Antonio di Campli  
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PREPARARSI ALL'IMPREVEDIBILE


Commento al libro curato da Armondi, Balducci, Bovo, Galimberti



Antonio di Campli


altri contributi:



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In all these matters”,[…] I would suggest a little more reverence for life,
a little less straitjacketing of the future,
a little more allowance for the unexpected and a little less wishful thinking.

Albert Hirschman, The search for paradigms as a hindrance to understanding,
in A Bias for Hope: Essays on Development in Latin America
, New Haven, Yale University Press, 1971)

 

Nancy Fraser non ha dubbi. In Cannibal Capitalism. How our System is Devouring Democracy, Care, and the Planet and What We Can Do About It (2022), partendo da tesi che sembrano oggi superate, avanza una critica sociale ed economica dai toni alquanto duri. Infatti, di capitalismo, oggi, si parla poco, a molti sembra un termine inattuale, fuori luogo in tempi di lavori immateriali, di globalizzazione, di finanziarizzazione. Persino la classica equazione “capitalismo uguale lotta di classe” sembra aver perso senso per effetto della dismissione dei termini. Forse una delle ultime volte in cui se ne è parlato è stato nel celebre saggio di Marshall Berman All That is Solid Melts into Air, ma erano i primi anni Ottanta. Partendo da un'affermazione di Marx, Berman afferma che il capitalismo è, per sua natura, mutevole, instabile, consuma risorse, idee, mode. Innesca continui processi di dissolvimento e di ricreazione. Quindi, se si pretende di contrastarne le conseguenze negative sul piano sociale, spaziale, ambientale, è necessario imparare a cavalcare il cambiamento e, possibilmente, ad anticiparlo, ad essere, per quanto possibile, pronti e preparati all’incertezza.

Di questa vecchia idea di Berman c’è molto in Nancy Fraser, ma anche in Bruno Latour, in Anna Tsing o in tanti pensatori decoloniali che, in forme diverse, hanno ragionato sul nesso tra modernità, colonialità e crisi. Grazie all’insieme di queste riflessioni si colgono le varie modalità attraverso le quali il capitalismo innesca e alimenta le varie crisi ecologico-climatiche e sociali, compresa quella pandemica, che si stanno manifestando negli ultimi decenni. A svanire sono stati semmai i suoi antagonisti, prontamente cannibalizzati, come sostiene Fraser e, alla fine, messi al suo servizio. Perché c'è un aspetto su cui Fraser insiste: che il capitalismo non è un semplice sistema economico, ma un complesso apparato cognitivo, un sistema sociale e spaziale di cui “produzione” e “lavoro” sono gli operatori principali. Il corpo, in particolare, sostiene Silvia Federici in Oltre la periferia della pelle. Ripensare, ricostruire e rivendicare il corpo nel capitalismo contemporaneo (2023), è l’elemento-chiave che definisce la condizione di esistenza della forza lavoro. Si spiega in questo modo la crescita di un’ampia varietà di biopolitiche intese come continue innovazioni sociali e tecnologiche tese all’addomesticamento e consumo di tutte le forme di vita, ecologie, spazi, utili allorganizzazione produttivista capitalista. Tali complesse discipline richiedono la meccanizzazione del corpo, il controllo della sua autonomia e delle sue possibilità.

Forse può essere utile proprio partire da questa storia dell’addomesticamento dei corpi per ragionare sulla profondità delle varie emergenze e stati di incertezza che stiamo affrontando ormai fin dagli anni Sessanta. Alcune crisi, come quelle relative alla riorganizzazione di processi di produzione e distribuzione transnazionali, sono state in parte disinnescate attraverso strategie di riorganizzazione globale dei processi di lavoro. Il risultato, tuttavia, è stato solo quello di esasperare alcune, precedenti, condizioni di conflittualità sociale ed ambientale, portandole ad un livello ancora più acuto. In tal senso, i movimenti contro-culturali anni Sessanta e Settanta sono stati un punto di svolta, esprimendo una rivolta sia contro l’induzione produttivista (dalla logica della catena di montaggio a quello del lavoro domestico), sia contro l’irrigidimento delle identità di genere. A partire da quella stagione, attraverso il rifiuto femminista della naturalizzazione del lavoro sessuale e riproduttivo e allascesa dei vari movimenti ecologici, gay, black e transessuale, si è espresso il rifiuto di pensare l’esistenza come definita da attività di lavoro astratto, di pensare al proprio corpo come una ingranaggio collocato all’interno di dispositivi e spazi definiti da logiche estrattiviste.

