|
|
Il 21 aprile 1980 l’amministrazione provinciale di Trieste delibera la chiusura dell’Ospedale Psichiatrico S. Giovanni. Le sue funzioni sono assorbite da cinque Centri di salute mentale territoriali, che dal 1981 sarebbero stati coordinati dal Dipartimento di Salute Mentale. La chiusura dell’ospedale psichiatrico è una delle più efficaci e dirompenti scene della democrazia in Italia nella seconda parte del Novecento. Inutile ricordare in quale contesto, con quali contrasti.
Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, Busto Arsizio 2024) scritto da Francesco Foti, scrittore ed editore, con una prefazione di Massimo Cirri, psicologo e conduttore radiofonico per Rai2, offre un’ulteriore occasione per ripensare a quella vicenda. L’impostazione è chiara fin dal titolo: l’epopea basagliana è parte integrante dei movimenti popolari dei suoi anni, ma non è relegata ad essi. Ha ancora cose da dirci, a fronte della recrudescenza antilibertaria che viviamo. É un libro ricco, di personaggi, di azioni, di parole, di aneddoti. Un altro libro su Basaglia? si chiede l’autore nell’Introduzione, sostenendo la scelta di scriverlo con la convinzione che si tratti di uno sguardo laterale capace di restituire il cambiamento che le idee di Basaglia hanno portato «non solo alla pratica clinica ma alla società» (p.13)
Un progetto di negazione
Discorsi, personaggi, aneddoti invitano a ripensare al progetto di decostruzione del dispositivo manicomiale. Un progetto che ho definito di negazione e che ha il suo centro nella relazione autorità-potere, incrinando l’autorevolezza della competenza medica, psichiatrica, sociologica e spostando la cura sul terreno dei corpi, delle voci, dei diritti dei malati. Come ogni progetto politico è altamente conflittuale.
Foti richiama i contrasti, anche quelli con i vertici del Partito comunista che abbracciavano un discorso politicamente diverso sul ciclo dell’esclusione, per cui i malati erano Lumpenproletariat e la contraddizione principale rimaneva tra classe operaia e capitale. L’impegno di Basaglia era diverso: riscattare quei corpi folli, esclusi, reclusi. Corpi osceni nel senso (forse non correttamente attribuito a Carmelo Bene) per dire sottratti allo spazio pubblico, alla scena pubblica, secondo l’accezione arendtiana. Per far questo, precisa Franco Rotelli, richiamato da Foti, quel movimento ha trovato alleanze in parte nel mondo cattolico, in parte nel mondo socialista, in parte anche certamente nel Partito comunista, ma in quella corrente un po’ anomala, un po’ libertaria, un po’ poetica che avrà in Mario Tommasini il personaggio più straordinario. «Dentro a questa contraddizione» aggiunge «abbiamo continuato a stare» (p. 89).
Una scena raccontata numerose volte
Quello innestato a Gorizia e Trieste è, tecnicamente, un processo di liberazione dei malati, in cui lo spazio fisico, materiale del manicomio, le sue aperture e chiusure contano. Un processo raccontato molte volte, nel libro che stiamo commentando, ma anche dai protagonisti, dagli osservatori, dagli eredi di una vera e propria epopea che giunge a toccare l’intero paese. E che fin dall’inizio genera una straordinaria macchina narrativa alla quale partecipano in tanti, su differenti registri: video, campagne fotografiche, documentari, servizi televisivi, interviste, pratiche artistiche (l’indimenticabile Marco Cavallo, cavallo di Troia al contrario). E poi pamphlet, resoconti, diari, testimonianze: una pratica di scrittura intensa e appassionata, affidata a canali di diffusione di massa e ad importanti editori. Libri che spesso hanno avuto la cura magistrale di Franca Ongaro Basaglia, già traduttrice in italiano di Asylum e di Il comportamento in pubblico di Goffman. La macchina narrativa è tra le ragioni (certo non la sola) dell’enorme attenzione fuori e dentro il paese. Da Parigi, Sartre scrive: se volete vedere qualcosa di nuovo, andate a Gorizia.
Su Basaglia, sul suo lavoro, quello di Franca Ongaro e di un gruppo di medici, infermieri, pazienti, sui mutamenti di quel progetto, sulla ri-tecnicizzazione che ne è seguita la letteratura è immensa. Ricucita con lucidi intenti e con devota pazienza: in gioco era una rivoluzione.
