Elio Franzini  
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SUL NUMERO CHIUSO NELLE FACOLTÀ UMANISTICHE


La "specificità" e il destino dei saperi umanistici



Elio Franzini


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Quando si affronta la questione del numero programmato bisogna rendersi conto che i piani sono molteplici e attraversati da molte rilevanti e complesse implicazioni "tecniche". Sino a qualche anno fa era uno strumento usato esclusivamente da alcune università private in grado di offrire, a fronte di rette elevate o elevatissime, servizi e strutture di particolare qualità. Oppure, per alcuni corsi di studio come Medicina o Medicina veterinaria, il numero di studenti è programmato a livello ministeriale in base a ciò che le università offrono e alle esigenze del sistema sanitario nazionale.

Le università pubbliche hanno iniziato a generalizzare questo sistema (sin dai primi anni 2000) per nuovi corsi di studio (come scienze della comunicazione) o per corsi di studio scientifici tradizionali quando il numero degli studenti, per i motivi più diversi (attrattività del corso o esigenza dello studente di "parcheggiarsi" in attesa di ripetere il test per entrare là ove avrebbe desiderato, solitamente Medicina), era troppo elevato se rapportato alla quantità di docenti e di strutture di laboratorio. Il Ministero stesso, con vari e progressivi interventi, ha posto delle soglie di "sostenibilità" di un corso di studi, determinando il numero di docenti necessario in base agli studenti iscritti al primo anno, in modo da garantire che non si aprissero corsi di studio privi della necessaria "copertura" di docenza.

Quando si apre una porta e si intende attraversarla bisogna considerare, come scrive Musil, che gli stipiti sono duri. Meglio non avere fretta, dunque, anche perché le università sono un sistema di vasi comunicanti e se alcuni corsi di studio impongono il numero chiuso altri corsi, analoghi o almeno di aree non opposte, ne subiranno le conseguenze, superando le soglie stabilite al Miur. È dunque necessaria una programmazione didattica attenta e lungimirante, che eviti di cedere alla contingenza del momento, a timori irrazionali o alla volontà, da parte dell'università pubblica, di "imitare", senza averne i mezzi, i modelli del privato. Infatti, in corsi di studio non scientifici (dove le esigenze di laboratori dettano legge), i numeri programmati sono in Italia quasi del tutto assenti e si preferisce operare sulla base di test autovalutativi, obbligatori ma non ostativi per l'iscrizione. È giusto, è doveroso, in sede di orientamento, fornire agli studenti un quadro, anche se di necessità superficiale, di quelle che possono essere le loro carenze "di ingresso" nell'Università.

Come si sarà potuto dedurre da questa veloce esposizione, che ha al suo interno, come si premetteva, molti tecnicismi che si sono soltanto accennati, non ha senso discutere se il numero programmato sia "giusto" o "sbagliato": è una possibilità che, a fronte di determinate condizioni, la normativa nazionale permette agli atenei, in sede di programmazione didattica e in regime di autonomia. Le università decideranno poi, sempre in modo autonomo, lo strumento di selezione in ingresso: test generico, test specialistico, voto di maturità e via dicendo. È ovvio che molti studenti rimarranno esclusi e, nel timore dell'esclusione, passeranno i primi giorni di settembre da un test all'altro, sperando di entrare dove desiderano o, almeno, in corsi non del tutto sgraditi. Che in ciò vi sia qualcosa di perverso e di diseducativo è, credo, del tutto evidente.

Passiamo, tuttavia, dal generale al particolare, in virtù del provvedimento assunto dall'Università di Milano pochi giorni fa. Un'università dove purtroppo, da qualche anno, e malgrado l'ottima situazione economica, il numero programmato, presente ormai nella quasi totalità dei suoi corsi di studio, per i motivi più svariati, è diventato un sigillo, anche se non si comprende bene che cosa sigilli…

Tra i pochi corsi di studio privi di numero programmato erano rimasti i corsi "umanistici" (lettere, filosofia, storia, geografia, beni culturali e lingue): Lingue (che ha problemi di laboratori simili a quelli delle facoltà scientifiche) ha deciso autonomamente di accendere il numero programmato, mentre agli altri è stato imposto da un voto, peraltro di dubbia regolarità, da parte del Senato Accademico, in assenza di autonome delibere. Il Rettore ha persino detto che non comprendeva la "specificità" dei corsi di laurea umanistici. Peccato, è un problema di cui si parla da almeno 600 anni, ben al di là delle banalità sulle "due culture". Vi sono molti iscritti in questi corsi umanistici? Sì, senza dubbio sì. Avrebbero messo in pericolo la possibilità di aprire altri corsi nel caso i numeri avessero superato i limiti di sostenibilità? Sì, senza dubbio sì. Ma ciò non sarebbe accaduto nell'immediato: vi era tutto il tempo per riflettere, per analizzare i dati, per implementare un test autovalutativo non selettivo. Si doveva lasciare che gli umanisti compissero un percorso di comprensione, sia tecnico sia culturale, su quel che stava accadendo. Era necessario uscire da una logica burocratica, non limitandosi a "incolpare" Tremonti per quel che aveva fatto nel 2008 o l'Anvur o l'attuale ministero: vie che invece si sono scelte per deresponsabilizzarsi nei confronti dell'attuale scelta, miope e intempestiva, messa in atto per di più da un'università che non può neppure lamentare di essere povera dato che ogni anno risparmia decine di milioni di euro (utili forse per l'altrettanto fumoso trasferimento nell'area che fu di Expo?). E che ha visto l'area umanistica diminuire la docenza in misura doppia rispetto alle altre.

