Stefano Zaggia  
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IL GHETTO DI VENEZIA: UNA CITTÀ


Commento al libro di Donatella Calabi



Stefano Zaggia


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C’è una data che cambia in modo definitivo il rapporto che sino a quel momento aveva legato la presenza ebraica e gli spazi fisici urbani ed è il 29 marzo 1516, giorno in cui fu decisa l’istituzione di uno spazio separato per gli ebrei presenti a Venezia. Il ghetto, quindi. Il volume di Donatella Calabi, Venezia e il Ghetto. Cinquecento anni del «recinto degli ebrei» (Bollati Boringhieri, 2024) che ora viene ripubblicato in versione rivista e ampliata, affronta la secolare vicenda che ha legato gli ebrei alla città lagunare. Ma non solo. Propone una lettura che mantiene sempre sullo sfondo una prospettiva più ampia, direi allargata al contesto europeo e oltre. Basti solo pensare ai significati del termine entrato nell’uso corrente: ghetto. In origine non aveva alcuna connessione con la segregazione, l’esclusione o con gli ebrei. Su come oggi invece sia utilizzata per indicare particolari condizioni degradate, l’autrice offre alcune riflessioni nella postfazione inserita al termine del volume – I ghetti oggi – che si confronta con la più stretta contemporaneità.

Nel capitolo Prima del ghetto l’autrice attraverso i documenti storici mostra come l’area fosse già denominata come «getto nostro de rame» in quanto aveva ospitato delle fonderie. Probabilmente la presenza di ebrei tedeschi modificò la pronuncia di getto in ghetto. Oggi, questa parola è associata all’esclusione e alla segregazione, ma il termine assunse a Venezia un significato più articolato, legato al cosmopolitismo di una città mercantile.

La radicalità con cui fu decisa l’istituzione del quartiere chiuso si colloca certamente in una congiuntura particolarmente difficile per il ceto politico veneziano, alle prese con le drammatiche conseguenze della guerra con la Lega di Cambrai. Il recinto per gli ebrei organizzato «in la corte de case che sono in Geto» fu concepito per il particolare contesto urbano lagunare, laddove da tempo la Signoria aveva avviato una politica insediativa nei confronti delle comunità straniere presenti in città. Nel corso del Cinquecento, fase di peggioramento delle condizioni delle comunità ebraiche a seguito di provvedimenti restrittivi dettati dalla autorità ecclesiastiche, il quartiere ebraico veneziano fu identificato come un modello d’insediamento in grado di rispondere ai problemi controllo sulle minoranze e proposto anche in altri contesti. Da questo punto di vista sembra appropriato definire le caratteristiche del ghetto di Venezia utilizzando una nozione interpretativa avanzata a suo tempo Michel Foucault: cioè quella di “dispositivo”. Con tale termine lo studioso intendeva circoscrivere un fenomeno caratterizzato da: «un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve: tanto del detto che del non-detto, ecco gli elementi del dispositivo. Il dispositivo esso stesso è la rete che si stabilisce fra questi elementi». Va ricordato che, infatti, l’istituzione del ghetto era accompagnata da norme specifiche, e pertanto codificava uno strumento politico e di potere destinato a organizzare in modo separato la vita della minoranza ebraica.

 

Il libro di Donatella Calabi, offre una chiara e approfondita lettura della struttura degli edifici e delle caratteristiche materiali dello spazio di relazione interno al quartiere, restituendo la complessità e la stratificazione culturale, umana e sociale del luogo che, dall’iniziale rigidità, si stempera nella convivenza quotidiana. Nei primi tre capitoli l’autrice ripercorre l’evoluzione materiale di uno luogo urbano organizzato. E ne emerge che, all’interno dei confini urbani loro destinati, le comunità ebraiche svilupparono in modo libero le proprie tradizioni e i traffici economici, dando vita ad una realtà culturalmente articolata e complessa. Già nel 1541, per far fronte alla necessità di ospitare un maggior numero di persone, il recinto fu allargato con l’inclusione dell’area detta del “ghetto vecchio”. La nuova area era destinata agli ebrei sefarditi, levantini e marrani, prevalentemente mercanti e banchieri. Pur comunicando con il ghetto originario tramite un ponte, il ghetto vecchio presentava una propria fisionomia, essendo proiettato verso l’esterno e tramite il rio di Cannaregio si connetteva con la città e i suoi mercati, oltre che verso il Levante. Ancora, nel 1598, la Repubblica attua una svolta ulteriore: un decreto del Senato sanciva la possibilità di accogliere nuovi ospiti ebrei i quali potevano «usar et far li loro riti, precetti e cerimonie et tenir sinagoghe» commerciando liberamente. Così a fronte dell’aumento di popolazione, nel 1633, sorse il ghetto nuovissimo, uno spazio urbano ‘progettato’ per accogliere altre famiglie, per lo più benestanti e imprenditori attivi, provenienti da altre zone dell’Europa e del vicino oriente.

A sottolineare il carattere cosmopolita e assolutamente peculiare del quartiere sono inoltre la parale di visitatori che nel corso degli anni hanno frequentato il quartiere e che sono richiamati nell’appendice al volume - Sguardi di viaggiatori sul ghetto - i quali, in alcuni casi velati dal pregiudizio, restituiscono l’immagine di uno spazio altro, ricco di sorprese e in cui vigono delle logiche urbane specifiche.

