Renzo Riboldazzi  
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L'URBANISTICA IN UN LIBRO


Luca Gaeta alla Casa della Cultura



Renzo Riboldazzi


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La dodicesima edizione di Città Bene Comune prosegue mercoledì 21 maggio, alle 18.00, con Luca Gaeta con cui rifletteremo del suo Il primo libro di urbanistica, edito da Einaudi nel 2024. Alla discussione sui temi della città, del territorio, dell’ambiente e delle relative culture interpretative e progettuali che si terrà alla Casa della Cultura (via Borgogna 3, MM San Babila), interverranno Patrizia Gabellini – professoressa onoraria del Politecnico di Milano e fondatrice di “Planum. The Journal of Urbanism” –, Michelangelo Russo – professore ordinario di Urbanistica all’Università degli Studi di Napoli Federico II e direttore del Dipartimento di Architettura – e Piergiorgio Vitillo – professore ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano. L’incontro fa parte del ciclo ideato e coordinato da Renzo Riboldazzi, coprodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e patrocinato dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, dalla Società Italiana degli Urbanisti, dalla Società dei Territorialisti/e onlus, da Accademia Urbana e dall’Associazione Italiana di Scienze Regionali.

 

 

Le ragioni di un confronto

Il titolo, bisogna dirlo, mette un po’ in soggezione. Soprattutto quanti, come me, in adolescenza hanno affrontato con titubanza il primo appuntamento, la prima infatuazione, il primo bacio, attribuendo loro un carattere che forse non avevano o avevano solo in quel particolare momento della nostra vita. In realtà, leggendolo, Il primo libro di urbanistica di Luca Gaeta (Einaudi, 2024) fa pian piano scivolare sullo sfondo questa sensazione, accompagnando il lettore dentro alcuni meandri di una disciplina che, credo, andrebbero conosciuti da tutti o da molti. Non solo quanti lavorano o lavoreranno in questo settore ma, più in generale, dalla società civile sempre più spesso coinvolta in processi partecipativi che, anche per ragioni di consenso politico, provano a farci entrare in mondi non sempre facili da decifrare. Ambiti dove la narrazione pubblica, spesso, non coincide con la realtà delle cose. O dove, più semplicemente, le cose possono essere lette da prospettive politiche o culturali opposte.

Parlare di urbanistica e provare a raccontarla oggi non è cosa secondaria. Non lo è perché è una disciplina che ha perso molto del suo appeal sociale e culturale. Gli anni di una diffusa convinzione della sua necessità – o, meglio, quelli in cui la carica propulsiva di alcuni autori e di certe istituzioni come l’Inu facevano cogliere la pianificazione come strumento fondamentale per controllare le trasformazioni urbane e territoriali – e quelli delle rivendicazioni sociali, anche attraverso l’urbanistica, sono perlopiù passati. Col tempo – piano per piano, un condono dopo l’altro e una legislazione sempre più arzigogolata, distante dal linguaggio comune e tesa perfino a smontare alcune conquiste del secondo dopoguerra – è successo che questa disciplina si sia trasformata agli occhi della società come un fardello di cui tanto le amministrazioni pubbliche quanto le comunità, sembra di capire, farebbero in molti casi volentieri a meno.

E parlare di questa disciplina oggi, qui a Milano, è ancora più complicato soprattutto se pensiamo alla narrazione che quotidianamente viene fatta dalla stampa in cui la cultura del progetto urbano e territoriale – cultura che, come Gaeta dimostra, esiste e ha avuto una lunga gestazione teorica e pratica – è sostanzialmente trascurata a favore di una cronaca più attenta alle vicende giudiziarie – assai deprecabili, certo, necessariamente denunciabili, sicuramente, ma puntuali e, crediamo, non generalizzabili – di singoli e istituzioni. Con il rischio, non secondario, di far scivolare questo sapere verso qualcosa di marginale rispetto alle grandi questioni che la nostra società deve o dovrebbe saper affrontare. Ci riferiamo alla questione ecologica e al contributo cruciale che l’urbanistica potrebbe dare su questo fronte. Al tema sostanziale della casa, ancora lontano dall’essere risolto e invischiato nelle trame della rendita. A quello dello spazio pubblico, trascurato nelle sue potenzialità di determinare la qualità della vita dei cittadini.