Questa letteratura è poi cresciuta esponenzialmente nell’anno 2024 in occasione del centenario della nascita di Franco Basaglia l’11 marzo: si sono rieditati i libri più importante da L’Istituzione negata a Crimini di pace, numerosi gli articoli online come quello di Luca Negrogno e Benedetto Saraceno, Ma come si curano le malattie mentali? Un lungo importante saggio, pubblicato in tre parti su machina-deriveapprodi.com, che ripercorre il rapporto tra sapere e potere nella psichiatria italiana lungo i decenni successivi ai Settanta: ci dice come è andata a finire quella rivoluzione.
Poi gli spettacoli triestini: (Tra Parentesi) La vera storia di un’impensabile liberazione, per la regia di Erika Rossi, con Massimo Cirri e Peppe Dell’Acqua al Teatro Rossetti (5-10 marzo 2024), poi l’11 marzo al Teatro Miela, sempre nel capoluogo friulano, la presentazione della riedizione degli Scritti 1953-1980 di Franco Basaglia, l’incontro Franco Basaglia oggi: un pensiero necessario e la mostra fotografica Tu interni… io libero, sino al 31 marzo 2024 negli spazi dell’Antico Caffè San Marco.
Dibattiti, mostre fotografiche, riedizioni, documentari: praticamente ogni giorno, del mese di marzo dello scorso anno è stata organizzato qualcosa di nuovo. E, atto definitivo del processo di monumentalizzazione, le Poste italiane hanno emesso un francobollo commemorativo del valore di 1,25 euro.
La monumentalizzazione
Ho sicuramente dimenticato moltissimo, ma non è importante. Della celebrazione già si percepivano le avvisaglie da quando, nel marzo 2023, è mancato Franco Rotelli, uno dei principali sostenitori del movimento storico di de-istituzionalizzazione, a fianco di Basaglia per la promozione dei diritti dei pazienti e miglioramento delle condizioni di vita per le persone con disturbi mentali. Ma la celebrazione non spiega del tutto le ragioni di quella vasta benevola e malevola attenzione. È più una conseguenza che una causa.
A cosa si doveva dunque negli anni Settanta la celebrazione del lavoro di Basaglia? L’ospedale psichiatrico non era certo l’unica istituzione totale da abbattere e riformare: da Goffmann a Foucault, da Laing a Cooper, in quegli anni, in Europa era l’intero spettro delle istituzioni che si ripensava come oggetto di riforma: dalla famiglia, alle carceri, all’università. Anche in questo senso il progetto basagliano è parte dei movimenti di lotta degli anni Sessanta e Settanta. E fuori da questo ambito non avrebbe probabilmente potuto raggiungere i suoi risultati. In altri termini, quell’esperienza ha dato a molti la possibilità di esercitare concretamente il proprio impegno sociale e, per alcuni, la propria vocazione professionale. Il «cambiamento che Basaglia offriva muovendo dall’urgenza di restituire ai matti l’umanità negata, si rivolgeva a tutta la società» (p. 64). Ma non era da tutti ascoltato. Non possiamo dimenticare come l’adesione al processo di apertura dei manicomi che portava tanti studenti delle facoltà di architettura a Trieste, attraversava le famiglie e il paese intero, non abbia avuto riflessi significativi nella cultura architettonica degli anni Settanta. Basta riprendere La piramide rovesciata di De Carlo per verificare.
E oggi? A cosa si deve oggi la celebrazione, al di là delle ricorrenze formali che ne costituiscono poco più di un pretesto? Oggi la celebrazione della vicenda basagliana a me pare espressione di nostalgia per un’azione che è sempre stata intesa come parte integrante dei movimenti popolari. Struggimento per una indubitabile battaglia di civiltà. Necessità di ritrovare almeno un’eco di un pensiero rivoluzionario che non è mai stato confinato solo nel suo tempo. Una parte non residuale del pensiero artistico, architettonico e urbanistico oggi evoca una forma di impegno radicale. Un impegno che non può essere che molto lontano dall’engagement sartriano insegue la radicalità piuttosto che l’egemonia, l’affermatività piuttosto che l’ironia, il messaggio pedagogico piuttosto che la sorpresa. E questo, a partire da alcuni temi che stanno diventando ricorrenti, insistenti, ossessivi: de-colonialismo, patriarcato, transfemminismo, sessualità non binaria. Nuovi riti intellettuali che hanno i modi della cerimonia. Come se non l’azione, le sue forme, le sue pratiche (aprire i manicomi), ma i temi (l’anti-psichiatria) fossero per sé il contenuto qualificante di un impegno politico. Come se fosse sufficiente enunciarli.