 

Stanze tutte per sé

L'analisi di Fraser è radicale e alla fine il neoliberismo contemporaneo non è altro che il vecchio capitalismo sotto mentite spoglie ma la riflessione della teorica femminista non arriva a definire soluzioni, se non quella di provare ad “affamare la bestia”. Obiettivo non facile dal momento che, in particolare nelle società occidentali, è sempre più radicata l’idea che la soluzione a problemi generali vada perseguita a livello personale. Si tratta di una forma di sopravvivenza basata sulla continua produzione di “piccoli spazi di resistenza personali”: reti familiari allargate di auto-supporto, orti, autoclavi, batterie accumulatrici di energia elettrica, doppi, tripli lavori. Vale a dire, tensione verso la sperimentazione di forme di welfare personale in cui si sperimentano particolari stati affettivi che emergono entro un generale ronzio di fondo”. Lauren Berlant in Cruel Optimism (2011) parla di quest’ultimo fenomeno come espressione di modalità di affetto che operano a bassa livelli di intensità e che hanno a che fare prevalentemente con stati di dissociazione e ansia. Berlant discute in particolare tre domini affettivi che lei indica attraverso i termini di “ipervigilanza”, “morte lenta” e “fuga”. L’”ipervigilanza” è intesa come uno stato psicologico in cui emerge un soggetto perennemente attento a come la sua attenzione venga deviata verso immaginari di prosperità (immagini pubblicitarie). Il concetto di “morte lenta” descrive uno spazio operativo e una condizione di abbandono segnato da pratiche che alleviano lo stress della vita esausta (mangiare, fare sesso, “distanziarsi”). L'ipervigilanza e la pressione continua di una vita soggetta a condizioni di incertezza e crisi creano infine i presupposti per la ricerca di strategie di sospensione o di “fuga” dal "ronzio di fondo” attraverso viaggi, esperienze o particolari scelte sociali, affettive o spirituali non in linea con le pratiche di auto-disciplina. In queste dinamiche i nostri stessi corpi, addomesticati, diventano, forse, l’unico spazio, l’unico territorio, l’unico rifugio. Il conforto contro la crisi, allora, non viene più dall’esterno, dallo spazio (e quindi dal progetto) ma diventa nenia, lallazione, reel di Instagram cuorato, corpo che si abbraccia le ginocchia, rinchiuso in una stanza, che si culla da sé. Possono essere tanti, i corpi, uno accanto all’altro, ma oggi ognuno è con se stesso.

 

Preparedness ovvero, il presente, lordinario

Nel volume Cities Learning from a Pandemic. Towards Preparedness, a cura di Simonetta Armondi, Alessandro Balducci, Martina Bovo e Beatrice Galimberti (Routledge, 2023) si sostiene, invece, che il progetto e la costruzione di politiche urbane siano il luogo privilegiato in cui confrontarsi con la crisi. Il concetto-chiave è quello di preparedneess (in italiano, preparatezza, prontezza), considerato come nozione che merita di essere discussa nei campi della pianificazione, del progetto e delle politiche urbane. La preparedneess, secondo gli autori, non è una semplice forma narrativa o metafora allusiva di possibili strategie d’azione utili a far fronte a cambiamenti imprevedibili, ma va considerata come una vera e propria “tecnologia” a supporto di adeguate condizioni dell’abitare in situazioni di incertezza.

Nel libro la questione della Preparedness è indagata in più campi che vanno da quello degli studi urbani, a quello della pianificazione, dell’analisi delle politiche, fino a quelli della geografia urbana e della sociologia. La rete di riferimenti utilizzati è vasta e popolata da figure come Bruno Latour, Henri Lefebvre, Neil Brenner, David Harvey, Erik Swyngedouw e Pier Luigi Crosta. La definizione che ne viene fuori è: capacità di coordinamento, di sperimentazione, di salvaguardia delle infrastrutture e della conoscenza.

