Gabriella Restaino  
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ROMA, C'È UN'ALTRA CITTÀ


commento al libro di Mirella Di Giovine



Gabriella Restaino


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Scrivere di un testo tanto intenso come questo di Mirella Di Giovine – Paesaggio identitario. Roma, l’altra città (Quodlibet, 2024) – non è facile. Vi affiorano puntualmente gli esiti di un grande lavoro che – a partire da un percorso formativo e professionale radicato in un contesto scientifico guidato da Vittoria Calzolari, “Maestra del Paesaggio” – racchiude un’esperienza più che trentennale maturata sia come dirigente pubblico, nel settore della pianificazione e progettazione, sia come architetto paesaggista con il ruolo di docente presso la Scuola di Specializzazione in Beni Naturali e Territoriali della “Sapienza” Università di Roma. A ciò, si aggiunge quanto sperimentato, a lungo e sul campo, nel corso di vari processi partecipativi di reti locali. Attualmente, oltre a far parte del Comitato scientifico dell’Associazione per i parchi e giardini italiani e del Parco archeologico dell’Appia Antica, Di Giovine collabora con la rivista «Paysage-Topscape». Questo libro si affianca, dunque, ad altre sue pubblicazioni precedenti, come i numerosi contributi in volume e atti di convegni sul tema del verde pubblico e delle periferie; ricordando tra i suoi testi più importanti: Il verde pubblico, tipologie, progetti. Attuazione, normative tecniche, gestione, con Sandro Bruschi (Carocci, 1988) e la cura de La valle della Caffarella (Electa, 2012).

Come dichiarato dall’autrice, il libro è dedicato all’«altra» Roma, quella che si compone di aree e quartieri marginali e della quale solitamente si parla in termini di disagio socioeconomico e carenza dei servizi. È la Roma della cosiddetta periferia: «una realtà vitale e carica di potenzialità trasformative». Risulta quasi inevitabile, a questo punto, rammentare Patrick Chamoiseau e le metafore linguistiche tramite le quali egli descrive l’antagonismo fra la città di Fort-de-France – scaturita da «una logica urbana occidentale, allineata, ordinata, forte come la lingua francese» – e il suo insediamento periferico che, con il nome di Texaco, è stato invece improntato sul «brulichio aperto della lingua creola». E infatti Di Giovine suggerisce di mettere a fuoco una diversa visione della periferia, partendo principalmente dal legame che i cittadini hanno intrecciato con il territorio e dalla loro conoscenza dei luoghi quotidianamente vissuti, con le risorse presenti, le preesistenze e le permanenze storiche che ne testimoniano il contesto specifico. Con queste premesse, sarà possibile identificare quel «paesaggio identitario» quale utile strumento di «coesione sociale e coinvolgimento attivo dei cittadini e che diviene il caposaldo di ogni processo di vera rigenerazione urbana» (p. 136).

Il volume si articola in cinque grandi sezioni che affrontano tematiche di vitale importanza per la città. La prima, dedicata al paesaggio identitario, abbraccia un arco concettuale complesso che va dalla crisi della città all’identità urbana e paesaggio, dalla domanda di paesaggio alla rigenerazione urbana e ai percorsi di innovazione. Il capitale naturale di Roma è il protagonista della seconda sezione del libro in cui sono messi in evidenza i servizi ecosistemici per la città e la transizione ecologica nei suoi obiettivi, gli impatti, la biodiversità, il consumo di suolo, la rinaturalizzazione della città, la forestazione urbana, i cittadini per il verde. Alla terza sezione si affida la disamina di Un nuovo patto città-campagna che tenga conto sia della risorsa diffusa culturale e storica dell’Agro romano, con il suo paesaggio agricolo e rurale, sia delle attività legate all’agricoltura urbana sviluppata nelle tenute agricole pubbliche (sempre in vista di una città a consumo di suolo pari a zero) sia infine degli orti urbani, espressione contemporanea di una Roma “da coltivare”. La quarta e quinta sezione – titolate rispettivamente È possibile e La città dei cittadini – approfondiscono il tema della partecipazione ai progetti di paesaggio, con alcune sintetiche schede esplicative di quegli interventi pubblici che hanno riguardato alcuni quartieri del disagio, coinvolgendo associazioni, comitati e cittadini attivi in forme varie di partecipazione.

