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Qui il video integrale del Convegno
Ho conosciuto Aldo Tortorella 50 anni fa, quando ero segretario della FGCI di Milano.
Tortorella è stata una figura fondamentale nella formazione della generazione che ha assunto responsabilità politiche negli anni ’80: ci ha insegnato la libertà del pensiero, il rifiuto dell’ideologismo, la passione morale e civile, l’apertura al nuovo.
Ricostruire i passaggi della sua vicenda umana e politica non è semplice, in quanto ha attraversato per quasi un secolo la storia del PCI e della sinistra italiana.
Dinnanzi a una storia così grande, spero che l’affetto che mi lega a lui non mi faccia esagerare nel parlarne bene, lui per primo non avrebbe voluto e avrebbe commentato sottovoce la sua contrarietà.
Del resto, non ha mai voluto scrivere una sua autobiografia. Alberto Leiss che ha collaborato con lui negli ultimi anni ha provato a convincerlo ma c’è riuscito solo in parte.
In quella sua indisponibilità c’è un tratto del suo carattere, un fastidio per i toni eccessivi, per le autocelebrazioni, una sua riservatezza che si accompagnava a una grande autoironia.
Forse questo ha pesato sulla sua popolarità perché ci si esalta per le figure eroiche e lui sfuggiva dalla retorica dell’eroismo, ma ha permesso a chi l’ha conosciuto di apprezzare ancora di più le sue qualità.
Tortorella ha vissuto momenti drammatici nella sua giovinezza, ma ne parlava poco, e quelle poche volte con leggerezza e lievità.
Arrestato a 17 anni, ricordava del carcere, “con gratitudine”, che i detenuti comuni gli avevano insegnato a difendersi dalle cimici.
Della fuga dall’ospedale di Niguarda ricordava di una ragazza che “a un certo punto mi tirò dentro un portoncino e mi diede un bel bacio vero; una cosa mai vista né prima né dopo”.
Certamente non erano ricordi di eroismo.
Tortorella veniva da una famiglia liberale; il padre avvocato, alto burocrate dello stato, intendente di finanza; la madre una donna con una intelligenza acuta che faceva battute fulminanti.
Studente brillante, avanti due anni negli studi, è il più giovane di quella generazione di intellettuali che negli anni della Resistenza si iscrissero al PCI.
L’incontro di Tortorella con l’ambiente antifascista avviene a Milano, dove studiava al liceo, grazie a un giovane supplente insegnante di filosofia, Mario De Micheli, che diventerà poi un grande critico d’arte.
Attraverso De Micheli frequenta l’ambiente artistico milanese, le mitiche sorelle Pirovini che avevano una trattoria a Brera dove si ritrovavano i giovani artisti, il gruppo di Corrente e altri, e lì incontrò Raffellino De Grada.
Colpisce molto come in quegli anni il mondo dell’arte milanese sia una fucina di antifascisti e di militanti del PCI.
C’era tra le altre una galleria diretta da un giovane intellettuale napoletano, Ugo Arcuno, che era stato delegato al IV congresso dell’internazionale comunista, intorno a cui si formò il primo nucleo di artisti del neorealismo. Arcuno lavorerà poi con Tortorella all’unità come inviato speciale.
Questo era in quegli anni tremendi il mondo artistico milanese.
Attraverso De Grada, che era stato incaricato da Eugenio Curiel e Gillo Pontecorvo di dare vita al primo comitato del Fronte della Gioventù a Milano, entra in contatto con l’organizzazione e nel ’43, a 17 anni, iscrittosi all’università, ne diventa responsabile per l’università.
Dopo l’arresto nel ’44 e la fuga dall’ospedale di Niguarda, viene inviato a Genova dove partecipa alla Resistenza militando nelle squadre di azione patriotica col nome di battaglia “Alessio” e sarà poi direttore dell’edizione genovese dopo la liberazione.
Tortorella raccontò che in quegli anni rimase colpito da un opuscolo clandestino in cui si parlava del processo a Karl Radek, l’intellettuale bolscevico poi ucciso in carcere.
Ne parlò con un compagno di università più anziano, Quinto Bonazzola un “ortodosso”. Ricordava Tortorella: “la sua risposta fu per me una rivelazione; noi non sappiamo ancora se il difetto è nel sistema o del sistema.”
Si confidò anche con Carlo Venegoni, suo referente a Genova nelle SAP, e a cui era legato da affetto profondo. Venegoni gli rispose: “Processi tutti falsi. Ma noi dobbiamo stare con l’URSS”. Commenterà Tortorella: “Indimenticabile!”.
È singolare come in quegli anni giovanili, nella clandestinità, Tortorella sia già attraversato da dubbi e interrogativi sull’Unione Sovietica e sullo stalinismo.
