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Negli ultimi decenni sono stati fatti enormi passi avanti nello studio delle città come sistemi complessi. Tuttavia, non è ancora del tutto chiaro come la pianificazione urbana possa interagire efficacemente con la natura emergente e imprevedibile di tali sistemi. Il libro di Stefano Cozzolino e Stefano Moroni, Action, Property and Beauty. Planning with and for emergent urban complexity (Routledge, 2024), offre un contributo illuminante sul difficile rapporto fra pianificazione e complessità urbana. In poche pagine dense di intuizioni, gli autori raccolgono i risultati dei loro pluriennali studi sul tema apparsi in diverse pubblicazioni internazionali.
Il libro costruisce inedite relazioni fra teorie e concetti che spesso sono trattati separatamente. Complessità, emergenza e auto-organizzazione sono indagate in relazione ad altri tre concetti: azione, proprietà e bellezza. Attraverso questa originale impalcatura concettuale, gli autori illustrano il funzionamento di un sistema urbano complesso, ne evidenziano le qualità irrinunciabili e suggeriscono come preservarle attraverso specifiche misure pianificatorie. Nella visione degli autori, ciò che rende una città complessa e vitale sono le azioni e le interazioni umane (p. 8). Attraverso l’azione, gli individui danno forma all’ambiente in cui vivono in rapporto ai loro bisogni, desideri e stili di vita che sono eterogenei e in continuo divenire. Tali azioni si basano in larga misura su un sapere contestuale, legato all’esperienza vissuta di un luogo, interiorizzato dagli individui, che ne fanno uso spesso senza esserne consapevoli. Inoltre, le azioni dei singoli generano una catena di reazioni spesso non intenzionali e poco prevedibili. In breve, ogni individuo agisce e reagisce continuamente in modo adattivo alle azioni di altri agenti. In un sistema complesso, questo incessante processo non genera caos, ma un ordine emergente auto-coordinato: azioni locali, interazioni e reazioni a catena producono nuovi pattern sovra-individuali e sovra-locali in cui le aspettative e le azioni di una pluralità di agenti tendono a coordinarsi spontaneamente (p. 27).
Gli autori mettono in luce efficacemente che vi sono valide ragioni per preservare e alimentare la natura emergente e auto-coordinata dei sistemi urbani complessi. In primo luogo, i sistemi che accolgono forme di auto-organizzazione sono più adattivi di quelli interamente pianificati dall’alto, e quindi meno soggetti a obsolescenza e declino (p.53). Di fronte a un cambiamento, le componenti di un sistema complesso possono agilmente riorganizzarsi in configurazioni più appropriate alle nuove circostanze; al contrario, in un sistema interamente predefinito le azioni e le interazioni dei singoli agenti sono vincolate a uno schema complessivo preordinato. Inoltre, mentre i sistemi predeterminati dipendono strettamente dalle conoscenze e capacità di coloro che li concepiscono in un’epoca specifica, quelli auto-coordinati sono il risultato cumulativo dell’interazione tra molteplici menti e abilità eterogenee che si sviluppano nel lungo periodo; infine, questi ultimi traggono vantaggio da un sapere sociale distribuito capillarmente che ha sempre giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione delle città e che non può essere interamente sostituito da nessun corpo di competenze specifiche (p.10).
In secondo luogo, gli autori evidenziano come la complessità urbana alimenti la bellezza delle città e propongono un’originale riflessione sulla connessione fra auto-organizzazione e bellezza. Richiamando le intuizioni di Jane Jacobs, sottolineano che un sistema urbano complesso “non può essere un’opera d’arte”(1) che scaturisce dalla mente creativa di uno o di pochi individui (p.74). D’altra parte, la bellezza di cui parlano Cozzolino e Moroni non è riducibile a meri aspetti morfologici, considerati dagli autori importanti ma non sufficienti a generare la qualità estetica di una città, che include aspetti fisici, sociali e multisensoriali; comprende comportamenti e rituali che nel tempo danno vita a spazialità specifiche.
