Vincenzo Visco  
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VERSO NUOVI EQUILIBRI GEOPOLITICI GLOBALI


È possibile che possa avvenire in modo pacifico e ordinato?



Vincenzo Visco


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Viviamo un periodo di grande complessità e, con ogni probabilità, di grandi cambiamenti. Ciò produce una difficoltà di comprensione e una certa confusione sia nell’analisi che nell’azione politica. In altre parole, la situazione odierna è molto diversa da quella di cui ci occupavamo con Salvatore Biasco alcuni anni fa, e che si concentrava soprattutto sugli effetti della globalizzazione ipotizzando la possibilità di una ripresa della sinistra socialdemocratica. Vediamo alcuni punti.

Da alcuni anni ormai è evidente che la fase storica in cui viviamo è caratterizzata dalla crisi dell’egemonia americana. Il declino dell’impero americano è evidente, così come l’ascesa della potenza cinese. Ciò implica, anzi richiede, nuovi equilibri politici a livello geopolitico globale. È difficile che ciò possa avvenire in modo pacifico ed ordinato, forse è impossibile. Ci troviamo in una situazione di “trappola di Tucidide” che, secondo lo storico ateniese porta inevitabilmente alla guerra per ridefinire i rapporti di forza. È in questo contesto che vanno collocati i conflitti in corso che sono tutt’altro che periferici, anche se lo scontro strategico principale riguarda l’area del pacifico.

La divisione politica interna agli Stati Uniti riguarda la strategia da adottare per fronteggiare la Cina. Biden e i democratici ritengono che si debba proseguire lungo la tradizionale strategia politica americana condivisa con i new cons repubblicani: riportare sotto controllo l’Europa e schierarla compatta contro la Russia, espandendo la Nato verso est, sostenendo Israele in medio oriente, e rafforzando le alleanze in oriente, assumendo un atteggiamento aggressivo verso la Cina, sostenendo Taiwan, anche se non la hanno mai riconosciuta come stato autonomo. È una ricetta piuttosto problematica, sostenuta dal complesso militare-industriale tradizionale, e dal deep state, e che non fa i conti con le difficoltà strutturali dell’economia americana.

Trump ha una visione diversa, non solo e non tanto isolazionista, quanto nazionalista, che non sembra porsi il problema delle alleanze tradizionali, e anzi indirizzata a togliere ai paesi “amici” ogni copertura militare, a meno che non paghino per essa, e riequilibrino le loro bilance commerciali con gli Stati Uniti. Appoggia Israele, ma il suo obiettivo di fondo è l’Iran e il suo sistema di alleanze, e vuole estendere il patto di Abramo, senza finora riconoscere l’esistenza di un problema palestinese. Quanto alla Cina, essa è il nemico principale, ma Trump ritiene di poter gestire il problema a colpi di dazi e di chiusure commerciali, e secondo alcuni collaboratori sarebbe pronto anche a mollare Taiwan. Non sembra una strategia coerente e neppure consapevole.

In sostanza, ambedue i campi politici americani prospettano strategie incoerenti e di scarso realismo. In più Trump prospetta soluzioni chiaramente eversive dell’assetto istituzionale americano, e vuole scardinare quello che finora è stato il modello non solo politico militare, ma anche economico su cui gli Stati Uniti hanno fatto affidamento per decenni, basato sull’alleanza tra Presidenza, Pentagono, commesse militari, industria bellica, nuove tecnologie …

Trump, ma soprattutto Musk, hanno una visione diversa, che è la completa privatizzazione dell’apparato difensivo americano (e non solo) che dovrebbe essere affidato alle grandi corporations private innovative, a partire dalle sue che già controllano buona parte del sistema satellitare utilizzato dalla difesa, la ricerca spaziale, parte dei media, ecc. Perciò Trump e Musk vogliono liquidare il potere dei generali e del Pentagono, controllare il FBI e gli altri servizi segreti. Su questo punto la lotta interna sarà durissima. Trump inoltre vuole riportare sotto controllo la FED (non diversamente da quanto la Lega propone per la Banca d’Italia) e anche le Università e i programmi scolastici.

