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È ETICO SOLO CIÒ CHE VIENE DAL BASSO?


Commento al libro di Richard Sennett



Andrea Villani


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Il libro di Richard Sennett - Costruire e abitare. Etica per la città (Feltrinelli, 2018) - è tanto importante e suggestivo quanto impegnativo. Anzi, decisamente difficile. In questo lavoro Sennett ricorre a molti linguaggi; esprime concezioni della città e della società di diverse parti del mondo. E fa riferimento non solo o non tanto alle società in quanto tali, ma a singole persone che vivono in concrete città o parti di esse. Accanto alla lettura di queste realtà, Sennett ci suggerisce come dovrebbero essere organizzate e governate, non solo dal suo punto di vista, ma anche in base a quello di una molteplicità di studiosi di ogni settore; e poi di politici, amministratori, persone comuni che appartengono a quelle specifiche realtà e danno loro vita. Dunque, una delle cose che più mi hanno colpito, e che presumibilmente colpiranno il lettore attento, è la varietà del lessico utilizzato dall'Autore che riflette la pluralità di temi, questioni e approcci interpretativi affrontati. Vi sono parti dove si descrivono in modo fluente, comprensibile da chiunque, vicende della sua vita, altre dove vengono presentate elaborazioni filosofiche, urbanistiche, sociologiche, psicologiche, etiche, estetiche, artistiche, tecnologiche, nei termini e coi contenuti specifici di ognuno di questi ambiti. Accanto alla presentazione di quelle posizioni, poi, c'è di solito la personale valutazione critica dell'Autore.

Di fronte a ciò, a questo modo di argomentare, mi sono trovato in difficoltà nel cercare di comprendere il senso generale del libro, quale fosse il suo nocciolo, il cuore del messaggio che Sennett intendeva trasmettere. Poi, per una intuizione improvvisa, ho capito una cosa fondamentale per la lettura del libro che, tra l'altro, Sennett non ha ritenuto di specificare nella premessa-introduzione. Cioè che questo libro racconta la storia della sua vita. E nella storia della sua vita è presente la parte dello studioso teorico; quella dell'operatore concreto nella città, quindi il suo rapporto con singole persone, con comunità, con importanti personaggi come con cittadini comuni di diverse parti del mondo. E insieme a ciò, frammenti significativi del suo percorso intellettuale, del suo umano sentire di fronte alla realtà; ma anche dei suoi mali fisici e delle implicazioni che questi hanno avuto nei suoi rapporti con i contesti urbani. Se non si tiene conto di ciò, ritengo che questo libro sia non solo illeggibile ma anche insopportabile. Si pensi solo al fatto che vengono citati più di duecento autori, col loro pensiero, il loro punto di vista sulla città. Se non facessimo riferimento al racconto di una vita, verrebbe da interrogarsi sul senso di tale abbondanza, soprattutto se lo scopo fosse stato soltanto (si fa per dire) quello scrivere un libro sull'etica della città.

Il cuore della storia raccontata da Sennett - quanto meno nel messaggio essenziale che ritengo di aver colto - è il seguente. Nella città si deve di tener conto, - e per quanto possibile partire da lì già nell'attività di progettazione - della piccola scala: quella del vicinato, del quartiere. Questa è stata, in sostanza, la lezione di Jane Jacobs, di cui Sennett fu - per quanto posso intendere - collega e amico.

Jane Jacobs - scrive Sennett - grande antropologa militante non metteva in discussione il valore in sè del progetto urbano, ma sosteneva che le forme urbane emergevano lentamente e gradualmente, seguendo le lezioni dell'uso e dell'esperienza. La sua bestia nera, l'homo faber Robert Moses, il progettista e imprenditore di New York, costruiva in modo esattamente opposto: in grande, velocemente e in modo arbitrario (p. 27).

Ma un conto è come vivono i quartieri e la gente dei quartieri nelle grandi città; un altro è come questi nascono; chi dà loro il soffio vitale di partenza; chi stabilisce il dove, il come, il quando dei singoli edifici, delle singole strutture. Soprattutto quando dalla scala di poche decine o centinaia di persone si passa alla scala urbana, alla grande città, alla connessione tra quartieri o tra città, alle grandi infrastrutture. Alla considerazione di quello che sono di fatto e alla riflessione su quello che dovrebbero essere.

