I MILLE VOLTI DI ANONYMOUS

(recensione di I mille volti di Anonymous di Gabriella Coleman)

Un libro per raccontare tattiche e strategie della presa collettiva di parola che si afferma attraverso l’hacktivism: l’azione diretta in rete

Anonymous, la maschera collettiva degli hacktivisti più famosi al mondo non smette di far parlare di sé. Tuttavia, dalle operazioni contro la Sony alla solidarietà manifestata a Julian Assange, forse non si è ancora riflettuto abbastanza sul significato politico di un fenomeno, ormai globale, che riassume sotto il proprio nome teorie, strumenti e pratiche dell’underground dalle origini della rete fino ad oggi.

anonymous_slogan Il volume I mille volti di Anonymous: la vera storia del gruppo hacker più provocatorio al mondo (Stampa Alternativa, Viterbo, 2015, pp. 473, euro 24,00) dell’antropologa Gabriella Coleman, offre questa occasione. Nel libro, l’antropologa, embedded per diversi anni nel gruppo degli Anon, enuclea infatti il racconto avvincente di una serie di operazioni che hanno contrassegnato “la metamorfosi di Anonymous dal mondo sotterraneo dei troll fino all’attivismo pubblico”. Dalle bravate e dagli sbeffeggiamenti via internet si passa presto allo scontro con la chiesa di Scientology per arrivare, infine, all’emergere di un nuovo soggetto politico, di un quinto potere che interviene in situazioni globali e locali, dalla difesa di Assange all’aiuto operativo ai giovani della Primavera araba. Sempre senza nome, nascondendosi dietro la maschera del celebre rivoluzionario inglese Guy Fawkes che, tra Cinquecento e Seicento, sfidò la monarchia britannica e che il film V per Vendetta dei fratelli Wachowsky ha riscoperto e riaggiornato all’inizio del nostro secolo, giusto prima della nascita di Anonymous.

Anonymous, una nuova forma di partecipazione politica

Coleman durante il racconto mette in evidenza diversi temi interessanti legati alle azioni di Anonymous. Uno in particolare ci pare decisivo per comprendere le dinamiche politiche contemporanee e in particolare quelle legate alla partecipazione politica. Le azioni di Anonymous paiono fornire una sorta di soluzione a un’impasse teorica a cui conducono diverse analisi dei processi partecipativi nel tempo della Rete.

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Da un lato, è facile cogliere nelle nuove piattaforme comunicative un allargamento dei repertori di azione a disposizione dei singoli e dei gruppi per intervenire nella sfera politica. Forum, petizioni, blog e tutti i siti di social networking offrono a ciascuno la possibilità di prendere parola sulle vicende politiche locali o globali. Dall’altro lato, pare che questa presa di parola non si traduca sempre in effettiva capacità di incidere sulle scelte compiute dalle autorità: quasi che la parola dei cittadini, sempre più diffusa, nello stesso tempo si sia allontanata, sempre più, dai centri della decisione. In altri termini, all’allargamento della partecipazione come opinione non corrisponderebbe un approfondimento della partecipazione come decisione.

Dai defacement ai DDoS al doxing: le tecniche di Anonymous

Per far parte di Anonymous è necessario un processo di socializzazione alle dinamiche del gruppo e in particolare alle sue modalità operative. Ciò non comporta, però, la necessità di divenire hacker professionisti per partecipare a tutte le operazioni messe in campo. Diverse ed eterogenee sono infatti le tattiche a cui si è fatto ricorso, alcune richiedono capacità tecnologiche elevate, altre poco sofisticate, alcune sono pienamente legali, altre sconfinano nell’illegalità. Si va dal defacement di siti web al loro blocco temporaneo tramite attacchi DDOS, dal reperimento tramite incursioni informatiche di documenti riservati e pubblicamente rilevanti alla loro divulgazione, dal doxing di informazioni personali al file sharing di prodotti sotto copyright, dall’email spamming alle tradizionali proteste di piazza.

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La metamorfosi di Anonymous dal mondo sotterraneo dei troll fino all’attivismo pubblico

Un elemento sembra accomunare tutte queste forme di intervento: pur trattandosi (eccetto, naturalmente, le proteste di piazza) di impegni tramite la tastiera e il linguaggio informatico, esse possono essere classificate come azione diretta. Non si tratterebbe, cioè, di far semplicemente sentire la propria voce ma di imporla con cogenza sino a determinare cambiamenti concreti delle decisioni prese (dalle politiche di importanti aziende alla riapertura di indagini giudiziari, passando naturalmente dal cambio di regime politico seguito all’#OpTunisia). In questo caso, cioè, il linguaggio (digitale) si rivelerebbe pienamente nel suo aspetto performativo, producendo effetti diretti sul mondo della vita (come indicato da Austin e facendolo in maniera non normativa, al contrario del “potere comunicativo” di Arendt e Habermas).

Si tratta di nuove forme di intervento nello spazio dei media, sia nuovi che vecchi (reclamando attenzione mediatica), che si pongono come tattiche “deboli” di intervento nella sfera politica della decisione. Non bisogna fare l’errore di sopravvalutarne l’apporto ma può essere utile coglierne il valore di modello di azione che va oltre, da un lato, la mera espressione di opinione e, dall’altro, quei modelli moderni – come il voto – che sono sempre meno riconosciuti come adatti a garantire l’intervento nella dimensione politica nel nostro tempo postmoderno.