Riprendiamo allora la domanda illuminata del rettore (ma che cosa sarà mai la specificità degli umanisti?) e tentiamo una veloce risposta, che parte dal presupposto, evidentemente ignoto ai vertici dell'Università degli Studi di Milano, che non tutti i saperi sono tra loro identici. I saperi umanistici debbono infatti svolgere in via prioritaria la funzione di far comprendere il senso del percorso tra le dimensioni del tempo: se cessassimo di credere nell'avvenire il passato non sarebbe più pienamente il nostro passato, ma diverrebbe soltanto il lascito di una civiltà morta. Questi saperi hanno dunque lo scopo di costruire una linea di tensione costruttiva tra il passato e il futuro, consapevoli che i mutamenti devono essere compresi nel loro sviluppo diacronico e mai risolti in una banalizzante e burocratica sincronicità.

È beninteso evidente che la vecchia dicotomia tra studi scientifici e studi umanistici ha perso la sua attualità e sarebbe utile riflettere più a lungo sulle possibilità produttive di una "nuova alleanza" che è spesso la quotidianità ad annunciare: il paradigma delle due culture, che qualche successo ebbe negli anni Sessanta del Novecento, è ancora più superato di quelli gentiliani. Le due culture si oppongono infatti se il sapere umanistico è considerato, come a volte è sembrato in questi giorni, come retorica e quest'ultima come soggettivismo astratto ed enfatico. Ma le differenze di metodi scientifici non sono "metafisiche", bensì "storiche" e devono venire ritenute una ricchezza, non un limite invalidante. Una ricchezza che vede le discipline umanistiche vivere e rinnovarsi, come scrive Giulio Preti, in un rapporto stretto con il "concreto sociale", accanto a un mondo di valori che sono radicati nella società, che non possono venire frantumati da un numero programmato, che "desocializza" discipline che invece traggono la propria linfa da questo legame. L'orizzonte dei saperi umanistici si riferisce a una complessità di intrecci non solo scientifici e didattici, ma anche sociali e comunicativi, dovendo al tempo stesso articolare in modo intelligente e adeguato alle attuali esigenze epistemologiche e agli attuali bisogni sociali la sua tradizione di studi sia con i nuovi saperi (che anche nel suo alveo sempre più si affacciano) sia con nuovi modi di sistemare e organizzare i cosiddetti saperi tradizionali.

Se non si riflette su questi temi "critici", se il dibattito rimane chiuso all'interno di un Senato accademico, senza invece aprirsi al mondo che lo nutre, si corre il rischio di lasciarsi trasportare da un'onda di superficie, che può divenire, come è accaduto, elogio della superficialità e dei luoghi comuni. Una volta i medici leggevano i grandi classici della lettura e del pensiero. Oggi, forse, non è più così. Si può allora suggerire al rettore Vago di prendere in mano i Ricordi di Francesco Guicciardini, cercando questa frase: "È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per così dire, per regola, perché quasi tutte hanno distinzione ed eccezione per la varietà delle circumstanze, in le quali non si possono fermare con una medesima misura; e queste distinzioni e eccezioni non si trovano scritte in su libri, ma bisogna lo insegni la discrezione".

È mancata infatti proprio la "discrezione", quella capacità di comprendere in profondità la natura reale delle cose, e delle loro intrinseche differenze, cercando a tutti i costi (ignari anche di Machiavelli) insulse prove di forza. Si sarebbe per esempio potuto comprendere che il destino dei saperi umanistici è forse quello di porsi sempre nella posizione di Virgilio, almeno come essa è disegnata da Dante: sono "traghettatori", che sanno che la maturità della mente si ottiene soltanto quando la storia, e la visione critica della storicità, si confrontano con altre realtà, con nuove dimensioni, traendo dal confronto rinnovati elementi di sapere. È questa logica della comunicazione spirituale che è alla base dei saperi umanistici: una logica che si fonda su ciò che Bachtin chiamava "comprensività", che significa affermazione della necessità di una coscienza storica che, forte di un senso di continuità tra passato e avvenire, sia anche autentica e consapevole percezione del presente. Si sono preferiti slogan, induzione di timori impropri, stimolando quegli atteggiamenti ricordati da Montesquieu nelle Lettere Persiane, opera invisa ai potenti di ogni epoca, quando ironizzava sul fatto che troppo spesso i costumi dei popoli si adattano alle età e ai voleri dei principi, rinunciando a indagare il loro stesso "spirito", cioè quei principi che ne guidano il senso indipendentemente dalle occasionalità della politica. Si è dimenticato che, come ha scritto Ludovico Geymonat, "la conoscenza senza la critica si blocca: è come un uccello che voglia volare senz'aria, per riprendere la metafora kantiana. Ingenuamente potremmo credere che, poiché l'aria costituisce un ostacolo al volo, l'uccello volerebbe meglio nel vuoto. Invece, nel vuoto, l'uccello muore per asfissia". Forse, in definitiva, questo si desiderava: l'asfissia progressiva di un'intera area di studio e ricerca. Così, siamo tutti più poveri.

 


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02 GIUGNO 2017