Francesco Indovina  
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QUALE URBANISTICA IN EPOCA NEO-LIBERALE


Commento al libro di Cristina Bianchetti  



Francesco Indovina


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Con questo suo ultimo lavoro - Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neo-liberale (Donzelli, 2016) - Cristina Bianchetti continua la sua esplorazione sulla fine dell'epoca moderna e sugli effetti di tale situazione sul "fare" urbanistica. 

Vorrei iniziare queste brevi note con una citazione dal suo precedente lavoro - Il Novecento è davvero finito, anch'esso edito per i tipi di Donzelli, nel 2011 - : "Un importante trasformazione nel regime economico e politico ha provocato (a partire dagli anni ottanta) - scriveva Cristina Bianchetti - lo smantellamento del regime keynesiano dei trent'anni successivi alla seconda guerra mondiale […]. Nei trent'anni di neoliberismo seguiti ai trenta gloriosi è cambiato il modo di insediarsi di famiglie, individui e imprese. È cambiato il territorio e il suo essere condizione nei processi di produzione, accumulazione e distribuzione di valore. È cambiato - affermava - il rapporto del territorio con la politica: una politica che nel passato sapeva stare nel territorio e che oggi gioca il territorio contro la politica […]. Sono cambiate le grandi questioni pubbliche legate all'emancipazione, alla giustizia, alla politica della vita, riportate alla necessità di regolare preferenze, interessi, motivazioni personali. Naturalizzate in una dimensione che rimanda specificatamente all'individuo. Viene meno in questa riduzione del pubblico all'individuale - sosteneva ancora l'autrice - il carattere politico, antagonista che esse avevano. Quel che si mobilita, nel mutare delle condizioni di sfondo, è una diversa accezione dei valori di riferimento. Cittadinanza, benessere, equità, funzionalità assumono declinazioni differenti che nel passato. Spesso una declinazione giuridica e regolatrice che li rende impegnativi in modo diverso". 

Il volume più recente indaga proprio queste trasformazioni viste in se stesse e in relazione al territorio e alla sua progettazione (o mancata progettazione). Secondo Cristina Bianchetti una pianificazione funzionalista - cioè una pianificazione che assegna precisi ruoli e funzioni, non solo allo spazio ma anche agli individui e alle famiglie - si scontra in epoca neo-liberale con le trasformazioni sopra indicate, ma all'autrice non fa velo il "cambiamento". Dei nuovi metodi e modelli, usi e forme di regolazione, vede l'inadeguatezza - alla convivenza, direi - e anche una forma diversa di funzionalismo.

C'è un punto logico-interpretativo sul quale sarebbe necessario convenire. La pianificazione funzionalista non ha mai raggiunto pienamente i suoi obiettivi. Sicuramente esprimeva il potere egemone e aveva chiare le relazioni tra territorio e accumulazione capitalistica, costruiva spazi conformi a tali condizioni ai quali il mercato dava "legittimazione democratica", tuttavia questa regolamentazione è sempre risultata parziale. Non per incompetenza progettuale dei pianificatori, ma per la vivacità e vitalità della città, per il fatto di essere un campo di contraddizioni, uno spazio espressivo di desideri, di volontà, di speranze e di angosce non coerenti. La città-fabbrica, che collegava la produzione tayloristica e l'operaio massa all'organizzazione della città, è una metafora che non ha saputo cogliere la realtà. La condizione urbana per sua natura non è piegabile a un'unica dimensione. Essa è plurima sul piano sociale, economico, culturale e politico ed esprime progetti diversi non sempre compatibili. In questa situazione, non solo sono notevoli le contraddizioni ma sono anche forti le tensioni nell'uso e nell'appropriazione dello spazio urbano. Un territorio funzionalizzato costituisce una maglia, una rete, un perimetro - definiamolo come si preferisce - ma esso è continuamente forzato, è in continuo subbuglio

Non condivido l'adesione dell'autrice alla tesi - di Bagnasco, ma non solo - secondo cui il fordismo portava alla coincidenza industria/società. La trovo troppo schematica perché nega articolazione e ricchezza (di umori e interessi) della società. È vero che con la fine del fordismo l'individuo si è trovato non solo ma isolato. Ma è altrettanto vero che marginalità, povertà, isolamento, diseguaglianze, alienazione, ecc. sono stati anche modi di essere del potere fordista, questo non negando la forza di coesione, di lotta e, spesso, di vittoria dei lavoratori. 

Il ruolo del "pubblico", in negativo e in positivo, è stato fondamentale nell'epoca fordista, per facilitare garanzie e opportunità, ma lo è anche in epoca neo-liberista. È evidente che tanto più debole è il "potere" di regolazione (pubblica) tanto più numerose, articolate e varie saranno le forzature. Una riflessione di questo tipo dovrebbe liberare i miei colleghi urbanisti dall'angoscia del fallimento dei rispettivi progetti, ma non dovrebbe costituire un opportunistico alibi per operare con faciloneria. I cambiamenti evidenziati e analizzati da Cristina Bianchetti sono reali, ma essi richiedono - per una convivenza civile, libera ed equa - una migliore pianificazione, non la sua cancellazione.