[apparso su Cyber Security, 27 ottobre 2016, <http://cybersecurity.startupitalia.eu/53182-20161027-defacement-ddos-doxing-mille-volti-anonymous>]

McLUHAN E LA POLITICA

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la politica dà le risposte di ieri alle domande di oggi. Sta emergendo una nuova forma di politica, e in modi che non abbiamo ancora notato. Il salotto è diventato una cabina elettorale. La partecipazione attraverso la televisione a marce della pace, guerre, rivoluzioni, inquinamento e altri eventi sta cambiando tutto – McLuhan, 1967

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Il tempo della democrazia politica come la conosciamo è finito. La cabina elettorale è un prodotto della cultura occidentale alfabetica – una scatola calda in un mondo freddo – e perciò è obsoleta. Nel nostro mondo del software, caratterizzato da un movimento di comunicazioni elettriche istantanee, la politica sta passando dai vecchi schemi della rappresentanza politica per delega elettorale a una nuova forma di coinvolgimento comunitario spontaneo e immediato in tutte le aree decisionali.
I media elettrici consentono modi completamente nuovi di registrare l’opinione popolare. Il vecchio concetto di plebiscito, per esempio, potrebbe assumere nuova rilevanza; la tv potrebbe fare plebisciti quotidiani. Il voto, nel senso tradizionale, è superato, mentre abbandoniamo l’età dei partiti politici, delle questioni politiche e degli obiettivi politici, ed entriamo in un’età in cui l’immagine tribale collettiva e l’immagine iconica del capotribù sono la realtà politica prioritaria – McLuhan, 1969

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LE NUOVE NARRAZIONI DEL SUD, TRA FICTION E RENZI

La visita del presidente del Consiglio Matteo Renzi in Calabria, per abbattere l’ultimo diaframma di una nuova galleria dell’A3 e per inaugurare un avanzato distretto di cybersecurity dislocato da Poste Italiane a Cosenza, ha riproposto un tema che gode di una sorta di eterno ritorno. Come aveva già fatto durante la Direzione del suo partito dedicata al Mezzogiorno, lo stesso Renzi ha ribadito la necessità di un «messaggio alternativo al racconto dominante», di una nuova narrazione del Sud che faccia perno sugli aspetti positivi, sulle realtà innovative, sulle prospettive di cambiamento.

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Un recente volume di Valentina Cremonesini e Stefano Cristante, La parte cattiva dell’Italia: Sud, media e immaginario collettivo (Mimesis, Milano, pp. 402) può essere di molto aiuto a capire cosa Renzi possa e voglia intendere per nuova narrazione di questa parte della penisola. Il volume riporta i risultati di una ricerca Prin a cui hanno collaborato le università di Bari, di Messina e del Salento ed è ricco di analisi e cifre sulla rappresentazione mediatica del Sud nei notiziari televisivi, nei giornali, in rete, nel cinema, nelle fiction. Ciò che ne viene fuori è un quadro complesso e variegato.

Innanzitutto, si evidenzia come il Sud sia assai marginale nella copertura dei grandi media informativi nazionali: per esempio, solo il 9% dei servizi del Tg1 fa riferimento a questa parte dell’Italia. Di fatto, se si considerano gli ultimi decenni si può parlare di una vera e propria eclissi della questione meridionale dalla scena politico-mediatica nazionale, quella disegnata dalla televisione pubblica e dai grandi giornali, a tutto vantaggio di quella che si è affermata come questione settentrionale.

Oltre a questo oscuramento quantitativo c’è anche un cambiamento qualitativo: il Meridione non viene più percepito e reso come unitaria questione politica di cui farsi carico e per la quale cercare soluzioni (tipo l’industrializzazione forzata del passato), ma come fattore endemico di debolezza sostanzialmente irrisolvibile. «Il Meridione si staglia nell’universo di senso dell’opinione pubblica italiana come un coagulo di impossibilità, una dimensione geografica in cui il mutamento lascia il posto alla persistenza».  Il passaggio dalla complessa questione meridionale al semplice fattore M di fatto significa un depotenziamento di qualunque sua portata politica.

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Rispetto a questa tendenza dominante, dal volume si può cogliere come cinema e letteratura, attraverso le loro narrazioni, abbiano provato negli ultimi anni a trasmettere una diversa e più articolata immagine del Mezzogiorno. A mostrare la portata nazionale e internazionale di quelli che una volta si potevano ritenere fenomeni circoscritti a un ambito territoriale limitato (la camorra come descritta da Roberto Saviano). A porre accanto alle ombre, dei coni di luci (Un posto al sole). A differenziare i tanti Sud (attraverso una nuova leva di cineasti, da Edoardo Winspeare al popolare Rocco Papaleo). A sovraccaricare gli stereotipi per farli deflagrare in una sfrontatezza modernista (Checco Zalone). A mettere in mostra la normalità di gesti quotidiani di uomini ordinari ma efficaci (le nuotate, i pranzi e le deduzioni del commissario Montalbano di Andrea Camilleri). Queste narrazioni di differenti operatori culturali non riescono – come facevano gli intellettuali del passato – a proporre e imporre il Meridione come problema politico generale. Ma aprono squarci su una normalità meridionale che esiste e può rappresentare un’apertura verso il futuro, un futuro non contrassegnato da quell’estetica criminale e da quella retorica della miseria che dominano da sempre l’immaginario collettivo sul Sud. Invece di ribadire con pigrizia intellettuale la solita immagine stereotipata, i cineasti e gli scrittori meridionali ci invitano – come scriveva Calvino – a «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

