Aldo Agosti  
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ANTIFASCISMO E RESISTENZA




Aldo Agosti


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La prima domanda da porci è la seguente:  quando nasce l'antifascismo? L'antifascismo italiano nasce, come è abbastanza ovvio, con il fascismo stesso, e in questo senso è il primo antifascismo europeo. Questo gli dà una serie di responsabilità, vantaggi ma anche svantaggi. Forse la prima volta in cui si può vedere l'antifascismo come fenomeno tendenzialmente unitario è durante la crisi che segue il delitto Matteotti nel 1924. Ma l'esperienza di quel comitato di opposizione, che darà vita anche alla secessione dell'Aventino, cioè al ritiro dei deputati antifascisti dal Parlamento, avrà una vita breve. Tra il 1925 e il 1926 il fascismo rafforza la sua presa sulla società italiana, si trasforma rapidamente in regime. Da allora le difficoltà che l'antifascismo incontra si fanno via via più pesanti: sono difficoltà di collegamento e di radicamento nel paese, e riguardano tutte le forze dell'antifascismo, anche il partito comunista, nonostante questo resti il partito più organizzato e più presente rispetto alle altre forze, nella clandestinità e nell'emigrazione. 

Malgrado tutto, però, c'è e resiste un'Italia irriducibile al fascismo, sia pure frazionata e dispersa. C'è un tipo di ribellismo spontaneo, primitivo, delle classi popolari italiane che darà sempre del filo da torcere al regime. È una caratteristica storica di tutta la vicenda delle classi popolari italiane, che continua a persistere anche durante gli anni del regime. I processi del Tribunale Speciale, decine di migliaia di anni di galera e di confino comminati tra il 1926 e il 1943, sono una conferma di questa persistenza. C'è tutta una storia dell'antifascismo popolare che andrebbe ricostruita, e senza la quale in fondo non sarebbe possibile neanche spiegare la Resistenza, il sorgere di un antifascismo organizzato, come quello che poi si sviluppa negli anni della guerra. Questi germi di antifascismo popolare sono difficili da ricostruire, perché sono elementi di storia di classi che non scrivono, che non lasciano diari o testimonianze come fanno gli intellettuali. Ci sono sicuramente molti libri che ci parlano del travaglio sofferto, dei pensieri, delle vicende quotidiane di intellettuali, di studiosi, magari anche di borghesi non intellettuali ma di gente che è abituata ad affidare alla scrittura il proprio pensiero. Abbiamo invece pochissimi testi che arrivino a descriverci o ci aiutino a capire questo lungo viaggio delle classi popolari italiane attraverso il fascismo. Questa storia dell'antifascismo che ho chiamato 'ribelle e istintivo ' non coincide sempre con la storia dell'antifascismo organizzato e cosciente. 

Sui limiti dell'antifascismo italiano si è intrecciata negli anni una polemica che resta pur sempre ancora aperta. Al di là della polemica, bisogna dire che sono stati dati da una certa storiografia dei giudizi spesso ingenerosi, quasi arrivando a istruire un processo nei confronti dell'antifascismo per i limiti che dimostrò nei venti lunghi anni di regime. In realtà non c'è nessun processo da istruire, però si tratta di comprendere i limiti e le insufficienze di questa azione. Ci sono, bisogna ammetterlo, notevoli difficoltà di radicamento dell'antifascismo nella situazione italiana. Alcuni partiti, dopo l'offensiva delle leggi eccezionali promulgate dal fascismo nel 1926, scompaiono quasi del tutto. É il caso, per esempio, del Partito Socialista, che era il più grande partito popolare italiano, con un paio di centinaia di migliaia di iscritti, con un'influenza diffusa nei sindacati e nella rete delle amministrazioni locali, che letteralmente è spazzato via dalle leggi del 1926. Resiste certo radicata la sua tradizione, ma non può sostituire il vuoto organizzativo, che solo in parte è colmato dalla presenza comunista. 

Questi limiti dell'antifascismo in qualche modo si accumulano nell'arco del lungo periodo della dittatura,  ma vengono ancora più esemplarmente alla luce nella fase finale, quando cioè l'antifascismo dimostra di essere incapace, o quantomeno molto in ritardo, nell'inserirsi all'interno del processo di disgregazione del regime fascista innescato dalla seconda guerra mondiale. E' un ritardo storico che dovrà essere colmato e recuperato bruciando le tappe nel corso della Resistenza. Una delle grandezze, uno dei meriti storici della Resistenza è proprio quello di avere, nonostante tutto, colmato questo ritardo. 

