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Benché dicessero di lei che si comportava da “maschiaccio”, non fu una donna che voleva imitare gli uomini. Pur avendo assunto cariche istituzionali importanti, non dovete supporre che abbia agito per venire accolta nel concilio dei potenti (democristiani), dimentica
Tina Anselmi era una donna libera.
Nata a Castelfranco Veneto nel 1927, Tina Anselmi «a vent’anni non aveva alcuna intenzione di avere né marito né figli» scrive nel ripercorrere con passione la sua vicenda Graziella Falconi (Tina Anselmi. La passione democratica Discorsi e interviste prefazione di Valentina Magrin, Introduzione di Graziella Falconi, Castelvecchi 2026).
Una single, si direbbe oggi; una zitella, si diceva allora spregiativamente. Eppure, Pio XII che si immaginava la partecipazione politica femminile come una maternità allargata, ne faceva discendere che optassero per la carriera politica, anche se non esclusivamente, in special modo donne senza vincoli matrimoniali, per non essere costrette a scegliere tra famiglia e militanza. «Non fu un caso – annota Falconi – che molte delle democristiane che giunsero ai vertici possibili del Movimento Femminile, fossero nubili, a cominciare dalla stessa Anselmi».
Il “doppio Sì” della Libreria delle donne di Milano, cioè il non dover decidere tra maternità e lavoro, era di là da venire.
Per come me la ricordo Tina Anselmi apparteneva alla schiera delle serie politiche (avete presente Rosy Bindi?) che portavano in giro il proprio corpo senza perderci tempo: massicce, tacchi bassi, vestiti comodi, niente fronzoli.
Con una storia importante che incrocerà mezzo secolo di storia d’Italia, si prendeva cura della “questione femminile”: così la sfortunata Eleanor Marx aveva battezzato la soggettività delle donne con annessi e connessi.
Una soggettività che chiama in causa tutta la società e interseca i problemi del Paese, anche se, ahi noi! difficile da far comprendere data «la durezza di una politica fatta tutta al maschile» (osservazione di Tina Anselmi).
Vi sembra che oggi le cose siano tanto diverse?
Comunque, la ragazza di Castelfranco Veneto entra nella Gioventù Femminile dell’’Azione Cattolica, aderisce alla Resistenza, si iscrive alla Federazione dei tessili, corrente sindacale cristiana della Cgil, poi alla Cisl, partecipando alle lotte delle operaie nelle filande.
Parlando di se stessa assicura che «il mio interesse per la specificità della condizione femminile non sarebbe mai venuto meno».
Da parlamentare, si mosse per migliorare la vita delle persone e innanzitutto delle donne in un’Italia dove era radicata la discriminazione tra i sessi, bassa l’occupazione femminile mentre si contavano sulle dita i servizi sociali.
Bisognava scuotere l’albero. Tina Anselmi firmò ben 475 progetti di legge tra i quali per le donne l’estensione delle norme valide per il lavoro dipendente al lavoro a domicilio.
Da «cristiana laica» si mise in relazione con Marcella Dellan, Emma Parisotto, Elisabetta Conci, Franca Falcucci, Paola Gaiotti de Biase, Nilde Iotti, Giglia Tedesco, Maria Eletta Martini, Marisa Rodano. Come molte cattoliche aveva un’attenzione particolare per il suo sesso.
E per la cultura delle pari opportunità. Quanto al sistema di voto, preferiva quello uninominale. Profondamente legata alla democrazia, affermò la necessità del dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo.
Fino alla fine degli anni Sessanta, ebbe la necessità di sottolineare la sua diversità ideologica rispetto alle politiche degli altri partiti. Tuttavia, dotata di grande perizia nella mediazione, seppe collaborare al progetto di iniziativa popolare per la riforma delle norme sulla violenza sessuale oppure alla legge per l’interruzione volontaria della gravidanza. Non si trattava certo di temi che toccassero le sue corde di cattolica.
Ministra del Lavoro e della Previdenza sociale, poi ministra della Sanità quando venne istituito il Servizio Sanitario Nazionale, nello stesso anno, il 1978, firmò la “legge Basaglia” sull’abolizione dei manicomi.
Nel 1981 assunse la presidenza della Commissione inquirente sulla P2. Durante una perquisizione (indagini sull’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli) le forze dell’ordine avevano scoperto un elenco di appartenenti alla Loggia massonica Propaganda 2. Al centro della relazione di Tina Anselmi sarà il progetto politico della loggia; al contrario, nei partiti, molti si concentrarono quasi esclusivamente sull’autenticità delle liste. Conclusione della Commissione: la loggia P2 è stata un meccanismo di controllo e di condizionamento, peraltro intrecciato alle stragi. Una vera “organizzazione criminale” ed “eversiva”.
Per il relatore di minoranza, Massimo Teodori, se era indiscutibile la correttezza della Anselmi da presidente della Commissione, la sua interpretazione della documentazione finiva per demonizzare tutta la massoneria, non cogliendo il cuore della P2, che andava considerata un’agenzia di potere finanziario dei partiti già al potere, non contro i partiti, ma parte della partitocrazia.
Molti anni sono passati da quello scontro e tuttavia l’idea di uno «Stato invisibile antitesi radicale della democrazia» (sempre Anselmi), del Deep State, delle lobby occulte, delle oscure teorie ricorrenti sul complotto, continua a perseguitarci insieme a quella dei “poteri occulti”. Basterebbe ascoltare le recenti esternazioni del giornalista Sigfrido Ranucci.
Si stava approfondendo la delegittimazione dei partiti (a prescindere dalle loro malefatte).
La morte di Tina Anselmi risale al 2016, nel paese dove era nata, Castelfranco Veneto. Ebbe fiducia in una politica “come strumento capace di realizzare il bene comune”. Non smise mai di prendere parola contro le ingiustizie. Non alimentò la retorica della maternità come unico destino per le donne, anzi, difese una maternità che non ostacolasse la carriera e l’indipendenza economica. Prese parola sulle e per le donne rifiutando che fossero altri o altre a prestarle (peggio imporle) il loro linguaggio. Credeva nell’emancipazione non per rimediare a una carenza femminile ma per la dignità di tutte e di ognuna. © RIPRODUZIONE RISERVATA 21 OTTOBRE 2026 |