Bene, dunque, che tanto l’editore (Einaudi) quanto l’autore (Luca Gaeta) abbiano deciso di pubblicare un libro come questo, decisamente ben scritto e dal carattere divulgativo. Questo, paradossalmente, anche indipendentemente dalla posizione culturale o politica in esso espressa che tuttavia – come crediamo faccia da tempo questa rubrica – contribuisce a suscitare una riflessione su una disciplina che dovrebbe ritrovare un suo ruolo maggiormente significativo nella nostra società. Un nuovo slancio per affrontare le sfide che i cambiamenti climatici, il consumo di suolo, l'abbandono delle aree interne e le mutazioni sociali ci pongono.

 

Come parlare di urbanistica

L’obiettivo dell’autore è quello di descrivere un sapere. Un “sapere tecnico” – lo definisce a p. IX – o un “sapere pratico” (p. X) che, in sostanza, “si è fatto carico di regolare e progettare lo spazio urbano in età contemporanea” (p. IX). Sapere che oggi – afferma Gaeta – dovrebbe mantenere un certo carattere, ovvero “un impulso trasformatore, anche alla riproduzione dei fenomeni urbani, ma neppure – scrive – sostituisca la fantasia alla realtà dei rapporti di convivenza” (p. X). Essere tecnici o essere pratici oggi, evidentemente, significa questo anche se, leggendo il libro, ci accorgiamo (con sollievo) che lo spazio dell’utopia o di una politica di riforma sociale e spaziale non vengono meno.

Quanto, tuttavia, l’urbanistica sia sapere tecnico o idea politica è discorso di lunga data. E quanto attraverso l’urbanistica si possano immaginare società e contesti diversi da quelli attuali, anche. Sta di fatto che per Gaeta l’urbanistica “quando si ammanta di orpelli scientifici o sconfina nell’utopia rivoluzionaria perde il contatto con la propria funzione sociale” (p. X). Diventa altro da quello che – a suo dire – dovrebbe essere. Un approccio alla lettura della disciplina, questo, che fin dalle prime pagine del libro circoscrive – per certi versi necessariamente – alcune “strategie di trasformazione” (p. X) urbane e territoriali escludendone altre altrettanto importanti almeno in termini di innovazione culturale. Crea le premesse per trascurare il portato di diversi intellettuali che, al contrario, hanno creduto in un'urbanistica come modo per cambiare la società. D’altra parte, precisa l’autore, “questa esposizione non è storica per metodo e fonti anche se, come la storia, parla al presente” (p. X).

In Gaeta, l’obiettivo di offrire al lettore un resoconto sistematico di cosa sia stata la disciplina nel passato non è prioritario. L’autore, piuttosto, lavora su alcuni casi studio significativi di un passato più o meno lontano. E, in questo senso, il suo è esso stesso un approccio politico, un tentativo di riflettere, attraverso queste scelte, sul rapporto tra spazio e società da una particolare prospettiva culturale. Questo, intendendo per società, non tanto le comunità che, nel loro insieme, vivono lo spazio urbano ma – sembra di capire – soprattutto quelle parti più direttamente interessate alle trasformazioni urbane e territoriali. Quelle coinvolte in quelle tensioni che inevitabilmente si creano tra quanti dispongono di proprietà private o capitali di investimento e le amministrazioni pubbliche che, almeno in linea di principio ma anche – lo speriamo – nei fatti, dovrebbero saper garantire il bene comune nel suo insieme.

D’altra parte – scrive a p. 46 – "la regolazione del suolo deve necessariamente tenere in considerazione la natura giuridica e la distribuzione sociale dei diritti di proprietà per non perdere qualsiasi efficacia”. In ogni caso, l’evidenza – per Gaeta e anche, aggiungiamo noi, per il mondo di quanti si occupano professionalmente di urbanistica (pensiamo ai temi del prossimo congresso dell’Istituto Nazionale di Urbanistica intitolato “Il Piano Utile” che si tiene proprio in questi giorni a Roma) – è quella di un “sapere urbanistico [che, per diverse ragioni sostanziali, ci pone di fronte] alla necessità di un ripensamento” (p. XII). Un ripensamento che può avvenire in tanti modi o, meglio, che avverrà nel modo in cui vogliamo che la storia, la nostra storia, vada. Ciò, pur tenendo presente – questo è l’auspicio dell’autore e anche il nostro – che “sarebbe davvero insensato disfarsi di un sapere tecnico che è necessario per operare le trasformazioni o ordinarie e straordinarie degli insediamenti civili in un ecosistema deteriorato e forse compromesso” (p. XII).