Abbiamo parlato di limiti dell'antifascismo, però non sono da sottovalutare elementi di forza molto importanti. Nel corso delle battaglie contro il regime, nella fase dell'instaurazione della dittatura aperta dopo il delitto Matteotti, poi nell'opposizione clandestina, negli anni del cosiddetto regime reazionario di massa (come l'avrebbe ribattezzato poi Togliatti), si formarono, naturalmente nell'esilio, dei nuclei dirigenti dotati di una fermezza, di una ricchezza di esperienze quali il movimento democratico italiano non aveva mai conosciuto nel corso della sua storia, neanche negli anni del Risorgimento. Nascono tendenze, magari disperse e scollegate tra loro, che saranno destinate comunque a fare da argine alla penetrazione completa del fascismo nella società italiana. Viene alla luce in questi anni una leva di dirigenti di estrazione popolare che per la prima volta  si riconoscono più soltanto nello strato ristretto delle élite al potere che si erano avvicendate al governo dello stato italiano.  Questa nuova leva di dirigenti sarà la classe politica dirigente dell'Italia repubblicana. 

Il fascismo, come si sa, cade dopo le gravi e pesanti sconfitte militari, quando le truppe alleate sono già sbarcate sul suolo nazionale, in Sicilia. Cade, come dicevo, senza che vi sia nel suo processo di disgregazione un intervento diretto da parte dell'antifascismo italiano. Cade per effetto di un colpo di stato della monarchia. Scatta, al momento dello sbarco americano in Sicilia, un piano già elaborato dalla Corte e dagli alti gradi dell'esercito, a cui guarda con attenzione estrema anche la Chiesa cattolica. Si tratta, cioè, di un piano ordito o assecondato da quelle forze che erano le uniche che avevano mantenuto in qualche misura una certa autonomia all'interno dell'organizzazione totalitaria dello stato fascista, che erano riuscite a conservare una loro identità, una loro forza, una loro capacità di collegamento e di coesione all'interno della società italiana. È così che si arriva al colpo di stato del 25 luglio 1943, che è stato definito, con un'ironia peraltro del tutto giustificata, l'unica operazione militare portata a buon segno dall'esercito italiano nel corso della seconda guerra mondiale. Che cos'è il 25 luglio? È il tentativo di costruire un regime che assomiglia molto al regime fascista senza Mussolini, un governo di tecnici e di militari senza i partiti antifascisti, con l'appoggio diretto dell'organizzazione e degli alti gerarchi dell'esercito, della burocrazia dello stato e della gerarchia ecclesiastica. Questo disegno però non riesce fino in fondo, perché si è in realtà ormai innescato un processo che non è più controllabile, e che vede l'ingresso sulla scena politica, in forma autonoma e con la volontà di essere protagonisti, di masse popolari e di forze politiche che  ne esprimono i sentimenti e le aspirazioni. Questo non impedisce però che il processo di transizione dal fascismo alla democrazia repubblicana resterà segnato dall'ipoteca che viene posta il 25 luglio dalle forze moderate.

Il secondo tema su cui voglio ora soffermarmi è quello della seconda guerra mondiale, del ruolo dell'Italia, dell'antifascismo e del fascismo nella seconda guerra mondiale. La prima cosa che mi pare giusto sottolineare è che se guardiamo alla partecipazione italiana alla guerra, al coinvolgimento della società italiana nella seconda guerra mondiale, ci accorgiamo che mancano quasi del tutto quegli elementi, che pure c'erano stati nella prima guerra, di consenso, di entusiasmo, di partecipazione anche attiva di classi almeno medio-popolari, ma in una certa misura, all'inizio, perfino popolari. Questi elementi di partecipazione all'impresa bellica del fascismo mancano quasi completamente. Non abbiamo, nel corso della seconda guerra mondiale, quei fenomeni di volontariato, di spinta all'intervento che avevano interessato settori abbastanza vasti della società italiana tra il 1914 e il 1915.  Però, nello stesso tempo, non abbiamo nemmeno una opposizione attiva alla guerra. Abbiamo un atteggiamento diffuso di rassegnazione e di passività che coinvolge, per la maggior parte della durata del conflitto, le masse popolari italiane. Leggiamo documenti o testimonianze che possiamo rintracciare su questa fase della guerra, guardiamo per esempio quei documenti preziosissimi che sono le lettere dei soldati italiani caduti o dispersi in Russia. Le lettere sono state raccolte da Nuto Revelli e da altri. Molti di voi avranno visto lo straordinario spettacolo di Marco Paolini, che sceneggia Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Anche da questa rappresentazione teatrale emerge che da parte dei soldati italiani, che sono poi fondamentalmente dei contadini sradicati, strappati al loro lavoro e gettati nella guerra, manca la consapevolezza di quello che stanno facendo, manca un convincimento, una partecipazione attiva all'impresa. Ancor più che nel 1915-18, il loro è un mondo lontano, estraneo rispetto alle manifestazioni della propaganda fascista. 