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In questo fiorire delle narrazioni di fiction, si inserisce il tentativo di Renzi. È difficile, infatti, far combaciare la sua nuova narrazione del Sud con la presa in carico di un problema generale per il quale cercare soluzioni sistemiche e di lunga durata. Renzi, con i suoi passaggi rapidi e mediaticamente sovraesposti, si limita a sottolineare singoli episodi positivi (il salvataggio dello stabilimento Fiat di Pomigliano, l’apertura della Apple a Napoli o l’inaugurazione di alcune domus restaurate a Pompei). Qualcuno potrebbe lamentare l’assenza di un progetto politico unitario. Forse, però, Renzi con le sue parate mediatiche cerca solo di infondere fiducia e speranza. Non è (solo) questo che ci si aspetta da un politico. Bisognerebbe, perciò, capire se rispetto all’inazione di quello che già Gramsci definiva «ceto dirigente scettico e poltrone», da sempre dominante in queste nostre lande, non sia comunque un passo in avanti.

 

[apparso su L’Unità on line, 29 marzo 2016

http://www.unita.tv/opinioni/le-nuove-narrazioni-del-sud-tra-fiction-e-renzi/ ]

 

IMMAGINARI TURBOLENTI DELLA REALTA’

(recensione di Spazi (s)confinati di Fabio Tarzia e Emiliano Ilardi)

Nella seconda stagione della serie tv Fargo compare Ronald Reagan che, in North Dakota nel 1979, sprona gli elettori verso una rinascita spirituale: «noi che abbiamo il privilegio di essere americani, abbiamo un appuntamento con il Destino da quel lontano 1630 in cui John Winthrop disse a quel gruppetto di pellegrini ‘Noi saremo come una Città sopra una Collina’». È indispensabile perciò che l’America «diventi quella Città luminosa sopra la Collina per una umanità inquieta e afflitta che guarda a noi».

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Un discorso elettorale inframmezzato dalle immagini di una carneficina tra bande criminali rivali. E così lo sceriffo protagonista di Fargo, avvertendo il peso di una situazione difficile, chiede a Reagan: «crede che usciremo dalla crisi in cui siamo?». «Non c’è prova al mondo che un americano non possa superare». «Ma come?». Il candidato si volta ed esce di scena senza rispondere. Prima e dopo questa uscita di scena, nella serie tv e nella realtà, Reagan qualche risposta l’ha data. Subito prima, infatti, ha ribadito al racconto della guerra nel Vietnam fatta dallo sceriffo, citando un film di cui era stato protagonista nella sua carriera di attore, fondendo tragiche vicende e rappresentazione filmica, mostrando come attraverso l’immaginario si possa comprendere la realtà. Divenuto poi Presidente, eroe americano per eccellenza, Reagan ha indicato la direzione da seguire per «far ricominciare il mondo daccapo»: rimuovere gli ostacoli che il governo ha messo sulla strada degli individui e continuare la guerra al comunismo, intensificarla, vincerla anche attraverso il dominio garantito dallo scudo spaziale. In queste scene della serie tv e nell’azione politica di un Presidente è racchiuso tutto il motore della storia americana: l’immaginario e le sue diverse dinamiche.

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Nel volume Spazi (s)confinati (manifestolibri, 2015, pp. 413), i sociologi della cultura Fabio Tarzia ed Emiliano Ilardi sostengono la tesi della centralità dell’immaginario nella storia degli Stati uniti e in tale ottica indagano quel «grande sistema comunicativo che, attraverso una strumentazione metaforica e allegorica, e un utilizzo del più svariato ventaglio di linguaggi, dà forma (attraverso i media) alle strutture culturali profonde e funge da mediazione tra queste ultime, gli individui e le trasformazioni storiche». Lo sconfinamento reaganiano tra il cinema e la realtà, l’attore e il politico dà conto di una forza dell’immaginario altrove storicamente molto più debole ovvero sostanzialmente alternativo rispetto alla realtà (quasi una compensazione rispetto ad essa). Ci pare perciò davvero apprezzabile il tentativo compiuto in Spazi (s)confinati di indagare il ruolo del fattore-chiave immaginario. E di farlo sganciandolo da quella critica tipicamente marxista che lo relega a mera sovrastruttura determinata e funzionale alle dinamiche dell’economia capitalista. L’immaginario – pur non essendo l’unico fattore del mutamento sociale così come per McLuhan non lo erano i media – gioca un suo ruolo autonomo e in forza di questa autonomia interagisce con altri fattori, tipo quelli economici, a volte indirizzandoli in determinate direzioni. Inoltre, coraggiosamente, i due autore indagano le dinamiche dell’immaginario americano nel lungo periodo, mostrandone splendori e miserie, momenti di gloria e crepe dall’arrivo dei Padri Pellegrini all’affermazione di Barack Obama.