In seguito, questi dubbi si trasformeranno in una totale estraneità, non trovo altro termine, da quelle esperienze. Non lo ho mai sentito definirli paesi socialisti o del socialismo finora realizzato, ma usava lunghe perifrasi dove la parola socialista era comunque assente.
Questo non gli impedì di avere un grande affetto e rispetto per la generazione più anziana dove il rapporto coi paesi dell’est era molto più forte, e non condivise mai la critica di doppiezza rivolta a Togliatti e altri dirigenti.
Riconosceva a quella generazione il convincimento che in URSS il socialismo fosse in marcia nonostante le tragedie e le brutture a cui avevano assistito.
Ma riteneva che non potesse essere questa la posizione e la convinzione di quella nuova generazione cresciuta nella Resistenza.
La storia lo chiamò presto a scelte difficili, prima con la rivolta operaia a Berlino nel ’53, poi con l’invasione dell’Ungheria nel ’56. Diversi giovani intellettuali lasciarono il PCI, e anche Tortorella mise in discussione la sua adesione al partito e iniziò a lavorare nella piccola impresa del fratello.
Decisivi a convincerlo a non abbandonare il PCI furono Pietro Ingrao e soprattutto il suo professore di università Antonio Banfi.
Ricordava Tortorella che Ingrao, allora direttore dell’Unità a Roma, fu brusco e lo richiamò al dovere di restare.
Banfi, con cui si laureò nel ’56 con una tesi sulla libertà in Spinoza, non gli disse cosa fare ma gli domandò: “Se mollano quelli come noi che vogliono il cambiamento di questa forza politica cosa ne sarà di essa?”.
Già da questi primi tratti emerge come Tortorella sia stato un dirigente anomalo nel PCI, diverso dalla generazione che lo aveva preceduto e questo è abbastanza scontato, ma anche tra la sua generazione, un intellettuale aperto, libero, curioso, un animo inquieto.
Mi sono chiesto come mai.
Forse la partecipazione alla Resistenza al nord, tra i pochissimi di quella generazione di futuri dirigenti comunisti.
Forse la frequentazione da ragazzo dell’ambiente artistico milanese con la sua carica libertaria e aver vissuto poi per molti anni a Milano, grande città industriale attraversata da mille trasformazioni.
Credo comunque che l’incontro con Antonio Banfi fu decisivo.
In un convegno di pochi anni fa organizzato dal Senato proprio su Antonio Banfi, con un filo di ironia ma in una occasione ufficiale, si definì “suo allievo, suo rispettoso e fedele allievo.
Banfi era il razionalismo critico ed era in polemica con la cultura dominante nel gruppo dirigente del PCI, a cominciare dallo storicismo inteso come materialismo storico.
In Banfi, ricordava Tortorella, “c’era il rifiuto di qualsiasi dogmatismo, la liberazione della cultura da ogni forma di oscurantismo, l’avversione a una presunta superiorità della cultura umanistica rispetto a quella scientifica, l’apertura alla cultura europea e alle scienze umane come la sociologia, l’antropologia, la psicologia, che aiutano a capire quella molteplicità e quella complessità dell’essere umano.”
Intorno a Banfi, maestro della libertà di pensiero, si formano numerosi intellettuali anifascisti e i più giovani entreranno nel PCI.
Una di queste fu Rossana Rossanda, che guidò la Casa della Cultura dal ’51 e che visse momenti di polemica e di tensione con la federazione milanese del PCI diretta da “figure straordinarie come Vaia e Alberganti.
Sarebbe interessante riflettere su come mai a Milano, la città più avanzata industrialmente e la più dinamica in molti campi, convivessero da un lato una nuova leva di giovani intellettuali profondamente innovatori riuniti intorno a Banfi, mentre il gruppo dirigente del partito era chiuso e di impronta stalinista.
È una contraddizione evidente. La questione forse viene da lontano e ricordo bene che Tortorella in uno dei nostri primi incontri mi parlò di un articolo di Antonio Gramsci, “il problema di Milano”, in cui si criticava l’assenza in questa città di una organizzazione rivoluzionaria.
Se guardiamo alla storia della sinistra milanese ci sono tratti comuni che si ripeteranno nei decenni inesorabilmente.
Nonostante le profonde differenze, la grandezza di quel partito, “il capolavoro di Togliatti” diceva Tortorella, fu quello di fare convivere culture e posizioni diverse, certamente non senza asperità.
Ad esempio, Banfi, che era membro del comitato centrale, “non era formalmente escluso dalla commissione cultura nazionale ma fortemente osteggiato”. Nel ’46 fece pubblicare sulla rivista “Studi filosofici” che dirigeva, una critica a un articolo di un dirigente del partito comunista francese contro l’esistenzialismo. Si aprì una discussione durissima col pcf, ma Banfi fu duramente criticato anche nel PCI in una riunione del comitato centrale e questo lo spinse a chiudere la rivista.
