Pier Luigi Cervellati  
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LA CITTÀ MADRE DI CITTÀ


A proposito del libro di Raffaele Milani



Pier Luigi Cervellati


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Leggere l'introduzione e il primo capitolo del libro di Raffaele Milani - L'arte delle città. Filosofia, natura, architettura (il Mulino, 2015) - è come ascoltare il primo tempo della terza sinfonia di Mahler dove all'entusiasmo degli ottoni subentrano le note di una marcia funebre, per poi fondersi in una corale orchestrazione di alterne assonanze e dissonanze. L'intrecciarsi delle citazioni, la loro diacronia, l'elogio alternato alla critica, infatti, disorienta. Come in Malher si riconoscono note che stridono con altre magari echeggianti bande militari o carillon settecenteschi, ma lo scompiglio - in questa prima parte del libro - fra citazioni filosofiche, argomenti e ragionamenti sociali e letterari, progressivamente si trasforma in una lenta messa a fuoco del tema: "la città come luogo dell'abitare".  Commentando un testo di George Simmel, Milani scrive che "solo all'uomo è dato legare e sciogliere […] l'uno è il presupposto dell'altro […] la porta e la strada, il ponte insieme alla casa compongono l'atto poietico e fondamento della città, incrocio di relazione e cose, passaggio e luogo del risiedere e dell'attraversare: un insieme dinamico di configurazioni visibili…" in cui non potevano mancare la città celeste, la città ideale, quella reale e quella immaginaria. Senza dimenticare la città infernale, dei poveri, dei desolati, dei profughi, dei rifugiati in fuga dalle guerre. Dalla morte. E la morte della città stessa. Con l'architettura delle archistar, ologramma del reale, e il proliferare di rendering attraverso cui si vede una realtà virtuale e si tende a dimenticarne un'altra: quella dello sfascio che si estende con l'ampliarsi dell'urbanizzato, fra sovraffollamento e alloggi vuoti. 

Dall'orchestrazione di una sterminata bibliografia - mai tanti libri sono stati scritti sulla città da quando questa ha terminato di essere città in senso tradizionale -, Milani rileva le tendenze, drammatiche, di questi ultimi decenni. "Dai luoghi del pensiero e della civiltà artistica dell'Occidente - osserva - nasce una nuova direzione del gusto: il piacere del disorientamento, della perdita del centro, di una identità dell'uguale in un processo di mondializzazione". È la crisi della città che si espande, si disperde, si sovrappone alla campagna. Eppure, secondo l'autore, anche in questo disastroso disordine non si deve rinunciare a immaginare "una società urbana nel piano della creazione di senso delle pratiche di vita quotidiana". Non si deve cioè ignorare che "migliaia di persone, riunite in un luogo con un minimo piano di convivenza, possono costituire una comunità umana dignitosa, per quanto ferita". Questo perché - afferma Milani - "un minimo piano per stabilire relazioni sociali è il grado elementare per essere città come luogo dell'abitare", spazio dell'attesa e della speranza. In fondo, la tanto vituperata città può dunque offrire opportunità, è ancora un luogo capace di accorciare la disuguaglianza, nonostante i bassifondi, i ghetti della miseria che si allargano con l'estendersi dell'urbanizzato. Un luogo in cui forse si possono nuovamente cogliere frammenti di bellezza. Ecco, questo libro non è una dotta denuncia contro la città moderna o postmoderna. Piuttosto è un atto in difesa della città. Anche se Milani non ignora le ferite forse insanabili proprie della città del denaro e della finanza, la città dei ghetti, il disastro di una crescita caotica che accelera con il processo dell'urbanizzazione globale. Piuttosto che insistere su queste, però, si pone delle domande, anche inquietanti: la città è ancora un luogo dell'abitare o solo un luogo dell'illusione, un ologramma di ologrammi? 