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Le parole e le azioni di Reagan ci mostrano, inoltre, come il sentimento di un «Destino Manifesto» derivato dal puritanesimo, da un lato, e la conquista dello spazio derivato dall’esperienza della frontiera, dall’altro, siano riconoscibili come le grandi matrici di sviluppo dell’immaginario yankee.  Ciò dalla sua origine e sino almeno all’esaurimento della spinta propulsiva offerta dalle vittorie nelle due guerre mondiali. Poi qualcosa si è incrinato: il Vietnam ha forse rappresentato il momento in cui l’America è stata chiamata più che in altre occasioni a prendere atto delle crepe del suo edificio. Lo spazio della giungla asiatica non è stato conquistato e dunque neppure riconsacrato. Il nemico, che l’America ha sempre assolutizzato (dalle streghe ai «demoni» rossi, dai gialli vietcong ai terroristi islamici), non è stato punito. E molti figli della nazione eletta non sono più tornati alle loro case, nella loro Città sulla collina, se non dentro body bags. La nazione non è riuscita più a manifestare la sua elezione, la sua predestinazione, il suo Destino.

Una crisi che continua anche nella società globale di oggi, nella quale il ruolo degli Stati uniti non è ben definito, oscillando tra interventismo eccessivo e isolazionismo, rappresentazione del grande Satana e faro di democrazia. Dopo l’11 settembre e le guerre permanenti in Afghanistan e Iraq, non siamo più stati tutti americani. L’America non riesce più ad affermare la sua egemonia culturale prima che politica in un mondo multicentrico e turbolento. Un mondo in cui l’ibridazione con l’alterità è diventata la regola, non si riconosce più nel meccanismo di chiusura e apertura, di distinzione e conquista che l’immaginario americano ha dispiegato nel passato. Può l’America riconquistare un ruolo definito in questo mondo? Spazi (s)confinati non offre una risposta univoca; si limita a richiamare l’attenzione sulla capacità di reinventarsi che l’immaginario americano ha mostrato nel corso del tempo. Nella loro ricostruzione gli autori sostengono, tra l’altro, che in America non è mai emersa una sfera pubblica capace di mediare le diversità. Negli spazi sconfinati della frontiera al massimo si è manifestata una pubblicità senza sfera pubblica. In tal modo, però, non si avvedono di utilizzare un metro tutto «continentale» per interpretare un fenomeno che – come loro stessi mostrano – a quel metro non si può riportare. Non una sfera pubblica di tipo argomentativo o in generale costruita sulle grandi fratture ideologiche ma una sfera pubblica fatta di single issue, agitazioni emotive, filamenti di immaginario, forse effimera ma non meno significativa, ha improntato la politica negli Stati uniti. Su questa base non è escluso che gli States possano ritrovare un ruolo nell’epoca delle sfere pubbliche diasporiche che, come insegna Arjun Appadurai, sono giocate proprio sull’immaginario.

(apparsa parz. su il manifesto 20 marzo 2016)

SCRIVERE ECO, UMBERTO

Esistono tanti Umberto Eco. Tanti poiché tante sono state le sue attività e le sue stagioni. Tanti poiché tanti sono i percorsi e le passioni dei suoi lettori. Let me collect myself e riscriverlo attraverso due brevi testi a lui dedicati dall’angolo visuale di uno studioso dei nuovi media. Il primo è la voce “Eco, Umberto” scritta per i volumi sull’informatica e sulla cultura digitale dell’Istituto dell’Enciclopedia Treccani. Il secondo – inedito – scritto per la rubrica Non solo cyber de L’Espresso in seguito ad alcune sue bustine di Minerva. Insieme alla redazione concordammo poi di non pubblicarlo.

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(Alessandria 1932) semiologo e romanziere. Dall’estetica medievale, Eco è passato ad analizzare i prodotti delle avanguardie artistiche e della cultura di massa. Un’analisi a cui si devono concetti che hanno avuto ampio riscontro nello studio dei media. Ancora oggi per descrivere le reazioni all’emergere di nuovi scenari culturali usiamo la distinzione tra apocalittici e integrati: per i primi la cultura di massa è l’anticultura, il “segno di una caduta irrecuperabile, di fronte alla quale l’uomo di cultura non può che dare una estrema testimonianza in termini di Apocalisse”, per i secondi essa “rende amabile e leggero l’assorbimento delle nozioni e la ricezione di informazioni, in un’epoca di allargamento dell’area culturale”(U. ECO, Apocalittici e integrati, Milano 1964, p. 4). Per almeno due decenni si poi è usata la distinzione tra paleo e neotelevisione con la prima che parlava o faceva finta di parlare del “mondo esterno” e la seconda che “parla di se stessa e del contatto che sta stabilendo col proprio pubblico. Non importa cosa dica o di cosa parli” (U. ECO, “Tv: la trasparenza perduta”, 1983, p. 163). Nel tempo della digitalizzazione delle forme espressive, e in particolare dell’ipertesto (>), è necessario più che mai confrontarsi con il fatto che ogni opera d’arte è sostanzialmente aperta a “una germinazione continua di relazioni interne che il fruitore deve scoprire e scegliere” (U. ECO, Opera aperta, Milano 1962, p. 60).