Presa da varie angolazioni, Roma può essere letta in modo anche inusuale: dalla fine all’inizio, da fuori a dentro, dal territorio suburbano al centro storico. Per comprendere appieno il senso del paesaggio romano contemporaneo, fatto di permanenze storiche naturali e archeologiche con i suoi monumenti e frammenti di preesistenze architettoniche antiche e ambientali, con le sue tenute storiche sopravvissute fino a oggi, anche come terreni pubblici dell’Agro romano o con i parchi contemporanei (magari anche solo pianificati e progettati, realizzati e non realizzati), credo sia necessario muoversi come un viaggiatore d’altri tempi che, lentamente, da territori extraurbani, approdava in città. Perché Roma non è solo un centro storico – fatto di Rioni con adiacenti quartieri di successive espansioni e completamenti, culminati in periferie successive spesso frutto di pianificazioni urbanistiche contraddittorie o di non-pianificazioni –; Roma è anche caratterizzata da un esteso territorio suburbano, l’Agro romano, che storicamente è stato sempre sede di attività produttive, anche svolte – in epoca romana – all’interno di ville rustiche improntate su un’economia di tipo schiavistico. Il territorio romano è inoltre storicamente strutturato sia dalle vie consolari sia da molteplici altri antichi tracciati radiali e contro-radiali (semi-anulari che intersecano a tratti le radiali) i quali organizzano ancora oggi le percorrenze principali e la struttura delle aree insediative. Sarebbe quindi utile ripercorrere la storia della città a partire dagli estremi del suo territorio, cercando di percepire il suo paesaggio contemporaneo come un tutt’uno con quello storico, secondo i suggerimenti di Italo Calvino, che nel suo scritto del 1975 Il futuro remoto deve ritrovare i suoi dei («Nuova Società», III, 67) afferma: «Per vedere una città non basta tenere gli occhi aperti. Occorre per prima cosa scartare tutto ciò che impedisce di vederla, tutte le idee ricevute, le immagini precostituite». Così come recita la citazione che precede il testo di Mirella Di Giovine. Quindi, partire dalle ultime pagine del libro, dal territorio più estremo, per arrivare gradualmente alle mura della città e alle prime pagine, significa immergersi in un mondo “altro”, sconosciuto ai più, a coloro che non lo abitano o che non lo frequentano.

Il viaggio è interessante e affascinante, ci si immerge subito in tavole a colori che raccontano il territorio dove insiste la Via Latina a partire dal III Miglio; per il quale è stato pensato nel 2022 un intervento per «liberare il tracciato» dell’antica Via nel contesto più ampio di rigenerazione del settore che va dall’Arco di Travertino alla Torre del Fiscale. Traslitterando le parole dell’autrice: sono gravi le situazioni di degrado presenti in tali luoghi a ridosso del Parco dell’Appia Antica, fortemente degradati o impropriamente utilizzati, ma che possono essere valorizzati con l’eliminazione dei manufatti abusivi in abbandono da circa trent’anni che interrompono tracciato e riconoscibilità della Via Latina. Comitati e associazioni territoriali di concerto con i cittadini e con l’Ecomuseo della Via Latina e l’associazione Torre del Fiscale chiedono all’Amministrazione comunale, al Municipio VII e alla Città Metropolitana di Roma la realizzazione della valorizzazione dell’area pubblica di grande importanza archeologica.