Nell'illustrare l'evolversi dell'abitare, dello stare insieme, e in particolare nel definire il senso identitario della città quale luogo che appartiene ai cittadini, Milani si sofferma sulla forma, sul com'è la città. E si addentra - nel secondo capitolo - nello spiegare che cosa è la città. La polis di Platone e la civitas  dei latini.  La città dell'uomo o la città di Dio.  La città dell'otium che si unisce alla città dei negotia. "La città moderna e quella postmoderna - scrive Milani - hanno perso l'aureo del luogo del suo significato simbolico e del suo spirito comune legato alla vita vissuta; emerge un tutto differenziato emanazione di un'economia del consumo". Semplifico: la città moderna ha perduto la sua identità. Milani non cita ma riecheggia Jean-Pierre Vernant. In particolare, gli ultimi suoi studi sulla società dell'antica Grecia (2005) che ci fanno riflettere sullo spazio urbano, sul rapporto fra il luogo e le comunità nelle città di matrice greco-romana. Secondo Vernant, è interessante comprendere la "polarità" dello spazio umano e rapportarlo al concetto di città. Che è fatta di un "dentro" e di un "fuori". Questo dentro è rassicurante, turrito, stabile. Il "fuori" è aperto, mobile, inquietante. Il pensiero corre subito alla città chiusa da mura, circondata dalla campagna, dall'ambiente naturale che spesso coincideva con l'infinito, con lo sconosciuto. Com'erano le nostre città storiche. Secondo il mito dell'antica Grecia, nel cuore delle dimore private e degli edifici pubblici erano accolti, ospitati e nutriti gli stranieri venuti da fuori. I forestieri venuti da lontano. Perché ci sia veramente un "dentro", bisogna che questo possa aprirsi su un "fuori" e accoglierlo in sé. "Se ogni gruppo umano, ogni società, ogni cultura - sostiene il filosofo francese - si pensasse e si vivesse come la civiltà di cui si deve mantenere l'identità e assicurarne la permanenza contro le irruzioni dall'esterno e le pressioni interne, nondimeno ciascuna sarebbe confrontata al problema dell'alterità, nella varietà delle sue forme". Per mantenere l'identità occorre aprirsi all'altro fino a ottenere quelle alterazioni che continuamente si producono nel corpo sociale attraverso il flusso delle generazioni che fanno posto ai necessari contatti, agli scambi, con "lo straniero" del quale nessuna città può fare a meno. La propria identità non può né concepirsi né definirsi se non in rapporto all'altro. Alla molteplicità degli altri. Se l'identico resta chiuso in se stesso, non c'è pensiero possibile. E quindi neppure civiltà possibile. Lo scambio libera forze rigeneratrici e ci rende più responsabili. L'esempio più calzante è Venezia. Fintanto che è rimasta fedele alla propria identità di città d'acqua, che è stata in continuo rapporto, non solo mercantile (o dominante) con l'altro, con lo straniero, ha saputo rigenerarsi e arricchirsi (culturalmente e materialmente). E quando questo rapporto è cessato, quando si è isolata, ha iniziato a perdere la sua identità.  E l'altro, il forestiero - che non sia un turista - è respinto.  Il carattere dominante della città è diventato così quello di una sfatta Disneyland.