L’uso del termine preparedness fa riferimento agli studi di Andrew Lakof e Frédéric Keck, due antropologi che da tempo lavorano sul tema della preparedness intesa come capacità di reazione nelle più diverse situazioni catastrofiche. La ricerca del gruppo di autori milanesi si confronta in particolare, con questioni e problemi socio-spaziali emersi durante la pandemia COVID-19, toccando temi come quello dei trasporti, dello spazio pubblico, degli alloggi, dell'accesso a servizi e attrezzature pubbliche, come, ad esempio, la scuola. Quello che si costruisce è un discorso innovativo attorno ai temi delle disuguaglianze socio-spaziali, del progetto urbanistico e delle possibilità della governance nelle situazioni di crisi. Dal punto di vista della costruzione di piani e progetti urbani, preparedness significa mettere in discussione modalità di governo spaziale pensato secondo logiche funzionaliste, mettendo al centro obiettivi di giustizia spaziale e sociale.

Caratteristica della preparedness, se confrontata con concetti a lei prossimi quali “cura” o “antifragile” o “resilienza” è quella di volersi collocare in uno spazio di intervento presente”,ordinario” e, entro questa specifica dimensione, provare a prefigurare strumenti per affrontare eventi futuri imprevisti. Attraverso la preparedness si persegue pertanto la possibilità di normalizzare le crisi e di uscire da logiche d’intervento d’emergenza. Una delle maggiori differenze tra la razionalità della preparedness e quella, più praticata, della della gestione del rischio (relativa, ad esempio, a terremoti o ad alluvioni) risiede nell'oggetto della protezione: nel secondo caso la salute di individui e gruppi, nel primo il funzionamento delle infrastrutture “critiche”. Esempi di quest’ultime sono servizi sanitari, abitativi, di mobilità, assistenziali ed educativi a supporto, in particolare, di soggetti e popolazioni vulnerabili quali i bambini, i rifugiati o i richiedenti asilo. Strategico diventa allora rafforzare e ripensare alle condizione di accessibilità e di uso dell’infrastruttura, al suo valore pubblico. Obiettivo è incentivare sperimentazioni in grado di esercitare competenze, produrre nuovi immaginari e forme di conoscenza spaziale e territoriale, condividendola.

La preparedness ha le sue tecniche: ascolto delle “sentinelle”, esercizi di simulazione, definizione di strategie di protezione di infrastrutture, distinte tra quelle di “base e “critiche”. Quella di “sentinella” è una figura strategica. Non si tratta solo di indicatori o di entità viventi, ma anche di popolazioni, di sistemi digitali, cellule, ecosistemi e persino di città e territori. In tal senso, occorre sottolineare la questione della responsabilità condivisa della definizione di forme di ascolto e di strategie operative dal momento che la nozione di sentinella esprime una dimensione ecologica prodotta dall’interconnessione tra attori, economie, spazi, più in generale tra indicatori umani e non umani. Le sentinelle ci circondano, e quindi praticare la preparedness, direbbe Anna Tsing, significa alla fine esercitare l'arte della vigilanza.

Una specifica tecnica operativa della preparedness è quella della simulazione. Questa, a differenza della costruzione di scenari, non tende alla prefigurazione di previsioni più o meno realistiche, ma rappresenta piuttosto il luogo in cui provare ad “esercitare” capacità di risposta. L’obiettivo delle simulazioni è, da una lato, creare un senso di "urgenza" rispetto a possibili criticità, dall’altro generare conoscenza attorno alle condizioni di vulnerabilità di un dato sistema. È attraverso la simulazione, insistono gli autori, che si sviluppa un'attitudine alla creatività e alla flessibilità di fronte alle crisi e quindi all’invenzione di adeguati strumenti analitici, progettuali e normativi.

