|
I compiti attribuiti allo Stato nei sistemi capitalistici discendono, in primo luogo, dalle grandi trasformazioni economiche e politiche e, in secondo luogo, dai modelli interpretativi che sono elaborati a seguito di queste trasformazioni. Le politiche economiche e sociali a loro volta rendono operative i modelli dominanti, producendo nel tempo specifiche articolazioni del ruolo dello stato.
È opportuno in un brevissimo excursus storico indicare i momenti salienti del processo di definizione dei compiti dello stato, fino al modello neoliberale che ha dominato a partire dal 1990.
Gli effetti potenzialmente devastanti della prima rivoluzione industriale, pauperismo e incontrollato urbanesimo, sono stati analizzati da Stuart Mill. Per contrastare il degrado sociale e ambientale dei primi decenni dell'800 Mill auspicava interventi pubblici sia quando l'individuo non è il miglior giudice dei propri interessi (educazione), sia quando l'individuo non è in grado di valutare le conseguenze delle proprie scelte (lavoro minorile); sottolineava poi che in settori cruciali, come le pubbliche utilità, il monopolio è una necessità tecnologica giustificando interventi nella sfera produttiva.
L'aspirazione alla crescita economica nel settore manifatturiero, in contrapposizione al paese allora dominante, ha portato all'adozione di politiche protezionistiche. List, tedesco ma vicino al presidente americano Jackson, in contrapposizione a Ricardo ha giustificato il ricorso al protezionismo per le industrie nascenti. Oggi il protezionismo sembra invece essere indirizzato alla tutela delle industrie morenti.
Nella seconda rivoluzione industriale il sistema produttivo caratterizzato da grandi unità produttive localizzate in ambienti urbani ha imposto in Germania, superata la famiglia patriarcale l'adozione di un sistema di protezione sociale innovatore e anticipatore del moderno welfare. I socialisti della cattedra tedeschi hanno avuto un ruolo importante nella promozione delle riforme bismarckiane. In questo contesto è stato esplicitamente affermato il ruolo centrale dello stato nella promozione dello sviluppo economico. II socialismo della cattedra ha ispirato in Italia le politiche giolittiane.
Per fronteggiare le crescenti esigenze di finanziamento del settore pubblico a fine ottocento l'attenzione è rivolta al potenziamento del sistema fiscale. I primi utilitaristi, ammettendo la comparazione interpersonale delle utilità, diedero fondamento all'utilizzo delle imposte come strumento redistributivo.
Nel contesto della grande depressione, in particolare, il new deal roosveltiano ha potenziato il ruolo dei sindacati a fini di riequilibrio del potere contrattuale delle parti sociali.
Sempre negli anni '30 del secolo scorso con la rivoluzione keynesiana è stato riconosciuto che la carenza di domanda aggregata avrebbe comportato disoccupazione, se non contrastata da interventi di politica economica allora innovatori. In questo quadro teorico interventi fondati su variazioni del saggio d'interesse o diminuzione dei salari non erano strumenti efficaci per combattere un ciclo economico negativo.
Gli accordi di Bretton Woods hanno previsto meccanismi di controllo dei movimenti di capitali destabilizzanti, dopo le devastanti esperienze degli anni '30.
All'origine degli interventi riformatori nella sanità di Johnson, un fondamentale articolo di Arrow del 1965 ha dimostrato nella cornice teorica neoclassica che in un contesto d'informazione imperfetta, il sistema di mercato era incompleto: là dove il mercato non opera è necessario l'intervento dello stato.
Il ruolo dello stato nei sistemi capitalistici, con ovvie incertezze e arretramenti e con diverse accentuazioni nei singoli paesi, è stato il risultato, almeno fino al 1990, della progressiva introduzione nei meccanismi sociali ed economici delle analisi via via accumulatesi, qui sintetizzate.
La svolta avvenuta nell'ultimo decennio del secolo scorso, con la diffusa accettazione del modello neoliberale, ma con premesse già evidenti durante la presidenza Reagan, ha ridimensionato radicalmente le modalità d'intervento pubblico, ponendo in discussione molte delle basi teoriche fino ad allora elaborate.