Però questa guerra comincia a pesare e peserà in maniera sempre più drammatica sulla società italiana, in termini economici, sociali, in termini di restringimento estremo dei margini di esistenza fisica stessa delle classi popolari. E quindi, fenomeni di disgregazione, di malcontento, di distacco dal fascismo e dalla politica del regime cominciano a maturare, anche se più tardi di quanto ci si possa aspettare, non prima della metà del 1942. C'è un distacco, abbastanza evidente e pronunciato, che si manifesta nelle campagne, con fenomeni di insubordinazione passiva, di rifiuto, per esempio, di aderire alla politica degli ammassi. C'è l'intrecciarsi di una rete di solidarietà elementare all'interno del mondo contadino, che non si traduce ancora in manifestazioni di opposizione organizzata e attiva nei confronti del regime, ma che in realtà costituirà il retroterra della Resistenza.  Se nella campagna si ha questa situazione di sacche di insubordinazione passiva, è però soprattutto nelle città che si manifestano e prendono risalto, per la prima volta in maniera organizzata, fenomeni di opposizione concreta e attiva alla guerra fascista. C'è l'esperienza importantissima, non solo a livello nazionale, degli scioperi operai del marzo 1943, che sono la prima manifestazione di lotta dopo un silenzio quasi ventennale della classe operaia italiana, e sono anche la prima rilevante manifestazione di autonomia di classe che interviene all'interno della società europea occupata e invasa dalle armi naziste. 

L'importanza di questi scioperi non può essere sottovalutata. La loro portata è molto notevole e per le stesse forze antifasciste sono un segnale di incoraggiamento, uno stimolo per andare avanti, per riprendere l'iniziativa che era stata interrotta completamente nel corso della seconda guerra mondiale. Ora, si è molto discusso sulle caratteristiche di questi scioperi, sulla presenza al loro interno di elementi di consapevolezza politica e di organizzazione, o sulla preminenza, viceversa, di elementi di rivendicazione immediata, spontanea. Questo è stato un tema che ha appassionato una generazione di storici, nella quale io mi sono formato trenta o quarant'anni fa. Oggi  direi che è una questione abbastanza pacificata. È riconosciuto da tutti un intreccio fra elementi molto forti di spontaneità e di rivendicazioni immediate che nascevano da elementari esigenze di migliorare una condizione di vita terribile (gli scioperi del marzo 1943 prendono le mosse dalla richiesta di una indennità di 192 ore per lo sfollamento). Però al tempo stesso vi sono queste piccole isole di resistenza sopravvissute a lunghi anni di repressione, che sono generalmente, quasi esclusivamente, animate da militanti comunisti, che costituiscono il tessuto connettivo del movimento e che non solo permettono effettivamente a questo movimento di partire, ma poi riescono a tenerlo unito per alcuni giorni, a riorganizzarlo in una certa misura quando, per forza di cose, cessa, e così via. 

Nonostante questo, sarebbe sbagliato vedere negli scioperi del marzo 1943 una causa diretta della caduta del fascismo. Se mai, possiamo dire che gli scioperi sono un elemento che accelera il processo di disgregazione che è già in atto, ma non ne sono l'elemento decisivo. Sono elementi che intervengono all'interno di una situazione che si è già determinata nelle sue linee di fondo, che ha già prodotto il convincimento della inevitabilità della sconfitta da parte di gruppi determinanti e costitutivi del blocco di potere che prima si era raccolto attorno al fascismo e che gradualmente ora se ne distacca e ne prende le distanze. Sono, questi scioperi, certamente un fattore che accentua la consapevolezza della gravità della crisi, anche negli stessi elementi moderati che stanno agendo per questa presa di distanza: perché  sono la prova provata che il fascismo non riesce neppure ormai ad assicurare quel controllo sulla forza lavoro che bene o male era riuscito ad assicurare nel corso di tutto il ventennio. 