La bellezza si connette qui a un’idea di armonia alimentata dalla varietà degli apporti dei singoli abitanti. Riferendosi ad alcuni studi condotti nelle scienze cognitive e in psicologia (2) gli autori evidenziano come l'esperienza estetica sia arricchita dalla presenza di variazioni all’interno di alcuni pattern riconoscibili. Citando Rudolf Arnheim (3), sottolineano che “la complessità senza ordine produce confusione e l'ordine senza complessità causa noia” (p. 77). In questa prospettiva, accettare la natura emergente della bellezza urbana non porta a sminuire, ma a reinquadrare il ruolo della pianificazione pubblica. Sebbene quest’ultima non possa generare direttamente questo tipo di bellezza, può contribuire ad alimentarla e preservarla, fornendo un inquadramento generale che da un lato mantiene il sistema coeso e dall’altro concede ampio spazio all'emergere di configurazioni socio-spaziali caratterizzate da variazioni inaspettate e in continua evoluzione.
Nel celebrare la complessità urbana come fonte di adattabilità e bellezza, gli autori non mancano peraltro di evidenziarne i rischi sottolineando che non tutte le trasformazioni emergenti generano necessariamente effetti benefici. La difficile sfida per la pianificazione urbana consiste quindi nel prevenire stati caotici ed esternalità negative senza però minare forme emergenti di auto-coordinamento. Cozzolino e Moroni sottolineano che gli approcci tecnocratici alla pianificazione sviluppati nel secolo scorso, e che ancora influenzano la pratica corrente, sono poco adatti ad affrontare questa sfida in quanto prevalentemente basati su piani di zonizzazione completi e dettagliati che riducono, spesso drasticamente, la possibilità che emergano azioni e interazioni umane auto-coordinate.
Nella visione degli autori, “la pianificazione pubblica dovrebbe intervenire direttamente solo sulle condizioni (dell’azione), e non sulle azioni degli individui” (p.87). Una delle condizioni evidenziate nel libro come essenziali per preservare gli effetti positivi della complessità urbana riguarda la distribuzione e l’organizzazione della proprietà privata. Affinché una città rimanga aperta a processi di auto-coordinamento, un certo potere di azione sugli oggetti urbani deve rimanere distribuito tra i molti individui (e le molte associazioni) che compongono la società invece che essere concentrato nelle mani di pochi. Questo garantisce molteplici spazi di sperimentazione favorendo l’emergere di soluzioni innovative e di adattamenti progressivi che sarebbero irrealizzabili in una situazione di iper-controllo centralizzato, esteso e capillare (privato o pubblico). In tal senso, gli autori tracciano alcune linee guida per politiche pubbliche volte a
- scoraggiare una concentrazione eccessiva della proprietà immobiliare nelle mani di pochi individui;
- creare condizioni in cui piccoli agenti, con meno potere, possano essere parte attiva nei processi di auto-coordinamento sopra illustrati (p. 95).
In sintesi, Cozzolino e Moroni mettono in luce che non solo la pianificazione pubblica è compatibile con la complessità urbana, ma è necessaria per preservarla: i sistemi urbani auto-coordinati non sono caratterizzati da assenza o carenza di progettualità e regole. Tuttavia, richiedono progettualità e regole differenti da quelle in larga misura ancora utilizzate nella pianificazione urbana corrente. Al riguardo, gli autori identificano due distinti livelli di intervento della pubblica amministrazione: il primo riguarda il quadro normativo che regola le azioni e interazioni dei privati cittadini, il secondo la progettazione di spazi e infrastrutture pubbliche.
Nello specifico, le regole che preservano gli effetti positivi della complessità sono regole relazionali, negative, semplici e stabili (p. 93):
- relazionali in quanto astratte e generali, non orientate ad ottenere un assetto spaziale predeterminato, ma concepite per favorire il processo graduale tramite il quale configurazioni spaziali ordinate emergono spontaneamente dalle azioni e interazioni (p.91);
- negative, in quanto si limitano a indicare quali esternalità devono essere evitate da chi utilizza o modifica uno spazio, invece di fornire indicazioni di dettaglio sulle destinazioni d’uso o sull’esito di trasformazioni specifiche.
La stabilità di tali regole permette ai cittadini di conoscere chiaramente il quadro normativo entro il quale può esercitarsi la loro libera iniziativa anche nel tempo meno breve. La loro semplicità le rende facilmente applicabili e comprensibili, diminuendo il rischio che cittadini disonesti approfittino della libertà concessa da un quadro giuridico complicato e ambiguo. Gli autori sottolineano che un quadro normativo di questo tipo è adatto a risolvere problemi di interazione tra persone con opinioni e stili di vita differenti e consente ai sistemi socio-spaziali di sfruttare quel sapere disperso, specifico e contestuale, essenziale per la loro evoluzione.