Non era facile la vita nel PCI per Banfi, ma neanche per chi si era formato alla sua scuola.
Non solo perché il razionalismo critico era cosa ben diversa dallo storicismo, ma nasceva anche, ricordava Tortorella, da ciò che aveva mosso buona parte dei giovani allievi di Banfi a diventare comunisti; quel testo del 1944, “Moralismo e moralità”, in cui si affermava “il rifiuto di una morale costruita su dogmi pensati come eternamente validi, mentre si propugnava la necessità di un’etica dell’impegno su ciò che la necessità dello svolgersi della vicenda umana suggerisce a una visione critica della realtà”.
È evidente che tutto questo non poteva che entrare in conflitto con quanto resisteva nella cultura del PCI, a partire dall’affermazione su tutto del ruolo del partito.
Il legame profondo con il suo maestro non impedirà in seguito a Tortorella di sottoporre anche questa visione etica di Banfi a una lettura critica. Scriverà Tortorella: “Se è vero che la morale è storicamente data nelle sue trasformazioni, ciò non significa che non ci possano essere dei criteri universali. Per educare i quadri, scrive nei Quaderni Gramsci, ci vogliono saldi principi morali, ma dove ricavarli? Dalla loro durata nel tempo risponde. E ciò che permane e dura è la legge mosaica, non uccidere, non dire falsa testimonianza. Cioè ad esempio non bisogna ammazzare gli oppositori”.
È il tema della libertà che ritorna.
Se per Banfi le ragioni filosofiche non pesarono nella sua iscrizione al PCI, così sosteneva, l’influenza di quel pensiero fu determinante nella impronta politica di Tortorella, e gli permise di vedere dove altri non arrivavano.
Ricordo benissimo come richiamava costantemente noi giovani della FGCI, a una lettura critica della realtà, a interrogarci su ciò che ci circondava, a essere sempre mossi dal dubbio, a non dividere il mondo in maniera manichea; quante volte lo abbiamo sentito affermare “è vero questo, nevvero quest’altro”.
C’era in lui un fastidio, un rifiuto profondo per quella vulgata in cui cadeva lo storicismo per cui chi vince ha ragione. Se ci guardiamo indietro, soprattutto negli ultimi decenni, vediamo le conseguenze nefaste di quella vulgata, l’accettazione acritica della realtà e di concerto del pensiero dominante, il venir meno di una “cultura critica”.
Nel 1954 in un confronto con Bobbio, Togliatti sosteneva che con la nascita dell’URSS, il socialismo non era più una parola vana, non era più un sogno, non era più una speranza, c’era già una realtà socialista in marcia. Tortorella commenterà anni dopo: “L’intervento di Togliatti lo ricordo bene perché ne fui intellettualmente turbato. La sua argomentazione non reggeva: il fatto che un’idea politica si fosse attuata in una costruzione politica concreta non significava che quella costruzione fosse di per sé giusta e attuativa dell’idea”.
Tortorella aveva chiari i limiti e le chiusure di quel partito, i suoi ritardi, e credo che non fu semplicissima la sua militanza nel PCI.
Non penso a un suo isolamento politico, ebbe sempre ruoli di responsabilità fin da ragazzo e costruì rapporti umani molto forti anche con dirigenti su posizioni diverse, per ultimo Emanuele Macaluso.
Certamente ricordava “gli sguardi che non gli venivano risparmiati per le sue stranezze”, il non essere stato delegato all’VIII congresso, l’intervento di Bufalini nel 1980 in direzione contro il suo ingresso in segreteria, “Tortorella è così bravo alla commissione cultura che non dobbiamo distrarlo eleggendolo in segreteria”. (La proposta di Berlinguer venne respinta dalla direzione, e Tortorella entrerà poi in segreteria al congresso nazionale.)
Non è questo il punto. C’è una sua affermazione che mi ha molto colpito: “Ciò che mi convinse a restare nel PCI era la volontà di non cambiare di campo, e al contempo la volontà di cambiare il nostro campo.”
Credo che qui ci sia il cuore della vicenda politica di Tortorella, il senso della sua militanza nel PCI, quell’impegno per rinnovare profondamente quel partito che lo trovò spesso solo.
È significativo che in un convegno abbia richiamato l’ultimo intervento di Banfi al congresso del PCI dopo il XX congresso del PCUS.