Nell'autunno del 1942 ci sono  segnali inequivocabili che la guerra è persa, o che comunque si avvia a una durata che la società italiana non è in grado di tollerare. D'altra parte è in quel momento che comincia la grande resistenza dell'Armata Rossa a Stalingrado, che l'offensiva tedesca si arresta e viene poi capovolta in una controffensiva che porta al ripiegamento delle forze naziste fino al centro dell'Europa. In quel momento si ha l'ingresso in forza degli Americani nel Mediterraneo e in Africa e anche qui il ripiegamento delle forze dell'Asse. È allora che si comprende che la guerra è decisa nelle sue linee di fondo. Durerà ancora quasi tre anni, che saranno certo tragici per i costi umani e sociali, però l'esito è già deciso: e questo è compreso abbastanza chiaramente dai diversi strati della società italiana. Tuttavia il momento decisivo di rottura non è questo, non è neanche il 25 luglio 1943, ma è l'8 settembre. 

È il momento in cui, appunto, mettendo in atto il progetto che era stato già sapientemente costruito, queste classi dirigenti italiane portano a termine lo sganciamento dal fascismo anche sul piano delle alleanze. Dopo il primo ambiguo proclama di Badoglio 'La guerra continua ', sono avviate le trattative per l'armistizio con gli Alleati e l'armistizio viene firmato il 3 settembre e poi in forma definitiva reso pubblico l'8 settembre 1943. Viene firmato da una classe dirigente che è assolutamente impari di fronte alle sue responsabilità. Si lascia l'esercito senza ordini e senza direttive, allo sbando, con un re - che aveva pesanti complicità, come ben si sapeva, nell'avvento e nel mantenimento al potere del regime - che abbandona la capitale, letteralmente scappa a Brindisi, rifugiandosi nel territorio controllato dagli Alleati. È quindi solo dopo l'8 settembre che nasce realmente in Italia una resistenza come fenomeno organizzato e come fenomeno armato. E' il frutto della confluenza di ufficiali e soldati sbandati e dell'afflusso di volontari civili dalle città e anche, in una certa misura, dalle campagne stesse e dalle zone di montagna in cui i patrioti si asserragliano. 

La Resistenza è un fenomeno europeo. Il suo quadro di riferimento è la seconda guerra mondiale, all'interno della quale la Resistenza prende corpo e si sviluppa a livello internazionale, a testimonianza di condizioni di sostanziale unificazione che venivano impresse da parte dell'occupazione nazista, che perseguiva il tentativo di costruire il nuovo ordine europeo in tutta le società del continente. La Resistenza europea, in alcune esperienze particolarmente forti, unitarie e combattive, ha dato vita a veri e propri eserciti di popolo, a forze che si pongono, già nel momento della lotta contro l'occupante, come centri di governo reale del territorio via via liberato.  ? la Jugoslavia il caso più significativo, certamente l'espressione più forte, più autonoma, più originale tra le Resistenze europee. Ora, in questo quadro quali sono le caratteristiche e le peculiarità nazionali della Resistenza italiana? Sono non di poco conto e molto importanti. Nella Resistenza italiana, a differenza della maggior parte delle altre Resistenze europee, c'è un intreccio assolutamente originale tra elemento militare ed elemento sociale, movimento nazionale di rivolta, mobilitazione unitaria in vista della cacciata degli eserciti invasori, ed elementi di classe, di lotta sociale. Questo è un intreccio originale, che si concreta poi a partire dall'inverno-primavera del 1944 nell'intreccio tra lotta armata e scioperi operai. Gli scioperi del marzo 1944 sono un esempio molto significativo. Questa connotazione è praticamente unica in Europa. Si ha un intreccio tra lotta armata,  propaganda e azione politica,  e agitazioni della classe operaia in lotta per i propri interessi, ma a quel punto ormai molto al di là delle proprie rivendicazioni elementari, con la presenza e l'intervento anche di movimenti di agitazione contadina nelle campagne. Tutto questo collegato a un centro unificatore che è quello dei Comitati di Liberazione Nazionale, i quali costituiscono anch'essi un'esperienza abbastanza anomala, quanto ad ampiezza, estensione e rappresentatività, nell'ambito della Resistenza europea. 