La vita materiale, l’organizzazione sociale e la presenza dei principali luoghi di culto presenti all’interno ghetto è poi raccontato nei capitoli seguenti. In questo caso direi che ciò che emerge con evidenza è il fatto che la “città degli ebrei” era un luogo urbano organizzato e dotato di sistemi assistenziali capillari: le scuole per i fanciulli, le fraterne religiose, le istituzioni per l’assistenza ai poveri e agli anziani, fino ai servizi per le sepoltura dei defunti, che curava il trasporto presso il cimitero che sin dal trado Trecento era collocato al Lido.

Il libro offre uno sguardo anche su quanto è accaduto con la fine della Repubblica di Venezia e l’arrivo di Napoleone che decretò l’abbattimento delle porte che separavano fisicamente il quartiere dalla città. Era l’11 luglio 1797 e il Campo di Ghetto Novo assunse la denominazione di Contrada dell’Unione. Progressivamente le famiglie insediate nella contrada iniziarono a spostarsi e nel giro di pochi decenni il ghetto appare come una periferia caratterizzata da povertà e, soprattutto, composta da alloggi inadeguati a causa dell’ipertrofica crescita che due secoli di confinamento aveva prodotto. Il capitolo finale è dedicato, così, alle vicende più strettamente connesse al ruolo che le famiglie ebraiche all’indomani dell’apertura delle porte svolsero all’interno della società del tempo, tro Otto e Novecento. Il capitolo si sofferma sulle vicende di alcune personalità o famiglie emblematiche (come i Vivante, i Treves, i Sullam, come gli Errera e i Franchetti...), protagonisti della stagione politica, imprenditoriale e di sviluppo della città. Molti di loro acquisirono anche titoli nobiliari e furono committenti di grandi artisti, collezionisti di opere d’arte e perfettamente inseriti nella socialità aristocratica e alto-borghese veneziana, fatta di salotti, balli, teatri, conversazioni. Questa stagione fiorente si concluderà nel modo più tragico e brutale con le leggi razziali del 1938. La vita comunitaria riprenderà lentamente nel dopoguerra, ma giustamente Calabi conclude: «la rottura prodottasi nella storia degli ebrei non solo veneziani, ma di tutta Europa, costituisce un marchio che non sarà possibile dimenticare» (p. 195).

Il volume, in definitiva, rappresenta una sintesi agile e scorrevole ma ben salda sulle fondamenta di un appassionato e paziente lavoro di ricerca storica. È l’esito di approfondimenti e studi condotti nel corso dei decenni, sempre guidati da una costante attenzione ai dati materiali e alle fonti archivistiche e che hanno permesso di condensare nelle pagine del libro la consistenza materiale, la vita e le vicende di quella che in fin dei conti era solo una piccola porzione della città di Venezia. Un microcosmo, certo, ma che ci consegna la traccia d’infinte storie, di aspirazioni spirituali e di realizzazioni materiali proiettate in una dimensione umana universale.

Stefano Zaggia

 

 

 

N.d.C. - Stefano Zaggia è professore ordinario di Storia dell'Architettura presso il Dipartimento di Ingegneria Civile Edile e Ambientale dell’Università degli Studi di Padova. È presidente del corso di laurea a ciclo unico (con riconoscimento europeo) in Ingegneria Edile – Architettura ed è titolare del corso di Storia dell'Architettura e dell’omonimo laboratorio.

Si occupa principalmente di storia della città e dell’architettura in età moderna e contemporanea. Ha preso parte a convegni nazionali e internazionali e condotto progetti di ricerca universitari. È membro del consiglio direttivo dell’AISU, Associazione Italiana di Storia Urbana.

Tra i suoi libri: Una piazza per la città del principe. Strategie urbane e architettura a Imola durante la signoria di Girolamo Riario (1474-1488) (Officina, 1999); L'Università di Padova nel Rinascimento. La costruzione del palazzo del Bo e dell’Orto Botanico (Marsilio, 2003); a cura di, ‘Far la città'. Salvaguardia e costruzione urbana di Venezia nell’età moderna (Bruno Mondadori, 2006); a cura di, Il rilievo per la conoscenza. Il complesso d’ingegneria di Daniele Donghi (Cleup, 2011); Metamorfosi negate. Progetti non realizzati di Giuseppe Jappelli per Padova (Cleup, 2012); a cura di, Il cortile antico del Palazzo del Bo a Padova (Skira, 2015); Lo spazio interdetto: il ghetto ebraico di Padova (Padova University Press, 2020); a cura di con F. Lomastro, Ordinare gli spazi rappresentare la città. Vicenza attraverso la normativa urbanistica (Viella, 2023).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.

 

Presentazione del volume: giovedì 20 marzo 2025 ore 18.00, Venezia, Teatro La Fenice - Sale Apollinee.
Saranno presenti: Andrea Erri (direttore generale del Teatro La Fenice), Donatella Calabi (autrice), Dario Disegni (presidente Fondazione Beni Culturali Ebraici in Italia), Liana Levi (editrice a Parigi), Maria Giuseppina Muzzarelli (docente di Storia Medievale, Università di Bologna). Coordina Marco Cappelletto.


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14 MARZO 2025

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

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comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi

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E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty. Planning with and for emergent urban complexity (Routledge, 2024)

S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)

M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)

M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)

M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)

C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)

G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)

F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)

A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia

A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)

G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)

A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)