Francesco de Agostini  
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LA LUCIDITÀ FEROCE DI GIANCARLO DE CARLO


Commento al libro di Francesco Samassa



Francesco de Agostini


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La monografia scritta da Francesco Samassa su Giancarlo De Carlo (2024) è il settimo volume della eterogenea serie Architetti e urbanisti del Novecento, edita da Carocci e diretta da Patrizia Gabellini. Una collana con intento divulgativo nata nel 2022 il cui carattere composito è dato dal fatto di aver introdotto tra le superstar del firmamento razionalista – Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe – figure in qualche modo eccentriche rispetto all’ortodossia disciplinare e comunque meno note nella storia dell’urbanistica consolidata, come Patrick Geddes o Luigi Piccinato, cui certamente De Carlo appartiene, e a cui si è aggiunta recentemente quella dedicata a Ernesto Nathan Rogers. Si potrebbe dunque dire un doppio contributo, di cui non possiamo che congratularci: della collana alla storiografia contemporanea oltre che del volume al suo protagonista: Giancarlo De Carlo. Ci auguriamo quindi che all’elenco si aggiungano presto nuovi titoli.

Il libro mi sembra emerga dalla quantità di pubblicazioni spesso di circostanza e non propriamente indispensabili uscite negli ultimi anni a perpetuare il centenario della nascita di Giancarlo De Carlo, in cui mi pare abbia prevalso l’attenzione al lavoro intellettuale e didattico in chiave politica piuttosto che al lavoro sul campo che, soprattutto in relazione agli ultimi anni di attività dello studio, è invece stato il fondamento indispensabile al suo pensiero profondamente operante. Penso dunque che prerogativa e per questo merito del lavoro di Francesco Samassa sia stato di far emergere l’originalità del tratto compositivo oltre che del pensiero, attraverso chiavi di lettura per alcuni versi inedite soprattutto in merito alle opere degli anni della maturità. Un ragionare che insomma che non sembra ridursi alla onanistica questione piuttosto diffusa di stabilire alterna priorità all’uovo o alla gallina, quanto concentrare l’attenzione sulla inscindibile relazione tra di essi.

Solo forse nel capitolo conclusivo Architettura come pratica sociale, tirando le somme del contributo culturale e divulgativo nel quadro internazionale che De Carlo attraversò in tutti questi anni, cede un po’ alla lusinga dell’intellettuale militante di cui si faceva cenno, partecipazione compresa, per quanto la sequenza storica non sia certo di secondo piano: dopo il periodo eroico della resistenza e formazione, l’impegno del dopoguerra con Casabella, Rogers e gli ultimi Ciam e quindi il Team X, la scuola americana, la collana de il Saggiatore dedicata a struttura e forma urbana a testimonianza di numerose esperienze anglosassoni con cui si stava cimentando, che ebbe compimento con i laboratori dell’Ilaud a partire del ’76, oltre che con la rivista Spazio e Società, ma in un crescendo che insisto a credere proceda sempre di pari passo a quella naturalezza della pratica architettonica che sta a fondamento delle sue parole.

Facendo riferimento ad una felice espressione contenuta nelle conversazioni di De Carlo con Franco Bunčuga edite nel 2000, per ordinare il suo lavoro Samassa divide gli oltre 60 anni di attività dello studio in 3 fasi: espulsione dei dogmi, a caratterizzare i primi 20 anni dal dopoguerra, ragioni di essere architetto il ventennio successivo e volteggiare con naturalezza a connotare l’attività svolta dagli anni ’80 fino alla morte nel 2005.

 

Se le prime due stagioni sono oramai ascritte in modo compiuto nel quadro generale della storia del Novecento, tra Ciam, Team X, Pim e la cosiddetta partecipazione – i cui molteplici aspetti tuttavia negli anni recenti sono stati trattati nelle più diverse chiavi, diventando forse troppo spesso alibi a pratiche di facilitazione e mediazione sociale a copertura di smaccati interessi immobiliari – più ficcante e originale ci sembra sia il modo in cui Samassa si addentra nel descrivere il progetto e le opere a noi più contemporanee dell’ultimo periodo sopra descritto.

Una difficoltà critica che, oltre che ascriversi nelle classiche questioni di prossimità temporale in prospettiva storica, trova ragioni anche nel fatto che negli anni della maturità De Carlo si sia ritrovato, sia pur in modo consapevole, in una condizione di solitudine, lontano da linee o tracciati comuni battuti in quegli anni dai suoi colleghi, e dunque distante da categorie critiche codificate, facendo emergere con forza una forma inedita di realismo che trova il suo senso nella comprensione dei luoghi, della storia e degli spiriti dell’architettura che l’esercitata capacità di lettura e profonda intelligenza interpretativa gli hanno consentito, sia pur con alterni risultati.