“La scelta di Banfi di rimanere nel PCI ha il senso esplicito di una volontà e di una richiesta di rifacimento del partito. È un intervento che in realtà è un appello di ripudio contro il dogmatismo contro cui egli aveva lottato incessantemente dentro e fuori il partito. Alla chiusura dogmatica in principi ritenuti sacri, attribuisce le scelte rovinose e tragiche del settarismo, e all’opposto quelle ripugnanti del cedimento opportunistico”. Tortorella parla di Banfi, ma pare un testo autobiografico.
Certamente si batterà per il rinnovamento del PCI sfuggendo da scorciatoie e radicalismi, mantenendo sempre una vocazione unitaria, seguendo la sua indole e il suo carattere. Non abbandonerà mai l’equilibrio di un dirigente che si autodefiniva “centrista fin da piccolo”, che aveva fatto una scelta di campo ma aveva la consapevolezza delle difficoltà e dei tempi necessari per cambiare il nostro campo.
Questo non gli impedì di fare molte battaglie, anche se devo confessare che negli ultimi anni qualche volta non nascondeva un certo ripensamento, come una autocritica per come in alcuni passaggi fosse stato troppo prudente e si fosse autocensurato.
Credo che questo sia stato per Tortorella una ragione di sofferenza, il vivere la distanza tra i suoi convincimenti profondi, ciò che riteneva necessario rinnovare, e la pratica e la cultura prevalente nel partito.
Ma su tutto prevaleva l’adesione a quel campo, e l’attaccamento profondo a quella comunità, a quell’insieme di sentimenti che legavano donne e uomini così diversi. Lui, così riservato, sentiva fortissimo questa adesione; ricordo che una sera, ero stato appena eletto segretario della federazione del pds di Milano, lo chiamai a un’ora molto tarda in una situazione drammatica in cui avevano arrestato un compagno a cui eravamo tutti molto legati. Ho in mente le sue parole: “Chiama subito i compagni, state insieme, non rimanete soli”. L’appello alla comunità per affrontare i momenti difficili.
I suoi primi 20 anni nel partito lo videro impegnato nella direzione dell’Unità, tra Genova e Milano.
All’inizio non fu una libera decisione: “Fui clandestino e operativo a Genova fino alla Liberazione. Nella sera del 23 aprile 1945 mi incontrai con Venegoni che mi comunicò che per l’indomani era stato proclamato lo sciopero generale e l’insurrezione. Io, che pensavo di dirigere i miei giovani del fronte della gioventù insieme con gli altri, pensai: finalmente! Ma il mio entusiasmo durò un attimo perché lui aggiunse subito: e tu sei destinato all’Unità. Forse protestai debolmente, ma si doveva obbedire. Non so bene perché mi avessero destinato all’Unità. Il fatto era che io ero uno dei pochi studenti universitari comunisti rimasti: Giacomo Buranello era stato ucciso, Walter Fillak era stato impiccato, Carrassi era stato mandato a Mathausen … Insomma, il gruppo di giovani universitari era stato decimato.”
Nel 1966 gli venne proposta la condivisione della direzione dell’Unità, di fatto lui a Milano sotto Alicata a Roma. La proposta non lo convinse, lo dividevano troppe cose da Alicata. Scriverà Tortorella che dopo il XX congresso del PCUS, la parola intolleranza era stata bandita dal linguaggio ufficiale del partito, e per confermare questa scelta Alicata intervenne al congresso del PCI con queste parole: “Compagni, è intollerabile essere intolleranti!”. Non so se sia andata proprio così, ma rende bene cosa pensasse di Alicata.
Nel 1966 all’XI congresso venne eletto prima segretario provinciale della federazione di Milano e poi segretario regionale della Lombardia.
Sono anni cruciali nella storia di Milano e della Lombardia; da un lato lo sviluppo di un impetuoso movimento di operai e studenti, dall’altro una reazione furibonda che con la bomba alla banca dell’agricoltura di piazza Fontana diede vita alla strategia della tensione.
Sono anni in cui nel PCI si apre una discussione forte sul giudizio sul movimento degli studenti e su come rapportarsi ad esso. L’incontro tra Luigi Longo e alcuni dirigenti di quel movimento non fu condiviso da tutto il gruppo dirigente. Tortorella era convinto come Longo, che fosse necessario un dialogo per evitare che tanti giovani si facessero travolgere da una deriva pericolosa, e partecipò e intervenne anche a una assemblea del movimento fatto rarissimo in quei tempi e anche dopo.
Ricordo che il 21 gennaio del 1970 il movimento organizzò un corteo contro la repressione che fu vietato e ci furono violenti scontri tutta la notte. 10 giorni dopo, il 31 gennaio ci fu una seconda manifestazione questa volta con l’adesione e la presenza in massa del PCI. Fu un cortea enorme, pacifico, che segnò un cambiamento nel clima della città.
Ma la grande risposta avvenne prima, ai funerali in piazza del Duomo.
