Graziella Falconi  
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NON SONO LA SIGNORA DI NESSUNO


Due libri sulla figura luminosa di Anna Kuliscioff



Graziella Falconi


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F. Taricone, (a cura di), Anna Kuliscioff. Non sono la signora di nessuno, Fuori Scena, 2024
F. Taricone, Oltre il tempo patriarcale la lungimiranza di Anna Kuliscioff, Tabedizioni, 2025

 

La vita di Anna Kuliscioff, di cui nel 2025 ricorre il centenario della morte, è fatta di molte vite perché fu poliglotta, medico, benefattrice, dirigente politico, intellettuale ma le sue caratteristiche e la sua attualità non sono state sufficientemente analizzate e divulgate, anche se le è stata rivolta una qualche attenzione rispetto alle figure femminili militanti, propagandiste e organizzatrici dell’idea socialista in Italia fra ‘800 e ‘900. Le ragioni di questo divario sono ascrivibili sia alla complessità e densità del suo percorso politico, sia alle sue esperienze internazionali, sia ai suoi rapporti con Andrea Costa e Filippo Turati, sia al tipo di prestigio esercitato all’interno del partito socialista, pur senza riconoscimento ufficiale del suo ruolo. Ma Kuliscioff, pur non essendo mai stata eletta negli organismi decisionali del partito, influì su tutti i momenti cruciali della storia socialista, non risparmiando vigorose critiche, quando necessario.

Meritoria dunque l’iniziativa editoriale del richiamo ai suoi scritti e alle sue posizioni riguardo il femminismo e il socialismo. Si deve all’attenzione di Fiorenza Taricone che ha curato un volume antologico degli scritti di Anna Kuliscioff Anna Kuliscioff. Non sono la signora di nessuno. Sul monopolio dell’uomo e la liberazione della donna, editore Fuori Scena, 2024, pp.208, sia un secondo testo, Oltre il tempo patriarcale la lungimiranza di Anna Kuliscioff, Tabedizioni, 2025, pp-180. Mentre il primo è un’impresa patrocinata dal “Corriere della Sera”, questo secondo volume scaturisce dalla tavola rotonda alle radici dell’emancipazione femminile del Novecento, svoltosi nel marzo 2023, presso il Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Nel primo volume Taricone ci presenta la bellissima Anna mentre - era l’agosto 1893- viene presentata come signora Turati. Ella con un ‘esuberante’ movimento, si volta verso l’incauto provinciale e dice “Non sono la signora di nessuno. Sono Anna Kuliscioff”. Fiorenza Taricone ha raccolto, in questa piccola preziosa antologia, gli scritti della Kuliscioff dividendoli in tre sezioni: il contesto, donne e politica, il voto alle donne.

Nel ‘contesto’, Kuliscioff, con un corposo scritto, presenta innanzitutto il proprio punto di vista, in base al quale è inevitabile per il socialismo non isolare la questione delle donne. Ripercorre quindi le tappe fondamentali dello sviluppo umano nel corso del quale alla donna toccò in sorte di essere considerata dall’uomo come uno strumento di lavoro, produttivo e riproduttivo. Mentre sarebbe stato nell’interesse dell’uomo, della specie umana, dare giusto valore alle donne poiché “se gli uomini fanno le leggi, sono invece le donne che fanno i costumi e sapete pure che quando vi è conflitto fra le leggi e costumi”, vincono i costumi. Bisogna invece assistere al paradosso di leggi vigenti che “infliggono alle donne” l’umiliazione di essere considerate una razza inferiore, incapaci di diventare maggiorenni, signore di se stesse, con una propria intelligenza, capacità e forza morale. Kuliscioff mette in risalto un dato spesso in ombra, quando non occultato. E cioè che le donne erano, nel 1880, la maggioranza della forza lavoro dell’industria tessile, percepivano una paga inferiore a quella dei maschi, in quanto il loro salario era considerato complementare a quello dell’uomo, ed erano condannate a una giornata lavorativa assai più lunga. “Siamo carne da macchine, conclude Kuliscioff, e dobbiamo diventare macchine noi stesse”.

L’Italia a quell’epoca era una delle poche nazioni d’Europa a non avere ancora alcuna legislazione di difesa del lavoro delle donne, e, dice Anna, purtroppo sarà la borghesia a rifilarcene una. Polemizza anche con Anna Maria Mozzoni sulla legislazione di protezione della donna. A suo parere, se per la donna borghese si trattava di allargare il campo del lavoro, per la donna proletaria, al contrario, si trattava di restringerlo o meglio di impedirne almeno l’impiego in strutture insalubri, nelle miniere, nei lavori metallurgici.