 

“Il concetto è l’uso che se ne fa”

La questione della preparedness emerge dall'intersezione di quattro temi principali. Il primo è relativo alla crescente precarietà del vivere, a questo si affianca la questione della vulnerabilità dell'individuo e delle ecologie, il terzo elemento è relativo all’emergenza del tema della protezione e della difesa. Questo intreccio ridefinisce un discorso sul rapporto tra progetto, condizioni di precarietà, vulnerabilità e crisi che, implicitamente, rinnova anche la pratica del fare ricerca e progetto urbanistico, lavorando con ciò che è disponibile: muddling through. La riflessione attorno alla preparedness segna, forse, finalmente, l’uscita dalle logiche neoliberali che hanno caratterizzato le pratiche di ricerca e progetto degli ultimi decenni dal momento che attraverso la preparedness si presenta una forma di ricerca e di azione che non pretende più di essere disruptive ma cumulativa, segnata da una capacità “incrementale" di testare soluzioni e di adattarsi alle incertezze proprie delle situazioni di fragilità. A Reverence for Life. Ritornano i temi e le parole di Charles Linbdblom e di Albert Hirschman.

E quindi cose’è la Preparedness? Una risposta ambivalente, tra l’accettazione della contingenza e l’uso ponderato, critico e il più possibile astuto di infrastrutture, protocolli, tecnologie considerate strategiche rispetto alle loro capacità di sostenere la vita e l’abitabilità. Preparedness è attrito tra protezione ed esposizione in un momento in cui si le crisi producono tensioni spaziali sempre più intense, oscillanti tra vita e morte, tra differenza e contingenza. In tal senso, fare ricerca con la crisi non è solo affrontare l’imprevisto ma provare a rileggere, in termini operativi, quello che Denise Ferreira da Silva chiama “l’incompiutezza delle condizioni prevalenti” (2022). Una ricerca, si può dire, richiamando di nuovo Fraser, che utilizza un linguaggio di negoziazione, parlato negli interstizi, nelle zone di contatto, tra ambienti, ecologie, dispositivi, che sostengono la vita. Se crisi significa vita priva di assetti stabili, fare ricerca nella crisi significa non fare affidamento su norme o convenzioni ma osservare quelle forze di attrito latenti tra situazioni, oggetti, attori, in grado di attivare ciò che Anna Tsing (2015) chiamerebbe "collaborazioni vivibili". Alla fine, pertanto, non si può definire troppo, perché preparedness è pratica del border-thinking (Anzaldua), tensione verso l’invenzione, intreccio e costruzione di possibili alleanze tra enti sempre nuove. A differenza del pensiero infrastrutturale classico, la preparedness non individua quindi solo spazi e relazioni chiuse ma allude ad ecologie del possibile, sempre diverse.

 

Prompting

Preparedness è un discorso su oggetti, tecnologie, infrastrutture che strutturano il contatto tra particolari condizioni materiali economiche, culturali e politiche. Luoghi critici attraverso i quali si formano, si riformano e in cui si manifestano socialità, pratiche di governance e politiche in bilico tra promesse e il loro possibile fallimento. Preparedness è input da fornire ad una tecnologia affinché elabori un risultato, una prestazione. Si tratta, richiamando alcune recenti riflessioni di Niccolò Monti (2023), di una forma di prompting. Un prompt (invito, domanda) è lindicazione della prontezza di un dispositivo ad eseguire un comando. Nel campo degli studi urbani e delle pratiche del progetto, l’adozione della logica del prompting segna un passaggio importante: non è tanto importante definire l’uso di un oggetto, di una tecnologia, di un’infrastruttura, ma saper deputare alloggetto una funzione, passare, quindi “da una logica del fare a quella del far fare” (Niccolò Monti, 2023). Preparedness, alla fine, è una forma della traduzione che si mette in pratica attraverso l’associazione di usi ad altri usi, di valori ad altri valori, di parole ad altre parole.

Sin dall’inizio, quindi, si è parlato di come fare prompt, di come istituire nessi, di come articolare accoppiamenti tra spazi, enti, ecologie per poi, a partire da un ipotetico “tasto dinvio”, attivare il campo delle associazioni possibili.