L’intervento diretto della pianificazione riguarda invece la progettazione e la realizzazione di spazi e infrastrutture pubbliche, a cui gli autori danno grande rilievo, sottolineando che una buona progettazione di spazi e servizi collettivi non solo garantisce un equo livello di fruizione da parte di tutti i cittadini, ma costruisce anche una struttura coesiva capace di evitare stati caotici senza che vi sia la necessità di controllare nel dettaglio ogni singola azione (p. 95). In tal senso, l’intervento progettuale previsto dalla pianificazione pubblica ricopre un ruolo fondamentale nella valorizzazione degli aspetti positivi dei processi di auto-coordinamento sopra descritti. Per quanto riguarda gli spazi pubblici, gli autori forniscono tre indicazioni generali atte a garantirne la qualità e la fruibilità da parte di tutta la cittadinanza:
- devono essere realizzati sulla base di effettive necessità evitando sprechi ed eccessi: spazi pubblici sovradimensionati o mal distribuiti nello spazio rischiano di rimanere inutilizzati creando talvolta problemi di sicurezza oltre ad aumentare i costi di manutenzione gravando inutilmente sulla spesa pubblica;
- devono essere progettati per ospitare una pluralità di azioni e interazioni potenziali e mostrare un alto livello di adattabilità nel tempo;
- devono essere concepiti come spazi porosi, capaci di accogliere i cambiamenti che si verificano progressivamente negli spazi privati che vi si affacciano.
Anche nel caso delle infrastrutture pubbliche viene sottolineata l’importanza di evitare sprechi. Una buona pianificazione tende a fare il possibile per migliorare l’efficienza delle infrastrutture esistenti, prima di progettarne di nuove. In questo secondo caso, gli interventi progressivi alla micro-scala sono preferibili a quelli alla macro-scala.
Il libro si chiude con un interessante studio sulle misure pianificatorie che nel tempo hanno consentito la formazione di uno dei quartieri più amati di Dortmund: Kreuzviertel (p. 109). Uno degli aspetti più originali di questo studio è che non si concentra meramente sulle caratteristiche morfologiche del quartiere, ma analizza le condizioni che hanno consentito lo sviluppo di un sistema socio-spaziale complesso. I risultati di questa indagine supportano ed esemplificano la riflessione condotta dagli autori sul carattere evolutivo e corale di alcune città tradizionali europee e mediterranee, e sulla validità delle misure pianificatorie che ne hanno regolato lo sviluppo. I quartieri storici che molti di noi oggi apprezzano non sono stati interamente progettati, ma neppure sono emersi in un vuoto normativo e progettuale. Il loro sviluppo morfologico è stato governato da poche regole prevalentemente negative (proibizioni circoscritte) (p. 56) e da azioni progettuali mirate. Nel caso specifico di Kreuzviertel, un semplice codice edilizio introdotto nel 1898 ha stabilito le direttive normative per le iniziative private; la rete stradale disegnata negli stessi anni ha conferito ordine ai piccoli interventi incrementali dei privati e ha garantito un’adeguata presenza di spazi pubblici di qualità all’interno del quartiere; contemporaneamente una riorganizzazione dei lotti ha favorito la distribuzione delle responsabilità progettuali tra diversi developers relativamente "piccoli” (p.122). Nell’evidenziare l’efficacia di alcune misure pianificatorie del passato, gli autori prendono esplicitamente le distanze da movimenti neotradizionalisti – come il New Urbanism – che tendono a riprodurre le caratteristiche formali della città tradizionale invece di studiarne le dinamiche evolutive (p. 58).
Da architetto progettista, ritengo che l’approccio alla pianificazione delineato da Cozzolino e Moroni abbia implicazioni significative per la progettazione architettonica e urbana. Da un lato, la natura emergente auto-coordinata della città complessa non è compatibile con forme di masterplan – ancora ampiamente insegnate e praticate – che tendono a prevedere e iper-definire nel dettaglio l’esito formale di trasformazioni su larga scala, lasciando poco spazio a quella pluralità di trasformazioni – progressive e incrementali – essenziali a preservare la capacità adattiva delle città. Dall’altro lato, i sistemi complessi hanno bisogno di strutture formali coese, in grado di prevenire il caos senza soffocare i continui micro-adattamenti che ne preservano la capacità evolutiva.