Voglio dire che il pensiero di Basaglia è accolto oggi entro un clima completamente diverso, non potrebbe essere altrimenti e non me ne vogliano gli autori del testo che ha avviato questa mia riflessione. Un clima che biasima e rimprovera e, in fondo, non rischia troppo: chi può dirsi contrario al de-colonialismo e al transfemminismo? Bisogna fare attenzione a questo aspetto poiché (che sia verificabile o confutabile la mia affermazione) ci dice come va il mondo in questo nostro piccolo campo di osservazione. Abbiamo bisogno di radicalità e usiamo quel che troviamo. Ma se anche così fosse, se il recupero di Basaglia fosse guidato da un desiderio di una aggiornata radicalità, non ci sarebbe alcun problema, ovviamente: le posizioni si usano e riusano liberamente. Ci mancherebbe. Ma qualche elemento di perplessità permane: cosa vuol dire monumentalizzare Basaglia se non disinnescare la sua carica eversiva trasformandolo in un francobollo?
Cristina Bianchetti
N.d.C. - Cristina Bianchetti, già professore ordinario di urbanistica al Politecnico di Torino, è stata coordinatore dell'area dell'Architettura per la VQR (2011-2014), presidente del Nucleo di Valutazione dell'Università Iuav di Venezia (2016-2022) e dal 2019 al 2023 ha coordinato per ANVUR il Gruppo di Lavoro riviste per l’area dell’Architettura. Tra le sue pubblicazioni: Abitare la città contemporanea (Skira, 2003); Urbanistica e sfera pubblica (Donzelli, 2008); Il Novecento è davvero finito. Considerazioni sull'urbanistica (Donzelli, 2011); (a cura di) Territori della condivisione. Una nuova città (Quodlibet, 2014); Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neo-liberale (Donzelli, 2016). Nel testo Le mura di Troia. Lo spazio ricompone i corpi (Donzelli, 2023) ha avuto modo di occuparsi dell’esperienza di Basaglia a Gorizia, tra il 1961 e il 1969.
Per Città Bene Comune, ha scritto: La ricezione è un gioco di specchi (6 ottobre 2017); Lo spazio in cui ci si rende visibili… e la cerbiatta di Cuarón (5 ottobre 2018); Incoraggiare rotture e nuovi germogli (18 giugno 2021).
Dei libri di Cristina Bianchetti hanno scritto in questa rubrica: Francesco Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale (3 febbraio 2017); Massimo Bricocoli, Spazi buoni da pensare (4 maggio 2017); Pier Carlo Palermo, Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto (30 giugno 2017); Carlo Olmo, La città tra corpo malato e corpo perfetto (3 luglio 2020); Gabriele Pasqui, La ricerca è l’uso che se ne fa (28 maggio 2021); Ota de Leonardis, Le città sono persone che fanno cose (4 novembre 2022); Renzo Riboldazzi, L’urbanistica tra spazio e corpi (5 maggio 2023); Carlo Olmo, Un’urbanistica della materialità e del silenzio (30 giugno 2023).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 14 FEBBRAIO 2025 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
ideazione e direzione scientifica (dal 2013): Renzo Riboldazzi
direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate
comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Letizia Konderak, Franco Vaio
comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi
cittabenecomune@casadellacultura.it
conferenze-dialoghi
2017: Salvatore Settis locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2018: Cesare de Seta locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2019: G. Pasqui | C. Sini locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
incontri-convegni
autoritratti
2017: Edoardo Salzano 2018: Silvano Tintori 2019: Alberto Magnaghi 2022: Pier Luigi Cervellati 2023: Valeria Erba
letture e pubblicazioni
2015: online 2016: online/periodico1/24 2017: online/periodico2/24 2018: online/pubblicazione 2019: online/pubblicazione 2020: online/pubblicazione 2021: online/pubblicazione 2022: online/pubblicazione 2023: online/pubblicazione 2024: online/pubblicazione 2025:
G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio (FrancoAngeli, 2023)
F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)
A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia
A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)
G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)
A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)
|