Giancarlo Consonni  
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COSCIENZA DEI CONTESTI COME PROSPETTIVA CIVILE


Commento a La forza del contesto di Andrea Carandini



Giancarlo Consonni


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Fino agli sviluppi maturi della modernità, habitat e comunità sono stati da sempre un binomio inscindibile e contesto ha da sempre significato vincoli, legami, relazioni. Con due facce: vantaggi ma anche obblighi, cooperazione ma anche controllo, solidarietà ma anche condizionamenti (palesi e nascosti).

Con la nascita della folla e dell'anonimato entro il corpo della città - il riferimento alla Parigi di Baudelaire è d'obbligo -, la condizione che aveva fatto dire nel Medioevo "l'aria delle città rende liberi" ha conosciuto un sostanziale rilancio con un cambiamento significativo, che si può sintetizzare così: "l'aria delle città rende liberi anche dai controlli e dai condizionamenti della comunità". Si è trattato, sotto molti aspetti, di un avanzamento a cui è intimamente intrecciato l'affermarsi della democrazia moderna; ma il passo avanti ha anche finito per alimentare equivoci sul tema della libertà.

Alla conquista/tutela della libertà degli individui si sono accompagnati due processi: da un lato, la tendenza a liberarsi da ogni obbligo, compresi quelli che garantivano il rinnovarsi delle condizioni basilari della vita individuale e collettiva (riproduzione delle risorse, cura dell'habitat, sicurezza ecc.); dall'altro, la conquista progressiva della totale libertà di azione da parte dell'iniziativa economica capitalistica che, nella sacrosanta liberazione degli individui da costrizioni e condizionamenti, ha trovato una maschera e un lasciapassare. A un certo punto, legami e valori che hanno da sempre plasmato l'habitat e sostanziato il processo di civilizzazione sono potuti apparire come antiquati e come ostacoli da rimuovere; da cui la libertà di disfare i contesti: il via libera alla manomissione di città e paesaggi. In tutto questo le conquiste tecnologiche nei trasporti e nelle telecomunicazioni (tutt'ora in potenziamento) hanno fatto da lievito privilegiando i rapporti a distanza a scapito dei rapporti di prossimità. I luoghi hanno perso gran parte del principio che li costituiva: il loro essere entità complesse che avevano nell'abitare la matrice.

Per gli abitanti delle metropoli si è venuto definendo un destino da sradicati, mentre la corsa alla libertà indiscriminata ha finito per incontrare il suo limite nell'insostenibilità degli esiti (disastri ecologici, lacerazioni nel tessuto sociale, crisi delle città e della qualità urbana dei luoghi, insicurezza, dilagare della bruttezza ecc.).

Eppure vi è chi si esalta di fronte a tutto questo e lo celebra. Il "Fuck the context" di Rem Koolhaas, per fare un esempio, non è solo uno slogan (acclamato da critici che hanno perso la bussola): è, a suo modo, un'interpretazione dello spirito del tempo in cui ci è dato di vivere. Sta piantato come una bandiera sui risultati conseguiti dalla modernità nei suoi sviluppi maturi: un cumulo dove le conquiste sono mescolate alle macerie (costituite non solo dalle preesistenze aggredite perché se ne misconoscono qualità e valori, ma anche da un nuovo che, nonostante il luccichio, ha i tratti del rigor mortis).

Giunge così quanto mai opportuno il libro di Andrea Carandini, La forza del contesto (Laterza, Roma-Bari 2017). Nel dare conto della rivoluzione che si è compiuta nell'ambito dell'archeologia per l'affermazione di una conoscenza contestualizzante, l'autore, che di quella rivoluzione è stato un protagonista, sa indicare i fili che intercorrono tra i saperi consolidati in discipline e il reale divenire del mondo. Con argomentazioni stringenti, il grande archeologo porta in evidenza come, nel disfarsi dei contesti e dei paesaggi, siano da mettere in conto anche le responsabilità di chi, da produttore o da fruitore di "ricerca", accetta e avvalora divisioni del sapere che rinunciano in partenza a mettere in luce l'humus e i legami da cui hanno trovato alimento e significato le opere: quelle eccelse e le infinite altre non meno importanti nella configurazione dei quadri ambientali e nel definirsi dei modi di vivere, individuali e collettivi.