In questa sorta di intermezzo fra la prima e l'ultima parte del libro, Milani s'interroga sul passato e sul presente della città, riflette sulle ultime strabilianti realizzazioni: i terminal aeroportuali di Pecchino, di Osaka, di Roma, i nuovi musei di Lione, le Shanghai Towers, gli stadi e tutta la grande produzione delle celebri archistar. Questo per spiegare come queste non sono altro che gigantesche "imprese di rappresentazione del potere e dell'intrattenimento di massa".  Come cambia in questo millennio la percezione del mondo, così muta la visione della città. Purtroppo l'attenzione verso lo sterminato tessuto edilizio ordinario non sembra interessare nessuno, architetti e urbanisti non lo vedono (pur essendone in gran parte gli artefici) perché non lo conoscono non essendo visualizzato nei rendering che infestano i media. Milani è un appassionato di estetica a cui intreccia letteratura e filosofia, ermeneutica e arte visiva, storia, architettura e (marginalmente) urbanistica. Si percepisce nei suoi scritti - specie quelli sul paesaggio - l'eco di un apprendimento che oltrepassa l'insegnamento dei suoi maestri di riferimento (in primis Rosario Assunto, senza dimenticare la lezione di Luciano Anceschi e di Ezio Raimondi) e tuttavia si addentra con grande maestria nel mondo della pianificazione (intesa, come in Mumford, come progetto di vita) e di conseguenza dell'architettura (organica) del sociale e della diseguaglianza che domina nella città. Di grande raffinatezza la descrizione del Vittoriale di D'Annunzio ("così sensibile all'antico come al moderno"). E nel ricordo di molti luoghi ("scrigni di assoluta incongruità") tenta di intravedere - tanto nelle singole architetture, tanto nelle megalopoli contemporanee - "l'inquietudine dell'arte e della natura in un'illimitata infinità, fra vuoto e pieno, nell'impulso di un libero sfrenarsi della fantasia capace di offrire un gioco di risonanze lontane". Ma sembra anche di capire che la città attuale (moderna e postmoderna) secondo Milani è spesso un ambiguo luogo di residenza espressione delle élites: è cioè un esercizio di potere. In altri termini è l'elaborazione della cultura di tanti, operata dalle élites che li rappresentano.  Le architetture e gli assetti urbani corrispondono - sintetizzo - ai domini più astratti della filosofia. Ciò emerge lentamente nel complesso ragionamento di Milani sul costruito e sulla natura, sui confini perduti e gli intrecci ritrovati fra artifizio e realtà. Il vero inteso quale metafora del virtuale e viceversa. La "fisionomia dell'emozione" introduce al rapporto fra la città e l'immagine virtuale intesa quale protesi dei sensi, "simulando così alla coscienza di esser tutt'uno con la realtà". Il grattacielo - sostiene Milani - non è più la torre di Babele: unisce le lingue, gli individui si riconoscono anche nella competizione fra chi raggiunge l'altezza sempre maggiore. Sintomatica la sequenza delle dodici immagini (e i loro particolari) inframmezzate alle pagine del libro. La prima è relativa alla piazza della Pace a Hiroshima, l'ultima è una drammatica foto di Beirut distrutta, ancor più morta e desolante nel bianco e nero di Basilico. Fra queste, diversi grattacieli realizzati nel nuovo millennio che, nonostante le belle inquadrature, paiono costruzioni di provinciali parvenu.  Forse il paragone con Babele non è più pertinente, ma un'altra immagine - uno slum a Mumbai - dopo tanta magnificenza e potenza economica e costruttiva, fa sembrare scritta oggi la profezia di Isaia (che, tra l'altro, si è già avverata molte volte): "sciagura a chi ammucchia casa a casa / su chi attacca campo a campo / finché lo spazio sparisca / per farsi della terra padroni solitari / molti palazzi diventeranno una desolazione / quante case saranno spopolate / grandiose ben costruite / nessuno le abiterà" [5.8, versione di G. Ceronetti]. Non siamo ancora usciti dalla fase dell'ammucchia casa a casa, ma ormai da qualche decennio alcuni cercano di riparare alla perdita dei confini urbani, alla mancata manutenzione della campagna, nel tentativo - per ora risultato vano - di impedire lo spreco del territorio e di far fronte al cosiddetto fenomeno dello "sprawl". Sui confini dell'urbano, sulle sacche di miseria che s'insediano lungo i margini di quelle che erano le città, senza ignorare le nuove forme di vita che rinnovano il modo dell'abitare (e del vivere), Milani fa riemergere la vitalità dei pasoliniani ragazzi di borgata, in contrasto con quella, dolce, agra e alienata, della società abbiente o ascendente (appunto) della felliniana "Dolce vita". Altri i margini, altra la città e soprattutto altra la società che gli urbanisti (guidati dagli amministratori) non hanno saputo cogliere nel suo radicale cambiamento. Cosa che per l'Italia ha comportato il tracollo dell'urbanistica. 