Ma l’impegno teorico principale di Eco è stato la delineazione di una semiotica generale come analisi di ogni forma di comunicazione (Trattato di semiotica generale, 1975) e la successiva identificazione del significato con una rete di rinvii. E da questo impegno viene fuori l’immagine chiave del pensiero di Eco; un’immagine di una certa utilità anche per descrivere lo spazio dei flussi telematici: l’enciclopedia. “Tutte le interpretazioni sono registrate, poste intersoggettivamente in qualche testo di quella immensa e ideale biblioteca il cui modello teorico è l’enciclopedia. […] Essa è l’insieme registrato di tutte le interpretazioni, concepibile oggettivamente come la libreria delle librerie, dove una libreria è anche un archivio di tutta l’informazione non verbale in qualche modo registrata, dalle pitture rupestri alle cineteche” (U. ECO, Semiotica e filosofia del linguaggio, Torino 1984, p. 109). È la grande biblioteca del romanzo di successo Il nome della rosa (1980). Ma questa stessa immagine segna anche il limite della comprensione di Eco del nuovo scenario culturale segnato dalle reti digitali e reticolari. Un limite che traspare anche dai continui distinguo di Eco riguardo alle forme espressive digitali e dalla sua difesa della tecnologia libro (Non sperate di liberarvi dei libri, Milano, 2011). Un limite che è quello proprio a un uomo di lettere, un homo tipographicus rispetto a fenomeni che vanno ben oltre la linearità delle lettere, che poco hanno a che fare con la cultura libresca.

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Umberto Eco è intervenuto su queste pagine per stigmatizzare «i talebani del web» che, considerando la Rete come un mondo di sogni, un paese delle meraviglie, un paradiso virtuale, cosa dunque sacra e intoccabile, lo hanno accusato di essere apocalittico, luddista, misoneista per aver osato avanzare dubbi sulla marea di informazioni che ci sommerge tramite la Rete e rischia di soffocarci con inesattezze e bufale. Credo che l’obiettivo polemico di Eco sia ben individuato: nessun propugnatore di magnifiche sorti e progressive aiuta affatto le nostre sorti, soprattutto quelle legate alle nostre tecnologie (questo per ingenuità o per malafede).

Ho però avuto l’impressione che la critica del web avanzata da Eco muovesse da un assetto di pensiero pre-digitale, cioè non fosse all’altezza del compito assegnato: l’impressione di un uomo di lettere che critica qualcosa che va ben oltre la linearità delle lettere. Quasi come se dopo il Cinquecento si fosse continuata a criticare la politica sulla base della morale ancora cattolica o dopo il Seicento la ricerca scientifica sulla base dell’alchimia o dell’astrologia di Ermete Trismegisto. Una china, quella di adattare i fenomeni alle proprie categorie, che può addirittura portare a condannare la Rete «per intuito» e non sulla base di un confronto con la cultura digitale, la cui conoscenza «io non ho fatto e che, prometto, non farò mai», così Mario Tronti. Eco invece ha mostrato nel passato aperture importanti ai fenomeni emergenti. Siamo sicuri che saprà, anche a proposito della Rete, criticarla iuxta propria principia e cogliere in essa una pluralizzazione dei centri di storia che giova proprio allo sviluppo della capacità di sospetto.

VOTARE È ANCORA UTILE?

In un recente volume, David Van Reybrouck sostiene che “votare non è più democratico”. Ossia che il vero problema delle democrazie rappresentative attuali è il “fondamentalismo elettorale”, la centralità asserita ma non più funzionante della partecipazione politica tramite il suffragio elettorale.

La crescita dell’astensionismo in alcuni paesi democratici (tra cui l’Italia), le contaminazioni mediatiche delle campagne elettorali (postdemocratiche), la maggiore disponibilità di forme alternative di partecipazione legate ai nuovi media, paiono tutti elementi che rafforzano la provocatoria tesi di Van Reybrouck.

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Rispetto a questo quadro di analisi, alcuni fatti accaduti negli ultimi giorni sono pertinenti e interessanti. La vittoria nelle elezioni parlamentari dell’opposizione in Venezuela, un paese considerato autoritario dopo l’ascesa al potere di Chavez. Una vittoria che ha permesso un cambio di fase (di regime?) abbastanza pacifico. Il diritto di elettorato attivo e passivo delle donne nella monarchica Arabia Saudita (il suffragio universale non è ancora un diritto ovunque, sebbene lo sia dia ormai per scontato). L’aumento della partecipazione elettorale tra primo e secondo turno nelle elezioni regionali in Francia, che ha impedito al Front national di conquistare un qualche governo locale. Insomma, trattasi di fatti che paiono ribadire che votare serve ancora e che il diritto al voto non è un’anticaglia del passato: a volte, anzi, trattasi di qualcosa che va ancora conquistato.

