Carlo Olmo  
  casa-della-cultura-milano      
   
 

DOBBIAMO TROVARE UN NUOVO ATTICUS FINCH?


Riflessioni sul presente e il futuro dell’università



Carlo Olmo


altri contributi:



  carlo-olmo-atticus-finch.jpg




 

Suggerire che esista un’accademia simile all’invenzione di Atene, per riprendere una riflessione che da Nicole Loraux ci porta a François Hartog, è un sogno ricorrente. Loraux con grande intelligenza lega quell’invenzione all’orazione funebre tenuta per commemorare i grandi eroi. La riprenderà anche André Malraux, il 1° settembre 1965, per mitizzare Le Corbusier. Forse, però, oggi la nostra università non è più quella. Oggi a segnare un cambiamento molto profondo nel corpus accademico è il mutamento antropologico del docente universitario. Un cambiamento che si realizza in tredici, quattordici anni e che ci restituisce una figura (e una professione) molto mutata. Una mutazione che non riguarda più l’antico e falso dilemma delle due culture di Snow che l’articolo, splendido e melanconico, di Ivano Dionigi (“la Repubblica”, 7 giugno 2021) sembra rilanciare.

Il primo compito dell’università, per missione oltre che per importanza, è la didattica. Quando si conclude nel marzo del 2007, con il decreto ministeriale riguardante le lauree magistrali, il lungo iter della riforma universitaria iniziata nel 1999 non si immaginava certo che quel decreto non solo sarebbe stato disatteso dalla quasi totalità delle sedi universitarie, ma che sarebbe diventato l’oggetto prediletto di lazzi, frizzi e caricato di ogni colpa. Un provvedimento che dà luogo ad un’autentica fiera delle vanità e alle più fantasiose variazioni (altro che quelle che il povero Bach inventa per Goldberg), oltre che alla frammentazione del ciclo di studi in laurea triennale e laurea magistrale (il cosiddetto “3+2”), la cui unica differenza con la laurea a ciclo unico è che arrivati al terz’anno c’è un portfolio, una tesina o semplicemente una valutazione che ammette alla laurea prima specialistica, poi magistrale. Girando l’Italia – io lo feci in quanto presidente della Conferenza dei presidi di architettura – il "3+2" lo vidi accompagnato, a scelta, da un corso a ciclo unico, da lauree triennali che… 'morivano' lì, da lauree magistrali senza la definizione dei prerequisiti per accedere a un esame di ammissione che la legge chiedeva e che non si realizzava quasi mai. Non solo, ma in ogni Facoltà destinata a qualsiasi formazione si desse vita, prendevano forma altri due processi, già in atto. Il primo, e più antico, nasceva formalmente dall’obbligo europeo di definire i crediti (un credito valeva venti ore). I famosi IECTS definiti da una legge, quella del 1989 che era stata, ed è sfruttata, nel più meraviglioso parco-giochi che voi possiate immaginare. In altre parole, pur di non affrontare il nodo del ciclo unico, venne e viene scelta la strada dei todos caballeros.

Vennero così istituiti corsi di un credito; semi-semestri con corsi di sei ore a settimana per cinque settimane con relativi esami; corsi in cui (questo soprattutto a medicina) tre, quattro docenti, ciascuno con un credito a testa, gestivano e gestiscono insegnamenti sino ad allora persino annuali. La fiera aveva come scopo quello di accontentare più aspiranti a essere chiamati "professori", quello di gratificare l’orgoglio se non portafoglio e mantenere un precariato sempre più diffuso (e anziano). Un mix che diventa esplosivo quando questo meccanismo venne incentivato dalla legge sullo sdoppiamento dei grandi atenei e dalla legge sull’autonomia universitaria (1999-2000). La conseguenza fu la moltiplicazione non solo dei docenti, ma delle sedi. Si determinò così un “turismo” accademico a dir poco grottesco, con sedi universitarie dove i docenti passavano e gli studenti stanziavano, spesso senza biblioteche, laboratori, persino svernando in aule precarie! Con perle aggiuntive, tra cui una che rese tutta questa materia ben presto ingestibile: i concorsi locali a tre idonei. Al di là della progressione di carriera, ridotta prima a due idonei e poi riportata all'origine in sede nazionale, a sostituirla fu l’invenzione di un’Abilitazione Nazionale completamente scollegata dal numero dei posti che gli Atenei potevano programmare. Oggi, questa è diventata un’area parcheggio che va crescendo a dismisura ad ogni tornata che si conclude, con l’inevitabile farsa di abilitati all’insegnamento come professori associati che concorrono per un posto di ricercatore a tempo determinato (quelli che si chiamano ricercatori di fascia A).

