Valeria Verdolini  
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ROSETTA CITTADINA DEL MONDO


Le sfide e le opportunità di vivere in una città meticcia



Valeria Verdolini


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In Italia sono sempre più numerosi i cittadini stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana. Secondo ISTAT, Continuano a crescere le acquisizioni di cittadinanza: nel 2016 i nuovi italiani sono più di 200 mila. In particolare, in Italia vi sono circa 200 nazionalità: nella metà dei casi si tratta di cittadini europei (oltre 2,6 milioni).

La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella rumena (23,2%) seguita da quella albanese (8,9%). Il numero è in continua crescita: si attestava a 178mila nel 2015, hanno acquisito la cittadinanza italiana il 37% in più rispetto all’anno precedente (oltre 35 stranieri ogni mille residenti). Sono diventati italiani soprattutto molti di coloro che appartengono a comunità di antico insediamento e che hanno dunque maturato i requisiti di acquisizione per residenza o naturalizzazione: albanesi e marocchini in testa.

Molto significativo anche il dato relativo ai minorenni: il 37% dei nuovi italiani del 2015 ha meno di 18 anni. In particolare, al primo posto per presenze c’è la regione Lombardia, con più di un quarto del totale, seguita dal Veneto e dall’Emilia-Romagna.

In Europa l’Italia rappresenta il paese con il più significativo aumento di cittadinanze in termini assoluti, ed è attualmente al secondo posto nella graduatoria europea per numero di acquisizioni di cittadinanza (15% del totale).

Sempre secondo i dati Istat, al 1° gennaio 2016, i minori stranieri in Italia sono circa 1 milione, oltre un quinto della popolazione straniera complessiva, 11,20% degli 8942222 giovani al di sotto dei 18 anni. Gli stranieri residenti nel nostro Paese risultano invece essere 5.026.153, di cui il 21,2% (1.065.811) sono ragazzi minorenni.

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mercoledì 28 giugno alle 19.00 il 5° appuntamento con il ciclo di incontri Rosetta. Un progetto culturale nomade, ideato da cheFare e Casa della Cultura con Fondazione Cariplo, sarà da oTTo in via Paolo Sarpi

Il permesso di soggiorno, così come la carta di soggiorno, prevedono un costo mensile della tassa di soggiorno di 20 euro.

Persone che stazionano sul nostro territorio da molti anni mantengono questa condizione, col rischio che la dimenticanza nel pagamento possa compromettere lo statuto materiale e sociale del loro permanere nel territorio. Queste forme incomplete di cittadinanza inficiano anche la possibilità di circolare liberamente in Europa, di diventare uno studente Erasmus senza compromettere il proprio percorso di vita, di poter saltare una sessione d’esame.

Sono vite ipotecate allo status documentale, sebbene abbiano oramai radici profonde e radicate sul territorio. Si chiama denizenship, e si caratterizza per un’approssimazione alla cittadinanza, che mantiene tuttavia un’alea di incertezza.

Si frazionano le generazioni, ma si accomuna l’esclusione e, di fatto, la coesistenza pluralista, la superdiversità negli spazi politici si attesta come costruzione di barriere, non come spazi reali di scambio di diritti.

Si tratta di quello che Andrea Brighenti ha chiamato un “provvisorio sociale” che trova una descrizione poetica nel nome dato ai cittadini messicani nati negli Stati Uniti non hanno mai ottenuto la cittadinanza: “The dreamers”.

Questa definizione racchiude il cinismo politico dello spazio reale di appartenenza alla società, vissuta in una dimensione quasi onirica, ma al contempo la tensione di desiderio di poter rendere meno instabile lo stare nella città, l’essere cittadini.

Credo che questa definizione ci racconti molto di quella esclusione e di come tutto questo non avvenga semplicemente nello spazio politico e sociale, ma sul corpo dei migranti o dei nuovi cittadini, di fatto, nativi, ma non sempre di diritto.

In questi giorni di accese discussioni parlamentari sulla possibile approvazione della legge che introdurrebbe (con molte restrizioni) lo ius soli nel nostro paese, è apparso evidente come questo tema rappresenti un nervo scoperto.

La violenza del dibattito, i toni adottati, il tenore degli scambi rendono necessaria una riflessione più ampia, che riesca a portare in luce le molte questioni ma anche i molti pregiudizi connessi al tema della cittadinanza; giuridica, ancorché sociale e politica.

Eppure, come sostiene Roberto Escobar, “Lo ius soli è il solo civile. Lo ius sanguinis è barbarico già nel nome (una sua teorizzazione entusiastica si può leggere nel Mein Kampf). Votare contro lo ius soli significa dichiarare la propria inciviltà”. L’attuale proposta di legge mantiene comunque una

Come scriveva Louis de Bonald, ripreso poi da Jacques Rancière ne “Il disaccordo”, alcune persone sono nella società senza essere della società.