L'interesse di Milani, però, sembra un altro. Dopo aver approfondito, "cercato di capire cos'è la città e com'essa si mostri storicamente e culturalmente", ritorna al tema cardine delle sue riflessioni: l'arte della città.  Subito, ancor prima di porre le fondamenta filosofico-poetiche di Valéry e di Cacciari, senza dimenticare Wittgenstein e Diderot, afferma che "l'arte della città è un'arte della collettività: esprime cultura umana che si incorpora nei luoghi per crearne altri considerati più confortevoli, trasforma la natura da cui trae risorse". Dal trasformarsi delle città in metropoli, si passa al progressivo tramonto della città, ormai inesistente. La disputa, nell'incalzante ragionamento di Milani, va oltre gli innovatori e i conservatori e si restringe (forse troppo) alle architetture prendendo a modello opere di alcune archistar. Ma il prodotto delle archistar per quanto bello e sublime possa apparire è sempre contro l'arte della città (la città ancien regime, intendo). L'attrazione che esercita questo modo di progettare è deviante. Nasconde la crisi profonda, forse irreversibile (specie in Italia) degli aggregati urbani e della campagna, dei luoghi più rappresentativi dell'identità territoriale. Di grande suggestione il richiamo alla passerella e al bambù come "figure della natura e stereotipi architettonici nell'opera di Kenzo Tange". Di questo maestro, però, Milani dimentica il bellissimo progetto per la baia di Tokio del 1960: forse l'unico progetto di nuova città che innova l'espansione urbana riflettendo il fascino della Tokio del passato, città d'acqua fra le più decantate e raffigurate dell'Oriente.  L'attenzione alle singole architetture - nella loro soggettiva creatività - è forse da leggere quale tentativo di andare in controtendenza rispetto alla situazione attuale delle città "che appare sotto il segno di una frenesia della distruzione: devastazioni, annientamento della memoria, azzeramento delle tradizioni". La ricerca della "bellezza" può quindi configurarsi come l'antidoto alla distruzione di una vivibilità o, meglio, di un'abitabilità capace di rigenerare la città. 

Storicamente però l'arte della città è stata un fatto collettivo. La bellezza delle città era perlopiù rappresentata da quella dei loro spazi pubblici dove si esprimeva la socialità degli abitanti. E lo spazio pubblico era il prolungamento della casa. Forse ancor prima di Vitruvio vigeva il concetto che la città fosse organizzata come la casa.  Il senso di appartenenza a una città era insito nella città stessa: tutta la città apparteneva a tutti gli abitanti. L'arte della città era dunque corale. Rifletteva nelle sue forme, ripetute nelle tipologie edilizie, valori e aspirazioni del cittadino della polis. Era pubblica come lo sono le chiese, le piazze e le strade. Oggi, si dice, era un bene comune. Le cose cambiano con l'avvento dell'industria. Per anni, nel secolo scorso ma soprattutto nel secondo dopoguerra, si è attuata una politica tesa all'aumento degli occupati e della produzione industriale (sono gli anni delle politiche keynesiane), all'innalzamento dei livelli di cultura, a una maggiore distribuzione dei profitti, rafforzando i sindacati e ampliando il welfare state: un periodo in cui ha luogo una clamorosa espansione dell'urbanizzato che invade il territorio intorno alle città. Poi le cose cambiano ancora. Nella gestione dello spazio urbano subentra la finanza. E si moltiplicano i deleteri processi di "gentrification" ovvero di rinnovamento del tessuto fisico e sociale di quartieri degradati in virtù di meccanismi economici che esulano da ogni tipo di pianificazione urbanistica oltre che da ogni riflessione sociale. Senza voler esaminare la deregulation creativa verso l'era del post moderno, come ha fatto Philip Johnson alla fine degli anni '60, Milani richiama una sua citazione in cui si afferma che le nostre città decadono per la stessa ragione per cui l'aria s'inquina. Non ci preoccupiamo abbastanza di questo decadimento perché i nostri valori non hanno come fine la bellezza ma il denaro e l'utile. Milani richiama le tesi di Hans Sedlmayr, lo storico dell'arte ungaro austriaco che considera la perdita del centro come metafora della situazione attuale. In un'epoca dove tecniche sempre più innovative sembrano spingerci verso un continuo rinnovamento, torna viva l'aspirazione a un equilibrio fra il nuovo e l'antico, tra il passato, il presente, il futuro. E Milani su questo è ottimista pensando (già oggi) a un domani migliore attraverso l'affermazione dell'importanza della narratività e promuovendo una città intelligente, la smart city