Continuando a scorrere le pagine si incontrano poi i progetti sul «Il Parco che non c’è», ossia il Parco di Centocelle mai realizzato, «il Manifesto del Quarticciolo» proposta per la rigenerazione del quartiere, il recupero del Casale della Vaccareccia nella Valle della Caffarella, la Proposta per un Parco archeologico al pratone di Torre Spaccata, la Proposta per il «Parco Lineare Roma Est», la Riqualificazione del Parco di Aguzzano e dei suoi casali in abbandono, il Piano di riqualificazione del quartiere di Torre del Fiscale, la Proposta per il Parco archeologico naturalistico dell’area EX SNIA Viscosa, per arrivare poi ai processi di partecipazione con i relativi metodi e strumenti e progettualità dal basso e relativi conflitti, La città dei cittadini. Si tratta quindi di quella città “altra” fatta di residenti, di abitanti, di studenti o di lavoratori con le rispettive attività produttive e dinamiche sociali e culturali dell’ambiente quotidiano, che caratterizzano particolari quartieri e che a volte contribuiscono a identificare paesaggi culturali suburbani specifici molto differenti da quelli dei rioni o dei quartieri del centro storico, della città storica e delle relative prime espansioni.

L’identità delle persone è generata dalle qualità fisiche, climatiche, ecologiche e geografiche di un dato spazio, che attraverso la specifica configurazione naturale o antropica, rendono l’individuo consapevole del luogo in cui vive, dandogli un senso di appartenenza e assecondando, secondo Paolo Castelnovi (Il senso del paesaggio, Ires, Torino 2000, p. 26): «una pulsione (di difesa?) che è l’appropriazione di un luogo, l’appoggiarsi all’ambiente per sentirsi, il tentativo di per-manere al di là del proprio tempo in un contesto che dura più a lungo». E così il paesaggio, da supporto dell’identità si costituirebbe quale espressione del desiderio di eternità che radica, quale archetipo, nella natura umana.

Attualmente, la nozione di paesaggio è diventata ambigua e complicata per via della sovrapposizione tra le strutture, immagini e caratteristiche diverse che spesso si contrappongono dal punto di vista della tipologia. Quindi, il paesaggio risultante è caratterizzato da molteplicità, varietà e discontinuità strutturale. Si percepisce una necessità urgente di immagini significative, per raggiungere un’identità spaziale che possa diventare rappresentativa del territorio che si abita. Il paesaggio esistente, a volte intervenuto in modo incoerente e senza pianificazione o regolamentazione, ha bisogno di recuperare la propria identità reinventando sé stesso. L’integrità e la coerenza spaziale sono una condizione essenziale per costruire un carattere e un’identità locale nel contesto contemporaneo, è qui che il concetto di paesaggio emerge come protagonista principale, offrendo elementi significativi che sono e sono stati assimilati dalla comunità, facendo sì che gli individui si identifichino con essi e che siano anche riconosciuti e distinti dagli altri. L’identità del paesaggio naturale, risiede nella coerenza dei suoi elementi sapientemente intrecciati dalla natura, ma l’identità del paesaggio culturale è più complessa, poiché è costruita non solo con la relazione degli elementi tra loro, ma principalmente con il modo in cui gli effetti dell’azione umana si sovrappongono o si intrecciano con l’ambiente originale e, a volte, ne diventano identitari.

«La percezione, l’apprezzamento, l’analisi e la conoscenza della natura dei luoghi, svolgono ruoli fondamentali nella realizzazione di un’identità.» (liberamente tratto da: Landscape and Identity, di Ivonne Walls in Landuum.com). Storicamente si è passati da un paesaggio identificato in una dimensione statica come insieme di “bellezze naturali”, all’attuale dimensione dinamica, con l’uomo che lo vive e lo modifica insieme ai fenomeni naturali, quindi al concepimento di una visione d’insieme del paesaggio. La caratteristica evolutiva del paesaggio è di fatto il suo aspetto principale, che ci dice soprattutto come non possa essere mai considerato come definitivo ma sempre in divenire, anche dal punto di vista identitario, in quanto il paesaggio è un territorio espressivo di identità il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e delle loro interrelazioni, che mutano nel tempo e nella storia. Ricordando poi le parole di Vittoria Calzolari in Temi per la ‘nuova città’ (Storia e natura come sistema, a cura di, Nuova Argos Edizioni, Roma 1999, p. 337): «proprio attraverso l’interpretazione del rapporto storia-natura, possono essere ritrovati o scoperti alcuni valori e significati peculiari di una città come Roma e di un territorio come quello che la circonda. Perché questo possa realizzarsi occorre però che siano nuovamente possibili sensazioni, visuali, modi e tempi di conoscere e di essere, meditazioni, scoperte, quali quelle che in epoche passate hanno sollecitato l’interesse, gli studi, la particolare attenzione da parte di intellettuali e ricercatori, la curiosità e il piacere dei visitatori e degli stessi romani».