Sennett si trova a un certo punto della sua vita e della sua attività di sociologo-urbanista a misurarsi con i temi della grande scala. Questo quando, per ragioni professionali, svolge attività di consulente per grandi istituzioni internazionali relative a contesti dove si sarebbero dovuti affrontare i problemi delle grandissime, gigantesche città del Terzo Mondo. Sulle quali, a dire il vero, non dice nulla in termini urbanistici, se non a livello della piccola scala. E non solo o non tanto perchè non sa come il tema possa venire affrontato in termini teorici, quanto perchè Sennett pare trascurare intenzionalmente il tema della pianificazione alla scala vasta, tant'è vero che non usa mai la parola 'macro-urbanistica'. Cosa che, evidentemente, suscita qualche perplessità rispetto a quelle opere che, invece, necessitano di questo tipo di sguardo come, per esempio, le infrastrutture per la mobilità. Certo: le grandi infrastrutture, a iniziare da quelle viarie, squarciano il cuore delle città e delle metropoli e, anche fuori di queste, tagliano e segnano profondamente il paesaggio. Sono, però, necessarie per consentire una rapida connessione tra tutte le parti del territorio. È questa la dimensione che Robert Moses considerava nel caso di New York. Una dimensione territoriale che però avrebbe avuto un impatto locale significativo: la distruzione del carattere del Greenwich Village con l'attraversamento di un grande parco urbano in Washington Square. Ed è da qui che parte la grande battaglia - perduta - contro Jane Jacobs. Un fatto tutto sommato episodico perché in realtà le cose - sappiamo - andranno diversamente in molte grandi città americane e in altre parti del mondo. Questo perché le grandi infrastrutture di ogni tipo hanno senso e sono ineliminabili nelle città e nelle metropoli, così come nel contesto di grandi insediamenti umani alla scala territoriale. Hanno senso in società tecnologicamente ed economicamente avanzate, allo stato attuale dell'economia e della tecnica, delle esplicite esigenze e aspirazioni dei loro cittadini. Per la loro previsione, progettazione e realizzazione è però sicuramente necessario uno studio e una visione macro-urbanistica, quella che Sennett pare non voler considerare. In un simile ambito progettuale ha sicuramente senso porre attenzione, per quanto possibile, alle realtà e ai problemi della piccola scala, quelle dei quartieri o delle piccole comunità. Allo stesso tempo, però, riteniamo necessari anche studio e progettazione macro-urbanistica per localizzare correttamente, e poi ubicare in modo preciso, le grandi infrastrutture di servizio alla popolazione e alle attività produttive di un intero territorio. Per inciso: sappiamo bene che non è di moda oggi parlare di zoning, specie per aree vaste. Di moda oggi è la mixité. Ma questo non è un criterio generale in tutti i paesi sviluppati; e riteniamo non possa esserlo neppure in termini teorici. In ogni caso Sennett non affronta il tema. Vale a dire non avanza criteri in merito.

Un obiettivo fondamentale di Sennett, se vogliamo il suo sogno di sociologo-urbanista attento alla vita delle persone che vivono nella città, è di lavorare insieme con la gente; di dare suggerimenti, in base alle proprie conoscenze e alla propria esperienza. Questi riguardano essenzialmente i modi di progettare il quartiere, dove mettere le panchine, il verde e come modellare ogni componente della realtà fisica, ritenuta influente sulla vita delle persone. Tutto ciò in una prospettiva di condivisione. Il sogno dell'Autore, infatti, mi pare sia quello di educare e stimolare i cittadini alla partecipazione: un processo di decisione capace di coinvolgere tutti i soggetti interessati, nella consapevolezza dei problemi, a fronte di obiettivi auspicati posti esplicitamente o implicitamente sul tappeto da una comunità, o comunque in quella comunità emergenti. Al dunque, però, ovvero al momento della scelta definitiva, Sennett ritiene che l'urbanista-esperto debba ritrarsi, rinunciare al proprio compito professionale, evitare di imporre le proprie competenze. Un modo di procedere che - secondo l'Autore - consentirebbe e determinerebbe l'etica della città o, meglio, un agire etico nelle trasformazioni urbanistiche.