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Fatti che smentiscono la tesi di Van Reybrouck e relativizzano quegli elementi che la rafforzano? Forse non si tratta di questo. E bisogna davvero riconoscere che la democrazia rappresentativa basata sulle elezioni presenta al momento dei problemi di tenuta. Riconosciuto questo, però, non bisognerebbe semplificare il quadro di analisi e limitarsi a dichiarare una sorta di “morte del voto”. Semmai arricchirlo e considerare la complessità delle vicende che stanno trasformando le nostre democrazie.

twitter @antonio_tursi

LA SINISTRA TRA MEDIA E LEADER

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Una breve aggiunta alla vexata qaestio del rapporto tra sinistra e media. Attualmente, ho l’impressione che si possa descrivere la cultura di sinistra come caratterizzata da una sorta di oscillazione tra due poli contrapposti. E ciò succeda tanto nella dimensione della riflessione teorica quanto in quella della pratica politica ovvero nell’intreccio di queste due dimensioni. Da un lato, si rintraccia un elogio (a volte davvero incondizionato) del tempo nuovo, segnato dalla velocità: velocità di consultazione e di decisione di cui i nuovi media digitali forniscono il paradigma sino ad essere esaltati come panacea delle disfunzioni dei meccanismi politici tradizionali. Dall’altro, si rintraccia una denuncia (a volte una sentenza) di una esiziale deriva populista o più in generale post-democratica di cui la leaderizzazione dei partiti rappresenta la punta più visibile e a cui i media della disintermediazione forniscono un indispensabile supporto. Entrambe le posizioni scontano una focalizzazione eccessiva su un singolo aspetto dello scenario presente (la velocità degli scambi orizzontali, la verticalizzazione del rapporto capo-pubblico) che viene di conseguenza assolutizzato. In altri termini, si oscilla tra utopie (e qui il pensiero unico dimostra la sua forza ideologica) e distopie (tanto fosche quanto per nulla scontate) senza farsi adeguatamente carico delle ambivalenze del presente. Queste ambivalenze non sono, però, altro che segno della contingenza di ogni situazione politica ovvero della pluralità di scenari possibili che ne possono scaturire. Scenari che i media contribuiscono a plasmare tanto quanto ne sono, a loro volta, plasmati.

twitter @antonio_tursi

 

UNO SGUARDO DI SBIECO SUL TERRORE

(recensione a Paura reverenza terrore di Carlo Ginzburg)

Dal crollo – ancora vivido nei nostri occhi – delle Torri gemelle a New York agli attentati recenti nei luoghi del loisir di Parigi, passando per le torture nel carcere di Abu Ghraib e le decapitazioni sceneggiate dall’Isis, da anni siamo sommersi da immagini forti che incutono terrore. Ma proprio a questo riguardo, Carlo Ginzburg nel suo ultimo libro Paura reverenza terrore (Adelphi, Milano, 2015, pp. 311) invita a tentare di “sottrarsi al rumore, al rumore incessante delle notizie che ci arrivano da ogni parte. Per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco. Oppure, ricorrendo a una metafora diversa: dobbiamo imparare a guardare il presente a distanza, come se lo vedessimo attraverso un cannocchiale rovesciato. Alla fine l’attualità emergerà di nuovo, ma in un contesto diverso, inaspettato”.

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Da storico attento alle rivelazioni contenute nei frammenti, Ginzburg analizza cinque immagini dense di storia: le decorazioni su una coppa d’argento dorato, fatta ad Anversa e databile al 1530 circa; il frontespizio del Leviatano di Thomas Hobbes; il quadro di Jacques-Louis David, Marat all’ultimo respiro; il manifesto Britons. Join Your Country’s Army! con il volto di lord Kitchener; infine, il celebre murale Guernica di Pablo Picasso. Dettagli visivi della Storia che guardati di sbieco rivelano quelli che sono stati i fili che hanno intessuto la modernità occidentale.

Questi saggi di iconografia politica scavano le immagini per rintracciarne le sedimentazioni accumulate. In particolare, trattandosi di emozioni estreme, Ginzburg riprende come strumento di analisi il concetto di Pathosformeln elaborato da Aby Warburg: il Rinascimento ha recuperato dall’antichità greco-romana modelli visivi per esprimere una gestualità patetica intensificata. Rinvenire questi modelli, intrecciando diagrammi e giustapposizioni formali, genealogie e morfologie, permette di portare alla luce le radici classiche di immagini moderne e il modo in cui quelle radici sono state rielaborate e sono servite per interpretare i problemi della modernità.

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Nel frontespizio del Leviatano, l’incisore Abraham Bosse, su indicazione di Hobbes, inserì a destra di chi guarda piccole figure di due medici della peste con la caratteristica maschera a becco ritenuta necessaria a proteggere dal morbo. Un dettaglio rivelatore però di un’influenza decisiva per la strutturazione dell’intero pensiero politico di Hobbes: la lettura di Tucidide che, descrivendo la peste che colpì Atene nel 429 a.C., segnalò come “la paura degli dèi e le leggi umane non rappresenta[ssero] più un freno” agli istinti elementari dei cittadini e come ciò portasse alla distruzione della comunità. Si dà il fatto che Hobbes fosse stato un traduttore di Tucidide e avesse reso il passo con neither the fear of the gods, nor laws of men awed any man (né il timore degli dei né le leggi degli uomini incutevano più soggezione). Nel Leviatano, awe è ciò che origina sia la religione sia, e soprattutto, lo Stato. La paura degli dèi di Tucidide, per il traduttore Hobbes, rimanda al biblico timor di Dio che, a sua volta, traduce l’ebraico yir’ah, reso in italiano con reverenza. Reverenza che deriva dal latino vereor cioè temere. La vera traduzione di awe potrebbe essere dunque terrore, come Hobbes stesso suggerisce essendo il Leviatano “in grado di usare a tal punto il potere e la forza che gli sono stati conferiti, da piegare con il terrore la volontà di tutti” coloro che lo costruiscono e lo guardano con soggezione e reverenza, come la miriadi di uomini fanno nell’immagine del frontespizio.