La cruciale quanto insensata contrapposizione tra urbanistica ed architettura di quegli anni, così come la cosiddetta autonomia dell’architettura, corollario di questo ostinato tentativo di sottrarre la definizione dello spazio alla dimensione umana, è da lui profondamente avversata oltre che nella pratica professionale anche attraverso l’insegnamento, svolto allo Iuav fino ai primi anni Ottanta, dove infine il suo isolamento lo spingerà a chiudere il suo percorso universitario a Genova.

Una condizione puntualmente documentata da Samassa, che ben rappresenta come, a partire dalla decisiva esperienza del progetto per un insediamento residenziale sull’isola di Mazzorbo a Venezia (1979-94), si renda sempre più esplicito e naturale il gioco sapiente di equilibrio tra tradizione compositiva e innovazione del linguaggio, a definizione della sua formidabile capacità di restituire identità ai luoghi – o come scrive Samassa al contesto ambientale – tramite appunto il linguaggio del progetto, del tutto scevro da quella fascinazione di tipo vernacolare che ha disastrosamente contraddistinto la coeva espressione così detta post-moderna.

Tuttavia non direi, come afferma citando De Carlo nei dialoghi con Bunčuga, trattarsi di un esordio al tema del linguaggio (p. 98), quanto piuttosto un acuirsi o meglio esplicitarsi (p.106 e la questione implicita della forma) della sensibilità espressiva ad un contesto così fortemente connotato a elementi compositivi e dunque del linguaggio che diverranno significanti lo spirito dell’intervento (1). Un atteggiamento che se apparentemente attinge a modi analitici paradossalmente propri della scuola tipologica così fortemente presente allo Iuav quanto avversata da De Carlo, al contrario ne utilizza la sistematica per giungere a espressioni inedite e del tutto personali, che a loro volta si legano alla prassi della cosiddetta lettura e progettazione tentativa che va sperimentando da qualche anno con l’Ilaud.

Samassa ha certamente ragione nel sottolineare come da allora in poi la vicenda progettuale dello studio di De Carlo si arricchisca strada facendo di rimandi locali in senso più ampio, ovvero di legame alla società anche in termini di cultura materiale, dalla parte degli uomini (pag. 93) pur senza alcuna mimesi. Un percorso per altro ampiamente descritto da De Carlo stesso nel racconto dei propri progetti espresso in più occasioni e contesti alla fine degli anni Novanta, con consueta lucidità e coerenza, che Samassa sa ben mettere in luce e sintetizzare. Un processo progettuale non tanto volto a delineare un metodo trasmissibile o replicabile – e per questo in qualche modo a rischio di fossilizzazione tipicamente accademica, come appunto l’analisi propugnata dalla Tendenza – quanto a rappresentare con precisione le ogni volta diverse prerogative delle occasioni progettuali in cui si è cimentato. Un processo che passa attraverso una furiosa azione di vicinanza e al contempo distanza dal progetto – fatto che, aggiungerei, rende centrale l’attenzione al dettaglio costruttivo, sempre sviluppato all’interno dello studio – così come nelle esigenze strutturali ‘organiche’, a espressione di questa lucidità feroce del suo procedere.

Un altro progetto fondativo di una serie per così dire ‘organica’ messo in luce da Samassa fu la torre del progetto di concorso di piazza Matteotti – La Lizza di Siena dell’89, che come si sa inaugurò la serie delle cosiddette strutture ad albero (p.100) – le porte e la banca di S. Marino, le 2 scale del Battiferri a Urbino, il padiglione del Blue Moon del Lido di Venezia, la torre ascensore del palazzo degli anziani di Ancona, cui mi permetto di aggiungere la struttura interna della biblioteca di palazzo di giustizia di Pesaro, sia pur come frammento di un sistema più complesso che bene è descritto nel libro.

Vorrei aggiungere che con la medesima lucidità feroce De Carlo si muove attraverso il contesto ambientale che caratterizza i progetti per così dire naturalistici del medesimo periodo, che Samassa, sempre riprendendo le parole del nostro, definisce delle geometrie complesse ((p.103) ed esemplifica con l’imbarcadero di Salonicco. Ad esso aggiungerei la palestra di Siena, la cui realizzazione è rimasta purtroppo allo stato di embrione rispetto al progetto complessivo perchè possa evidenziare il suo formidabile ed allora inedito legame fin dimensionale con le colline in cui si colloca; le residenze di corso Sardegna a Genova o i Laboratori delle facoltà scientifiche di Urbino, entrambi progetti in qualche modo sperimentali e per questo rimasti inediti, tellurici per come e quanto si legano al luogo in cui sarebbero dovuti sorgere e le geometrie complesse che sottendono sia in pianta che in sezione. Capitoli, per chi volesse, ancora tutti da approfondire.

In questa stessa direzione ma in modo compiuto il sistema crostaceo di Colletta di Castelbianco, che Samassa inquadra come caso a se, ma che sotto un apparente mimesi in cui “attraverso la lettura cerca di far parlare il contesto” esprime un magistrale quanto cristallino rapporto con la tradizione costruttiva della volta in pietra, modellata con sapienza e anche qualche virtuosismo di cui si impossessa ancora una volta non tanto per le qualità costruttive, quanto linguistiche, da cui l’ampio utilizzo di strutture in c.a. ad anima delle porzioni di nuovo costruito sempre rigorosamente rivestite in pietra –si pensi ad esempio alla struttura a cantilever del parcheggio sud, purtroppo non realizzato.