Il modello neoliberale implica infatti assenza di vincoli al commercio internazionale, libertà di movimento dei capitali, annullamento tendenziale della presenza pubblica nella sfera produttiva, coesistenza di operatori pubblici e privati nella fornitura dei servizi sociali, riforme del mercato del lavoro tendenti a limitare il potere sindacale, diminuzione della pressione fiscale e contributiva come strumento d'incentivazione dell'offerta di lavoro e risparmio, espunzione dal quadro analitico dei problemi di carenza della domanda aggregata, di fatto nessuna attenzione alle problematiche distributive.
Tutto ciò avrebbe dovuto portare a risultati ottimali sia all'interno di ogni singolo paese, sia nel contesto interno e in quello internazionale.
È evidente che in una rappresentazione così gratificante in cui i problemi distributivi sono risolti nei meccanismi di mercato, in cui solo gli operatori privati possono definire le scelte di investimento appropriate e in cui non esistono problemi di domanda aggregata, il ruolo dello Stato tende a riproporre i duties di Smith (difesa, giustizia, opere pubbliche, istruzione di base).
Si deve aggiungere che modelli così configurati non hanno origini politicamente neutrali. Hanno contribuito a definire le linee di politica economica dell'Inghilterra dell'Ottocento, come ci ha insegnato De Cecco.
Nella versione moderna il modello neoliberale è stato coevo all'affermazione dell'egemonia degli Stati Uniti sul piano, militare, economico e finanziario dopo il crollo dell'URSS.
Quali sono stati gli effetti dell'applicazione tendenziale del modello neoliberale?
Assetti commerciali liberalizzati hanno premiato in una prima fase le grandi imprese usa, che hanno localizzato nei paesi emergenti le produzioni, con incremento dei loro profitti, ma con penalizzazione della forza di lavoro in patria. Il meccanismo si è inceppato, quando importanti paesi hanno acquisito una capacità produttiva autonoma, del tutto competitiva con quella propria dei paesi storicamente avanzati.
Il sistema finanziario mondiale è caratterizzato da un'inerente instabilità, manifestatasi clamorosamente nel 2008, ma tradottasi negli anni successivi in una diffusione incontrollata delle case finanziarie usa nelle loro diverse e non sempre trasparenti articolazioni, ormai egemoni nei mercati mondiali. Oggi il problema sembra derivare dall'affidabilità finanziaria degli Stati Uniti, sotto il profilo delle dimensioni debito pubblico e dei conti con l'estero, caratterizzati da un disavanzo corrente è finanziato dall'indebitamento estero.
Sotto il profilo distributivo, gli effetti positivi di un preteso assetto concorrenziale dl mercato del lavoro non si sono manifestati. La crescita salariale è stata in generale inferiore a quelle della produttività, replicando in molti paesi un andamento riconoscibile negli Stati Uniti a partire agli anni '80. L'effetto è stato un'importante polarizzazione nella distribuzione del reddito, oltre che una tendenziale carenza della domanda aggregata.
Nei paesi europei. per la dinamica molto contenuta della domanda interna, la crescita fino al 2019 è stata infatti modesta. La parziale eccezione in termine di crescita degli Stati Uniti deve essere attribuita al fatto che i consumi sono stati e sono sostenuti dall'indebitamento delle famiglie, indirizzato anche a consumi essenziali come istruzione e sanità.
Infine, le ipotesi di articolazione della spesa sociale in componenti pubbliche e private si è rivelato di fatto ininfluente sul piano macro e discriminante sul piano sociale. Nel 2019 la spesa sociale complessiva, al netto delle imposte, era in Italia e Germania intorno al 25% del pil, contro il 29% della Francia. Dati comparabili pongono il livello della spesa pubblica e privata negli Stati Uniti a livelli di poco inferiori a quelli francesi. Rimane il fatto che i sistemi europei hanno un riferimento tendenzialmente universalistico al contrario di quello che accade negli Stati Uniti, dove la componente privata fiscalmente agevolata copre 1/3 della spesa complessiva.
Si sono poi consolidate a livello sovranazionale in settori essenziali strutture oligopolistiche o monopolistiche. Nei loro confronti la capacità di regolazione delle autorità nazionali si è rivelata molto debole.