Questo fatto, va sottolineato, è un'eredità importantissima dell'antifascismo. Grazie all'ampiezza di questo arco delle forze rappresentate nei CLN, e grazie a un senso di responsabilità che indubbiamente va riconosciuto a tutte le forze politiche che partecipano a questo processo, nel corso della Resistenza italiana non ci sono fenomeni di lacerazione traumatica, di contrapposizione, che altrove diventa poi irrimediabile, tra le diverse forze in lotta. Questi sono fenomeni conosciuti ben chiaramente da altre Resistenze europee, da quella jugoslava prima di tutto, dove alcune delle forze moderate, quelle filo-monarchiche, che in un primo momento erano state partecipi della lotta antifascista, finiscono poi per collocarsi addirittura sull'altro fronte, quando la lotta popolare, la forza di espansione dell'esercito di liberazione di Tito assumerà un'incisività particolare. L'altro caso di una lacerazione drammatica e irrimediabile è quello della Resistenza greca, dove, a processo di liberazione del territorio nazionale sostanzialmente compiuto, si avrà una divisione profonda del movimento di liberazione su cui si innesterà facilmente la manovra delle forze armate angloamericane per ricostituire l'ordine, reinstaurare la monarchia e tenere sotto controllo le spinte più radicali della Resistenza. In Italia questo processo non avviene, anche se sappiamo ormai che vi furono, e vanno riconosciuti, momenti di attrito anche forte tra le formazioni partigiane, in particolari zone del territorio nazionale, ma nulla di paragonabile ai processi che prima ho descritto. 

Nel corso dell'intero processo della Resistenza riuscirà a essere mantenuta un'unità di fondo: questo è un elemento sicuramente di notevole forza, ma anche un po' un elemento di ambiguità, perché se c'è un minimo comune denominatore che riesce a unificare tutte insieme queste forze della Resistenza italiana - che è appunto la riconquista dell'indipendenza e della sovranità nazionale in un quadro di democrazia - non c'è però un'unità di fondo che vada al di là di questo minimo comune denominatore molto generico. È abbastanza sorprendente, facendo anche in questo caso il paragone con altre Resistenze europee,  che si  faccia fatica a trovare un documento che ci dia in maniera concisa e sintetica il  programma politico della Resistenza italiana. 

Un altro elemento che va ricordato, importantissimo per comprendere gli sviluppi futuri della storia italiana, e quindi del dopo Liberazione, è il carattere di minoranza del movimento della Resistenza in Italia, come d'altra parte, con le poche eccezioni della Jugoslavia e della Grecia, nella gran parte dei territori occupati dai nazisti in Europa. Molte volte, e credo con ragione, si è voluto, per ribadire e rivendicare i valori della Resistenza, controbattere le tendenze a restringerne la portata nella storia italiana. Questa è stata un'operazione sicuramente giusta che deve continuare ad essere fatta, avendo però la consapevolezza che la Resistenza è stata un movimento di minoranza. Un grosso movimento di minoranza, il più grosso, il più forte, il più unitario - con i limiti di ambiguità già richiamati -  movimento di minoranze attive e consapevoli che si sia mai manifestato nella storia d'Italia. Su questo non vi è alcun dubbio, anzi in questo caso il confronto con il Risorgimento non può non pendere tutto a favore della Resistenza stessa. Ma si tratta pur sempre di un movimento di minoranza, un movimento che non riesce a incidere in maniera maggioritaria all'interno della società italiana, e ad assicurarsi nel corso degli anni, dei venti mesi in cui si svolge, un consenso unanime, una partecipazione convinta e maggioritaria. Questo credo sia un fatto che deve essere riconosciuto, se non altro per capire poi il passaggio abbastanza rapido, che si compie nel giro di due o tre anni e che veniva condensato in una formula molto efficace del 'Ponte ' di Piero Calamandrei - 'dalla Resistenza alla desistenza ' - al lasciar cadere, al lasciar perdere, al ritornare a una serie di comportamenti che non erano stati scalfiti, se non in parte e non sino in fondo, da quel grande movimento che pure la Resistenza era stato. Possiamo invece partire da questo per riconsiderare la Resistenza, come si è fatto molto negli ultimi anni, sotto aspetti molto più vasti di quanto siano quelli della Resistenza armata. 