C'è qualcosa che non comprendo nella visione, o se vogliamo, nella prospettiva di Sennett. Gli insediamenti umani - chiamiamoli così - id est città di varia importanza e dimensione, e borghi e villaggi, includono un'enorme varietà di persone. Non mi stancherò mai di sottolineare e ripetere questo concetto. Vi sono persone, famiglie, micro-comunità diverse per storia, cultura, tradizioni, censo, intelligenza, spirito d'iniziativa, desiderio e volontà di collaborare e di aprirsi agli altri; volontà di rispetto delle regole della comunità; e altre invece desiderose di rimanere isolate quanto possibile e con orientamenti differenti in tutti o molti dei caratteri indicati. Credo che Sennett amerebbe che la gente che fa parte di una certa realtà urbana fosse sempre disponibile a rapporti positivi con gli altri. E questo dovrebbe valere per i singoli individui, le famiglie, gli aggregati comunitari distinti tra loro per qualche carattere, per qualche motivo culturale, linguistico, etnico, religioso, di stile di vita. Bene. Quello che voglio dire, quello che mi sento di dire con riferimento alla mia personale esperienza, è che non esiste qui da noi, in modo diffuso, un'apertura quanto meno pratica, non dico amichevole, alla condivisione delle scelte. Ora, che può significare, qui e ora, 'città aperta', se non esiste una simile apertura tra singoli esseri umani, all'interno delle micro-comunità e tra le comunità? E quid in questo, et ultra, quanto all'abitare? A fronte della realtà fisica delle strutture conta forse qualcosa la forma dell'edificio e dell'insieme degli edifici sulla qualità del vivere, sul rapporto tra persone e famiglie, sulla vita della gente?

Nella misura umana, il mio pensiero, il mio sentire, è che non vedo nè qui e ora, nè per il passato, una grande disponibilità da parte delle singole persone e delle concrete comunità ad accogliere chi viene dall'esterno, e non come turista o per comprare o vendere merci, ma per svolgere qualche utile funzione in base alla quale si dà e si riceve, e ognuno da un simile rapporto di scambio trae beneficio. Non così quando chi giunge non ha niente da offrire di evidentemente positivo; perché è diverso; e già il mero fatto di dover essere capito e accettato nella sua diversità è tale da creare problemi. Sono sicuro, piuttosto, che la condivisione-concertazione-compartecipazione per tutte le decisioni che nel contesto - città, borgo, villaggio - riguardano questioni collettive - vale a dire tutto quello che sta fuori della propria casa - ognuno pensa di avere l'idea giusta non solo su ciò che va bene per lui, ma anche su ciò che va bene per tutta la città o per sue parti. Sennett propone un processo di decisione collettivo con riferimento evidente innanzitutto alla scala micro-locale, dove i cittadini si trovano insieme a discutere, con l'aiuto dell'esperto. E sembrerebbe che attraverso un simile dibattito, quasi per incanto possa emergere l'esito ottimo e desiderabile da tutti. Vale a dire che, per Sennett, solo dal public debate può nascere, quasi inevitabilmente e necessariamente, la giusta, valida soluzione al problema che si affronta. Certo: da un'assemblea come quella dei condomini, se si accetta la regola della decisione a maggioranza, in un modo o nell'altro emerge una risposta. E questo è il tradizionale metodo democratico di decisione collettiva. Ma se non è posta a priori l'accettazione della regola, si può giungere a discutere all'infinito; e poi andare a casa senza aver deciso. E sottolineo: anche quando si decide a maggioranza non è detto che la scelta sia la più giusta, la più valida, la più bella, la più utile per il benessere della comunità che si considera.

 

Ho messo in gioco con le ultime parole la questione della qualità della città e del territorio; e - se vogliamo - insieme, in termini generali, della qualità della vita della popolazione coinvolta. Qui siamo a un punto estremamente difficile di tutta la riflessione. Chi decide la qualità di qualsiasi cosa? Ho detto prima che ognuno è convinto della validità della sua visione. Ho visto quartieri costruiti con un linguaggio unitario: ordinati, omogenei, con un indubbio decoro, sia dei singoli edifici che della struttura complessiva. Ma poi ogni famiglia ha trasformato man mano tutto quanto era visibile; ad evidenza perchè riteneva che quello che contava era la propria casa. E procedendo così si è realizzato qualcosa di molto diverso dalla visione progettuale originale. Questo in strutture nate complete, non aperte come nella visione di Sennett, per essere trasformate e dar luogo a qualcosa di imprevisto e imprevedibile. Dico questo per sottolineare che spesso i singoli individui tendono a violare le regole della loro comunità in vista di loro personali obiettivi: estetici, economici, o comunque di qualche loro utilità. Il che vuol dire ricerca del self-interest. Questa ricerca - a differenza di quanto teorizzato da Adam Smith nel suo La ricchezza delle nazioni o, meglio, nella sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations) del 1776 - con riferimento al sistema economico e all'attività di ogni singolo individuo, non è affatto detto che porti a un esito positivo per l'intera collettività, 'quasi per azione di una mano invisibile'. Nella città, che ognuno realizzi la propria casa, il proprio laboratorio, la propria fabbrica, a propria discrezione, porta a un insieme casuale; frutto inevitabile di un individualistico anarchico procedere. Se non si comprende questo, non si comprende quale possa essere il ruolo dell'urbanistica e della pianificazione.