Oggi l'accettazione del modello è in riflusso: come sottolineato da altri, si va affermando un nazionalismo privatistico con caratteri fortemente oligopolistici e connesso svuotamento del ruolo dei corpi intermedi.
Di fronte a questa evoluzione economica, che ha posto in discussione molte delle promesse del modello neoliberale di politica economica, si sono manifestati fenomeni politici che hanno interessato tutti i paesi occidentali: crollo della partecipazione al voto, emersione di forze politiche di preoccupante ascendenza e aspirazione diffusa all'omogeneizzazione etnica in un contesto di calo demografico.
Non si vede, d'altro canto, al momento alcuna alternativa. Le forze politiche tendenzialmente progressiste nei decenni postbellici hanno contribuito direttamente o indirettamente al governo del mondo occidentale sembrano avere abbandonato ogni visione organica, capace cioè di organizzare il consenso a che livello sociale e politico.
Dopo il crollo dell'Unione sovietica e nel mondo unipolare che sembrava essersi affermato queste forze sono progressivamente ripiegate su sé stesse fino ad allinearsi di fatto all'accettazione del modello neoliberale. Oggi l'evidente crisi di quel modello sembra proporre, come abbiamo osservato, solo orientamenti fondamentalmente autoritari o tendenzialmente non democratici.
Possiamo interrogarci sulle cause profonde della preoccupante situazione in cui oggi viviamo tentando di rispondere ad alcuni interrogativi in termini estremamente sintetici. Dalle risposte dovrebbe emergere o riemergere il ruolo dello stato in un sistema capitalistico efficacemente democratico.
Il primo interrogativo riguarda le cause della crisi del modello neoliberale. Dobbiamo poi esaminare le origini della perdita di consenso dei partiti progressisti. Questo declino è stato comunque alimentato da specifiche scelte o omissioni nell'azione politica, cui accennerò.
Sono state proposte molte interpretazioni della crisi del modello neoliberale. Personalmente, per mio orientamento, ho fatto rifermento a una letteratura molto datata.
La fonte primaria è stata La grande trasformazione di Karl Polanyi, un libro pubblicato nel 1944. La tesi di fondo del libro è il rifiuto dell'idea liberale che un sistema di mercato fortemente liberista costituisca il punto di approdo naturale della vicenda della società umana. Un sistema di mercato autoregolato, secondo Polanyi, è destinato all'autodistruzione perché presuppone che lavoro, terra e moneta siano merci normali, siano appunto merci destinate a trovare il loro prezzo di equilibrio in mercati del tutto assimilabili a quelli in cui si scambiano le altre merci.
Terra, lavoro e moneta sono al contrario merci fittizie. Lavoro e terra non sono altro che gli esseri umani stessi dai quali è costituita ogni società e l'ambiente naturale nel quale essa esiste. La moneta è un simbolo del potere d'acquisto non prodotto, ma sviluppato attraverso l'azione di banche e stato.
Argomenta Polanyi che il mercato autoregolato comporta, se non contrastato nel suo operare, la distruzione della sostanza umana e naturale della società, distrugge l'uomo e il suo ambiente, creando instabilità finanziaria (e qui il riferimento è anche a Minsky).
Nel processo storico, quando l'autoregolamentazione manifesta effetti non accettabili sul piano sociale o economico, meccanismi di tutela della comunità nazionale trovano spazio: legislazione a tutela dei lavoratori, protezionismo doganale, interventi nella sfera produttiva e controllo dei movimenti di capitale, determinando l'allontanamento dai canoni liberali.
A giudizio di Polanyi tutto ciò dimostra il carattere utopico di un mercato ampiamente autoregolato, peraltro riconoscibile in alcuni periodi dell'ottocento e con buona approssimazione a partire dagli anni'90 del secolo scorso.
Quando gli effetti negativi del modello si manifestano, si tende a uscire dal sistema liberale per passare a forme di interventismo statale più o meno pervasive. Il problema, nella mia lettura di Polanyi, è riconducibile al fatto che questi meccanismi di tutela o di difesa possono risolversi o in assetti socialmente armoniosi oppure nello schiacciamento di una componente della società a favore di un'altra. La soluzione fascista, ci dice Polanyi, è una riforma dell'economia di mercato associata all'annullamento delle garanzie democratiche, economiche e politiche.