Aggiungerei in questo senso anche il progetto delle ex stalle al Mercatale di Urbino, in cui si assommano l’ossessione per il rapporto aureo, il contesto Urbinate con cui si è confrontato per una vita – sulla Data collezionò nel tempo 5 diversi progetti – oltre che la fascinazione per le strutture ad albero, la cui sintesi è stata maledettamente compromessa dalle varianti indotte dall’intervento in corso d’opera imposto a sproposito del Ministero, per tramite della Soprintendenza Regionale committente dell’opera.

E qui mi permetto una testimonianza diretta relativa l’esperienza defatigante compiuta da De Carlo nei confronti della Soprintendenza, una vicenda assurda ma che a mio avviso ben rappresenta il modo con cui egli tratta la materia di cui il progetto è fatto e dove la sua capacità di lettura e la profonda intelligenza interpretativa di cui si diceva si esprime non per mimesi ma per sintesi. Mi riferisco alla tanto discussa copertura, ribattezzata “ala lunga di Bin Laden su Urbino” da Vittorio Sgarbi nel corso delle lavorazioni di cantiere del famigerato 2001. La pigrizia intellettuale della tradizione del tipo, frutto di una smaccata ignoranza in fatti architettonici del sia pur ancora per poco sottosegretario alla cultura di allora, lo aveva portato a prescrivere una mono-tona copertura tradizionale in coppi, classico becero ripiego di subordine ad una presunta tradizione. Ma che, se spalmata su 150 metri di sviluppo orizzontale quali sono le stalle del Duca ai piedi del Palazzo, non avrebbe che potuto assumere le sembianze di un capannone industriale collocato all’interno di un paesaggio viceversa topicamente frammentato. Questo pur di negare un innesto dal linguaggio inedito poiché curvo, fondamentale non tanto come gesto in se, quanto perché parte di un processo costruttivo di cui era elemento inscindibile, la cui negazione avrebbe rischiato di storpiare l’intero sistema, finendo per rendere ridondante la poderosa struttura già fin li realizzata, e con essa le pur leggiadre scale tortili interne a sviluppo asimmetrico.

Insomma, quello di Samassa è un libro che per molti versi cerca di mostrare il processo dal suo interno, attraverso le parole del progettista ma anche spingendosi a letture inedite che solo gli esiti rivelano. Proprio come dovrebbe essere per i libri scritti per capire la sostanza del lavoro, o così come succede nell’affrontare un progetto quando si è presi da quella stessa lucidità feroce di penetrare, con spirito pratico e senso urgente di necessità, quanto il luogo e chi vi abita richiede. Perché solo dopo, come nelle parole di De Carlo, “… forse – e anche per altre vie – verrà l’arte”.

Francesco de Agostini

 

 

Note

1) L’attenzione al linguaggio credo sia una costante importante nel lavoro di GDC. Sin dagli esordi e in tempi non sospetti, i suoi rimandi ad elementi della tradizione gli valsero sonore tirate d’orecchi dall’ortodossia dei CIAM cui partecipò sotto l’ala di Ernesto Nathan Rogers a fine anni ’50. E, sia pur di segno opposto, non dimenticherei la sapienza e il controllo del linguaggio compositivo nel successivo ineguagliato capolavoro del Collegio del Colle a Urbino (1962-65), che si ascrive con grande consapevolezza da parte dell’autore in linee di ricerca del linguaggio marcatamente internazionali che lo collocheranno tra ‘brutalismo’ e matrici Aaltiane, pur anticipando una rara sensibilità per il paesaggio, vero protagonista dell’intervento.

 

 

 

N.d.C. - Con Giancarlo De Carlo dal 1992, cui è stato associato fino al 2005, Francesco de Agostini si è occupato di numerosi progetti dello studio, specie nel campo del restauro architettonico e urbano: Pesaro, Urbino, Venezia, Siena, Recanati, Colletta di Castelbianco (SV).

Nel 2005 ha aperto il proprio studio. All’attività professionale, prevalentemente orientata al recupero, restauro e costruzione sul costruito, ha affiancato la partecipazione a numerosi concorsi.

Parallelamente Dal 2007 a maggio 2017 è stato capo redattore del sito dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Milano, per cui ha ideato diverse sezioni di studio dedicate alle trasformazioni territoriali della città metropolitana.

Dal 2017 è parte attiva dell’Ilaud, International Laboratory of Architecture and Urban Design, fondato nel 1976 da Giancarlo De Carlo e oggi diretto dal prof. Paolo Ceccarelli.

Per Città Bene Comune ha scritto: De Carlo e l’Ilaud: una lezione ancora attuale (9 ottobre 2020).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

07 FEBBRAIO 2025

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