 

I contenuti del volume

Il primo capitolo – Dal villaggio alla metropoli – inizia dal racconto di Kejara, una località nella foresta amazzonica, e dalla narrazione di Claude Lévi-Strauss della metà degli anni Trenta. Qui una società “duale” si riflette nell’articolazione dello spazio vissuto. Spazio che, tuttavia, non sempre è chiaramente leggibile negli insediamenti contemporanei dove quali siano i caratteri effettivi e i contorni di una società appare difficile da dirsi. Tale opacità – così la definisce l’autore – “non significa che noi, moderni uomini e donne occidentali, siamo liberi dai condizionamenti dello spazio nella nostra realtà urbana, né – scrive Gaeta – che le nostre identità siano indipendenti dalla forma dei luoghi in cui viviamo” (p. 7). Il caso di Parigi – seppur non così vicino nel tempo – e degli interventi guidati dal barone Georges Eugène Hausmann è preso ad esempio. La capitale francese è una città dove – contrariamente alle metropoli contemporanee – “cittadini di ogni condizione e ceto sociale abitavano gli stessi quartieri, le stesse strade e, non di rado, gli stessi edifici” (p. 13). Qui, anche tramite l'esproprio – uno strumento che ha consentito all’urbanistica dei paesi occidentali più impegnati nella difesa della proprietà privata di poter essere applicata concretamente nel nome dell’interesse pubblico – si coglie un cambiamento di rotta. Nella capitale francese, infatti, “la pressione del mercato immobiliare” (p. 19) ha avuto, insieme ad altri fattori, un ruolo nel generare le trasformazioni urbane e nell’aprire il campo alla zonizzazione sociale e funzionale. Qui si percepisce quanto quella che Gaeta chiama urbanistica autoritaria svolga un ruolo cruciale nelle trasformazioni urbane e, allo stesso tempo, sia contrastata proprio dalla proprietà privata che tende a conservare le proprie prerogative. Un corpo a corpo di lungo periodo, questo, che non abbandonerà mai la disciplina e che, ancora oggi, vede continue tensioni nelle trasformazioni dello spazio urbano.

Gaeta nel secondo capitolo – Lo zoning nella città industriale – richiama il ruolo dello zoning in Germania o negli Stati Uniti, paesi caratterizzati, tra il XIX e il XX secolo, da “un accelerato e tumultuoso processo di urbanizzazione” (p. 24). Nel primo caso, anche a partire dall’attività di Reinhard Baumeister, l’urbanistica pare estendere il suo “potere di azione allo spazio privato, con la conseguenza di sottoporre l’uso del suolo di proprietà privata al principio di interesse generale” (p. 26). Qui si immagina un’urbanistica compatibile con l’economia liberale ma, allo stesso tempo, l’orientamento sembra essere quello di contrastare la rendita urbana e, più in generale, la speculazione edilizia che – afferma Gaeta – “è un comportamento economico che punta a ottenere un guadagno attraverso due tipi di operazioni: l’acquisto e la rivendita di beni immobili” (p. 28). Soprattutto negli Stati Uniti, e facendo riferimento al lavoro di Edward Bassett, si coglie quanto questo strumento progettuale possa anche essere finalizzato alla segregazione sociale. O, meglio, a una forma di “protezione dei valori immobiliari [che] da questo punto di vista assume il significato di preservare la composizione sociale di un quartiere – residenziale, commerciale o di altro genere – a favore di chi vi è già insediato” (p. 43).