Il problema della formazione degli studenti subisce però il colpo definitivo con l’abolizione delle Facoltà nel 2010 condita dalle peggiori retoriche: in primis quella dell’unità di didattica e ricerca che i dipartimenti avrebbero dovuto garantire seguendo la logica allora imperante del risparmio di scala ottenuto unificando Facoltà e Dipartimenti. In realtà, il tampone rappresentato dalla costituzione delle Scuole andò configurandosi come un organo privo di reale potere, aumentando il livello di confusione istituzionale che si è tentato di risolvere percorrendo una strada antica. Se la complessità è troppo grande allora interviene l’autorità. E i poteri che hanno oggi Rettore e Consiglio di amministrazione ne sono lo specchio più trasparente. Il risultato più diffuso è che la prima missione dell’università, la didattica, non interessa che per affermare un certo potere, per offrire una carta da visita con cui un professionista si può presentare come “Prof”. Come si insegna, con che risultati, con quanti allievi formati, con quali profili non interessa a nessuno.

D’altronde la ricerca, la seconda missione, ha subito trasformazioni egualmente profonde. Nel tentativo di rendere oggettiva una “cosa” che non potrà mai essere tale, la responsabilità nel reclutamento di nuovi docenti, si è stravolta la logica complessiva della valutazione. Questo anche istituendo L’Agenzia Nazionale di Valutazione Universitaria (l’Anvur) che in quindici anni ha modificato in maniera radicale la stessa concezione di produzione scientifica. Due soli esempi che impattano tantissimo sull’antropologia del docente: la natura procedurale delle valutazioni (che dovevano e devono rispondere a regole definite da algoritmi, in quasi ogni fase delle procedure) e la riduzione del “prodotto scientifico” a un monotipo, per di più in una mono sotto-lingua, l’inglese, di cinquecento parole: l’articolo. Aiutati da multinazionali della valutazione che definivano l’impact factor di una pubblicazione sulla base di dati procedurali e delle citazioni, sin quando non apparve chiaro come facilmente potevano essere manipolate, questa scelta eliminò tre piani fondamentali dalla ricerca universitaria: il tempo, sostituito dalla frequenza degli articoli (che poi siano gli stessi rivisti poco importa), la responsabilità (l’esaltazione dell’articolo a più mani), la qualità cui si contrappone il garantismo (si cerca ad esempio la garanzia del valore attraverso la blind peer review, la formazione di comitati scientifici che difficilmente operano, con call formalmente aperte a tutti). Neanche la ricezione viene considerata, quella che in termini semplici si chiama reputazione e che tanti studiosi francesi e americani stanno studiando almeno dall’inizio del nuovo millennio.

Il risultato è dirompente. Stiamo riempiendo l’università di riviste in categoria A (in Italia ne abbiamo forse più che tutta l’Europa: almeno una non si nega a nessuno, perbacco!) perché l’iniziale sforzo di definire una soglia massima, proporzionale al riconoscimento dei ricercatori nei diversi settori e regole per uscire (e non solo entrare) in quella categoria, mai ha avuto un seguito concreto. Non solo. Si stanno riempiendo le università di pubblicazioni a fini non solo utilitaristici (poter avere i numeri per entrare in una commissione di ASN, in un dottorato, in un Senato accademico) ma di esiti non maturati nel tempo, non discussi prima della pubblicazione, non misurati sui loro esiti (non tanto sul loro trasferimento tecnologico e sociale). E questa sarebbe un’università pubblica… Ricercatori affamati di nuove occasioni di pubblicare l’ennesimo articolo – che non potrà che essere “locale o localistico”, “iperspecializzato”, senza una reale personale responsabilità – si muovono sempre più ad di fuori delle mura di quelle che chiamiamo Scuole in cui non si svolgono più le due funzioni fondamentali: didattica e ricerca. E non solo la DAD ha terribilmente aiutato questo svuotamento, perché ad aiutarlo concorrono due fattori esterni: il primo è il progressivo sparire di case editrici come committenti di studi, il secondo è la dipendenza, ormai passata dagli studenti ai professori, dai dispositivi elettronici, con una ferita ancor più grave alla natura sociale e scientifica del lavoro universitario: la non educazione alla critica delle fonti e la sostituzione del dialogo tra docenti e tra docenti e allievi con, sms, mail, webinar e quant’altro che a tutto servono tranne che a un vero confronto.