Uso le parole di Tortorella: “Il giorno del funerale fummo noi a organizzare la piazza, naturalmente lavorando coi sindacati, e Rumor rimase esterrefatto, arrivò e trovò piazza Duomo piena, piena la chiesa, e il servizio d’ordine lo fece passare nella piazza silenziosa, una scena da Rivoluzione d’ottobre. E il silenzio, niente applausi, niente.” Potrei aggiungere nessuna bandiera, un muro umano di donne e uomini, di tutte l’età che fu decisivo a respingere quell’attacco alla democrazia italiana.
Dopo l’esperienza di direzione in Lombardia, torna a Roma come direttore dell’unità, e poi nel 1975 diventerà responsabile nazionale della cultura. La sera stessa della sua elezione venne ucciso Pier Paolo Pasolini. Tortorella organizzò i funerali alla casa della cultura di Roma (con qualche inconveniente perché non avevano calcolato che le scale erano strette e fu un problema portare la bara…) suscitando subito diversi malumori nel gruppo dirigente.
Il suo impegno fondamentale in questo periodo è l’apertura del PCI ai fermenti che attraversano l’intellettualità confrontandosi con le nuove avanguardie.
Sono gli anni del dialogo con il gruppo 63 nel campo della letteratura, con le novità nel campo culturale a partire da Berio e Luigi Nono, e ancora nel campo dell’arte e della filosofia.
Tortorella è mosso da una grande curiosità, apertura, da un atteggiamento moderno verso ciò che anche in maniera polemica si muove intorno al PCI.
Ricordo uno dei primi incontri che ebbi con lui. Ero da poco segretario della fgci di Milano e mi chiese di accompagnarlo in un posto. Ero abbastanza intimorito. Mi parlò prima del famoso articolo di Gramsci, “il caso Milano”, poi mi chiese improvvisamente se ero stato al centro sociale Macondo, fondato da Rostagno ed altri. Per il PCI milanese era il luogo del peccato e risposi prontamente di no. Si fermò, mi guardò e mi ricordo ancora le sue parole: “Come puoi parlare ai giovani se non frequenti i loro luoghi e non cerchi di capirli?”
Non era raro in quegli anni trovarlo con “strane” riviste per un dirigente del PCI, come ad esempio A/Traverso. Contemporaneamente leggeva saggi, libri, di intellettuali e filosofi anche d’oltre oceano.
Anche il convegno che organizzò all’Eliseo di Roma nel 1977 aveva lo scopo di spingere il PCI a una diversa e più attiva politica verso l’intellettualità diffusa. Aveva visto chiaramente il crescere di un nuovo e numeroso ceto intellettuale decisivo per una prospettiva di trasformazione, ed era convinto che con quel mondo avremmo dovuto dialogare ed ascoltarlo. Quel convegno verrà ricordato essenzialmente per le conclusioni di Berlinguer sull’austerità, e rimase in Tortorella il rammarico per una occasione persa.
Trent’anni dopo si parlerà di ceto medio riflessivo. Purtroppo, trent’anni dopo.
L’opera di svecchiamento che investe il gruppo dirigente del PCI produce anche discussioni e confronti oggi impensabili.
Venne accusato in direzione da Amendola e Pajetta di non polemizzare con la rivalutazione di Nietzsche. In quella occasione Tortorella ebbe buon gioco perché proprio in quel periodo era stato stampato il diario della madre di Pajetta in cui la giovane Elvira manifestava il suo entusiasmo per la lettura del filosofo tedesco.
In un’altra occasione ebbe una discussione sempre in direzione con Reichlin sullo storicismo hegeliano; allora funzionava così.
Gli anni ’80 segnano una rottura nella storia del PCI, quello che semplificando viene definito il tempo del secondo Berlinguer.
Ho letto giudizi molto discutibili su quel periodo, ad esempio che l’assassinio di Moro segnò la sconfitta di Berlinguer e la sua fine politica.
Penso al contrario che ci fu allora il tentativo più ambizioso di “cambiare il nostro campo”, con un processo di radicale rinnovamento del PCI e della cultura del comunismo italiano, portando all’estremo la tensione tra vecchia identità e rinnovamento.
Sono anni di grandi mutamenti, l’elezione della Tatcher e di Reagan, il colpo di stato in Polonia, l’assassinio di Aldo Moro che chiude la prospettiva di un ingresso dei comunisti al governo osteggiata da est e da ovest. Per usare un vecchio linguaggio siamo a un cambio di fase della storia.
Dinnanzi a queste novità Berlinguer sceglie di iniziare una nuova storia, spingendosi su strade prima sconosciute.