Favola e inganno. Per me, è ovvio.  

Mi chiedo, allora, perché mi ha tanto appassionato questo libro che trovo "sottile" quanto profondo. Forse perché nel descrivere la fine della città c'è una drammatica ricerca di soluzioni, una serie di indizi che fanno sperare. Non ci credo - so bene che anche Ninive, la favolosa Ninive è morta - eppure anch'io, mi aggrappo a un'idea che possa far risorgere la città nel XXI secolo: con la bellezza, la poesia, oserei persino invocare la convivialità se non rischiassi di scivolare nella banalità della retorica. Ecco allora la necessità del tutto personale di aggrapparmi a un libro così colto e ben orchestrato e al tempo stesso di rifugiarmi in Rousseau, ovvero nella speranza che prima o poi si manifesti quella volonté générale, quell'egalitè che permetterà di costruire la nuova (veramente moderna) città di tutti. La città madre di città. 

 

Pier Luigi Cervellati

 

N.d.C. - Pier Luigi Cervellati, architetto e urbanista, è stato professore ordinario di Urbanistica all'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Ha inoltre insegnato all'Università di Bologna e tenuto conferenze, lezioni e seminari in vari atenei italiani, europei e americani. Nel 1984 è stato insignito della laurea honoris causa (Honorary Doctor of Science Engineering) dalla Chalmers University of Tecnology di Göteborg (Svezia) e nel 1992 dalla Facoltà di architettura dell'Università di Mérida (Yucatán, Mexico).

Come assessore del Comune di Bologna - tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta - ha ideato e guidato una delle esperienze di recupero di un centro storico più conosciute d'Europa. È stato consulente per il Piano paesistico della Regione Emilia Romagna, ha collaborato con il Ministero dei LL. PP. alla stesura del cap. IV della Legge 457/1978 dedicato al recupero urbano e edilizio ed è stato membro dell'Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna.