Ma a definire il mutamento antropologico del docente manca un'ultima dimensione, la terza missione, che sta diventando invasiva. Atterriti dai tribunali amministrativi, che da organi di verifica della correttezza degli atti sono diventati sempre più tribunali di merito, da un sistema che deve trovare legittimazione alla sua esistenza in ragioni sempre più distanti da quelle su cui si fondava l’università humboltiana, i docenti universitari sono ormai sommersi di “compiti” non solo gestionali (da riunioni per preparare altre riunioni sino al paradosso di fare corsi sulla sicurezza o sul politically correct), ma soprattutto sono chiamati a elaborare piani per ogni possibile “attività”! Così il docente universitario deve compilare piani (strategici, di certificazione dei corsi di laurea, di dottorati sempre meno riconoscibili) che nessuno guarderà mai e che non porteranno a nessun cambiamento, deve dare forma a progetti europei con regole molto più che bizantine che consumano un tempo infinito, mentre attorno a lui crescono nuclei di valutazione di quasi ogni singolo atto, di cui si vuole solo conoscere la correttezza formale.

Qualcuno ha mai pensato di andare a veder cosa e come si insegna, o cosa si studia in un dipartimento, a verificare chi c’è realmente e cosa sta fornendo alla sua comunità scientifica e aprire un dialogo con entrambi? Certo si è inventato anche il piano strategico di dipartimento, ma è solo l’ennesimo documento privo di reali conseguenze.

Una mutazione antropologica così profonda non si rovescia in pochi anni, né invocando i sacri numi tutelari di tutti noi! Certo, si potrebbero cancellare quasi tutte le norme che regolano la vita universitaria dal 2007 per consentire al docente universitario di osservare i suoi unici doveri: insegnare aggiornandosi nei contenuti e nei metodi e studiare ragionando non come il topino di Pavlov. Ma forse è solo una proposta utopica. Non sarebbe utopico invece inserire nell’organizzazione universitaria una struttura organizzativa e tecnica che provveda, sicuramente meglio di improvvisati docenti universitari, alla stesura di programmi di ricerca (europei o meno), alla sicurezza, al funzionamento della macchina universitaria, all’acquisizione di nuove attrezzature, evitando lo sdoppiamento dei compiti e anche dei controlli. Strada oggi ancor più difficile per la scorciatoia che si è presa rispondendo alla complessità crescente con l’autorità se non con l'autoritarismo.