Berlinguer aveva una formazione culturale simile a quella dominante nel gruppo dirigente del PCI, ma secondo Tortorella aveva una sensibilità umana che gli permetteva di aprirsi alle novità. Forse non c’è solo questo. Mi ha colpito rileggendo i discorsi di Berlinguer sulla pace raccolti nel volume curato da Alexander Hobel, che dopo gli avvenimenti della Polonia cambia il linguaggio di Berlinguer, più libero, senza più i riferimenti ideologici del passato.
Berlinguer era un uomo curioso, ed è come liberato; richiama termini estranei alla nostra tradizione, “ascoltare le aspirazioni” riferite a soggetti collettivi ma anche a singoli, propone il convegno di futurologia in cui coinvolgere scienziati e studiosi dei cambiamenti in diversi campi e vede le nuove contraddizioni che si muovono nelle coscienze e nella società. Non è leggerezza di un pensiero, ma sono le cornici teoriche con le quali guarda il mondo che vengono a riplasmarsi in senso empirico e antidogmatico.
Dinnanzi al bivio in cui si trova il PCI, tra la cancellazione di quella storia come avverrà dieci anni dopo, o ripensare criticamente quella storia per ridare dignità e onore a quella” parola maledetta”, sceglie la seconda opzione.
Scriveva Tortorella:” La parola comunista è stata fraintesa e infangata da altri. Non significa un regime, e meno che mai un regime di soffocamento della libertà di ciascuno e di tutti ma l’esatto contrario. È un modo di pensare il mondo e i rapporti tra gli uomini e tra gli uomini e le donne, oggi ancora dominati dalla prevaricazione innaturale e barbara tra chi ha tutto e chi non ha niente, tra i valori di un mondo moribondo e quelli di un mondo nuovo che stenta a nascere”.
L’innovazione e il rinnovamento della cultura e della politica del PCI investono tutti i campi.
Sul piano internazionale con l’affermarsi della fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre non siamo più alla critica di quel modello nel nome della via italiana al socialismo, ma siamo al rifiuto di quel modello in nome di un altro socialismo.
Sul piano sociale sono gli anni della lotta alla fiat e del referendum sulla scala mobile contro un’offensiva neoliberista che travolge tutto l’occidente, in difesa di quella classe operaia che era parte fondamentale dell’insediamento dei comunisti italiani.
È un errore leggere quegli anni come gli anni dell’arroccamento nei vecchi fortini. Certamente il PCI si schierò a difesa dei lavoratori, ma nel gruppo dirigente intorno a Berlinguer c’era la consapevolezza che quelle mobilitazioni non potevano nascondere il fatto che la contraddizione di classe non era sufficiente a comprendere le novità che maturavano nella società e nei processi di trasformazione del capitalismo.
Scriveva Tortorella: “L’errore è la concezione dell’umanità troppo limitata alla sua storicità, in cui la contraddizione capitale lavoro rimaneva l’unico motore. Se l’uomo e di conseguenza la società diventa esclusivamente sequenza di una storia economica e politica, ne viene una difficoltà estrema a vedere la molteplicità e la complessità dei fattori che definiscono sia l’uomo sia la società di intendere il peso del simbolico e dell’immaginario nella determinazione dei sentimenti e delle tendenze di massa”.
Anche da questa riflessione nasce l’apertura ai nuovi movimenti, alle nuove contraddizioni parimenti importanti di quella di classe.
Sono gli anni dell’incontro col femminismo della differenza di cui Tortorella per primo colse il valore dirompente, con l’ambientalismo e col pacifismo.
La riflessione investì anche la politica, i suoi fondamenti, le forme dell’agire politico, e la denuncia della crisi della democrazia e dei partiti e del loro rapporto con la cosa pubblica, la questione morale.
Talvolta sento una critica verso il carattere di questa innovazione, qualcuno adombra la rimozione della questione sociale. Non penso sia così, Tortorella non ha mai avuto dubbi nel sostenere le lotte operaie di quegli anni, forte era il suo rapporto, ad esempio, con il gruppo dirigente storico della fiom, e fortissima la critica a una sinistra che avrebbe dimenticato la condizione operaia.
In una delle sue ultime interviste a Repubblica di pochi mesi fa ricordava che se la sinistra rimuove le sue idealità, se dimentica di battersi per le classi subalterne e precarie, allora prevarranno i sentimenti ancestrali. Quelli su cui in questi anni ha fatto leva la destra, e non solo in Italia.
Ma quello che c’è di originale in Tortorella è la consapevolezza “della complessità che definisce sia l’uomo sia la società.
Tortorella, negli ultimi anni di Berlinguer, non è più come nel passato la testimonianza di un necessario rinnovamento che avanzava molto lentamente, ma è uno dei protagonisti di questo tentativo di radicale rinnovamento.