Antonio di Campli

 

 

 

N.d.C. Antonio di Campli è ricercatore in Urbanistica presso il Politecnico di Torino. Ha insegnato in varie scuole di architettura tra Italia, Svizzera, Colombia ed Ecuador. I suoi interessi di ricerca si trovano all’intersezione tra studi urbani, progettazione urbanistica e scienze sociali e riguardano la questione della “coesistenza tra differenze”, del conflitto e interazione tra più ecologie, pratiche dell’abitare e di produzione spaziale.

Tra i suoi libri: (a cura di), Interfacce costiere (Kappa, 2006); (a cura di), Arona. Strategie e pratiche del progetto urbanistico (FrancoAngeli, 2008); Adriatico. La città dopo la crisi (LISt, 2009); La ricostruzione del Crystal Palace. Per un ripensamento del progetto urbano (Quodlibet, 2010); Forme di comunità. L'abitare condiviso a Ibiza, Skopje, Hiroshima (Carocci, 2013); Working through Hiroshima. Arata Isozakiʼs destructive visions (Carocci, 2015); (a cura di), con Alessandro Gabbianelli, Il progetto dello spazio turistico. Strategie dell'effimero e del radicamento (GOtoECO, 2016); Challenging the Lettered City. Antagonist Forms of Urbanism in Latin America (GOtoECO, 2017); (a cura di), con Sabina Lenoci, Postcolonial urbanism. Urban experimentations and territorial researches from the Tropics (Aracne, 2018); (a cura di), con Luigi Coccia, RuralEstudio. Indagini sul territorio rurale tra Italia e Ecuador (Quodlibet, 2018); Abitare la differenza. Il turista e il migrante (Donzelli, 2019); La differenza amazzonica. Forme, processi ed ecologie della coesistenza, (LetteraVentidue, 2021); (a cura di), con Camillo Boano, Decoloniare l’urbanistica (LetteraVentidue, 2022); (a cura di), con Alessandro Gabbianelli, Delinking. Lo spazio della coesistenza (LetteraVentidue, 2022); con Chiara Nifosì, Antonio José Salvador, Camilla Rondot, Ecologie rurali. Pratiche e forme della coesistenza (LetteraVentidue, 2023);

Sui libri di Antonio di Campli, v. i commenti di: Camillo Boano, “Decoloniare” l’urbanistica (3 aprile 2020); Alessandro Gabbianelli, Forme ed ecologie della coesistenza (22 luglio 2022); Marco Alioni, Un mundo donde quepan muchos mundos (9 dicembre 2022).

Sul libro oggetto di questo commento, v. anche: Lavinia Bifulco, Essere preparati: città, disastri, futuro (25 maggio 2023).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

08 SETTEMBRE 2023

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture progettuali

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Luca Bottini
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

iniziativa sostenuta da:
DASTU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
 

 

 

Conferenze & dialoghi

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2021: V. Magnago Lampugnani | G. Nuvolati
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

 

 

Gli incontri

2021: programma/1,2,3,4
2022: programma/1,2,3,4
2023: programma/1,2,3,4
 
 

 

Gli autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi
2022: Pier Luigi Cervellati

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017: online/pubblicazione
2018: online/pubblicazione
2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021: online/pubblicazione
2022: online/pubblicazione
2023:

L. Nucci, Roma, la città delle istituzioni, commento a: (a cura di) A. Bruschi, P. V. Dell'Aira, Roma città delle istituzioni (Quodlibet, 2022)

G. Azzoni, Per un'etica della forma architettonica, commento a: M. A. Crippa, Antoni Gaudì / Eladio Dieste. Semi di creatività nei sistemi geometrici (Torri del vento, 2022)

S. Spanu, Sociologia del territorio: quale contributo?, commento a: A. Mela, E. Battaglini (a cura di), Concetti chiave e innovazioni teoriche della sociologia dell’ambiente e del territorio del dopo Covid-19 ("Sociologia urbana e rurale", n. mon. 127/2022)

F. Camerin, La dissoluzione dell'urbanistica spagnola, commento a: M. Fernandez Maroto, Urbanismo y evolución urbana de Valladolid (Universidad de Valladolid, 2021)