Nel secondo volume, l’attualità del pensiero e delle lotte della Kuliscioff per la salute, la dignità del lavoro, il suffragio universale per le donne di ogni ceto e condizione sociale, nonché la sua visione europea del rapporto tra questione operaia e condizione femminile, sono messe in relazione e confronto con le lotte e gli obiettivi del movimento femminista dell’epoca. Questi obiettivi riguardavano la riforma dell’istituto familiare, l’abolizione del divieto di ricerca di paternità, la tutela della maternità, la possibilità per le donne di accedere alle libere professioni. Questioni non astratte, conosciute nel vissuto quotidiano della Kuliscioff stessa. Nella prefazione, e nei saggi che compongono il volume, è presente il sotterraneo mondo delle biografie di relazione tra donne. Taricone sottolinea molto, in questa fase del movimento femminista, la presenza di una questione, ancora oggi molto presente: la centralità della relazione fra donne. Gruppi, anche di due o tre donne, che “contemporaneamente si illuminano sull’evolversi dei gruppi e delle associazioni”; piccoli nuclei riuniti intorno ad un progetto come ad es. la redazione di un giornale, di una rivista dove non mancavano aspri confronti sulla strategia da seguire e le decisioni da prendere. Nell’associazionismo femminile si registrava una significativa presenza di nubili e vedove, con più tempo libero a disposizione reso possibile dalla mancanza di una famiglia impegnativa; per le donne coniugate, l’attività molto dipendeva dal grado di affinità con il coniuge, se politicamente progressista, o meno.

S’interrogavano spesso su quale linguaggio usare per raggiungere un numero più vasto di donne e si faceva autocritica: “uno degli errori, anzi il più grande, forse l’unico errore dell’esordio delle donne socialiste è quello di ostentare una freddezza che non è nella loro anima… questa specie di maschera che noi ci mettiamo per non so quale stupido pudore ci estranea dalle lavoratrici che ci sentono così lontane così diverse da loro…. La donna operaia viene al socialismo soltanto per il sentimentalismo, per istinto della sua anima che soffrendo si ribella e non per la fredda teoria di libri che non ha il tempo di leggere”

Nel 1892 il fascio dei lavoratori di Milano, presentò nelle liste elettorali per le amministrative la candidatura di una donna: Rita Fontana, che aveva ottenuto una certa notorietà come rappresentante della Lega femminile nella commissione esecutiva della Camera del lavoro. Anna Kuliscioff criticò questa candidatura, come intervento improvvisato e inefficace, perché, dal suo punto di vista, il partito socialista - del resto appena nato- avrebbe dovuto, piuttosto, seguire la strada dell’SPD, il partito socialdemocratico tedesco, che con una specifica attività di propaganda e organizzazione fra le donne, ne aveva ottenuta una grande partecipazione alla vita di partito. Il timore era che su quella linea milanese le donne avrebbero finito con il rappresentare un quinto stato, dopo eventuale successo del quarto. “…, senza diritti di nessun genere e sempre piene di doveri come lo è stato fino ad ora”. Parlare del femminismo in senso trasversale era per lei un attardarsi ad una visione falsamente universalistica dei diritti, tipicamente borghese. Anna osservava che in tutto l’Occidente il movimento operaio viveva il paradosso di sostenere una ideologia di emancipazione ed eguaglianza tra i sessi, mentre nella realtà, nella prassi, nei linguaggi utilizzati scoraggiava la prospettiva paritaria.

É lo stato nascente del movimento delle donne con tutta la sua forza e la sua fragilità, in una Italia postunitaria, ricca solo di problemi. Uno dei più grandi e gravi riguardava il lavoro femminile. L’industria italiana, nel suo decollo, impiegava largamente le cosiddette mezze forze,”cioè bambine e bambini e donne così definite ma di cui non si capisce mai chiaramente l’età…. Per finire con il desolante quadro della prostituzione infantile che meglio sarebbe chiamare pedofilia di Stato”. Lo squarcio violento su una realtà edulcorata fu aperto dall’Unione femminile con la fondazione dell’asilo Mariuccia, intitolato alla memoria della figlia di Ersilia Majno, Mariuccia, morta all’età di 13 anni, mentre la madre si trovava a Roma per una riunione sui diritti sociali e civili. Per Ersilia l’apertura dell’asilo – nel 1902 in una villa suburbana affittata per una cifra simbolica- fu di aiuto a riprendere la lotta per i diritti delle donne. L’idea era quella di un rifugio dove senza alcuna formalità burocratica, senza distinzione di religione e nazionalità, potessero essere accolte giovani esposte al pericolo di venire immesse nel giro della prostituzione, figlie di prostitute o di carcerati, bambine abbandonate dalle famiglie, prive di assistenza o vittime di maltrattamenti, violenze carnali, incesto, ecc. L’asilo viveva con donazioni in denaro e soprattutto grazie al lavoro delle volontarie.

Il lavoro, le leggi di protezione del lavoro e la mancanza di esse, la violenza domestica , la soperchieria, il divario della disparità di salario per eguale lavoro, sono tutti temi strettamente legati tra loro. Per Anna Kuliscioff, l’aggancio con le lavoratrici meno alfabetizzate non doveva avvenire illustrando la razionalità della politica, ma toccando i temi del quotidiano: il salario insufficiente, l’utilità delle cooperative, la moralità nei luoghi di lavoro, la precarietà, la fame sempre in agguato.

Si può dire che gli argomenti e gli esempi storici che questi due libri offrono alla nostra riflessione rappresentano non solo un prezioso memorandum sulla figura luminosa della bella Anna Kuliscioff, ma anche e soprattutto uno sguardo acuto per comprendere da dove veniamo e anche verso dove dovremmo andare se la politica e la società sapranno rinnovarsi.

 


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20 GIUGNO 2025