Pascal scrive nei sui Textes inédits, dopo aver criticato la concezione del sapere di Aristotele e Montaigne, ”Et il ne dit rien (Montaigne) de son essence, ni de son origine, ni de sa nature, et c’est ce qu’on veut savoir”. Forse noi a quest’antropologia tutta tesa a garantirsi, a inventare nuove procedure che ne legittimo l’esistenza, dovremmo porre quella domanda pascaliana, essenziale per legittimare il significato stesso del nostro rimanere in una Scuola universitaria: e forse allora potremmo non seguire Pascal nel suo pessimismo. O forse basterebbe esercitare quell’autocritica che è più che bandita dall’università e sostituita dall’affanno a salire posizioni in ranking sempre più numerosi, come se questi ci mettessero al riparo dal dover affrontare… il buio oltre la siepe che sono (ed è il loro fascino) ricerca e formazione. Già rendersi conto che l’antropologia di chi ormai “frequenta” le università è davvero mutata e non procede certo nella direzione di far crescere lo spirito critico (a partire dalla critica alle fonti) e la capacità di conoscere l’entering knowledge dei nostri sparpagliati saperi, che già nel 2008 la Commissione Europea chiedeva come primo compito al suo sistema universitario, sarebbe un passo importante. Non solo per noi. Questo perché noi professori universitari educhiamo le nuove generazioni. Se queste ci vedono manipolare in continuazione tablet o Ipad, trasferire informazioni e dialogo su quei supporti abbandonando la vitalità delle relazioni umane che si instaurano in aula e la profondità della conoscenza acquisita con lo studio quotidiano, come potremo sperare che i giovani non assumano acriticamente questo comportamento? Una volta, ma non secoli fa, incontravi abitualmente il professore in biblioteca e soprattutto imparavi che cercando un libro ne scoprivi altri tre che neanche immaginavi esistessero!

Per concludere, la realtà va guardata in faccia, se no il nostro richiamo a Socrate e alla sua fondamentale domanda su chi siamo otterrà una risposta sincera ma dura: molto più burocrati che ricercatori, molto più persone interessate a trasferire conoscenze (senza domandarsi da chi e a chi destinate e perché) che cittadini formati alla critica civile e responsabile. Se si volesse davvero uscire da questo pantano, andrebbe letto e riletto, senza chiamarsi immediatamente fuori, un libro recente e all’apparenza distante: Nelle mani del popolo. Le fragili fondamenta della politica moderna di Raffele Romanelli (Donzelli, 2021). Forse non sono fragili solo le fondamenta della politica moderna se siamo in un’emergenza futuro, in cui in discussione è persino quel che è un documento. Un’emergenza che chiama in causa la responsabilità di chi ha lasciato scivolare la storia, la nostra straordinaria storia tra devoir de mémoire ridotti a formule (come ricorda Sébastien Ledoux nel 2016) e une historie appellé à amuser le present (come ammonisce François Hartog nel 2018).

Carlo Olmo

 

 

 

P.S. Nel titolo di questo testo ho scelto di fare riferimento a Atticus Finch, il personaggio del libro di Harper Lee, Il buio oltre la siepe, perché credo che oggi si sia davvero davanti ad una siepe (e ci voglia molto coraggio a saltarla). Un libro, forse un pò dimenticato, che mi ha stimolato questa riflessione perché il suo protagonista, appunto Atticus Finch, ci parla in fondo della stessa condizione antropologica con cui noi oggi ci scontriamo, senza forse il coraggio di dircelo e senza la radicalità di Finch.

 

 

N.d.C. - Carlo Olmo, professore emerito di Storia dell'Architettura del Politecnico di Torino, è stato preside della Facoltà di Architettura e ha coordinato il dottorato di ricerca in Storia dell'Architettura e dell'Urbanistica. Ha insegnato all'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, al Mit di Boston e in numerose università straniere. Ha inoltre curato mostre di architettura a Torino, Venezia, Roma, Parigi, Bruxelles e New York.