Questo statuto era presente anche nella polis greca, declinato nel concetto di atòpos, colui che veniva di fatto escluso dalla partecipazione politica poiché non possedeva la parresìa, ossia la possibilità di parola.

Essere “della società” significa dare voce a quella diversità, sia in termini di scambio culturale, che di riduzione dei conflitti, questione con cui dobbiamo e dovremo sempre più fare i conti, così come nel resto dell’Europa.

Le sfide dei recenti attentati, infatti, aprono profonde ferite che (con rispetto e con cordoglio per le vittime) raccontano biografie di esclusione. Al contempo, la superdiversità, è da sempre stata risorsa fondamentale da cui attingere per la produzione e la riproduzione culturale e forse potrebbe essere davvero la chiave per conoscersi e riconoscersi.

Perché solo spostando lo spazio e il conflitto politico dai corpi ai saperi si può immaginare di superare queste barriere. Dalla cucina, alla musica, all’arte, il processo di ibridazione si manifesta come costante arricchimento, come somma anziché sottrazione di sguardi e di patrimoni a cui attingere.

La serata di Rosetta vorrebbe provare a riflettere su questo, su come costruire questi spazi di parole e di fruizione culturale comune, su come ricucire e ricostituire degli spazi di dialogo reali. Perché quei numeri ci raccontano che il nostro noi si basa su questo, è già ibridato, e non può che giovarsi di questo cambiamento. Parlare di cittadinanza significa declinare le dimensioni sociali, politiche e giuridiche, ma anche capire le sfide e le opportunità di vivere in una città meticcia.

Le migrazioni, soprattutto se stratificate nel tempo, modificano non solo le persone che viaggiano o che arrivano, ma anche i contesti che vengono attraversati, in molti casi con un arricchimento per tutti, ma anche con fatiche e costi sociali e politici.

Le etichette di “migranti”, “generazioni uno e mezzo”, seconde o terze generazioni, “nuovi italiani” descrivono persone che sono già parte del tessuto delle città, e ne determinano le geografie, i bisogni e le trame culturali, ma non sempre possono accedere alla pienezza della cittadinanza.

In particolare, il meticciato è storicamente considerato fonte e risorsa per il tessuto artistico e culturale, ma cosa c’è oltre alla retorica del pluralismo? Quali pratiche influenzano queste traiettorie metropolitane? Cosa accade a Milano, e più in generale in Italia?

La riflessione vorrebbe riunire le voci di alcuni esponenti di quelle generazioni che devono raccogliere identità molteplici e metterle a confronto. Come raccontarsi? Quali diritti esigere? Come demolire gli stereotipi? Come costruire città meticce? Quali sfide e fatiche impone l’Italia degli anni dieci? Quali contraddizioni permangono? Quali strumenti culturali possono essere attivati?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi che cercheremo di affrontare nel corso della serata in un luogo particolare come via Paolo Sarpi, come Otto, che ha sviluppato con ”Il Post il progetto editoriale “Nativi. Perché i processi di esclusione si fondano e si riproducono sempre più forti, e non sono e non possono essere la soluzione.

Perché il selciato ora pedonalizzato di via Paolo Sarpi, che è stato attraversato da quella conflittualità, ora racconta una città possibile, in cui l’ibridazione diventa processo di cambiamento, di conoscenza, di crescita. L’approccio non vuole essere di ingenuo utopismo buonista, ma di reale riflessione politica.

Per questo lo faremo con persone che sono state attraversate da queste vicende, e che oggi se ne possono fare portavoce. In particolare, Gabriella Kuruvilla, scrittrice, giornalista e pittrice; Marina Petrillo, senior editor di Open Migration, collabora con Il Post; Shi Yang Shi, attore e scrittore; Reas Syed, avvocato; Stefano Laffi, ricercatore sociale dell’agenzia Codici.

Perché rispetto allo ius soli, è necessario e importante, e indispensabile rovesciare l’adagio del Maggio ’68. Allora si diceva: Soyez réalistes / Demandez l’impossible. Oggi il cambiamento richiesto è molto meno radicale, ma dobbiamo divenire anche noi sognatori per poter chiedere il possibile, il minimo: il riconoscimento dello ius soli e dello ius culturae come base per rendere effettiva una condizione già esistente, una realtà che finché negeremo, saprà trovare forme più dolorose per farsi sentire.

Pubblicato su cheFare

 


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28 Giugno 2017

 

 

 

 

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