Dal mio punto di vista, questo libro mette in luce l’urgenza di portare il dibattito sulla complessità urbana non solo nei corsi di pianificazione, ma anche nelle facoltà di architettura e design. I sistemi urbani complessi descritti da Cozzolino e Moroni richiedono progettisti che non tendano a sovrapporre un nuovo ordine formale a una trasformazione in atto, ma sappiano identificare l’azione progettuale più appropriata a favorire l’auto-coordinamento del sistema socio-spaziale specifico in cui intervengono. Occorre formare progettisti consapevoli del fatto che le loro (importantissime) competenze specifiche non possono sostituirsi interamente a quel sapere capillare, disperso fra innumerevoli individui, che alimenta l’unicità delle città. La loro azione progettuale sarà efficace quanto più scaturisce dall’incontro con questo sapere, che il progettista deve saper riconoscere e integrare in nuove configurazioni aperte adatte ad accoglierlo e valorizzarlo.
Concludendo, questo libro può essere interpretato come un invito a tessere nuove alleanze e collaborazioni fra pianificatori, progettisti e abitanti delle città. La visione di Cozzolino e Moroni porta a superare la radicata contrapposizione fra iper-controllo e laissez-faire, fra ordine e caos. Alimenta invece un dibattito volto a esplorare nuove strategie pianificatorie e progettuali in grado di favorire e preservare l’unicità, l’adattabilità, la vitalità e la bellezza delle città, ottimizzando l’uso delle risorse a disposizione, sia pubbliche che private. In altre parole, Action, property and beauty getta un seme che andrà coltivato con cura da tutti noi che contribuiamo ogni giorno, con le nostre azioni e interazioni, all’evoluzione dei luoghi che abitiamo.
Elena Porqueddu
Note 1) Jacobs, J. (1961). The death and life of great American cities. New York: Random House. 2) Chipman, S.F. (1977) Complexity and structure in visual patterns. Journal of Experimental Psychology: General, 106 (3), 269-301. Krpan D., van Tilburg, W.A.P. (2022) The aesthetic quality model: Complexity and randomness as foundations of visual beauty by signaling quality. Psychology of Aesthetics, Creativity, and the Arts, 18(6), 1059–1083. 3) Arnheim, R. (1966). Order and complexity in Landscape design. In R. Arnheim (ed.), Toward a psychology of Art. Berkley and Los Angeles, CA: University of California Press, 123-135.
N.d.C. - Elena Porqueddu, architetto, ha conseguito il dottorato di ricerca in Architettura, Urbanistica, Conservazione dei Luoghi dell’Abitare e del Paesaggio presso il Politecnico di Milano. La sua ricerca, incentrata sulla relazione fra progettazione dello spazio e complessità urbana, è stata approfondita presso la University of Melbourne e presentata a numerosi convegni ed eventi internazionali in Europa, Indonesia e America Latina. Svolge attività didattica presso il Politecnico di Milano e l’Istituto Marangoni (International school of design). È membro della Systemic Design Association.
Tra le sue pubblicazioni: Systemic spatial design: Enhancing the potential of spatial design disciplines to navigate adaptive cycles in cities, in “Contexts -The Systemic Design Journal”, 2022; ‘Design for complex urban systems. A multi-scale approach’, in: Social and Institutional Innovation in Self-Organising Cities, a cura di Perrone C., Giallorenzo F. e Rossi M. (Firenze University Press, 2022); ‘Adapting Anti-adaptive Neighborhoods. What is the Role of Spatial Design?’, in: New Metropolitan Perspectives. Lecture Notes in Networks and Systems, a cura di Calabrò, F., Della Spina, L., Piñeira Mantiñán, M.J. (Springer, 2022); Design for the Open City. Directing rather than mastering emergent transformations, in: “Trialog. A journal for Planning and Building in a Global Context”, 2020; Towards the Open City. Design and research for emergent urban systems, in: “Urban Design International”, 2018; Detecting and directing emergent urban systems: a multi-scale approach, In: “Cosmos + Taxis. Studies in emergent order and organization”, 2018; Intensity without density, in: “Journal of Urban Design”, 2015.
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 28 FEBBRAIO 2025 |
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