Nel libro l'autrice, in qualche modo, mi pare condivida questo punto di vista logico-interpretativo. Non a caso sottolinea la "sottovalutazione dell'adattamento come meccanismo che permette alla città di funzionare; della sregolazione; della familiarizzazione tra individui e spazi che deriva dalle forme d'uso parziali, inventive, distorte. La città reale - sostiene - funziona per incoerenza e temporalità". Mi pare che questa riflessione sia inerente alla fase neo-liberista che stiamo attraversando, mentre "incoerenza e temporalità hanno operato, in forme diverse, anche nei gloriosi trenta". La tesi di Cristina Bianchetti - molto interessante - è che con il neo-liberismo si è ricaduti in un nuovo funzionalismo, denominato "funzionalismo umanista" (con una forte componente moralistica), che tende alla semplificazione, che (spera) di sciogliere nodi, mentre in realtà ha finito col perdere la grana fine del territorio e dei processi reali

L'autrice confuta la capacità operativa del nuovo funzionalismo da tre punti di vista: 

- perché non riesce a fronteggiare il sovrapporsi di familiare ed estraneo (lo spazio è familiare o estraneo, intimo o esposto; inondato di luce, igienizzato; in realtà è anche oscuro, patologico, irrazionale, alienato); 

- perché non riesce a trattare il corpo come canale di transito, operatore di relazioni complesse con lo spazio (i soggetti sono scarnificati e trattati come silhouette, mentre - avverte l'autrice - "quanto più il corpo interagisce con lo spazio, tanto più lo comprende. È l'intrico delle relazioni tra corpo e spazio che rende lo spazio conoscibile e trasformabile"); 

- perché non riesce a misurarsi con le forme molecolari, sconnesse, micro della sovranità e del conflitto (la sovranità e la capacità di decidere sottratta ai singoli si esprime in piccole "bolle", azioni ristrette che ogni volta  appaiono - o si credono - risolutive anche sul piano "locale" e che invece risultano soddisfacenti solo sul piano dell'ego). 

Il rapporto tra familiarità ed estraneità, tra corpi e spazio e tra sovranità e conflitto sono considerati dall'autrice essenziali per avere una rappresentazione e un'interpretazione sufficientemente realistica della condizione urbana oggi. Senza questa consapevolezza - per Cristina Bianchetti - il progetto assume connotati "evasivi, consolatori o ideologici".  

Mi pare di poter condividere questa impostazione, tuttavia trovo necessario anche cercare la "radice" di questa situazione.  Il rapporto familiare/estraneo, corpo/spazio, sovranità/conflitto - che nel testo vengono analizzati in dettaglio e con moltissimi riferimenti - non sono, a mio parere, caratterizzati da una soggettività libera, indipendente e priva di condizionamenti. Non si tratta di riportare in auge quelle che vengono definite "vecchie ideologie" (o più modernamente "narrazioni"), ma neanche di dimenticare la loro lezione fondamentale. Non sostengo che uomini e donne siano marionette le cui parole, i cui passi, movimenti e azioni, non siano espressione di una propria volontà, ma appare arduo non pensare che esistono interessi specifici, una più o meno vasta egemonia culturale, che esistono debolezze (economiche, sociali e culturali) dei singoli, e che il manifestarsi dei modi nei quali le tre precedenti relazioni si manifestano (in concreto) costituiscono molto spesso dei costrutti sociali. Per esempio, la concezione che, in generale, si ha dell'estraneo e della sua relazione con la familiarità non è immaginabile che come esito di un costrutto sociale (e politico), che magari "usa" l'estraneità per altri fini. Trovare queste radici non costituisce la soluzione, ma rappresenta la possibilità di una concettualizzazione ricca che può permettere una riconoscibilità dei processi in atto e indicare, così, come si possa intervenire in modo (parzialmente) risolutivo, senza coartare l'individualità, ma al contrario permettendogli di esprimersi al meglio in un contesto di convivenza e di maggiore libertà.

Con acume critico, Cristina Bianchetti riflette sul manifestarsi, in epoca neo-liberale, di quello che possiamo definire il nuovo vocabolario della condizione urbana e ragiona sui modi in cui si esprime la "costruzione" della città. È apprezzabile che - ricorrendo a una fine analisi - l'autrice cerchi di salvare - per così dire - elementi positivi che da queste nuove pratiche possono derivare, ma per quanto mi riguarda mi sembra troppo generosa e ottimista. Per esempio, evidenzia come l'abitare sia sempre più segnato da nuove virtù: cooperazione e condivisone che danno luogo a nuovi spazi. Per l'autrice il "vicinato" non sarebbe un'alternativa alla metropoli, piuttosto la riproposizione di una famiglia. E guarda a questi episodi con interesse perché li intrepreta come "ribaltamento di valori e gerarchie della città moderna". Così come lo stare entre nous "mette in scena una provocazione, quella di una nuova urbanità che avviene fuori dalla polis", in queste esperienze riconosce folklore, vanità e leggerezza, crede che finiscano per "assumere un carattere politico", quasi scandalistico rispetto all'abitare della città moderna. Si tratta però di episodi molto parziali che meriterebbero una riflessione più ampia e soprattutto analisi circa la relazione (funzionale?) che si crea con il "vivere tra di noi". Bisognerebbe cioè capire se effettivamente i caratteri della città moderna vengono vanificati da questi episodi. Forse esiste una relazione di funzionalità tra questi modi di abitare e i meccanismi economici che governano la città contemporanea. In altri termini e detto in modo sintetico e un po' grossolano: non si tratta forse di un modo per "scaricare" su individui e famiglie la soluzione di problemi ai quali il "pubblico" non sa dare risposte concrete? 