Le sintesi in pochi passaggi di opere importanti sono comunque inadeguate; rimane il punto che dal libro di Polanyi si possono trarre spunti significativi per cogliere alcune aspetti problematici del modello neoliberale quali si sono manifestati negli ultimi anni: dalla messa in discussione del libero commercio nei confronti dei paesi non appartenenti al mondo occidentale, all'esigenza di garantire una distribuzione di redditi e ricchezze più equilibrata, alle problematiche ambientali, alla stabilità degli assetti finanziari formatisi dopo il crollo di Bretton Woods. È poi evidente l'emersione di forme di tutela delle comunità nazionali in un contesto liberista, manifestatesi con diversa intensità nelle singole aree geografiche. Rimane al momento impregiudicato l'esito, autoritario o democratico, di questi sviluppi.
Al di là dei meccanismi fondamentali evidenziati da Polanyi e venendo al secondo punto, altri fattori più immediati dovrebbero consentirci di spiegare lo spostamento di larga parte degli elettori dall'adesione all'impostazione dominate nei primi anni del dopoguerra a quella che sembra oggi prevalere in misura crescente in molti paesi, spesso etichettata come populismo.
Ho trovato uno stimolo interpretativo nella lettura (o forse nella rilettura) nel libro di Marcuse, L'uomo a una dimensione, dove si esaminano le origini dell'assenza di conflitto sociale nelle società industriali avanzate nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Marcuse attribuisce rilievo fondamentale alla capacità dei sistemi occidentali di soddisfare i bisogni, autentici o indotti, della generalità della popolazione: sfruttando il nesso fra la produttività crescente nel settore manifatturiero indotta dal progresso tecnologico e l'aumento dei salari, livelli di consumo elevati sono stati raggiunti da larga parte della popolazione. L'espansione delle entrate pubbliche, conseguenza della crescita del comparto produttivo, ha poi consentito, soprattutto nei paesi europei, di allargare anche l'accesso ai servizi sociali. È stato cioè sviluppato il welfare state.
Il nesso virtuoso fra crescita del sistema e crescita dei salari si è interrotto nei primi anni '80, in stretta connessione con l'affermazione di una teoria economica fortemente caratterizzata in senso neoclassico, da lato, e, dall'altro, con l'emarginazione dell'impostazione keynesiana. Un grafico pone a confronto l'andamento dei salari e quello della produttività negli Stati Uniti. Fino al 1980 la crescita è assolutamente parallela; da allora gli andamenti sono fortemente divaricati a danno dei percettori di salario.
Riprendendo Marcuse, le società occidentali, a partire dagli Stati Uniti, sembrano aver perso la capacità di creare consenso. o pace sociale, attraverso il soddisfacimento della domanda di consumo di componenti importanti della popolazione, prima delle classi popolari e poi progressivamente delle classi medie compressione dei consumi ha interessato anche beni e servizi essenziali (dalla casa, all'istruzione, alla sanità).
In assenza di una risposta politica, le crescenti disuguaglianze spiegano sia l'allontanamento dalla partecipazione politica della metà della popolazione, sia l'adesione di una consistente quota dell'elettorato a forze politiche accomunate dal rifiuto dei tradizionali riferimenti di generica sinistra. In termini semplificati, ma a mio giudizio non scorretti, questi partiti, all'origine propugnatori del rafforzamento della tutela dei lavoratori e della diffusione qualitativa e quantitativa dei diritti di cittadinanza, sono stati giudicati corresponsabili dell'abbandono di ogni aspirazione a un'uguaglianza sostanziale.
Conviene richiamare un altro punto sollevato da Marcuse, tornato purtroppo di stretta attualità in tempi recenti.
Nella prima pagina del suo libro Marcuse si chiede se "la minaccia di una catastrofe atomica, che potrebbe spazzar via la razza umana, non serve nel medesimo tempo a proteggere le stesse forze che perpetuano tale pericolo". Infatti, "la società industriale avanzata diventa più ricca, più grande e migliore mano a mano che perpetua il pericolo. La struttura della difesa rende la vita più facile ad un numero crescente di persone ed estende il dominio dell'uomo sulla natura; in queste circostanze, i nostri mezzi di comunicazione di massa trovano poche difficoltà nel vendere interessi particolari come fossero quelli di tutti gli uomini ragionevoli".