Il testo di Mirella di Giovine è stato presentato a Roma il 12 novembre 2024 presso l’Accademia Nazionale di San Luca nella Sala consultazione dell’Archivio storico accademico, con introduzione di Claudio Strinati e gli interventi di Alberta Campitelli, Rita Paris, Mosè Ricci e dell’autrice stessa, la quale ha avuto modo di presentare un tema determinante per Roma, intesa come ecosistema, necessario per la sua stessa sopravvivenza ambientale e culturale: il «paesaggio identitario» e le potenzialità per il suo progetto contemporaneo. Matteo Amati e Walter Tocci hanno poi chiuso il dibattito. Il tutto accompagnato dalla proiezione del corposo dossier fotografico Percorsi a est di Franco Mapelli (pubblicato nel volume) che ha offerto una intensa panoramica dei paesaggi della Roma “altra”, con il suo Paesaggio “altro” che diviene il caposaldo di ogni processo di rigenerazione urbana della periferia (che non nasconda azioni di speculazione urbana), passando attraverso le necessarie forme di partecipazione dei cittadini per la costruzione della qualità della città e della sua vivibilità.

Gabriella Restaino

 

 

 

N.d.C. – Gabriella Restaino, architetto, urbanista e paesaggista; Ph.D in Cultura e Territorio Roma, Tor Vergata e in Urbanismo, Rio de Janeiro (Brasile), UFRJ; Post-Doc quinquennale, Maceió, PNPD CAPES UFAL e Post-Doc annuale, Salvador (Bahia, Brasile) PDEE CAPES PRINT UFBA. Ha insegnato: Progettazione architettonica e urbana; Cartografia per il riuso storico-culturale del territorio; Analisi della città e del territorio; Progettazione del paesaggio e Urbanistica II alla “Sapienza” Università di Roma. È professore coll. al Mestrado Profissional em Arquitetura Paisagística – Programa de Pós-Graduação em Urbanismo – Faculdade de Arquitetura e Urbanismo da Universidade Federal do Rio de Janeiro (Brasile) dove insegna Paisagens cartográficas, a interação análise/projeto.

I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia e i paesaggi di grandi e piccoli centri urbani europei ed extraeuropei con relative proposte di recupero e valorizzazione, insieme a territori e città d’oltremare africani e latino-americani. I suoi studi e ricerche sono stati presentati in conferenze internazionali e pubblicati in Italia, Europa e Brasile come contributi in volume, atti di convegni e articoli in riviste. Appartiene ai gruppi di ricerca Estudos da Paisagem FAU-UFAL; Memória e Sociedade CAC-Centro de Artes e Comunicação UFPE; Projeto, Cidade e Memória FA-UFBA; LAPA – Laboratório de Patrimônio Cultural e Cidades Contemporâneas FAU-PROURB-UFRJ operanti in varie università brasiliane presso le quali ha insegnato dal 2015.

Tra i suoi libri: Il Suburbio di Roma, una storia cartografica / Rome’s Suburbio. A Cartographic History (Gangemi, 2012); Emergenze urbane e paesaggio: esperienze internazionali / Urban Emergencies and Landscape, International Experiences (Ermes, 2017); Mogadiscio e la sua evoluzione storico-urbanistica: pagine di storia della città, I ediz. con Khalid Mao Abdulkadir e Maria Spina (Gangemi, 2020) e in II ediz. con Ahmed Faghi Elmi e Maria Spina (Luglioprint, 2024). Ha in pubblicazione i volumi relativi ai propri progetti di ricerca finanziati dal Governo brasiliano.

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 

 

 


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07 MARZO 2025

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