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In questo nodo tra teologia e politica, tra pastorale e spada, si rivela la contraddittorietà della secolarizzazione che “non si contrappone alla religione: ne invade il campo. Le reazioni alla secolarizzazione che si manifestano sotto i nostri occhi si spiegano (ho detto spiegano, non giustificano) alla luce di questa usurpazione”. E ancora: “viviamo in un mondo in cui gli Stati minacciano terrore, lo esercitano, talvolta lo subiscono. È il mondo di chi cerca di impadronirsi delle armi, venerabili e potenti, della religione, e di chi brandisce la religione come un’arma. Un mondo in cui giganteschi Leviatani si divincolano convulsamente o stanno acquattati aspettando. Un mondo simile a quello pensato e indagato da Hobbes”. E forse le cose sono ancora più complicate, forse invece del Leviatano bisognerebbe riferirsi all’Idra dalle tante teste per cogliere lo scontro tra la paura organizzata nell’entità statale e le tante paure scatenate nel nostro mondo multicentrico e turbolento.

Indispensabile è dunque scavare le immagini del presente, decifrarle per tentare di comprenderlo. Perché come insegnava Tacito fingunt simul creduntque, credono in ciò che hanno appena immaginato ovvero: siamo soggiogati da visioni di cui noi stessi siamo gli autori. Conviene dunque non esserne autori inavvertiti e affrontare il piano delle emozioni di massa in cui si spandono le paure e le immagini di terrore dei nostri giorni.

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DUBAI E GLI SCARTI DI UNA CITTÀ BRILLANTE

Dubai non è certamente una città che ci dice da dove veniamo. È, invece, sicuramente una città che ci dice dove andiamo. E lo dice con lucidità perché è una città brillante. Una brillantezza non trasmessa dal mare trasparente e amniotico che ne ha segnato la storia come porto franco nelle rotte dei commerci verso il lontano Oriente o come risorsa per pescatori di perle. Una brillantezza non dovuta neppure a quel particolare labirinto borgesiano che circonda la città e la cinge: la sabbia levigata del deserto è indubbiamente abbagliante per i viaggiatori occidentali ma non ha la compattezza dello specchio che induce riflessione. Né il deserto né il mare spiegano (almeno non del tutto) la particolare brillantezza che caratterizza Dubai. Qualcos’altro ne segna irrimediabilmente il profilo e la superficie. Qualcosa che non si può definire bellezza naturale. Qualcosa in tutto e per tutto legato al lavorio dell’uomo, al suo voler e saper costruire una seconda natura in cui immergersi e abitare quotidianamente. Qualcosa che fonde i materiali edilizi per eccellenza degli ultimi secoli: il cemento, l’acciaio e il vetro. Qualcosa che si erge potente a riformulare la piattezza di un paesaggio segnato, ancora nella seconda metà del secolo scorso, solo dal mare e dal deserto. La brillantezza è dovuta a quelle sfide al cielo che sono i grattacieli con le loro superfici levigate e splendenti. E poiché l’umidità che viene dal mare e la sabbia che viene dal deserto impediscono un sole accecante, la luce che emana da Dubai è come interiore agli enormi edifici che si ergono in ogni zona della città, da quelli che costeggiano la parte più interna del Dubai Creek a quelli di Jumeirah, da quelli lungo la Sheikh Zayed Road agli eleganti alberghi di Dubai Marina.

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La forza dei grattacieli di Dubai si esprime non solo nel costruito, in ciò che ormai è consolidato negli immaginari globali come il Burj al-Arab (l’hotel a sette stelle conosciuto come “la vela”) o il Burj Khalifa (il grattacielo più alto al mondo con i suoi 828 metri, sulle cui lucenti superfici Tom Cruise svolge la sua mission impossible), bensì anche nei moltissimi cantieri aperti in ogni dove, con le gru pronte a sollevare sempre nuove cattedrali di fronte al deserto in quello che è il più grande esperimento di urbanistica offshore del mondo. Cantieri che si fermano giusto poche ore al giorno quando la temperatura raggiunge le sue punte massime arrivando anche a cinquanta gradi. Cantieri che mostrano un ventre della città palpitante anche al calar del sole, davvero come se fossero ulteriori zone di movida notturna.