A ragione, Carandini insiste sui guasti che, soprattutto in passato, sono stati compiuti negli scavi archeologici in cui la ricerca esclusiva di ritrovamenti eccelsi (monumenti o oggetti da esporre in un museo) era la regola. Questa modalità scellerata ha fatto piazza pulita di vaste testimonianze di cultura materiale, che, invece, se scientificamente rilevate, catalogate e conservate, avrebbero potuto fornire elementi preziosi per una ricostruzione stratigrafica delle relazioni contestuali. Le perdite sono incalcolabili.

L'autore non manca di mostrare il suo debito per le esperienze pilota di Nino Lamboglia negli scavi di Albintimilium (Ventimiglia) e di Apurias in Spagna che hanno portato a una svolta, ovvero all'instaurarsi di una ricerca archeologica innovativa avente nella ricostruzione dei contesti l'obiettivo primo. Carandini ha saputo farne tesoro con sviluppi e affinamenti ulteriori, che a loro volta hanno fatto scuola.

Nel dare conto sinteticamente di alcune ricerche compiute sul campo e su cui si è venuta strutturando la profondità dello sguardo dell'autore, il libro è, a suo modo, anche un'autobiografia. Un coronamento di questo vasto lavoro di indagine è l'Atlante di Roma antica (2 voll. Electa, Milano 2012) curato da Carandini con Paolo Carafa e ora disponibile anche in inglese in un'edizione aggiornata (The Atlas of Ancient Rome, Princeton University Press, 2017): un'opera straordinaria che punta sulla messa a fuoco non solo dei monumenti ma del tessuto urbano e dell'urbs nel suo insieme, avvicinando quanto più possibile la vita della civitas.

 

Il volume è costellato anche di altre polemiche, tanto pungenti quanto puntuali. Tra i bersagli c'è una storia dell'arte che limita l'orizzonte conoscitivo alle opere in sé. È il medesimo approccio che contraddistingue la concezione del museo come mera raccolta di opere d'arte (sia pure di valore) e che ha accreditato smembramenti, sradicamenti, decontestualizzazioni. Sospinta dal vento impetuoso dello spirito del tempo, una simile impostazione si è andata estendendo alle istituzioni e all'intero quadro sociale. La si ritrova, fra l'altro, nel modo di concepire e guidare le Soprintendenze. Come anche nella pianificazione territoriale, dove è abituale la disattenzione non solo alle trame storiche ma anche al patrimonio culturale, ai nutrimenti e ai legami in evoluzione che rendono i contesti vitali. Quanto intravisto da Karl Marx - il mondo come "immensa raccolta di merci" - si è ormai fatto paesaggio abituale in molte parti del pianeta. E insieme forma mentis diffusa. Il che rende quanto mai ardua l'impresa di invertire la tendenza.

Ben consapevole della posta in gioco, Carandini non si sottrae al compito di indicare una via d'uscita, insieme scientifica e civile: la riconquista di una "coscienza dei contesti":

La coscienza dei contesti, un tempo spontanea e vitale, si è andata affievolendo con la modernità, per la quale la storia è un fastidio, come pure per la speculazione edilizia, sicché oggi dobbiamo riscoprire questi insiemi nel loro valore in quanto essenze materiali complesse e in metamorfosi, viventi lungo archi di tempo anche lunghissimi. (p. 7)

Da qui un'indicazione elementare quanto decisiva: "Il contesto è il terreno comune in cui tutte le specializzazioni possono ritrovarsi, come in un'unica agorà" (p. 16). Si tratta di una prospettiva insieme conoscitiva e politica, che presuppone un movimento opposto alla diaspora che, soprattutto dagli anni settanta del secolo scorso, ha portato al rifugio negli specialismi. Con il risultato che la cosiddetta "ricerca" ha trascurato di occuparsi dei nodi cruciali della convivenza civile.

Detto tra parentesi, le questioni che percorrono il libro sono sostanzialmente le stesse che si pongono nella formazione e nella professione di architetti e urbanisti, dove perdura di fatto la rimozione del tema dei luoghi e dei paesaggi e l'esclusione di pratiche conoscitive volte a metterne in luce caratteri, qualità, potenzialità di senso dei manufatti nelle loro relazioni contestuali. Alle storie dell'architettura che si sono disinteressate degli insediamenti, della città e dei paesaggi hanno così corrisposto pratiche narcisistiche ed esibizioniste dell'architettura. Certo: alla cultura universitaria e a quella professionale non si possono addossare tutte le colpe di quanto accade nel mondo. Quel che fa specie è il pedissequo allinearsi alle pratiche travolgenti che devastano i contesti.