Trump aspira a diventare un autocrate, a liberarsi dei condizionamenti tipici della democrazia americana, in modo da poter competere ad armi pari con Xi e il resto del mondo. Si basa sul consenso non solo di capitalisti tradizionali, ma ora anche di settori della Silicon Valley, che vedono il mondo futuro regolato dall’intelligenza artificiale, dalle loro imprese globali, dalla loro ricchezza e dal loro potere, e non più dai politici tradizionali e dai loro elettori. E su un consenso di massa dei forgotten people che imputano le loro difficoltà alla deindustrializzazione provocata dalla globalizzazione, agli immigrati, alle élites istruite che sono venute meno ai loro compiti e alle loro responsabilità, e che hanno fatto crescere le diseguaglianze senza sapere o volere porvi rimedio, preferendo occuparsi di genere, razza, aborto, diritti, arte, musica …

Quanto durerà questo consenso di fronte alle politiche economiche di Trump: dazi + detassazione dei ricchi e delle corporations + deregolamentazione della finanza + bit coins, ecc., e difficile prevedere. Ma è piuttosto evidente che il voto di novembre, più che un voto pro-Trump, che ha mantenuto più o meno i voti delle presidenziali di quattro anni fa, è stato un voto contro il Partito democratico che ha perso ben 10 milioni di voti. E che gli elettori hanno preferito eleggere un governo che sarà chiaramente corrotto, in conflitto di interessi, di scarsa o nulla competenza, preda di fantasie e complottismi vari, piuttosto che affidarsi di nuovo all’establishment abituale, democratico o repubblicano che fosse.

A tutto ciò si aggiunge la questione climatica che presenta ormai caratteri di urgenza. Secondo alcuni esperti, tra trenta anni ampie zone dell’Africa saranno inabitabili, il clima di regioni come la Sicilia sarà simile a quello dell’attuale Africa del nord, e in maniera analoga cambierà il clima nel resto dell’Italia. Ciò determinerà enormi pressioni migratorie ed esigenze infrastrutturali che nessuno oggi immagina o progetta. Trump, come tutte le destre sovraniste è negazionista sul clima, quindi altro tempo andrà perduto, ed altre catastrofi a cui non siamo preparati ci attendono. L’attenzione su questa questione si è molto attenuata, mentre sarebbe necessaria un’attività di spiegazione, rassicurazione e convinzione.

Tutto ciò avrà forti ripercussioni in Europa, dove peraltro certe dinamiche politiche sono già in atto da tempo. Già la politica di Biden nei confronti dell’Europa era volta a colpire le aspirazioni di indipendenza economica e politica del vecchio continente. La guerra in Ucraina, che doveva e poteva essere bloccata sul nascere, è stata lasciata proseguire fino a impantanarsi dopo aver provocato distruzioni enormi e oltre mezzo milioni di vittime, ottenendo però la fine del modello di sviluppo basato sulla centralità della Germania, e anche la fine dell’Europa Occidentale, con il baricentro politico che si è spostato ad est, verso la Polonia, i Pesi Nordici, i Baltici, la Nato e … l’Inghilterra. Ciò ha portato alla progressiva disarticolazione dell’Unione e alla paralisi operativa che si è chiaramente manifestata nelle difficoltà di partenza della nuova Commissione. Lo spostamento a destra dell’Europa è destinato a continuare. Vedremo cosa accadrà tra breve in Germania e in Francia, ma è difficile che nel breve periodo le sinistre possano ottenere qualcosa di più di una limitazione dei danni. Significativa appare in questo contesto la nomina ad ambasciatore a Parigi del consuocero di Trump. Ed è anche probabile che, come già accaduto al Parlamento Europeo, le forze di centro cercheranno un accordo con i sovranisti. È difficile prevedere cosa tutto ciò comporterà per la coesione dell’Europa, ma l’illusione che una maggiore autonomia nazionale possa portare a risultati positivi può apparire attraente non solo a destra, ma anche a sinistra, con conseguenze imprevedibili che potrebbero portare anche alla crisi della moneta unica.