Per anni, la difficoltà di sostenere che la Resistenza sia stata un fenomeno di massa era accresciuta dal fatto che si continuava, da parte di chi la difendeva e tendeva, giustamente, a rivendicarne in pieno tutti i valori, ad esaurirla nella sua forma di fenomeno di lotta armata. La verità, come  è emerso sempre più da studi che sono andati più in profondità ad esplorare le pieghe della società, è che accanto alla Resistenza armata ci furono molte altre forme di resistenza, di opposizione, di non collaborazione, di sabotaggio, di consenso esclusivamente passivo e dissimulato nei confronti degli occupanti e del regime collaborazionista: fenomeni che vanno ricostruiti nella loro interezza e in tutte le loro sfaccettature, e che ci restituiscono un quadro molto più complesso. All'interno di questo quadro allora la dimensione eroica e di minoranza della Resistenza si attenua un po' e può essere considerata sotto un'altra luce.  Anche se poi deve essere chiara una cosa: che senza avere la forma armata la Resistenza non sarebbe stato quella che è stata, avrebbe contato infinitamente meno di quello che alla fine contò. Molte delle forme di 'resistenza senz'armi ' che ho richiamato, in realtà, diventano significativi e importanti perché e nella misura in cui affiancano e coprono la resistenza armata.

Un altro punto importante su cui insistere è che il processo di svolgimento della guerra, e di conseguenza della Resistenza, determina una spaccatura dell'Italia in due che riproduce una frattura che è già in parte ampiamente segnata dalle sue vicende storiche, dalle vicende del suo sviluppo economico, industriale e, in qualche misura, anche civile. Come sapete, lo sbarco degli Alleati spezza abbastanza presto, fin dall'estate del 1943, il paese in due, con una linea di divisione che si sposta dapprima più velocemente, poi molto molto lentamente. Dapprima si attesta poco a nord di Napoli: la linea Gustav,  i terribili bombardamenti e sofferenze della popolazione civile sulla linea del fiume Liri, al confine tra il Lazio e la Campania. Poi, poco dopo, si sposta più a nord, sulla linea Gotica, nell'Appennino tosco-emiliano. Si ha una divisione in due del paese anche dal punto di vista dei regimi politici, oltre che dello sviluppo e dei movimenti sociali. A Sud si ricostituisce il Regno d'Italia, prima a Brindisi e poi a Salerno, e il governo del Regno del Sud diventa il centro di raccolta di quelle forze che hanno portato avanti quel processo di sganciamento dal fascismo e concluso l'armistizio dell'8 settembre, con l'intenzione di restaurare un regime di carattere molto moderato, un fascismo senza Mussolini. All'interno del Regno del Sud prende forma la dialettica tra i partiti politici, anche i partiti politici antifascisti, finalmente ricostituiti e in grado di esprimersi alla luce del sole. È qui che si svolgeranno - benché spesso siamo portati a dimenticarlo, sbagliando - i processi decisivi dal punto di vista politico per il destino dell'Italia di quegli anni. È nel Regno del Sud, quindi nell'ambiente meno propizio a un rinnovamento profondo, perché la scena era dominata dalle forze che prima ricordavo. Mentre nell'Italia del Nord si svolgono certamente i processi più importanti dal punto di vista militare. 

Non è da sottovalutare il contributo anche militare della Resistenza alla liberazione del paese, benché naturalmente questa non sarebbe mai avvenuta senza l'avanzata degli eserciti alleati. Ma la funzione di appoggio e di azione dietro le linee esercitata dalla Resistenza fu indiscutibilmente - in Italia ma anche in Francia, come si è visto - un elemento tutt'altro che secondario e da sottovalutare. Ma, soprattutto, nel Nord Italia si sviluppano processi di radicalizzazione sociale, collegati a un'insubordinazione sempre più forte, sia nelle campagne che nelle città, agli scioperi, alle lotte operaie, alle lotte contadine. Nel valutare la portata di questi due processi così diversi, non dobbiamo dimenticare che all'interno dell'Italia del Nord esiste un altro protagonista: la Repubblica di Salò, la Repubblica Sociale. La Repubblica Sociale è certamente un governo che si regge solo grazie al sostegno tedesco, però non si può ignorare che, almeno nei primi mesi della sua esistenza, riesce anch'essa a costruire intorno a sé un certo consenso moderato, parallelo a quello che si sviluppa nel Regno del Sud. La ricerca storica più recente ha messo in evidenza questo aspetto, senza che per questo debba essere tacciata di revisionismo. Non possiamo dimenticare che facendo leva sui valori dell'onore, della fedeltà, del non venire meno alle alleanze, la Repubblica Sociale riesce a far presa su una parte pur minoritaria ma non trascurabile delle nuove generazioni. Una parte minoritaria, poiché poi le file dei partigiani furono ingrossate soprattutto da renitenti alla leva della RSI. 'I ragazzi di Salò ',  definizione di cui si è usato e abusato, anche con una certa tendenza - utilizzando il termine di 'ragazzi ' - al perdonismo, quasi a far pensare che non sapessero quello che facevano perché erano ragazzi,  erano effettivamente in parte anche convinti e sorretti da motivazioni autentiche, sbagliate naturalmente, nel combattere la guerra che combattevano. Quindi il ruolo della Repubblica Sociale e quel tanto di consenso che la circondò - imposto certo dalla forza dell'occupante, ma sorretto anche da altre motivazioni - permettono di affermare che quella che si combatte durante i venti mesi finali del conflitto, dall'8 settembre 1943 all'aprile 1945, fu una guerra che ebbe diverse connotazioni. 