È un momento difficile per il PCI, attraversato nel suo gruppo dirigente da una discussione e divisione profonda. Una parte consistente e a un certo punto maggioritaria del gruppo dirigente non condivide le novità, le considera fumisterie, rincorse di culture estranee alla nostra tradizione, un abbandono della politica delle alleanze in nome di un movimentismo astratto.
Per la mia generazione era come respirare aria nuova, misurarsi con apertura con quello che maturava intorno a noi. Lì maturò il processo che portò alla rifondazione della fgci.
Se guardiamo al mondo di oggi quelle sfide sono tutte squadernate davanti a noi
La morte di Berlinguer interrompe quel tentativo di rinnovamento radicale.
Alessandro Natta viene eletto segretario nonostante le sue forti resistenze ad accettare l’incarico, e dopo di lui, sostenuto da Tortorella “vittima delle sue macchinazioni”, (era una frase che amava molto), diventerà segretario Achille Occhetto che poi farà la svolta.
Ricordo che incontrai Tortorella il sabato dopo l’annuncio di Occhetto.
Non fece nulla per convincermi per il no, non mi disse cosa avrebbe fatto, mi mise solo in guardia sulle possibili conseguenze di una mia opposizione.
Dopo un lungo confronto, dinnanzi alla mia determinazione mi disse “allora faremo questa battaglia insieme”, e quella sera decise il nome della mozione congressuale, “Per un vero rinnovamento del PCI”.
Per un dirigente che aveva passato la sua vita a battersi per “cambiare il proprio campo”, non poteva essere quella una posizione di conservazione.
Il dissenso era sul metodo, trasformare il congresso in un referendum, e sul merito, non la necessaria rivisitazione di quella storia ma “l’abiura di una storia grande e drammatica come quella del PCI, piena di grandi meriti pur con tanti errori, per proporre un partito che non si sapeva cosa fosse”.
Più tardi ricorderà la battuta cattiva di Churchill contro i laburisti inglesi: “Sono come Cristoforo Colombo, partono senza sapere dove vanno e quando arrivano non sanno dove sono”.
Non era in discussione il necessario cambiamento, ma questo doveva partire da uno sforzo di elaborazione per definire una nuova identità, perché senza questa non c’è partito e non c’è sinistra.
Secondo Tortorella il centro della svolta era sostanzialmente liberarsi da quel nome ingombrante per accedere definitivamente al governo, non più figli di un Dio minore: quella era la stella polare.
Tortorella con Ingrao e Natta si batterono contro la presentazione di una mozione unitaria per il no all’ultimo congresso del PCI e rimasero in minoranza. Tenemmo la riunione a casa di Lucio Magri e fui tra quelli che si espressero a favore. Era contrario perché la mozione unitaria offuscava il profilo innovatore del no alla svolta, e perché vedeva il delinearsi di un percorso che avrebbe portato inesorabilmente alla scissione.
La verità è che in entrambi i fronti troppi ormai volevano la separazione.
Tortorella rimase dopo il congresso nel pds, nel “gorgo” come definì quella scelta Ingrao, e fu contrario alla scissione per attaccamento a quella comunità ma soprattutto perché era convinto che la rottura avrebbe estremizzato le posizioni facendo emergere il peggio da entrambe le parti.
Uscirà con Chiarante dai ds alla fine degli anni ’90, per la guerra in Jugoslavia e i bombardamenti a Belgrado che non poteva moralmente accettare.
“lo facemmo in silenzio, senza polemiche, perché nel partito lasciavamo tanti amici e compagni che pensavano, sbagliando purtroppo come si è visto, di poter fermare quella deriva, e non volevamo nuocere a loro”.
Fu un atto di generosità che è raro in politica, anche nella sinistra e nei suoi gruppi dirigenti, dove i personalismi e i rancori non finiscono mai, dove prevale sempre la convinzione “dopo di me il diluvio”.
In seguito, rilanciò Critica Marxista e fondò l’associazione per il rinnovamento della sinistra, in cui si incontravano le diverse anime della sinistra.
Il suo disagio per questo mondo dilaniato da guerre e per lo stato della sinistra, non l’ha mai fatto cadere nel pessimismo, cercava nei fermenti che attraversano la società i semi di una nuova speranza, che poteva avere anche il volto di Grete Thumberg, “che da sola organizzò il suo sciopero in difesa dell’ambiente”.
Solo la pigrizia intellettuale e il conformismo al pensiero unico che si oppone a qualsiasi critica allo stato di cose presenti, possono definire Tortorella un conservatore.
Ricordo, ad esempio, la discussione tra lui e Cesare Luporini al primo congresso della svolta.
Per Luporini il comunismo era un orizzonte, qualcosa a cui tendere ma che non si può raggiungere.