La questione di fondo allora è: come possiamo giudicare un simile esito, che è quello di una città senza piano? Tanto una città fatta di edifici in muratura - come nel caso di Ischia - quanto una fatta di lamiere, plastica, stracci - come nelle shanty towns ovvero favelas, bidonvilles, baraccopoli. Sennett non loda le informal cities; anzi, non ne parla per nulla. Ma quello che desidero enfatizzare è la questione del valore della realizzazione in ogni ambito del lavoro delle classi subalterne. Possiamo affermare che tutti i frutti del lavoro umano hanno il medesimo valore? La mia risposta è no. Nè in termini di utilità, nè in termini di bellezza. Di fatto, i ceti dominanti, nel tempo, disponendo di risorse materiali (vale a dire il capitale) e lavoro, prendendo al proprio servizio gli ingegni e le capacità operative del grande numero (ovviamente persone appartenenti ai ceti subalterni) hanno potuto realizzare quelle opere straordinarie che - in quanto sopravvissute ed ereditate - noi oggi ancora stupiti ammiriamo. Nelle città, nei borghi, nei villaggi, miriadi di persone hanno realizzato nel tempo quanto necessario per vivere. Talvolta a un livello elementare e misero; poi, man mano, con lo sviluppo, realizzando strutture fisiche, e arredi, e beni di ogni sorta, di qualità man mano più elevata. In un certo numero di casi, raggiungendo un livello alto e significativo; nel linguaggio e pensiero tradizionale, il linguaggio e il livello dell'arte. E queste realizzazioni si esprimono nel complesso multiforme della città; in parte con piani e progetti ambiziosi, in parte quale frutto di iniziative di migliaia, milioni, centinaia di milioni di persone, che realizzano quanto sono capaci, a livello individuale e comunitario.

 

Una città e una società possono essere considerate in modo neutrale: alla maniera di un fotografo tradizionale che cerchi di fotografare una realtà 'cosi com'è', senza modificarla come quando si ha l'ambizioso obiettivo di creare un'opera d'arte. Ma una città e una società possono anche essere osservate, lette, studiate, analizzate con l'obiettivo di giudicarle in nome di propri principi, di propri valori, di una propria visione del mondo. Sennett si muove in questo modo, e i suoi obiettivi, la sua visione della città 'buona da viverci' mi pare condizionino la sua lettura della realtà. Ora, invece, è un dato di fatto che le grandi città del mondo, sia dell'Occidente che dell'Oriente più sviluppato, esprimono tutte una realtà polimorfa, ambigua, contraddittoria. In ogni grande città vi è un certo numero di ricchi e potenti, e una grande massa di poveri. Vi sono persone istruite, educate all'apprezzamento dell'arte, della bellezza, dell'ordine, della pulizia; e al polo opposto un grande numero di persone totalmente o quasi totalmente prive non solo dei beni materiali, ma anche della capacità di godere dei beni collettivi, come ad esempio della bellezza incorporata negli edifici o in altre realtà fisiche di cui si potrebbe godere senza pagare nulla, se solo si fosse educati per un simile apprezzamento. In altri termini, nell'evidenziare un certo modo di procedere nella trasformazione dei contesti urbani - quello dei ceti sociali più disagiati che, anche attraverso l'autocostruzione, danno luogo a contesti dove prevale il 'non finito' - Sennett pare esprimere una propensione per un'estensione di una simile modalità operativa a tutta la realtà urbana. Ciò che Sennett sembra ritenere possibile è cioè una crescita processuale e spontanea della città, dove non sarebbe contemplata alcuna prefigurazione. Un modo di procedere che contrasta fortemente con il modo di procedere dei paesi occidentali sviluppati dove le trasformazioni urbane e territoriali sono pianificate. La crescita urbana 'senza regole' è accettata in molte realtà come un dato di fatto, esistente ma negativo. Per quanto possibile, chi governa la città generalmente mira a realizzare obiettivi di ordine formale e funzionale. Sennett, al contrario, sembra non perseguire tali obiettivi ma, piuttosto, la condivisione e la possibilità di vita e di espressione di tutte le persone. Dunque il problema, per chi abbia costruito e maturato concreti obiettivi di qualità della vita e di bellezza nella realtà fisica della città e delle sue componenti, è come fare in modo che quanto è stato realizzato o viene man mano realizzato di progettualmente significativo, non venga deturpato o distrutto, nel contesto di una battaglia che non è solo politica ma soprattutto culturale. Questo, nell'eterno scontro tra classi subalterne e classi privilegiate, e senza l'illusione di poter far sparire nella città e nel mondo le condizioni di difficoltà, emarginazione, povertà materiale e spirituale.