L’esperienza di Patrick Geddes – ampiamente illustrata nel terzo capitolo: La tecnica per l’evoluzione urbana – da un lato rimanda agli sforzi che l’urbanistica ha compiuto per provare a interpretare la realtà fisica e sociale (anche attraverso l’osservazione diretta dello spazio urbano), dall’altro a una dimensione imaginifica tanto in termini di partecipazione sociale nel progetto urbano (che Geddes fonda “sulla cooperazione volontaria, il riscatto individuale e l’energia emotiva”, p. 57), quanto in termini di comprensione e adesione ai principi sottesi alla costruzione urbana che maturano nel tempo. Geddes, infatti, è tra i primi a sostenere che “lo studio della società è fondamentalmente diverso da quello della biologia, perché gli esseri umani non solo si adattano all’ambiente naturale in cui vivono, ma – scrive Gaeta – lo trasformano di proposito con il proprio lavoro manuale e intellettuale” (p. 49). “Il patrimonio artistico cresciuto nei secoli, specialmente nelle città, è – per Geddes – un’eredità sociale dal valore inestimabile per le generazioni attuali e future, alle quali – sostiene – spetta il compito di averne cura per non disperdere i saperi acquisiti” (p. 52). Rispetto all’opera di questo autore, Gaeta non manca di sottolineare lo “sforzo migliorativo dell’intera cittadinanza perché – afferma – l’evoluzione culturale è di tutti o non è di nessuno” (p. 58).

Il quarto capitolo – La dispersione della città – è invece dedicato alla dispersione dell’edificato sul territorio ovvero all’idea – che più recentemente abbiamo ritrovato teorizzata in occasione del Covid e che, nella realtà, caratterizza il nostro modo di stare al mondo – di “voltare le spalle alla città” (p. 70). Ciò che qui si comprende meglio è “che ciascun modello urbano implica un modello di società” (p. 72) e che lo stare sul territorio senza una città o un agglomerato urbano è un tratto della nostra idea di comunità. In particolare, ci si aspetta che la bassa densità abitativa “causi minori occasioni di conflitto” (p. 72) e che la società, in termini più generali che attraversano la cultura urbana fin dai primi anni del Novecento, possa vivere in pace. Il capitolo rilegge le teorie di decostruzione della città russa e l’idea di una società dove uomini e donne siano liberati da una serie di incombenze domestiche. Approda poi negli Stati Uniti riprendendo la lezione di Broadacre City di Frank Lloyd Wright. Qui il possesso di un autoveicolo, sostanzialmente, consente un’edificazione dispersa sul territorio priva di ogni carattere urbano. La libertà insediativa, tuttavia, non coincide con quella sociale. Secondo Gaeta, infatti, non sarebbe “corretto dire che gli abitanti della città diffusa siano più liberi di quelli della metropoli. Essi – piuttosto – sono soggetti a un diverso genere di controllo spaziale nella misura in cui dipendono dalla tecnologia che usano per gli spostamenti e le comunicazioni” (p. 88).

Lucio Costa e la fondazione di Brasilia alla fine degli anni Cinquanta caratterizzano il quinto capitolo – La fondazione di una capitale – dove desideri politici, valori simbolici, teorie urbanistiche sembrano coagularsi in una operazione colossale. “Brasilia – afferma Gaeta – costituisce l’occasione straordinaria di provare il valore dell’urbanistica moderna realizzando una città per 500.000 abitanti progettata con un criterio univoco, costruita su suolo federale e finanziata con fondi pubblici” (p. 94). Nello stesso tempo, essa “è il risultato della ricerca condotta da una personalità di frontiera, che riversa nel piano il suo bagaglio di competenza tecnica, poetica progettuale e reminiscenza visiva” (p. 97). È cioè, come succede spesso in urbanistica la concretizzazione di un sogno, tanto politico quanto progettuale. La rigidità della pianta urbana e, al tempo stesso l’informalità degli insediamenti esterni al tessuto pianificato – non previsti e comunque sempre più stabili –, tuttavia, dicono chiaramente dei limiti di una progettazione troppo definita, soprattutto nei suoi rapporti con la società. Brasilia, in sostanza, “nasce con due anime intimamente mescolate: quella illuminista e borghese di Lucio Costa e quella proletaria del candango, l’operaio accorso da lontano per realizzare con le sue mani il sogno centenario del popolo brasiliano" (p. 111).