Per Tortorella anche nell’orizzonte c’è qualcosa di troppo costruito, di troppo definito, e si batté, prevalendo, per definire il comunismo come un punto di vista critico della società, perché questo ci rendeva più liberi nella critica della società.
Intrecciato a questo ragionamento c’era in Tortorella la convinzione, fin da giovane, che il fondamento della politica non può che essere di natura etica e morale.
“Ad esempio: qual è il motivo originario del movimento comunista? Il bisogno soltanto? No, non è vero, perché esso si incontra con un’esigenza di carattere puramente ideale, cioè etico. Se leggi il Manifesto dei Comunisti di Marx ed Engels, che quando lo scrissero erano due giovanotti di trent’anni, ti chiedi: perché vogliono cambiare? Solo perché individuano una legge della storia, quella della lotta di classe? No, perché ebreo l’uno e di famiglia cristiana l’altro, ereditano delle idee di ordine morale, ereditano, pur discutendola, un’etica. È una questione di giustizia, perché è più giusta una società di liberi e uguali. L’idea di giustizia non nasce in natura. E nemmeno quella di sinistra, che è un dover essere”.
Teorizzò negli ultimi anni il socialismo dei comportamenti anche come reazione a atteggiamenti troppo “disinvolti” a sinistra.
C’era in quell’idea il richiamo a una coerenza, a uno stile di vita, che nascevano da una scelta morale e quindi politica: e c’era ancora una volta il legame profondo col suo maestro.
A quel congresso su Banfi Tortorella citò uno scritto del filosofo, “appunti per l’educazione degli adulti”, in cui il primo appunto è sulla cortesia.
Scriveva Banfi “La cortesia come maniera esteriore e naturalezza, come espressione dell’animo, come rispetto di sé stessi e di altri, come rapporto che permette la libertà e agevola la tolleranza e la comprensione”.
Commenterà Tortorella, “non era ingenuità, era un’idea di un altro modo possibile di vivere i rapporti umani”.
Coerente con queste idee, Tortorella fu molto esigente verso sé stesso, non limitandosi a teorizzarle ma praticando un “altro modo di vivere i rapporti umani”.
Ho già detto della generosità, ma potrei ricordare appunto la cortesia, il disinteresse, l’onestà e altre cose più personali come la cura che ebbe fino agli ultimi giorni per Chiara.
Quanto sarebbe importante se nella sinistra si riscoprisse l’etica e la coerenza nei comportamenti.
Nell’ultimo periodo era tornato a riflettere con passione sulla libertà, tema che lo accompagnò tutta la vita.
Vedeva nella sottovalutazione della libertà rispetto all’uguaglianza il limite più serio del movimento comunista, perché “la libertà viene prima dell’uguaglianza”.
Scriveva:” Certamente la dimensione sociale, certamente l’uguaglianza, ma senza libertà l’uguaglianza coatta è una prigione”.
Per Tortorella la grande responsabilità della sinistra era di avere lasciato la bandiera della libertà in mano ai nostri avversari. Questo ha permesso che la libertà fosse declinata in termini individualistici, privatistici, ciascuno contro tutti, fino alla legittimazione dei sentimenti più odiosi nel nome della libertà, in un capovolgimento valoriale impressionante.
Questo era diventato il cruccio di Tortorella, Il suo tormento, nella ricerca di una declinazione e di un contenuto della libertà diversi, questione non scontata, oltre la “distinzione” tra libertà di e libertà dal bisogno che nascondeva una reticenza nel pensiero della sinistra.
La sua ricerca si sviluppava intorno ad altre visioni del mondo, ad altre relazioni umane possibili, a un’altra idea della libertà, e accennò alla fine alla “libertà solidale”, “libertà per”, la libertà di ognuno come condizione per la libertà di tutti per tornare ai classici.
Si dovrà tornare a riflettere sulla sua persona, sul suo pensiero, sulle tante finestre che ha aperto nella sua lunga storia politica e intellettuale.
A me ha insegnato il piacere del dubbio, il non dividere il mondo in maniera manichea, la curiosità, e quella dimensione morale della vita e della politica a cui è stato sempre fedele.
E mi lascia il ricordo di mille incontri, di mille scambi di opinione, di mille momenti di libertà che ho vissuto con lui e mi hanno accompagnato tutta la vita.
Voglio infine ricordarlo con le parole con cui diede l’ultimo saluto a Rossana Rossanda, sua compagna di lotta fin dall’università quando erano entrambi allievi di Antonio Banfi. Sono parole bellissime e validissime anche per Aldo Tortorella.
“Penso che la sua forza fosse quella di essere una coscienza inquieta, senza illusioni sul genere umano ma senza smettere di amarlo, tanto da volerlo cambiare”. © RIPRODUZIONE RISERVATA 23 MAGGIO 2025 |