Andrea Villani

 

 

 

N.d.C.Laureato in Scienze economiche all'Università Cattolica di Milano, in Filosofia all'Università Statale di Milano e in Architettura al Politecnico di Torino, Andrea Villani ha insegnato Economia urbana e Economia politica all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha svolto attività di ricerca presso l'Università di York, la Research School of Social Sciences della Australian National University di Canberra, il Public Choice Center della George Mason University di Fairfax (Virginia), il Department of Economics dell'Università di Toronto (Ontario), il Department of Economics dell'Università di Tucson (Arizona).

Ha diretto il Centro Studi Piano Intercomunale Milanese (PIM), i periodici Città e Società e Quaderni Bianchi ed è stato condirettore di Edilizia Popolare. È stato membro della Giunta esecutiva della XVI Triennale di Milano e attualmente è co-coordinatore delle attività della Urban and Territorial Research Agency (ULTRA) nel Dipartimento di Sociologia dell'Università Cattolica.

Tra i suoi libri editi da ISU Università Cattolica: La pianificazione della città e del territorio (1986); La pianificazione urbanistica nella società liberale (1993); La gestione del territorio, gli attori, le regole (2002); Scelte per la città. La politica urbanistica (2002); La decisione di Ulisse (2000); La città del buongoverno (2003). Per i tipi di FrancoAngeli, nel 2018 ha curato, con Enrico Maria Tacchi, Parchi, giardini, riserve naturali.

Per Città Bene Comune ha scritto: Disegnare, prevedere, organizzare le città (28 aprile 2016); Progettare il futuro o gestire gli eventi? (21 luglio 2016); Arte e bellezza delle città: chi decide? (9 dicembre 2016); Pianificazione antifragile, una teoria fragile (10 novembre 2017); L'ardua speranza di una magnificenza civile (15 dicembre 2017); Post-metropoli: quale governo? (20 aprile 2018); Democrazia e ricerca della bellezza (29 novembre 2018).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

28 MARZO 2019

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, il paesaggio e la cultura del progetto urbano, paesistico e territoriale

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

powered by:
DASTU (Facebook) - Dipart. di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
 

 

 

Le conferenze

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione

 

 

Gli incontri

- cultura urbanistica:
2013: programma/present.
2014: programma/present.
2015: programma/present.
2016: programma/present.
2017: programma/present.
2018: programma/present.
2019: programma/present.
 
- cultura paesaggistica:

 

 

Gli autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017: online/pubblicazione
2018: online/pubblicazione
2019:

P. Pileri, Contrastare il fascismo con l'urbanistica, commento a: M. Murgia, Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi, 2018)

M. R. Vittadini, Grandi opere: democrazia alle corde, commento a: (a cura di) R. Cuda, Grandi opere contro democrazia (Edizioni Ambiente, 2017)

M. Balbo, "Politiche" o "pratiche" del quotidiano?, commento a E. Manzini, Politiche del quotidiano (Edizioni di Comunità, 2018)

P. Colarossi, Progettiamo e costruiamo il nostro paesaggio, commento a: V. Cappiello, Attraversare il paesaggio (LIST Lab, 2017)

C. Olmo, Spazio e utopia nel progetto di architettura, commento a: A. De Magistris e A. Scotti (a cura di), Utopiae finis? (Accademia University Press, 2018)

F. Indovina, Che si torni a riflettere sulla rendita, commento a: I. Blečić (a cura di), Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo (FrancoAngeli, 2017)

I. Agostini, Spiragli di utopia. Lefebvre e lo spazio rurale, commento a: H. Lefebvre, Spazio e politica (Ombre corte, 2018)

G. Borrelli, Lefebvre e l'equivoco della partecipazione, commento a: H. Lefebvre, Spazio e politica (Ombre corte, 2018); La produzione dello spazio (PGreco, 2018)

M. Carta, Nuovi paradigmi per una diversa urbanistica, commento a: G. Pasqui, Urbanistica oggi (Donzelli, 2017)

G. Pasqui, I confini: pratiche quotidiane e cittadinanza, commento a: L. Gaeta, La civiltà dei confini (Carocci, 2018)

 

 

 

 

 

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