Lo sviluppo ininterrotto di Dubai è dovuto a tre vettori che si sono saldati: il petrolio e il gas certamente (anche se quello di Dubai è il meno esteso degli Emirati Arabi Uniti), il turismo cosmopolita e anche in transito verso l’estremo Oriente, la finanza globale che qui apre succursali e fa affari con gli sceicchi. Un quarto vettore, più recente ma assai promettente, è rappresentato dalle tecnologie di comunicazione con la costruzione di Dubai Media e Internet City dove i grandi big – dalla Microsoft alla Apple – hanno ormai loro importanti sedi. Petrolio, turismo, finanza e tecnologia: vettori che nei grattacieli trovano l’espressione plastica della loro potenza. Tutto ciò rende Dubai una città lucida, addirittura brillante. Una delle città globali del turbo capitalismo, che ha subito una frenata negli ultimi anni ma che ha già ripreso la corsa.

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Questa brillantezza di Dubai, espressa verticalmente dai suoi grattacieli, non è però immune da polarità, da increspature che, da un lato, mostrano con ancora maggior vigore la condensazione del potere globale, dall’altro, ne rivelano gli irriducibili scarti. Gli sceicchi di Dubai hanno saputo realizzare un controllo profondo sulla natura ricalcando il modello presentato nel film Salmon fishing in Yemen di Lasse Hallstöm, nel quale uno sceicco yemenita pretende di portare i salmoni nella sua terra. A Dubai sono riusciti invece a portare una pista da sci nel cuore del deserto. Nell’Emirates Mall, infatti, si può risalire con la seggiovia a quattro posti nelle stazioni in cima a quella che è una delle piste indoor più alte del mondo e fare lo slalom sulla “vera” neve caduta nel corso della notte. La neve nel deserto è emblema della capacità di costruire una seconda natura, di porre una troppo umana “sfida luciferina alla Natura” così come della possibilità di tenere insieme gli opposti e proporne una lucida sintesi.

Una sintesi che non viene messa in discussione neppure dai souq e dalle dimore delle zone storiche come Deira e Bastakiya. Infatti, se ritmi, colori, odori, suoni e materiali possono rinviare alle tradizionali città arabe, il tutto è confezionato e servito con attenzione postmoderna ai dettagli. Così le poche torri del vento delle case tradizionali sono restaurate o ricostruite con precisione. Nulla rimanda alle crepe del tempo trascorso. Nulla può passare per rovina piranesiana. Così i souq, dove pure si svolge un’intensa attività di contrattazione su beni di ogni tipo appena scaricati dai variopinti dhow, sono inquadrati da bei portici e inseriti in ben curate infrastrutture frutto del premuroso intervento dei governanti. Nulla è lasciato al caso, all’imprevisto. Neppure lasciando le strade principali e avventurandosi in stradine secondarie si sfugge al capitale globale: gli salesman, che acchiappano al volo i clienti per condurli nei loro bugigattoli abusivi, mostrano e cercano di vendere abiti o orologi che non sono altro che imitazioni più o meno perfette di quei marchi globali che si ritrovano nei tanti centri commerciali in cui si vive a Dubai e che rappresentano infatti la location principale in cui si svolge la vita pubblica delle donne arabe raccontate nel romanzo più venduto in città, Desperate in Dubai della blogger conosciuta con lo pseudonimo Ameera Al Hakawati. Insomma, the show must go on, sotto le volute degli shopping mall o sotto forma di contraffazione e vendita abusiva. Il logo vince sempre.

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O quasi. Perché la brillantezza di Dubai, che riesce a costruire persino poli dialettici per poter poi presentare sintesi più complete e avvincenti, non riesce a emanare dagli occhi dei filippini, degli indiani, dei pachistani, degli africani che si incontrano nei ristoranti, nei taxi, nei souq o che si vedono da lontano nei cantieri dei prossimi giganti di vetro e acciaio. Quando si parla con costoro e si viene a sapere che lavorano dodici ore al giorno a un euro all’ora (o anche meno), quella brillantezza si offusca. Quando il taxista, nonostante lavori dalle 5 del mattino per dodici-quattordici ore consecutive, fa notare la sua condizione fortunata rispetto agli operai dei cantieri che sono costretti a lavorare all’aperto e cioè dentro il forno acceso dalle condizioni climatiche di Dubai, ci si rende conto che quelle superfici brillanti nascondono delle ombre profonde. Che la sintesi non è perfetta e anzi la società rimane letteralmente scissa in universi paralleli: gli sceicchi sempre con l’aria condizionata e gli schiavi sempre al caldo asfissiante. Ecco su queste vite di scarto si infrange quella luce che viene fuori mirabilmente dall‘hybris dell’uomo postmoderno. E qui dove il regno è dinastico e la democrazia non esiste, ci si ricorda che a fare la differenza è una dimensione politica che rappresenta ancora la speranza di riconoscere quelle che nella brillante Dubai appaiono purtroppo irrimediabili e irredimibili vite di scarto.

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Tre testi interessanti su Dubai:
Petti, Alessandro, “La città dei Morti al Cairo vs The World a Dubai”, Gomorra. Territori e culture della metropoli, n. 10 (Mediterranei), maggio 2006, pp. 114-120.
Sedda, Franciscu, “Esplorando Dubai. Appunti semiotici su una città in divenire”, in Marrone, Gianfranco e Pezzini, Isabella (a cura di), Linguaggi della città. Senso e metropoli II: modelli e proposte d’analisi, Meltemi, Roma, 2008, pp. 245-264.
Siti, Walter, Il canto del diavolo, Bur-Rizzoli, Milano, 2009.