Deve infine essere ricostruito il sentiero che ha accompagnato il progressivo avvicinamento delle forze teoricamente progressiste ai canoni fondamentali del modello neoliberale. Anche in questo caso è utile fare riferimento a letteratura antica, colpevolmente ignorata.
Il primo aspetto riguarda la convinzione che con l'accesso universalistico ai servizi sociali fosse stata raggiunta la fine della storia nella sfera dei diritti di cittadinanza. Hirsch, In un saggio caro a Caffè, parla di growing pains che sarebbero necessariamente derivate dall'allargamento dei beneficiari del welfare state. L'allargamento avrebbe dovuto essere accompagnato da una grande sforzo di manutenzione istituzionale. In questo quadro si è pensato che la coesistenza di componenti private e pubbliche potesse essere fattore di efficienza e di diffusa soddisfazione nella fornitura dei servizi pubblici. II libro Lealtà, defezione e protesta continua ad essere a mio giudizio un riferimento insostituibile. Si dimostra che l'abbandono dell'universalismo è causa di segmentazione nell'accesso ai servizi e di discriminazione fra le diverse classi sociali, oltre che di scadimento qualitativo della componente pubblica. Oggi è purtroppo ricorrente il riferimento al welfare aziendale, come meccanismo utilizzabile per superare le carenze dell'intervento pubblico.
A queste considerazioni si può aggiungere che Hirschman nei Limiti dello sviluppo sostiene che il numero limitato di posizioni rilevanti nella sfera professionale richiede l'attivazione di meccanismi che garantiscano uguaglianza di opportunità all'origine. Ralws, a sua volta, critica il welfare state, nelle forme in cui si è venuto configurando, in quanto interviene ex post all'esito del processo sociale e non ex ante con l'attenzione rivolta alle condizioni di partenza.
A queste omissioni o commissioni errate nella sfera sociale si sono aggiunte linee di condotta tratte direttamente dai più radicali modelli neoliberali. In particolare, è stata di fatto accettata, sulla spinta di organizzazioni internazionali, una lettura astorica del funzionamento del mercato del lavoro: un mercato del lavoro liberalizzato avrebbe prodotto esiti positivi sia per il sistema economico nel suo complesso, sia per i lavoratori attraverso l'incremento dell'occupazione. Gli effetti di queste politiche sui livelli salariali, sulla distribuzione del reddito e sull'evoluzione inadeguata della domanda aggregata sono evidenti.
In sintesi, le forze progressiste sembrano aver accettato l'idea che il loro compito fosse esaurito con l'ampliamento dell'accesso a servizi sociali; nella sfera produttiva (in alcuni paesi con le privatizzazioni) e redistributiva (con le controriforme tributarie imposte dalla libertà di movimento dei capitali) sono state fatte proprie le indicazioni dei modelli economici neoliberali, giudicate inoppugnabili.
Si può aggiungere, a parziale consolazione, che anche i teorici del modello neoliberale degli ultimi decenni del secolo scorso credevano di aver raggiunto la fine della storia.
Oggi si aprono comunque due vie. In una prima ipotesi assisteremo al rafforzamento delle tendenze autoritarie sul piano politico e dei quelle oligopolistiche nella sfera produttiva con conseguente polarizzazione nella distribuzione dei redditi e compressione dei-diritti sociali. Un autore francese, Todd, ha definito questi regimi, in via di progressivo rafforzamento oligarchie capitaliste. Questa tendenza sembra essere associata a velleità militaresche nei termini enunciati da Marcuse
D'altro lato, al momento si può solo auspicare una ripresa di un'impostazione autenticamente, e non solo formalmente, democratica. Dovranno essere recuperati i valori e gli elementi positivi delle esperienze del passato; si dovrà comunque riconoscere che la costruzione di una società effettivamente democratica richiede la definizione di un quadro interpretativo appropriato da applicare a un processo complesso e mai definitivo.
Scarica l'articolo qui © RIPRODUZIONE RISERVATA 03 LUGLIO 2025 |