 

Nella seconda parte il volume dà conto di ulteriori avanzamenti e arricchimenti che l'autore ha conosciuto da quando (2013), con l'assunzione della presidenza del FAI (Fondo Ambiente Italiano), gli si è aperto uno scenario a tutto campo. Avendo a guida il modello inglese del National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty, il FAI guidato da Carandini si sta facendo promotore di una concezione feconda del monumento come "fulcro" del paesaggio in cui è inserito. Una impostazione che parrebbe ovvia sul piano teorico, ma che si presenta irta di resistenze e ostacoli ove se ne voglia fare un principio operativo. Dall'osservatorio del FAI, La forza del contesto può spingersi così sul terreno del che fare, indicando alcune strade per la messa in atto di azioni di difesa e valorizzazione che dal bene singolo si estendono ai luoghi e ai paesaggi.

Non casualmente il libro si chiude con un bellissimo commento all'enciclica Laudato si' di Francesco vescovo di Roma. Riporto qui solo un passaggio, lasciando il resto al piacere del lettore:

Secondo il papa, è nobile aver cura del creato anche attraverso piccole azioni quotidiane, se inserite in uno stile di vita nuovo. […]

L'ambiente è uno dei beni comuni che i meccanismi del mercato e della rendita non sono in grado di difendere e di promuovere. La politica, l'economia e la tecnologia devono essere posti al servizio della vita, in un modello di sviluppo basato su un rallentare capace di incanalare energie verso una più ampia concezione della qualità della vita e di sfuggire al consumismo: modo di vivere che si è rivelato distruttivo.

 

Giancarlo Consonni

 

 

 

N.d.C. - Giancarlo Consonni è professore emerito di Urbanistica al Politecnico di Milano dove dirige, con Graziella Tonon, l'Archivio Piero Bottoni che ha contribuito a fondare.

Tra i suoi libri: L'internità dell'esterno. Scritti su l'abitare e il costruire (Clup, 1989); con L. Meneghetti e G. Tonon (a cura di), Piero Bottoni. Opera completa (Fabbri, 1990); Addomesticare la città (Tranchida, 1994); Dalla radura alla rete. Inutilità e necessità della città (Unicopli, 2000); con G. Tonon, Terragni inedito (Ronca, 2006); La difficile arte. Fare città nell'era della metropoli (Maggioli, 2008); La bellezza civile. Splendore e crisi della città (Maggioli, 2013); Urbanità e bellezza. Una crisi di civiltà (Solfanelli, 2016).

Per Città Bene Comune, ha scritto: Un pensiero argomentante, dialogico, sincretico, operante (2 giugno 2016), commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015); Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare (13 gennaio 2017), commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

09 FEBBRAIO 2018

 

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, il paesaggio e la cultura del progetto urbano, paesistico e territoriale

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

powered by:
Istituto Naz. di Urbanistica

 

 

Le conferenze

2017: Salvatore Settis
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Gli incontri

2013: programma/present.
2014: programma/present.
2015: programma/present.
2016: programma/present.
2017: programma/present.

 

 

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2017: Edoardo Salzano

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017: online/pubblicazione
2018:

P. Ceccarelli, Rappresentare per conoscere e governare, commento a: P. M. Guerrieri, Maps of Delhi (Niyogi Books, 2017)

R. Capurro, La cultura per la vitalità dei luoghi urbani, riflessione a partire da: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2017)

L. Ciacci, Il cinema per raccontare luoghi e città, commento a: O. Iarussi, Andare per i luoghi del cinema (il Mulino, 2017)

M. Ruzzenenti, I numeri della criminalità ambientale, commento a: Ecomafie 2017 (Ed. Ambiente, 2017)

W. Tocci, I sentieri interrotti di Roma Capitale, postfazione di G. Caudo (a cura di), Roma Altrimenti (2017)

A. Barbanente, Paesaggio: la ricerca di un terreno comune, commento a: A. Marson (a cura di), La struttura del paesaggio (Laterza, 2016)

F. Ventura, Su "La struttura del Paesaggio", commento a: A. Marson (a cura di), La struttura del paesaggio (Laterza, 2016)

V. Pujia, Casa di proprietà: sogno, chimera o incubo?, commento a: Le famiglie e la casa (Nomisma, 2016)

R. Riboldazzi, Che cos'è Città Bene Comune. Ambiti, potenzialità e limiti di un'attività culturale

 

 

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