M.Bernardi, Il futuro è nel glocalismo, commento a: P.Perulli, Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo (il Mulino, 2021)

F.Ventura, Edifici, città e paesaggi biodegradabili, commento a: V. De Lucia, L’Italia era bellissima (DeriveApprodi, 2022)

M. Ruzzenenti, La natura? Un'invenzione dei tempi moderni, commento a: B. Charbonneau, Il Giardino di Babilonia (Edizioni degli animali, 2022)

G. Nuvolati, Il design è nei territori, commento a: A. Galli, P. Masini, I luoghi del design in Italia (Baldini & Castoldi, 2023)

C.Olmo, Un'urbanistica della materialità e del silenzio, commento a:C. Bianchetti, Le mura di Troia (Donzelli, 2023)

E. Scandurra, Dalle aree interne un'inedita modernità, commento a: L. Decandia,Territori in trasformazione (Donzelli, 2022)

M. Brusatin, Parlare al non-finito & altro, commento a: L. Crespi, Design del non-finito (Postmedia, 2023)

H. Porfyriou, L'urbanistica tra igiene, salute e potere, commento a: G. Zucconi, La città degli igienisti (Carocci, 2022)

G. Strappa, Ogni ricostruzione è progetto, note a partire a: E. Bordogna, T. Brighenti, Terremoti e strategie di ricostruzione (LetteraVentidue, 2022)

L. Bifulco, Essere preparati: città, disastri, futuro,
commento a: S. Armondi,
A. Balducci, M. Bovo,
B. Galimberti (a cura di), Cities Learning from a Pandemic: Towards Preparedness (Routledge, 2022)

A. Bruzzese, Una piazza per ogni scuola, commento a: P. Pileri, C. Renzoni, P. Savoldi, Piazze scolastiche (Corraini, 2022)

C. Sini, Più che l'ingegnere, ci vuole il bricoleur, commento a: G. Pasqui, Gli irregolari (FrancoAngeli, 2022)

G. De Luca, L'urbanistica tra politica e comorbilità, commento a: M. Carta, Futuro (Rubbettino, 2019)

F. Erbani, Una linea rossa per il consumo di suolo, commento a: V. De Lucia, L’Italia era bellissima (DeriveApprodi, 2022)

F. Ventura, L'urbanistica fatta coi piedi, commento a: G. Biondillo, Sentieri metropolitani (Bollati Boringhieri, 2022)

E. Battisti, La regia pubblica fa più bella la città, commento a: P. Sacerdoti, Via Dante a Milano (Gangemi, 2020)

G. Nuvolati, Emanciparsi (e partecipare camminando), commento a: L. Carrera, La flâneuse (Franco Angeli, 2022)

P. O. Rossi, Zevi: cinquant'annidi urbanistica italiana, commento a: R. Pavia, Bruno Zevi (Bordeaux, 2022)

C. Olmo, La memoria come progetto, commento a: L. Parola, Giù i monumenti? (Einaudi, 2022); B. Pedretti, Il culto dell’autore (Quodlibet, 2022); F. Barbera, D. Cersosimo, A. De Rossi (a cura di), Contro i borghi (Donzelli, 2022)

A. Calafati, La costruzione sociale di un disastro, commento a: A. Horowitz, Katrina. A History, 1915-2015 (Harvard University Press, 2020)

B. Bottero, Città vs cittadini? No grazie, commento a: M. Bernardi, F. Cognetti e A. Delera, Di-stanza. La casa a Milano (LetteraVentidue, 2021)

F. Indovina, La città è un desiderio, commento a: G. Amendola, Desideri di città (Progedit, 2022)

A. Mazzette, La cura come principio regolatore, F. C. Nigrelli (a cura di), Come cambieranno le città e i territori dopo il Covid-19 (Quodlibet Studio, 2021)

P. Pileri, La sostenibilità tradita ancora, commento a: L. Casanova, Ombre sulla neve. Milano-Cortina 2026 (Altreconomia, 2022)

A. Muntoni, L'urbanistica, sociologia che si fa forma, commento a: V. Lupo, Marcello Vittorini, ingegnere urbanista (Gangemi, 2020)