Tra i suoi libri: con R. Scannavini (a cura di), Bologna: politica e metodologia del restauro nei centri storici (Bologna: Il Mulino, 1973; 1975, ed. fr. Paris: Editions du Seuil, 1981); con F. Fontana, Bologna: il volto della città (Modena: R. F. Levi, 1975); con M. Miliari (a cura di), I centri storici (Rimini-Firenze: Guaraldi, 1977); con  R. Scannavini e C. De Angelis, La nuova cultura delle città: la salvaguardia dei centri storici, la riappropriazione sociale degli organismi urbani e l'analisi dello sviluppo territoriale nell'esperienza di Bologna (Milano: Edizioni scientifiche e tecniche Mondadori, 1977); Il diritto alla pedonalità nei centri storici (Padova: Comitato mura di Padova, 1982);  La  citta post-industriale (Bologna: il Mulino, 1984); con F. Ceccarelli, Da un palazzo a una città: la vera storia della moderna Università di Bologna (Bologna: il Mulino, 1987); con  A. Emiliani e C. Mari, Il Giardino della Viola: metodo della progettazione del recupero del sistema spaziale dei musei e dei laboratori storici dell'area universitaria (Bologna: Nuova Alfa, 1987); La struttura universitaria nella pianificazione urbana (Bologna: Comune di Bologna: Istituto per la storia di Bologna, 1990); La città bella: il recupero dell'ambiente urbano (Bologna: il Mulino, 1991; 1992; 1994); (a cura di), Emilia Romagna (Firenze: Cantini, 1991);  Palermo, le città nella città: un Piano Regolatore Generale per una città in cammino verso la normalità (Palermo: Sellerio, 1995); con F. Niccoli (a cura di), Spazio e tempo: per una nuova politica dei centri storici (Bologna: Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, 1995);  L'arte di curare la città: [una modesta proposta per non perdere la nostra identità storica e culturale e per rendere più vivibili le nostre città] (Bologna: il Mulino, 2000); L'ex Oratorio di San Filippo Neri restituito alla città (Bologna: Studio Costa, 2000); (a cura di) con P. Bonora, Per una nuova urbanità: dopo l'alluvione immobiliarista (Reggio Emilia: Diabasis, 2009); (a cura di) Il restauro di Palazzo Rasponi dalle Teste (Ravenna: Città di Ravenna: Longo, 2014).       

                 

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

11 Novembre 2016

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

- 2016: programma /presentazione

- 2015: programma /presentazione

- 2014: programma /presentazione

- 2013: programma /presentazione

 

Interventi, commenti, letture

- P. Gonzaga, Cattolici e musulmani in difesa dell'ambiente, note sulla Laudato si' e sulla Dichiarazione islamica sul clima

- B. De Bernardinis, Per una nuova cultura del suolo, commento a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- V. Pujia, Politiche per la casa: una difficile transizione, commento a: S. Santangelo, Edilizia sociale e urbanistica (Carocci, 2015)

- U. Fadini, Per una nuova alleanza tra città e campagna, commento a: I. Agostini, Il diritto alla campagna (Ediesse, Roma, 2015) 

- E. Battisti, Contro l'urbanistica? No, serve un'idea di città, intervento all'incontro con F. La Cecla, 2 maggio 2016

- V. Gregotti, Il futuro si costruisce giorno per giorno, intervento all'incontro su Bernardo Secchi, 23 maggio 2016

- P. Gabellini, Un razionalismo intriso di umanesimo, commento a: R. Pavia, Il passo delle città (Donzelli, 2015)

- A. Lanzani, Quali politiche per la città?, commento al primo rapporto di Urban@it (il Mulino, 2016)

- M. Romano, I nemici della libertà commento a: A. Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (FrancoAngeli, 2015)

- F. Mancuso, Identità e cittadinanza nelle piazze d'Europa, commento a: M. Romano, La piazza europea (Marsilio, 2015)

- S. Tintori, Metropoli o città metropolitana? Verso l'irrazionale, lo spontaneo, il primitivo, l'immateriale 

- A. Villani, Progettare il futuro o gestire gli eventi? Le origini della pianificazione della città metropolitana

- L. Meneghetti, Città metropolitana, policentrismo, paesaggio

- A. Monestiroli, Quando è l'architettura a fare la città. Cosa ho imparato da Milano

- F. Ventura, Urbanistica: né etica, né diritto, commento a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- G. Ottolini, Arte e spazio pubblico, commento a: A. Pioselli, L'arte nello spazio pubblico (Johan & Levi, 2015) 

- G. Laino, Se tutto è gentrification, comprendiamo poco, commento a: G. Semi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland? (il Mulino, 2015)

- F. Gastaldi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland?,  recensione a: G. Semi (il Mulino, 2015)