Questa è un'acquisizione che possiamo ormai dare per scontata dalla storiografia dopo il bellissimo e importantissimo libro di Claudio Pavone uscito nel 1991 che si intitola 'Una guerra civile ' e il cui vero titolo originario era 'Saggio sulla moralità della Resistenza '. Quello che emerge con molta nettezza, e in modo convincente, dalla ricostruzione estremamente dettagliata, articolata, fondata  su una varietà straordinaria di fonti e su una grande sensibilità, da grande storico quale appunto è Claudio Pavone, è la natura composita della guerra che noi chiamiamo Resistenza. Giustamente la chiamiamo guerra di liberazione, perché una delle componenti fu sicuramente quella della guerra di liberazione nazionale, che fu percepita come tale, per esempio, dai primi militari che si mobilitarono nelle formazioni partigiane, o, viceversa, da quelli, il cui apporto è stato riconosciuto un po' tardivamente, che si rifiutarono di capitolare di fronte ai tedeschi e preferirono farsi internare piuttosto che prestare obbedienza e arruolarsi nella Repubblica di Salò.  Quindi questo elemento della guerra di liberazione nazionale sicuramente esiste. Accanto a questo, la presenza e il consenso, sia pure limitato, ma non trascurabile, che circondano la Repubblica Sociale ci permettono di parlare di una guerra civile. Non dobbiamo arretrare di fronte allo sconcerto che può suscitare questo termine. La Resistenza fu anche, a tratti, veramente una dura guerra civile. Le guerre civili non sono necessariamente un fattore negativo, anzi la storia insegna che molto spesso sono anche un fattore positivo nella crescita civile di un paese. Anche attraverso le guerre civili, attraverso cui sono passate l'Inghilterra come la Francia e altre nazioni, si realizzano i progressi nella storia di un paese. E poi, intrecciata, naturalmente, ma non coincidente con quest'aspetto e della guerra di liberazione e della guerra civile, vi fu un elemento di guerra di classe, che fu particolarmente presente nelle grandi fabbriche, dove fu più organizzato politicamente e quindi anche più inquadrato e controllato dai partiti di massa, e nelle campagne, soprattutto in quelle campagne   - pensiamo in particolare a quelle dell'Emilia Romagna e alle zone mezzadrili della Toscana o dell'Umbria - dove aveva spadroneggiato lo schiavismo agrario del fascismo. Questa connotazione composita della Resistenza a me sembra un fatto assodato, dal quale dobbiamo partire per ogni ulteriore riflessione anche sugli sviluppi successivi.