Giovanni Astengo e il piano di Bergamo sono i protagonisti del sesto capitolo: L’imperativo morale del piano. Qui, dopo la complicata vicenda di Assisi, l’obiettivo – secondo Gaeta – sembra essere quello di mettere in campo la “volontà politica di proporzionare governo e comunità, interessi pubblici e privati, solidarietà e libertà” (p. 115). Il piano, redatto con Luigi Dodi, a livello nazionale si intreccia al processo, mai veramente concluso, di riforma urbanistica e getta le basi per costruire un vero, e forse impossibile, “dialogo tra politica e tecnica” (p. 120). Lo sforzo è sperimentale anche in termini progettuali. Esso “apre la via italiana alla pianificazione si struttura, parallela e coeva a quella di derivazione britannica” (p. 125).

Il disegno urbano e l’esperienza di Barcellona connotano il settimo capitolo: Un laboratorio di progetto urbano. Oriol Bohigas – ci ricorda Gaeta – fonda il suo lavoro su una strategia basata “sul presupposto che i progetti puntuali di trasformazione possano innescare migliorie diffuse che si estendono dallo spazio pubblico a quello privato, con il coinvolgimento diretto di abitanti riconosciuti come protagonisti – afferma – della scena urbana” (p. 135). Cerdà – che della Barcellona moderna era stato l'artefice con un piano di enorme portata civile – resta sullo sfondo ma è evocato per la capacità del suo progetto di “accogliere in sé tutta la varietà degli stili architettonici senza perdere nulla del suo effetto strutturante, che resiste nel tempo” (p. 137). Quella di Barcellona è un’esperienza complessa che richiede una “capacità gestionale e negoziale che non si apprende con la formazione universitaria, e – sostiene Gaeta a sostegno di una classe di tecnici adeguatamente preparata – matura piuttosto nella pratica tecnico-amministrativa” (p. 143). L’esperienza, che prosegue negli anni su altri fronti, offre secondo l’autore un insegnamento agli urbanisti che Gaeta apprezza non tanto “quando sono preoccupati di progettare lo spazio urbano in tutti i particolari per rammaricarsi poi dello scarto inevitabile tra le intenzioni i risultati ottenuti ma – scrive – quando riconoscono il carattere umano delle norme tecniche” (p. 154). In altre parole, gli urbanisti, secondo l'autore, dovrebbero “escogitare norme ragionevoli a favore – scrive – della convivenza civile” (p. 154). Cosa decisamente condivisibile: facile a dirsi, un po' meno a farsi.

 

Conclusioni

Il libro non si chiude qui. Esso è composto da altri due capitoli più vicini ai caratteri della contemporaneità. Uno dedicato al passaggio Dalla metropoli al villaggio globale, l’ottavo; l’altro, il nono, alle Antinomie della pianificazione urbana. Sono i capitoli che, per molti versi, lasciano intravedere un futuro, più o meno fosco, a partire da una riflessione sul presente. Quelli dove l’autore sembra venire al dunque per dirci, davvero, cos’è l’urbanistica oggi. Il primo, in sintesi, indaga quanto “l’uso pervasivo della tecnologia digitale trasforma lo spazio urbano, perché – afferma Gaeta – tutti ne siamo partecipi e, in qualche misura, artefici” (p. 155). Qui – a partire dalle tesi di Marshall McLuhan e intercettando la posizione di diversi altri filosofi, sociologi e teorici del pensiero sulla città e il territorio come Luciano Floridi, Henri Lefebvre, David Harvey o Manuel Castells – esprime il suo sconcerto per “il travagliato prolungarsi dell’incertezza, come se fosse ovvio – scrive – che un sistema di valori al suo tramonto debba essere sostituito da un’altra modernità, più illuminata e saggia della precedente” (p. 159). Nell’altro, a partire, da alcune antinomie indagate dalla filosofia – Libertà e solidarietà, Crescita e sostenibilità, Universalità e singolarità – l’autore riflette sull’urbanistica in questo momento storico e sul mestiere di urbanista “in una cornice colma di incertezza e scetticismo” (p. 172). È da questi fili sottili che la nostra riflessione deve, necessariamente, ricominciare.

Renzo Riboldazzi

 

 

 

 

 

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

16 MAGGIO 2025

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

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Renzo Riboldazzi

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F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)

A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia

A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)

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