La citazione che segue permette forse di chiarire il pensiero dell'autrice e esprime bene il nocciolo teorico e programmatico del testo: "Rimango convinta - afferma Cristina Bianchetti - che un ripensamento dell'urbanistica, dei suoi temi, dei suoi progetti possa molto avvantaggiarsi dalla riflessione sulla tensione tra individualismo e condivisione; tra felicità privata e aggressività; tra chiusura in sé stessi e bon voisinage; tra sostegni burocratici dello Stato e protezione sociale ravvicinata, tra welfare tradizionale e welfare fondato sull'impegno volontario, l'altruismo, il dono; tra paternalismo del pubblico e neo-paternalismo della condivisione; tra i giochi stretti della Self Building City e quelli larghi del progetto abitativo contemporaneo. […] Ciò che essi mettono in evidenza - sostiene l'autrice - è a livello micro il perpetuarsi di alcune grandi questioni con le quali l'urbanistica si è misurata nel Moderno […]. Questi giochi, come già detto, non sono innocui. E sul piano spaziale hanno importanti conseguenze poiché perpetuano asimmetrie, differenziali di proprietà, di accessibilità, di diritto".    

Quella che emerge è dunque una concezione tutta politica dell'urbanistica, una modalità di intervento che, pur avendo come oggetto principale l'organizzazione dello spazio urbano e territoriale, non dimentica che questo è occupato e usato da donne e uomini, con le loro preferenze e con i condizionamenti sulle loro azioni derivanti da una particolare collocazione sociale, economica e culturale. Non scorda, poi, che in questa fase storica tende a prevalere un individualismo che si traduce in progetti e realizzazioni non omologhi. 

Non so se l'autrice condivide completamente l'opinione che oggi più di ieri l'urbanistica non consista nell'applicazione di modelli, più o meno perfetti, quanto nel governo delle trasformazioni in atto nella città e sul territorio contemporanei. Resta il fatto che solo in questa prospettiva l'organizzazione spaziale (e quella sociale) possono sfuggire all'occasionalità e alla contraddittorietà dei comportamenti e dei progetti di vita. Se democrazia, trasparenza, equità, solidarietà e convivenza fossero le guide di tale governo allora le emergenze e le novità di cui questo libro si occupa ampiamente potrebbero non affermare una sorta di anarchia autarchica, ma la consapevolezza di contribuire a fare società, con le sue contraddizioni e, soprattutto, con le sue ricchezze.

Per concludere, mi pare che il libro di Cristina Bianchetti rappresenti un contributo importante per ragionare sulla "fase" attuale (sociale, economica, culturale e urbanistica) e sulle possibili vie di uscita. È chiaro che la lettura di un testo non prescinde dalle idee del lettore e, sebbene non facilissimo, posso affermare che ho goduto di questa lettura per le assonanze che mi è sembrato di cogliere con il mio pensiero. Soprattutto c'è un aspetto che mi pare rilevante sottolineare: riguarda l'attenzione dell'autrice ai singoli aspetti in cui si manifesta nella città e nel territorio il neoliberismo, di cui analizza teoria e filosofia, dimostrando indipendenza e acume critico. Un approccio molto diverso da quello di quanti si fanno trascinare e persino traviare - se posso permettermi - da certe novità interpretative che sembrano esercitare un grosso fascino su molti ricercatori. Insomma, un gran bel libro.     

Francesco Indovina  

      

 

 

N.d.C. - Francesco Indovina, già professore ordinario di Analisi delle strutture urbanistiche, insegna presso l'Università IUAV di Venezia e presso la Facoltà di Architettura di Alghero. Da sempre è promotore di un approccio interdisciplinare agli studi sulla città e il territorio coniugato a un saldo impegno civile. È autore di numerose pubblicazioni e ha fondato e diretto i periodici "Archivio di studi urbani e regionali" e "Economia urbana" (già "Oltre il Ponte"); dirige inoltre la collana di Studi urbani e regionali della Franco Angeli.

Di Francesco Indovina Città Bene Comune ha pubblicato: Si può essere "contro" l'urbanistica? (20 ottobre 2015).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

03 Febbraio 2017

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi

con la collaborazione di Elena Bertani e Oriana Codispoti

 cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

2013: programma/present.

2014: programma/present.

2015: programma/present.

2016: programma/present.

 

 

Interventi, commenti, letture

2015: online/pubblicazione

2016: online/pubblicazione

2017:

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)