Non mi intrattengo più, per non rubare tempo al dibattito, sulle dinamiche più propriamente politiche della Resistenza, né sull'inesausto e sempre discusso problema della svolta di Salerno, dell'iniziativa presa da Togliatti al suo ritorno in Italia, se e quanto questa iniziativa fosse dettata esclusivamente dai disegni della politica estera sovietica, se corrispondesse invece anche a un'elaborazione autonoma, se e in che misura abbia sbloccato una situazione di stallo che stava diventando estremamente pericolosa, se viceversa non abbia anche comportato dei prezzi molto alti da pagare in termini di legittimazione della continuità di uno stato e di una monarchia profondamente screditati. Questi sono forse i punti per molti anni più conosciuti e più dibattuti sul tema della Resistenza. Io non ci torno, se non per dire una cosa che è assolutamente centrale e non va dimenticata. La Resistenza è un pezzo della seconda guerra mondiale. La seconda guerra mondiale prefigura già, e nello scontro delle due opposte coalizioni e nelle alleanze all'interno di quella poi vincente, tutti i contrasti e le contraddizioni che si manifesteranno poi nel dopoguerra. Quindi la collocazione all'interno di uno schieramento internazionale è un elemento ineliminabile nella dinamica della seconda guerra mondiale. Da dove ti trovi, dipende il tuo destino. Questa è una cosa scritta fin dall'inizio, o perlomeno fin dal momento in cui diventa chiaro che, con l'ingresso degli Stati Uniti in guerra, le sorti del conflitto possono essere capovolte e alla fine arrideranno agli Alleati. L'Italia non è solo un pezzo di questo ingranaggio, ma è il primo teatro in cui concretamente si sperimenta questa collisione di sfere d'influenza. L'Italia è il primo paese europeo ad essere occupato dagli eserciti angloamericani, e quindi le sue sorti diventano assolutamente decisive all'interno di quella che già si delinea come una dinamica non ancora conflittuale, ma comunque sicuramente competitiva, nel controllo delle rispettive sfere d'influenza che si vanno delineando, dei due grandi schieramenti che poi combatteranno quella guerra, fortunatamente non combattuta, che è stata la guerra fredda.

 


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08 Aprile 2015

      Tra il 1925 e il 1926 il fascismo rafforza la sua presa sulla società italiana, si trasforma rapidamente in regime. Da allora le difficoltà che l'antifascismo incontra si fanno via via più pesanti

 

 

 

 

      Ci sono sicuramente molti libri che ci parlano del travaglio sofferto, dei pensieri, delle vicende quotidiane di intellettuali, di studiosi, magari anche di borghesi non intellettuali ma di gente che è abituata ad affidare alla scrittura il proprio pensiero

 

 

 

 

 

      Si formarono, naturalmente nell'esilio, dei nuclei dirigenti dotati di una fermezza, di una ricchezza di esperienze quali il movimento democratico italiano non aveva mai conosciuto nel corso della sua storia, neanche negli anni del Risorgimento

 

 

 

 

       Il 25 luglio è il tentativo di costruire un regime che assomiglia molto al regime fascista senza Mussolini, un governo di tecnici e di militari senza i partiti antifascisti, con l'appoggio diretto dell'organizzazione e degli alti gerarchi dell'esercito, della burocrazia dello stato e della gerarchia ecclesiastica

 

 

 

      Non abbiamo una opposizione attiva alla guerra. Abbiamo un atteggiamento diffuso di rassegnazione e di passività che coinvolge, per la maggior parte della durata del conflitto, le masse popolari italiane

 

 

 

 

      Un distacco, abbastanza evidente e pronunciato, che si manifesta nelle campagne, con fenomeni di insubordinazione passiva, di rifiuto, per esempio, di aderire alla politica degli ammassi. C'è l'intrecciarsi di una rete di solidarietà elementare all'interno del mondo contadino, che non si traduce ancora in manifestazioni di opposizione organizzata e attiva nei confronti del regime, ma che in realtà costituirà il retroterra della Resistenza

 

 

 

 

      Sarebbe sbagliato vedere negli scioperi del marzo 1943 una causa diretta della caduta del fascismo. Se mai, possiamo dire che gli scioperi sono un elemento che accelera il processo di disgregazione che è già in atto, ma non ne sono l'elemento decisivo

 

 

 

       La Resistenza europea, in alcune esperienze particolarmente forti, unitarie e combattive, ha dato vita a veri e propri eserciti di popolo, a forze che si pongono, già nel momento della lotta contro l'occupante, come centri di governo reale del territorio via via liberato.  ? la Jugoslavia il caso più significativo, certamente l'espressione più forte, più autonoma, più originale tra le Resistenze europee

 

 

 

      La Resistenza è stata un movimento di minoranza. Un grosso movimento di minoranza, il più grosso, il più forte, il più unitario  movimento di minoranze attive e consapevoli che si sia mai manifestato nella storia d'Italia. Su questo non vi è alcun dubbio, anzi in questo caso il confronto con il Risorgimento non può non pendere tutto a favore della Resistenza stessa