Di certo l’Europa dovrà aumentare le spese militari, e quindi la divisione attuale tra pacifisti e no, diventerà futile. Inoltre, alcuni Paesi, Germania e Italia in primis dovranno fare i conti con l’obiettivo di Trump di azzerare il deficit commerciale americano nei confronti dei due Paesi. Questo rischio, nel breve termine può portare ad un aumento di consenso per Meloni e il suo governo ritenuto maggiormente in grado di trattare con gli americani.

La lotta per l’egemonia sarà centrale nei prossimi anni con gli Stati Uniti in evidente difficoltà. L’economia sembra andare bene, ma le debolezze strutturali sono evidenti: bassa produttività, elevati disavanzi pubblici, debito pubblico di dimensioni inusitate, egemonia del dollaro in discussione, isolamento nei confronti dei BRICS, limitato sostegno alla guerra in Ucraina, isolamento di Israele, ecc. Le politiche economiche di Trump, inoltre, provocheranno un aumento dei prezzi interni, oltre a maggiori profitti per le imprese nazionali interessate ai dazi, ma non saranno in grado di reindustrializzare il Paese, e rischiano di provocare ritorsioni e guerre commerciali, oltre a provocare recessione nei Paesi colpiti dalle tariffe.

Il funzionamento del capitalismo liberista degli ultimi decenni si è basato sulla finanziarizzazione delle economie, l’indebitamento pubblico e privato, il contenimento dei costi (salari), l’aumento delle diseguaglianze, l’instabilità finanziaria. Non è un modello di sviluppo che possa proseguire a lungo con successo, ma non sembra proprio che Trump abbia consapevolezza ed idee in proposito: Egli sembra piuttosto convinto di poter conciliare dazi e liberismo finanziario.

La globalizzazione ha prodotto danni molto seri alle economie avanzate dell’occidente, ma ha facilitato, anzi per molti versi provocato, la crescita esponenziale della Cina, dell’India e di altri Paesi che oggi si collocano su posizioni di indipendenza e di competizione con gli USA. È la favola dell’apprendista stregone che si è materializzata. D’altra parte non mancano i problemi economici anche per la Cina e soprattutto per la Russia che comincia a pagare il prezzo della guerra ucraina con una carenza di personale militare e di lavoratori per la produzione, e soprattutto con una inflazione molto elevata che rischia di andare fuori controllo. Ciò porta a ritenere che Putin dovrà in qualche modo accettare le proposte di tregua di Trump.

La democrazia è in crisi dovunque. Il sistema non sembra in grado di funzionare in maniera efficiente. Di fronte alla stabilità delle autocrazie, l’instabilità e le difficoltà di governo dei Paesi democratici sono leve formidabili per svolte di tipo autoritario anche in Europa oltre che negli SU, senza che le masse popolari siano particolarmente interessate alla tutela dei diritti politici: di fronte alle difficoltà ed emergenze economiche, ai timori e all’incertezza per il futuro, diritti politici e civili appaiono scarsamente rilevanti, e tutto sommato poco attraenti. La gente, sempre di più desidera ordine, decisionismo e tutele, vere o presunte che esse siano.

I giochi, naturalmente non sono fatti, ma grande è il disordine sotto il cielo, e la situazione non è per nulle eccellente. Per la sinistra si prospetta un periodo di resistenza, piuttosto che di espansione, con molti rischi e anche molte contraddizioni interne. Per esempio, una posizione accettabile sulla guerra potrebbe comportare la richiesta di cessare il fuoco e, per l’Ucraina, la rinuncia alla Crimea, l’autonomia delle zone contestate, la neutralità del Paese e l’accordo sulla fine di ogni espansione della Nato ad est anche per il futuro; per il medio oriente, il riconoscimento dello Stato di Palestina e la fine di ogni vendita di armi ad Israele. Ambedue queste proposte determinerebbero oggi una spaccatura del PD. Domani chi sa.

Se le cose stanno così, allora gli argomenti da approfondire dovrebbero essere individuati ed estratti dalla analisi precedente, almeno così mi sembra. Altrimenti si rischia di “pestare acqua nel mortaio”.

Vincenzo Visco

 

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13 MAGGIO 2025

 

 

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