- G. Consonni, Un pensiero argomentante, dialogico, sincretico, operante, commento a G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

- V. Gregotti, Bernardo Secchi: il pensiero e l'opera

- R. Pavia, Il suolo come infrastruttura ambientale. Commento a: A. Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (FrancoAngeli, 2015)

- G. Tagliaventi, L'arte della città 100 anni dopo. Commento a: R. Milani, L'arte della città (il Mulino, 2015)

- A. Villani, Disegnare, prevedere, organizzare le città…, commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Milani, Per capire bisogna toccare, odorare, vedere... ,  commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- M. Ponti, Il paradiso è davvero senza automobili? Commento a: A. Donati e F. Petracchini, Muoversi in città (Ed. Ambiente, 2015)

- S. Brenna, La strana disfatta dell'urbanistica pubblica. Note sullo stato della pianificazione italiana

- F. Ventura, Lo stato della pianificazione urbanistica. Qualche interrogativo per un dibattito

- G. Tonon, Città e urbanistica: un grande fallimento, intervento all'incontro con P. Berdini del 18 maggio 2015

- R. Mascarucci, A favore dell'urbanistica, commento a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P.Colarossi, Fare piazze, commento a: M. Romano, La piazza europea (Marsilio 2015)

- J.Gardella, Mezzo secolo di architettura e urbanistica, dialogo immaginario sulla mostra "Comunità Italia", Triennale di Milano, 2015-16

- G.Pasqui, Pensare e fare Urbanistica oggi, recensione a: A.Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione (Franco Angeli, 2015)

- L.Colombo, Urbanistica e beni culturali, riflessione a partire da La Cecla, Moroni e Montanari  

- L.Meneghetti, Casa, lavoro, cittadinanza. Seconda parte

- F.Ventura, Urbanistica: tecnica o politica?, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- P.C.Palermo, Per un'urbanistica che non sia un simulacro, commento a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

 - S.Moroni, Governo del territorio e cittadinanza, commento a: L.Mazza, Spazio e cittadinanza.(Donzelli, 2015) 

 - P.Berdini, Quali regole per la bellezza della città?, commento a: S.Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)  

 - R.Riboldazzi, Perchè essere 'pro' e non 'contro' l'Urbanistica, commento a: F.La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

 - P. Maddalena, Addio regole. E addio diritti e bellezza delle città, prefazione a: P. Berdini, Le città fallite (Donzelli, 2014)

- S. Settis, Beni comuni fra diritto alla città e azione popolare, introduzione a: P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Casa, lavoro cittadinanza. Il nodo irrisolto dell'immigrazione nelle città italiane

- M. Romano, Urbanistica: 'ingiustificata protervia', recensione a: S. Moroni, Libertà e innovazione nella città sostenibile (Carocci, 2015)

- P. Pileri, Laudato si': una sfida (anche) per l'urbanistica, commento all'enciclica di Papa Francesco (2015)

- P. Maddalena, La bellezza della casa comune, bene supremo. Commento alla Laudato si' di Papa Francesco (2015)

- S. Settis, Cieca invettiva o manifesto per una nuova urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- V. Gregotti, Città/cittadinanza: binomio inscindibile, Recensione a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- F. Indovina, Si può essere 'contro' l'urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall'uomo (e dai suoi rifiuti)? Recensione a: R. Pavia, Il passo della città (Donzelli 2015)

- R. Riboldazzi, Suolo: tanti buoni motivi per preservarlo, recensione a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- L. Mazza, intervento all'incontro con P. Maddalena su Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Dov'è la bellezza di Milano? , commento sui temi dell'incontro con P. Berdini su Le città fallite(Donzelli, 2014)

- J. Muzio, intervento all'incontro con T. Montanari su Le pietre e il popolo(mimum fax, 2013)

- P. Panza, segnalazione (sul Corriere della Sera dell'11.05.2014)