Tra i suoi libri: Politica e forma (Vallecchi, 1971); Architettura edilizia. Ipotesi di una storia (Torino, 1975), con Roberto Gabetti, Le Corbusier e L'Esprit Nouveau (Einaudi, 1975); con Riccardo Roscelli, Produzione edilizia e gestione del territorio (Stampatori, 1979); La città industriale. Protagonisti e scenari (Einaudi, 1980); Aldo Rossi attraverso i testi (Mazzotta 1986): tr. ing. in "Assemblage", 5, 1988: Turin et des Miroirs feles, in "Annales", 3, 1989; con Roberto Gabetti, Alle radici dell'architettura contemporanea. Il cantiere e la parola (Einaudi, 1989); con Linda Aimone, Le esposizioni universali, 1851-1900. Il progresso in scena (Allemandi, 1990; ed. fr. Belin 1993); con Luigi Mazza (a cura di), Architettura e urbanistica a Torino, 1945-1990 (Allemandi, 1991); (a cura di), Cantieri e disegni. Architetture e piani per Torino, 1945-1990 (Allemandi, 1992); Urbanistica e società civile. Esperienza e conoscenza, 1945-1960 (Bollati Boringhieri, 1992); Gabetti e Isola. Architetture (Allemandi, 1993); (a cura di), La ricostruzione in Europa nel secondo dopoguerra (Cipia, 1993); (a cura di), Il Lingotto: 1915-1939. L'architettura, l'immagine, il lavoro (Allemandi, 1994); (a cura di) con Bernard Lepetit, La città e le sue storie (Einaudi, 1995); (a cura di), con Alessandro De Magistris, Jakov Cernihov: documenti e riproduzioni dall'archivio di Aleksej e Dimitri Cernihov (Allemandi, 1995; ed. fr. Somogy editions d'art, 1995; ed. ted. Arnoldsche, 1995); Le nuvole di Patte. Quattro lezioni di storia urbana (FrancoAngeli, 1995); (a cura di), Mirafiori (Allemandi, 1997); (a cura di) con Lorenzo Capellini e Vera Comoli, Torino (Allemandi, 1999); (a cura di), Dizionario dell'architettura del XX secolo (Allemandi, 2000-2001, 5 vol.; ed. Enciclopedia Treccani, 2002); Costruire la città dell'uomo. Adriano Olivetti e l'urbanistica (Edizioni di Comunità, 2001); (a cura di) con Walter Santagata, Sergio Scamuzzi, Tre modelli per produrre e diffondere cultura a Torino (Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, 2001); con Michela Comba, Marcella Beraudo di Pralormo, Le metafore e il cantiere. Lingotto 1982-2003 (Allemandi, 2003); (a cura di) con Michela Comba e Manfredo di Robilant, Un grattacielo per la Spina. Torino, 6 progetti su una centralità urbana, catalogo della mostra (Allemandi, 2007); Morfologie urbane (il Mulino, 2007); (a cura di), Giedion, Sigfried, Breviario di architettura (Bollati Boringhieri, 2008); (a cura di) con Arnaldo Bagnasco, Torino 011: biografia di una città. Saggi (Mondadori Electa, 2008); Architettura e Novecento. Diritti, conflitti, valori (Donzelli, 2010); (a cura di), con Cristiana Chiorino, Pier Luigi Nervi. Architettura come sfida (Silvana ed., 2010, 2012); Architecture and the 20. Century: Rights, conflicts, values (List Lab, 2013); Architettura e storia. Paradigmi della discontinuità (Donzelli, 2013); con Susanna Caccia Gherardini, Le Corbusier e il fantasma patrimoniale (Il Mulino 2015) e Metamorfosi americane. Destruction throught neglect: Villa Savoye tra mito e patrimonio (Quodlibet, 2016); con Susanna Caccia, La villa Savoye. Icona, rovina e restauro (1948-1968) (Donzelli, 2016); con Patrizia Bonifazio e Luca Lazzarini, Le Case Olivetti a Ivrea (Il Mulino, 2018); con postfazione con Antonio De Rossi, Urbanistica e società civile (Edizioni di Comunità, 2018); Città e democrazia. Per una critica delle parole e delle cose (Donzelli, 2018); Progetto e racconto. L’architettura e le sue storie (Donzelli, 2020).

Per il sito web della Casa della Cultura ha scritto: Spazio e utopia nel progetto di architettura (15 febbraio 2019); La città tra corpo malato e perfetto (3 luglio 2020); La diversità come statuto di una società (19 febbraio 2021).

Dei libri di Carlo Olmo hanno scritto nella rubrica Città Bene Comune: Cristina Bianchetti, Lo spazio in cui ci si rende visibili… E la cerbiatta di Cuarón (5 ottobre 2018); Giampaolo Nuvolati, Scoprire l’inatteso negli interstizi delle città (20 settembre 2019); Carlo Magnani, L’architettura tra progetto e racconto (11 settembre 2020); Piero Ostilio Rossi, Modi (e nodi) del fare storia in architettura (2 ottobre 2020); Gabriele Pasqui, La storia tra critica al presente e progetto (23 ottobre 2020).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

18 GIUGNO 2021