugge e dunque anche ci limita.

Passando dall’immutabile istituito del legame sociale religioso all’instabile obbligato della democrazia laica, quest’ultima si è ritrovata notevolmente indebolita per garantire il principio di ciò che ci tiene legati: l’unità sarebbe ormai da costruire altrimenti, ma senza più alcun appoggio, né su una trascendenza che potrebbe ricordare immediatamente quella religiosa, né tantomeno su una gerarchia che non potrebbe che volerla resuscitare.

Qui si tratta di una contraddizione interna alla democrazia – un’uguaglianza sempre più grande che finirebbe per esigere la fine di ogni “aldilà individuale” (una trascendenza da istituire) tuttavia necessaria perché esista la vita sociale – che ha progressivamente contaminato l’insieme della vita collettiva: a volersi liberare dell’Uno, è andata a finire che non ce ne fossero più!

Ne è conseguito che non c’è più posto che per degli individui, dei piccoli uno, con, certamente, tutto il loro valore, le loro specificità, le loro singolarità, ma questo “tutto all’ego” ha zavorrato il legame sociale e l’ha costretto a raggiungere i propri fini con dei meccanismi burocratici e anonimi che, diffidando delle gerarchie, non hanno fatto altro che smarrire ancora di più il sentimento di un’appartenenza collettiva che trascenda i gruppi delle individualità.

Lo smarrimento è proseguito fino a provocare l’incapacità di avere ancora fiducia in ciò che serve alla socializzazione e superare gli imbarazzi per assicurarne la trasmissione: la famiglia si è progressivamente imposta come ultimo baluardo dei valori, ma è una famiglia ormai senza riconoscimento sociale perché si prefigge piuttosto il compito di proteggere la società, tanto il bambino della scuola quanto il giovane lavoratore, se ce ne fosse.

In questo modo, è la stessa costruzione psichica del bambino a essere minacciata, perché ha bisogno che la generazione precedente sia presente per accompagnare il processo – come ad esempio imparare a rinunciare all’immediatezza – che gli si impone quotidianamente. Non sarà difficile constatare che in un modello simile il lavoro di confronto all’alterità non sarà stato favorito, e che saranno stati piuttosto prodotti degli adulti rimasti bambini.

È la gente che non riesce più a fare legame sociale (oppure, si dovrebbe dire, che non riesce ancora a ri-fare, diversamente da ieri, legame sociale) che rifiuta e contrasta coloro per cui la religione costituisce ancora un riferimento stabile –  essendo ai nostri occhi intollerante e superato. Tanto più che la Storia ha messo i paesi musulmani in una posizione di dipendenza nei confronti delle nostre società democratiche che è lontana dal raggiungere i propositi egualitari che gli proponiamo. Non dovrebbe stupirci che alcuni di loro rifiutino i nostri minuti di silenzio, o che altri ci dichiarino guerra alla loro maniera, anche se comprenderli non significa assolutamente giustificarli.

Tuttavia, la democrazia rimane il regime politico a cui apparteniamo, non perché sia il migliore ma perché è, come diceva Winston Churchill, il peggiore... a eccezione di tutti quelli già provati in passato. Questa formula fa ben comprendere che si tratta di leggere la democrazia come il regime politico che forse corrisponde al minore dei mali per quello che siamo, vale a dire degli esseri che vivono insieme parlando.

Questo comporta ipso facto che possiamo vivere insieme solo affermando le nostre singolarità, le nostre specificità, ma anche i nostri disaccordi, le nostre opposizioni, perché non possiamo che essere differenti gli uni dagli altri, quindi... si tratta non di meno, attraverso tutte queste vicissitudini, di fare esistere l’Uno che implica il legame sociale.

La democrazia non può che aspettarsi da ogni individuo che si riconosca cittadino, cioè membro della collettività alla quale deve la sua possibilità di parola singola, tramite la lingua che parla. Una trascendenza dunque è di fatto sempre di moda, non quella religiosa, di ieri, ma quella che ci impone il fatto di essere esseri parlanti, ciò che Lacan ha chiamato “parlesseri”. Essa impone a ciascuno di assumere la divisione che non può non esistere tra la singolarità individuale e la collettività a cui appartiene. Essa esige che a partire dalla singolarità di ciascuno si ritrovi ciò che fa unione, non a partire da qualcosa di prestabilito, ma a partire dalla singolarità di ciascuno, e senza aspettarsi una comunità stabilita una volta per tutte, ma una comunità da rimettere incessantemente in discussione, che tuttavia sia riconosciuta come sovrana su coloro che l’hanno costruita insieme, e dunque sfuggente al loro dominio.

È il motivo, d’altronde, per cui la democrazia non può essere prescritta come modello universale, perché suppone un lento e profondo lavoro di rimaneggiamento psichico che ridia il proprio posto all’Uno, non un Uno religioso, ma un Uno che si costituisce a partire dal relativo e dal plurale, e questo non può essere ottenuto che passando da ciò che Freud chiamava “il lavoro della cultura” (kultuurarbeit) – e che si potrebbe definire come ciò che permette agli esseri umani di vivere insieme, costringendoli individualmente e collettivamente a trasformare la loro violenza in ciò che può servire al legame sociale, e questo è non solo possibile, ma necessario.

La nostra democrazia è malata. Curarla è possibile, a condizione di non ostinarsi a negarlo.

 

Jean-Pierre Lebrun

psichiatra e psicanalista

 

Note

1) Questo termine di trascendenza deve essere rivalutato: spontaneamente, in effetti, evoca  “La” – articolo determinativo – “trascendenza” d’acchito. Consultando il dizionario storico della lingua francese di Alain Rey è annotato che “trascendere” viene dal latino transcendere (fine XIII secolo), trans e scendere, “aldilà” e “salire”. Significa propriamente “salire passando aldilà”, da cui superare, scalare, ed è usato in senso figurato per dire di passare ad altra cosa.

2) È tutta la questione della “secolarizzazione”, di cui bisogna ricordare che potrebbe essere letta in due modi: sia come il declino della religiosità organizzatrice della vita sociale, sia come movimento di trasformazione o di spostamento di valori sul piano mondano (Hans Blumenberg). L’uno non implicando d’ufficio l’altro, il concetto di trascendenza può essere secolarizzato come necessità di un limite alla capacità specificamente umana di progettare un aldilà di se stessi.

3) Secondo l’espressione di Marcel Gauchet, che fa notare molto giustamente:Non c’è nessun tipo di necessità istituente alla base della religione, tale per cui il collettivo non esisterebbe che per essa. È una formazione secondaria. [...]La religiosità non rileva da alcun tipo di assunto antropologico, è dell’ordine del costituito [...]se ciò che tiene uniti gli uomini viene interamente da un aldilà, allora nulla di ciò che è suscettibile dividerli nella vita sociale può essere messo in discussione. [...] Si dibatte su tutto, tranne sul principio di ciò che vi tiene insieme. [...]Non divisioni legate al senso, l’indiscutibile socialmente istituito: tale è la religiosità pura (M. Gauchet, La democrazia contro se stessa, Tel, 2002, pp. 32-36).


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03 Aprile 2015

Il Laboratorio Freudiano è una scuola quadriennale riconosciuta dal MIUR che ha come scopo la formazione degli psicoterapeuti. La sede milanese del laboratorio freudiano, inaugurata nel 1993, ha ottenuto il riconoscimento ministeriale il 30/05/2002. L’indirizzo teorico è la psicanalisi, secondo l’insegnamento di Jacques Lacan